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Che cosa è tuo?

  • Ott 11, 2015
  • Pubblicato in Notizie

«A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?», dice l'avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l'hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l'accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a sé e soltanto suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sareb-be bisognoso.

Non sei uscito ignudo dal seno di tua madre? E non farai ritorno nudo alla terra? Da dove ti vengono questi beni? Se dici «dal caso», sei privo di fede in Dio, non riconosci il Creatore e non hai riconoscenza per colui che te li ha donati; se invece riconosci che i tuoi beni ti vengono da Dio, spiegaci per quale motivo li hai ricevuti. Forse l'ingiusto è Dio che ha distribuito in maniera disuguale i beni della vita? Per quale motivo tu sei ricco e l'altro invece è povero? Non è forse perché tu possa ricevere la ricompensa della tua bontà e della tua onesta amministrazione dei beni e lui invece sia onorato con i grandi premi meritati dalla sua pazienza? Ma tu, che tutto avvolgi nell'insaziabile seno della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di non commettere ingiustizie contro nessuno?

Chi è l'avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito.

Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l'ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell'affamato; dell'ignudo il mantello che conservi nell'armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare.

(BASILIO DI CESAREA, Omelia 6,7, PG 31,276B-277A).

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Signor Presidente, Signore e Signori, buongiorno!

Ancora una volta, seguendo una tradizione della quale mi sento onorato, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha invitato il Papa a rivolgersi a questa onorevole assemblea delle nazioni. A mio nome e a nome di tutta la comunità cattolica, Signor Ban Ki-moon, desidero esprimerLe la più sincera e cordiale riconoscenza; La ringrazio anche per le Sue gentili parole. Saluto inoltre i Capi di Stato e di Governo qui presenti, gli Ambasciatori, i diplomatici e i funzionari politici e tecnici che li accompagnano, il personale delle Nazioni Unite impegnato in questa 70.ma Sessione dell’Assemblea Generale, il personale di tutti i programmi e agenzie della famiglia dell’ONU e tutti coloro che in un modo o nell’altro partecipano a questa riunione. Tramite voi saluto anche i cittadini di tutte le nazioni rappresentate a questo incontro. Grazie per gli sforzi di tutti e di ciascuno per il bene dell’umanità.

Questa è la quinta volta che un Papa visita le Nazioni Unite. Lo hanno fatto i miei predecessori Paolo VI nel 1965Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995 e il mio immediato predecessore, oggi Papa emerito Benedetto XVI, nel 2008. Tutti costoro non hanno risparmiato espressioni di riconoscimento per l’Organizzazione, considerandola la risposta giuridica e politica adeguata al momento storico, caratterizzato dal superamento delle distanze e delle frontiere ad opera della tecnologia e, apparentemente, di qualsiasi limite naturale all’affermazione del potere. Una risposta imprescindibile dal momento che il potere tecnologico, nelle mani di ideologie nazionalistiche o falsamente universalistiche, è capace di produrre tremende atrocità. Non posso che associarmi all’apprezzamento dei miei predecessori, riaffermando l’importanza che la Chiesa Cattolica riconosce a questa istituzione e le speranze che ripone nelle sue attività.

La storia della comunità organizzata degli Stati, rappresentata dalle Nazioni Unite, che festeggia in questi giorni il suo 70° anniversario, è una storia di importanti successi comuni, in un periodo di inusitata accelerazione degli avvenimenti. Senza pretendere di essere esaustivo, si può menzionare la codificazione e lo sviluppo del diritto internazionale, la costruzione della normativa internazionale dei diritti umani, il perfezionamento del diritto umanitario, la soluzione di molti conflitti e operazioni di pace e di riconciliazione, e tante altre acquisizioni in tutti i settori della proiezione internazionale delle attività umane. Tutte queste realizzazioni sono luci che contrastano l’oscurità del disordine causato dalle ambizioni incontrollate e dagli egoismi collettivi. È certo che sono ancora molti i gravi problemi non risolti, ma è anche evidente che se fosse mancata tutta questa attività internazionale, l’umanità avrebbe potuto non sopravvivere all’uso incontrollato delle sue stesse potenzialità. Ciascuno di questi progressi politici, giuridici e tecnici rappresenta un percorso di concretizzazione dell’ideale della fraternità umana e un mezzo per la sua maggiore realizzazione.

Rendo perciò omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno servito con lealtà e sacrificio l’intera umanità in questi 70 anni. In particolare, desidero ricordare oggi coloro che hanno dato la loro vita per la pace e la riconciliazione dei popoli, a partire da Dag Hammarskjöld fino ai moltissimi funzionari di ogni grado, caduti nelle missioni umanitarie di pace e di riconciliazione.

L’esperienza di questi 70 anni, al di là di tutto quanto è stato conseguito, dimostra che la riforma e l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni. Questa necessità di una maggiore equità, vale in special modo per gli organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi specificamente creati per affrontare le crisi economiche. Questo aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza.

Il compito delle Nazioni Unite, a partire dai postulati del Preambolo e dei primi articoli della sua Carta costituzionale, può essere visto come lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale. In questo contesto, è opportuno ricordare che la limitazione del potere è un’idea implicita nel concetto di diritto. Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare, tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi, realizza la limitazione del potere. Oggi il panorama mondiale ci presenta, tuttavia, molti falsi diritti, e – nello stesso tempo – ampi settori senza protezione, vittime piuttosto di un cattivo esercizio del potere: l’ambiente naturale e il vasto mondo di donne e uomini esclusi. Due settori intimamente uniti tra loro, che le relazioni politiche ed economiche preponderanti hanno trasformato in parti fragili della realtà. Per questo è necessario affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione dell’ambiente e ponendo termine all’esclusione.

Anzitutto occorre affermare che esiste un vero “diritto dell’ambiente” per una duplice ragione. In primo luogo perché come esseri umani facciamo parte dell’ambiente. Viviamo in comunione con esso, perché l’ambiente stesso comporta limiti etici che l’azione umana deve riconoscere e rispettare. L’uomo, anche quando è dotato di «capacità senza precedenti» che «mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico» (Enc. Laudato sì, 81), è al tempo stesso una porzione di tale ambiente. Possiede un corpo formato da elementi fisici, chimici e biologici, e può sopravvivere e svilupparsi solamente se l’ambiente ecologico gli è favorevole. Qualsiasi danno all’ambiente, pertanto, è un danno all’umanità. In secondo luogo, perché ciascuna creatura, specialmente gli esseri viventi, ha un valore in sé stessa, di esistenza, di vita, di bellezza e di interdipendenza con le altre creature. Noi cristiani, insieme alle altre religioni monoteiste, crediamo che l’universo proviene da una decisione d’amore del Creatore, che permette all’uomo di servirsi rispettosamente della creazione per il bene dei suoi simili e per la gloria del Creatore, senza però abusarne e tanto meno essendo autorizzato a distruggerla. Per tutte le credenze religiose l’ambiente è un bene fondamentale (cfr ibid., 81).

L’abuso e la distruzione dell’ambiente, allo stesso tempo, sono associati ad un inarrestabile processo di esclusione. In effetti, una brama egoistica e illimitata di potere e di benessere materiale, conduce tanto ad abusare dei mezzi materiali disponibili quanto ad escludere i deboli e i meno abili, sia per il fatto di avere abilità diverse (portatori di handicap), sia perché sono privi delle conoscenze e degli strumenti tecnici adeguati o possiedono un’insufficiente capacità di decisione politica. L’esclusione economica e sociale è una negazione totale della fraternità umana e un gravissimo attentato ai diritti umani e all’ambiente. I più poveri sono quelli che soffrono maggiormente questi attentati per un triplice, grave motivo: sono scartati dalla società, sono nel medesimo tempo obbligati a vivere di scarti e devono ingiustamente soffrire le conseguenze dell’abuso dell’ambiente. Questi fenomeni costituiscono oggi la tanto diffusa e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”.

La drammaticità di tutta questa situazione di esclusione e di inequità, con le sue chiare conseguenze, mi porta, insieme a tutto il popolo cristiano e a tanti altri, a prendere coscienza anche della mia grave responsabilità al riguardo, per cui alzo la mia voce, insieme a quella di tutti coloro che aspirano a soluzioni urgenti ed efficaci. L’adozione dell’ “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” durante il Vertice mondiale che inizierà oggi stesso, è un importante segno di speranza. Confido anche che la Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico raggiunga accordi fondamentali ed effettivi.

Non sono sufficienti, tuttavia, gli impegni assunti solennemente, benché costituiscano certamente un passo necessario verso la soluzione dei problemi. La definizione classica di giustizia alla quale ho fatto riferimento anteriormente contiene come elemento essenziale una volontà costante e perpetua: Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Il mondo chiede con forza a tutti i governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno dell’esclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani, sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato, compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e crimine internazionale organizzato. È tale l’ordine di grandezza di queste situazioni e il numero di vite innocenti coinvolte, che dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella lotta contro tutti questi flagelli.

La molteplicità e complessità dei problemi richiede di avvalersi di strumenti tecnici di misurazione. Questo, però, comporta un duplice pericolo: limitarsi all’esercizio burocratico di redigere lunghe enumerazioni di buoni propositi – mete, obiettivi e indicazioni statistiche –, o credere che un’unica soluzione teorica e aprioristica darà risposta a tutte le sfide. Non bisogna perdere di vista, in nessun momento, che l’azione politica ed economica, è efficace solo quando è concepita come un’attività prudenziale, guidata da un concetto perenne di giustizia e che tiene sempre presente che, prima e aldilà di piani e programmi, ci sono donne e uomini concreti, uguali ai governanti, che vivono, lottano e soffrono, e che molte volte si vedono obbligati a vivere miseramente, privati di qualsiasi diritto.

Affinché questi uomini e donne concreti possano sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino. Lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti. Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità umana – amici, comunità, villaggi e comuni, scuole, imprese e sindacati, province, nazioni, ecc. Questo suppone ed esige il diritto all’istruzione – anche per le bambine (escluse in alcuni luoghi) – che si assicura in primo luogo rispettando e rafforzando il diritto primario della famiglia a educare e il diritto delle Chiese e delle aggregazioni sociali a sostenere e collaborare con le famiglie nell’educazione delle loro figlie e dei loro figli. L’educazione, così concepita, è la base per la realizzazione dell’Agenda 2030 e per il risanamento dell’ambiente.

Al tempo stesso, i governanti devono fare tutto il possibile affinché tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale. Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro e terra; e un nome a livello spirituale: libertà di spirito, che comprende la libertà religiosa, il diritto all’educazione e tutti gli altri diritti civili.

Per tutte queste ragioni, la misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento della nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo, pratico e immeditato, per tutti, ai beni materiali e spirituali indispensabili: abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente remunerato, alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà religiosa e, più in generale, libertà di spirito ed educazione. Nello stesso tempo, questi pilastri dello sviluppo umano integrale hanno un fondamento comune, che è il diritto alla vita, e, in senso ancora più ampio, quello che potremmo chiamare il diritto all’esistenza della stessa natura umana.

La crisi ecologica, insieme alla distruzione di buona parte della biodiversità, può mettere in pericolo l’esistenza stessa della specie umana. Le nefaste conseguenze di un irresponsabile malgoverno dell’economia mondiale, guidato unicamente dall’ambizione di guadagno e di potere, devono costituire un appello a una severa riflessione sull’uomo: «L’uomo non si crea da solo. È spirito e volontà, però anche natura» (Benedetto XVI, Discorso al Parlamento della Repubblica Federale di Germania, 22 settembre 2011; citato in Enc. Laudato sì, 6). La creazione si vede pregiudicata «dove noi stessi siamo l’ultima istanza [...]. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi» (Id., Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008, citato ibid.). Perciò, la difesa dell’ambiente e la lotta contro l’esclusione esigono il riconoscimento di una legge morale inscritta nella stessa natura umana, che comprende la distinzione naturale tra uomo e donna (cfr Enc. Laudato sì, 155) e il rispetto assoluto della vita in tutte le sue fasi e dimensioni (cfr ibid., 123136).

Senza il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili e senza l’immediata attuazione di quei pilastri dello sviluppo umano integrale, l’ideale di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Carta delle Nazioni Unite, Preambolo) e di «promuovere il progresso sociale e un più elevato livello di vita all’interno di una più ampia libertà» (ibid.) corre il rischio di diventare un miraggio irraggiungibile o, peggio ancora, parole vuote che servono come scusa per qualsiasi abuso e corruzione, o per promuovere una colonizzazione ideologica mediante l’imposizione di modelli e stili di vita anomali estranei all’identità dei popoli e, in ultima analisi, irresponsabili.

La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli.

A tal fine bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica fondamentale. L’esperienza dei 70 anni di esistenza delle Nazioni Unite, in generale, e in particolare l’esperienza dei primi 15 anni del terzo millennio, mostrano tanto l’efficacia della piena applicazione delle norme internazionali come l’inefficacia del loro mancato adempimento. Se si rispetta e si applica la Carta delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini, come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno strumento per mascherare intenzioni ambigue, si ottengono risultati di pace. Quando, al contrario, si confonde la norma con un semplice strumento da utilizzare quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si apre un vero vaso di Pandora di forze incontrollabili, che danneggiano gravemente le popolazioni inermi, l’ambiente culturale, e anche l’ambiente biologico.

Il Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite indicano le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi strumenti.

Il recente accordo sulla questione nucleare in una regione sensibile dell’Asia e del Medio Oriente, è una prova delle possibilità della buona volontà politica e del diritto, coltivati con sincerità, pazienza e costanza. Formulo i miei voti perché questo accordo sia duraturo ed efficace e dia i frutti sperati con la collaborazione di tutte le parti coinvolte.

In tal senso, non mancano gravi prove delle conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati tra i membri della comunità internazionale. Per questo, seppure desiderando di non avere la necessità di farlo, non posso non reiterare i miei ripetuti appelli in relazione alla dolorosa situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri Paesi africani, dove i cristiani, insieme ad altri gruppi culturali o etnici e anche con quella parte dei membri della religione maggioritaria che non vuole lasciarsi coinvolgere dall’odio e dalla pazzia, sono stati obbligati ad essere testimoni della distruzione dei loro luoghi di culto, del loro patrimonio culturale e religioso, delle loro case ed averi e sono stati posti nell’alternativa di fuggire o di pagare l’adesione al bene e alla pace con la loro stessa vita o con la schiavitù.

Queste realtà devono costituire un serio appello ad un esame di coscienza di coloro che hanno la responsabilità della conduzione degli affari internazionali. Non solo nei casi di persecuzione religiosa o culturale, ma in ogni situazione di conflitto, come in Ucraina, in Siria, in Iraq, in Libia, nel Sud-Sudan e nella regione dei Grandi Laghi, prima degli interessi di parte, pur se legittimi, ci sono volti concreti. Nelle guerre e nei conflitti ci sono persone, nostri fratelli e sorelle, uomini e donne, giovani e anziani, bambini e bambine che piangono, soffrono e muoiono. Esseri umani che diventano materiale di scarto mentre non si fa altro che enumerare problemi, strategie e discussioni.

Come ho chiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite nella mia lettera del 9 agosto 2014, «la più elementare comprensione della dignità umana [obbliga] la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto il possibile per fermare e prevenire ulteriori sistematiche violenze contro le minoranze etniche e religiose» e per proteggere le popolazioni innocenti.

In questa medesima linea vorrei citare un altro tipo di conflittualità, non sempre così esplicitata ma che silenziosamente comporta la morte di milioni di persone. Un altro tipo di guerra che vivono molte delle nostre società con il fenomeno del narcotraffico. Una guerra “sopportata” e debolmente combattuta. Il narcotraffico per sua stessa natura si accompagna alla tratta delle persone, al riciclaggio di denaro, al traffico di armi, allo sfruttamento infantile e al altre forme di corruzione. Corruzione che è penetrata nei diversi livelli della vita sociale, politica, militare, artistica e religiosa, generando, in molti casi, una struttura parallela che mette in pericolo la credibilità delle nostre istituzioni.

Ho iniziato questo intervento ricordando le visite dei miei predecessori. Ora vorrei, in modo particolare, che le mie parole fossero come una continuazione delle parole finali del discorso di Paolo VI, pronunciate quasi esattamente 50 anni or sono, ma di perenne valore. «È l’ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi [...] si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo [poiché] il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità» (Discorso ai Rappresentanti degli Stati, 4 ottobre 1965). Tra le altre cose, senza dubbio, la genialità umana, ben applicata, aiuterà a risolvere le gravi sfide del degrado ecologico e dell’esclusione. Proseguo con le parole di Paolo VI: «Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!» (ibid.).

La casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani, dei bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili perché li si considera nient’altro che numeri di questa o quella statistica. La casa comune di tutti gli uomini deve edificarsi anche sulla comprensione di una certa sacralità della natura creata.

Tale comprensione e rispetto esigono un grado superiore di saggezza, che accetti la trascendenza – quella di sé stesso – rinunci alla costruzione di una élite onnipotente e comprenda che il senso pieno della vita individuale e collettiva si trova nel servizio disinteressato verso gli altri e nell’uso prudente e rispettoso della creazione, per il bene comune . Ripetendo le parole di Paolo VI, «l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo» (ibid.).

Il Gaucho Martin Fierro, un classico della letteratura della mia terra natale, canta: “I fratelli siano uniti perché questa è la prima legge. Abbiano una vera unione in qualsiasi tempo, perché se litigano tra di loro li divoreranno quelli di fuori”.

Il mondo contemporaneo apparentemente connesso, sperimenta una crescente e consistente e continua frammentazione sociale che pone in pericolo «ogni fondamento della vita sociale» e pertanto «finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi» (Enc. Laudato sì, 229).

Il tempo presente ci invita a privilegiare azioni che possano generare nuovi dinamismi nella società e che portino frutto in importanti e positivi avvenimenti storici (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).

Non possiamo permetterci di rimandare “alcune agende” al futuro. Il futuro ci chiede decisioni critiche e globali di fronte ai conflitti mondiali che aumentano il numero degli esclusi e dei bisognosi.

La lodevole costruzione giuridica internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di tutte le sue realizzazioni, migliorabile come qualunque altra opera umana e, al tempo stesso, necessaria, può essere pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future. Lo sarà se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio del bene comune. Chiedo a Dio Onnipotente che sia così, e vi assicuro il mio appoggio, la mia preghiera e l’appoggio e le preghiere di tutti i fedeli della Chiesa Cattolica, affinché questa Istituzione, tutti i suoi Stati membri e ciascuno dei suoi funzionari, renda sempre un servizio efficace all’umanità, un servizio rispettoso della diversità e che sappia potenziare, per il bene comune, il meglio di ciascun popolo e di ciascun cittadino. Che Dio vi benedica tutti!

 

New York 
Venerdì, 25 settembre 2015

 

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«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7)

Carissimi giovani,

siamo giunti all’ultima tappa del nostro pellegrinaggio a Cracovia, dove il prossimo anno, nel mese di luglio, celebreremo insieme la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù. Nel nostro lungo e impegnativo cammino siamo guidati dalle parole di Gesù tratte dal “discorso della montagna”. Abbiamo iniziato questo percorso nel 2014, meditando insieme sulla prima Beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli» (Mt 5,3). Per il 2015 il tema è stato «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Nell’anno che ci sta davanti vogliamo lasciarci ispirare dalle parole: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7).

  1. Il Giubileo della Misericordia

Con questo tema la GMG di Cracovia 2016 si inserisce nell’Anno Santo della Misericordia, diventando un vero e proprio Giubileo dei Giovani a livello mondiale. Non è la prima volta che un raduno internazionale dei giovani coincide con un Anno giubilare. Infatti, fu durante l’Anno Santo della Redenzione (1983/1984) che san Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i giovani di tutto il mondo per la Domenica delle Palme. Fu poi durante il Grande Giubileo del 2000 che più di due milioni di giovani di circa 165 paesi si riunirono a Roma per la XV Giornata Mondiale della Gioventù. Come avvenne in questi due casi precedenti, sono sicuro che il Giubileo dei Giovani a Cracovia sarà uno dei momenti forti di questo Anno Santo!

Forse alcuni di voi si domandano: che cos’è questo Anno giubilare celebrato nella Chiesa? Il testo biblico di Levitico 25 ci aiuta a capire che cosa significava un “giubileo” per il popolo d’Israele: ogni cinquant’anni gli ebrei sentivano risuonare la tromba (jobel) che li convocava (jobil) a celebrare un anno santo, come tempo di riconciliazione (jobal) per tutti. In questo periodo si doveva recuperare una buona relazione con Dio, con il prossimo e con il creato, basata sulla gratuità. Perciò, tra le altre cose, si promuoveva il condono dei debiti, un particolare aiuto per chi era caduto in miseria, il miglioramento delle relazioni tra le persone e la liberazione degli schiavi.

Gesù Cristo è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi (cfr Lc 4,18-19). In Lui, specialmente nel suo Mistero Pasquale, il senso più profondo del giubileo trova pieno compimento. Quando in nome di Cristo la Chiesa convoca un giubileo, siamo tutti invitati a vivere uno straordinario tempo di grazia. La Chiesa stessa è chiamata ad offrire in abbondanza segni della presenza e della vicinanza di Dio, a risvegliare nei cuori la capacità di guardare all’essenziale. In particolare, questo Anno Santo della Misericordia «è il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere strumento della misericordia del Padre» (Omelia nei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015).

  1. Misericordiosi come il Padre

Il motto di questo Giubileo straordinario è: «Misericordiosi come il Padre» (cfr Misericordiae Vultus, 13), e con esso si intona il tema della prossima GMG. Cerchiamo perciò di comprendere meglio che cosa significa la misericordia divina.

L’Antico Testamento per parlare di misericordia usa vari termini, i più significativi dei quali sono hesed rahamim. Il primo, applicato a Dio, esprime la sua instancabile fedeltà all’Alleanza con il suo popolo, che Egli ama e perdona in eterno. Il secondo, rahamim, può essere tradotto come “viscere”, richiamando in particolare il grembo materno e facendoci comprendere l’amore di Dio per il suo popolo come quello di una madre per il suo figlio. Così ce lo presenta il profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Un amore di questo tipo implica fare spazio all’altro dentro di sé, sentire, patire e gioire con il prossimo.

Nel concetto biblico di misericordia è inclusa anche la concretezza di un amore che è fedele, gratuito e sa perdonare. In questo brano di Osea abbiamo un bellissimo esempio dell’amore di Dio, paragonato a quello di un padre nei confronti di suo figlio: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; [...] A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Nonostante l’atteggiamento sbagliato del figlio, che meriterebbe una punizione, l’amore del padre è fedele e perdona sempre un figlio pentito. Come vediamo, nella misericordia è sempre incluso il perdono; essa «non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. [...] Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono» (Misericordiae Vultus, 6).

Il Nuovo Testamento ci parla della divina misericordia (eleos) come sintesi dell’opera che Gesù è venuto a compiere nel mondo nel nome del Padre (cfr Mt 9,13). La misericordia del nostro Signore si manifesta soprattutto quando Egli si piega sulla miseria umana e dimostra la sua compassione verso chi ha bisogno di comprensione, guarigione e perdono. Tutto in Gesù parla di misericordia. Anzi, Egli stesso è la misericordia.

Nel capitolo 15 del Vangelo di Luca possiamo trovare le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta e quella conosciuta come la parabola “del figlio prodigo”. In queste tre parabole ci colpisce la gioia di Dio, la gioia che Egli prova quando ritrova un peccatore e lo perdona. Sì, la gioia di Dio è perdonare! Qui c’è la sintesi di tutto il Vangelo. «Ognuno di noi è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono» (Angelus, 15 settembre 2013).

La misericordia di Dio è molto concreta e tutti siamo chiamati a farne esperienza in prima persona. Quando avevo diciassette anni, un giorno in cui dovevo uscire con i miei amici, ho deciso di passare prima in chiesa. Lì ho trovato un sacerdote che mi ha ispirato una particolare fiducia e ho sentito il desiderio di aprire il mio cuore nella Confessione. Quell’incontro mi ha cambiato la vita! Ho scoperto che quando apriamo il cuore con umiltà e trasparenza, possiamo contemplare in modo molto concreto la misericordia di Dio. Ho avuto la certezza che nella persona di quel sacerdote Dio mi stava già aspettando, prima che io facessi il primo passo per andare in chiesa. Noi lo cerchiamo, ma Lui ci anticipa sempre, ci cerca da sempre, e ci trova per primo. Forse qualcuno di voi ha un peso nel suo cuore e pensa: Ho fatto questo, ho fatto quello…. Non temete! Lui vi aspetta! Lui è padre: ci aspetta sempre! Com’è bello incontrare nel sacramento della Riconciliazione l’abbraccio misericordioso del Padre, scoprire il confessionale come il luogo della Misericordia, lasciarci toccare da questo amore misericordioso del Signore che ci perdona sempre!

E tu, caro giovane, cara giovane, hai mai sentito posare su di te questo sguardo d’amore infinito, che al di là di tutti i tuoi peccati, limiti, fallimenti, continua a fidarsi di te e guardare la tua esistenza con speranza? Sei consapevole del valore che hai al cospetto di un Dio che per amore ti ha dato tutto? Come ci insegna san Paolo, «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 8). Ma capiamo davvero la forza di queste parole?

So quanto è cara a tutti voi la croce delle GMG – dono di san Giovanni Paolo II – che fin dal 1984 accompagna tutti i vostri Incontri mondiali. Quanti cambiamenti, quante conversioni vere e proprie sono scaturite nella vita di tanti giovani dall’incontro con questa croce spoglia! Forse vi siete posti la domanda: da dove viene questa forza straordinaria della croce? Ecco dunque la risposta: la croce è il segno più eloquente della misericordia di Dio! Essa ci attesta che la misura dell’amore di Dio nei confronti dell’umanità è amare senza misura! Nella croce possiamo toccare la misericordia di Dio e lasciarci toccare dalla sua stessa misericordia! Qui vorrei ricordare l’episodio dei due malfattori crocifissi accanto a Gesù: uno di essi è presuntuoso, non si riconosce peccatore, deride il Signore. L’altro invece riconosce di aver sbagliato, si rivolge al Signore e gli dice: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gesù lo guarda con misericordia infinita e gli risponde: «Oggi con me sarai nel paradiso» (cfr Lc 23, 32.39-43). Con quale dei due ci identifichiamo? Con colui che è presuntuoso e non riconosce i propri sbagli? Oppure con l’altro, che si riconosce bisognoso della misericordia divina e la implora con tutto il cuore? Nel Signore, che ha dato la sua vita per noi sulla croce, troveremo sempre l’amore incondizionato che riconosce la nostra vita come un bene e ci dà sempre la possibilità di ricominciare.

  1. La straordinaria gioia di essere strumenti della misericordia di Dio

La Parola di Dio ci insegna che «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35). Proprio per questo motivo la quinta Beatitudine dichiara felici i misericordiosi. Sappiamo che il Signore ci ha amati per primo. Ma saremo veramente beati, felici, soltanto se entreremo nella logica divina del dono, dell’amore gratuito, se scopriremo che Dio ci ha amati infinitamente per renderci capaci di amare come Lui, senza misura. Come dice san Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. […] In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4,7-11).

Dopo avervi spiegato in modo molto riassuntivo come il Signore esercita la sua misericordia nei nostri confronti, vorrei suggerirvi come concretamente possiamo essere strumenti di questa stessa misericordia verso il nostro prossimo.

Mi viene in mente l’esempio del beato Piergiorgio Frassati. Lui diceva: «Gesù mi fa visita ogni mattina nella Comunione, io la restituisco nel misero modo che posso, visitando i poveri». Piergiorgio era un giovane che aveva capito che cosa vuol dire avere un cuore misericordioso, sensibile ai più bisognosi. A loro dava molto più che cose materiali; dava sé stesso, spendeva tempo, parole, capacità di ascolto. Serviva i poveri con grande discrezione, non mettendosi mai in mostra. Viveva realmente il Vangelo che dice: «Mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto» (Mt 6,3-4). Pensate che un giorno prima della sua morte, gravemente ammalato, dava disposizioni su come aiutare i suoi amici disagiati. Ai suoi funerali, i famigliari e gli amici rimasero sbalorditi per la presenza di tanti poveri a loro sconosciuti, che erano stati seguiti e aiutati dal giovane Piergiorgio.

A me piace sempre associare le Beatitudini evangeliche al capitolo 25 di Matteo, quando Gesù ci presenta le opere di misericordia e dice che in base ad esse saremo giudicati. Vi invito perciò a riscoprire le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Come vedete, la misericordia non è “buonismo”, né mero sentimentalismo. Qui c’è la verifica dell’autenticità del nostro essere discepoli di Gesù, della nostra credibilità in quanto cristiani nel mondo di oggi.

A voi giovani, che siete molto concreti, vorrei proporre per i primi sette mesi del 2016 di scegliere un’opera di misericordia corporale e una spirituale da mettere in pratica ogni mese. Fatevi ispirare dalla preghiera di santa Faustina, umile apostola della Divina Misericordia nei nostri tempi:

«Aiutami, o Signore, a far sì che […] 
i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto […]
il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo, che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori ed ai gemiti del mio prossimo […]
la mia lingua sia misericordiosa e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono […]
le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni […]
i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza […]
il mio cuore sia misericordioso, in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo» 
(Diario, 163).

Il messaggio della Divina Misericordia costituisce dunque un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere. E una delle opere di misericordia più evidenti, ma forse tra le più difficili da mettere in pratica, è quella di perdonare chi ci ha offeso, chi ci ha fatto del male, coloro che consideriamo come nemici. «Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici» (Misericordiae Vultus, 9).

Incontro tanti giovani che dicono di essere stanchi di questo mondo così diviso, in cui si scontrano sostenitori di fazioni diverse, ci sono tante guerre e c’è addirittura chi usa la propria religione come giustificazione per la violenza. Dobbiamo supplicare il Signore di donarci la grazia di essere misericordiosi con chi ci fa del male. Come Gesù che sulla croce pregava per coloro che lo avevano crocifisso: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). L’unica via per vincere il male è la misericordia. La giustizia è necessaria, eccome, ma da sola non basta. Giustizia e misericordia devono camminare insieme. Quanto vorrei che ci unissimo tutti in una preghiera corale, dal profondo dei nostri cuori, implorando che il Signore abbia misericordia di noi e del mondo intero!

  1. Cracovia ci aspetta!

Mancano pochi mesi al nostro incontro in Polonia. Cracovia, la città di san Giovanni Paolo II e di santa Faustina Kowalska, ci aspetta con le braccia e il cuore aperti. Credo che la Divina Provvidenza ci abbia guidato a celebrare il Giubileo dei Giovani proprio lì, dove hanno vissuto questi due grandi apostoli della misericordia dei nostri tempi. Giovanni Paolo II ha intuito che questo era il tempo della misericordia. All’inizio del suo pontificato ha scritto l’Enciclica Dives in misericordia. Nell’Anno Santo del 2000 ha canonizzato suor Faustina, istituendo anche la Festa della Divina Misericordia, nella seconda domenica di Pasqua. E nel 2002 ha inaugurato personalmente a Cracovia il Santuario di Gesù Misericordioso, affidando il mondo alla Divina Misericordia e auspicando che questo messaggio giungesse a tutti gli abitanti della terra e ne riempisse i cuori di speranza: «Bisogna accendere questa scintilla della grazia di Dio. Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità!» (Omelia per la Dedicazione del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, 17 agosto 2002).

Carissimi giovani, Gesù misericordioso, ritratto nell’effigie venerata dal popolo di Dio nel santuario di Cracovia a Lui dedicato, vi aspetta. Lui si fida di voi e conta su di voi! Ha tante cose importanti da dire a ciascuno e a ciascuna di voi… Non abbiate paura di fissare i suoi occhi colmi di amore infinito nei vostri confronti e lasciatevi raggiungere dal suo sguardo misericordioso, pronto a perdonare ogni vostro peccato, uno sguardo capace di cambiare la vostra vita e di guarire le ferite delle vostre anime, uno sguardo che sazia la sete profonda che dimora nei vostri giovani cuori: sete di amore, di pace, di gioia, e di felicità vera. Venite a Lui e non abbiate paura! Venite per dirgli dal profondo dei vostri cuori: “Gesù confido in Te!”. Lasciatevi toccare dalla sua misericordia senza limiti per diventare a vostra volta apostoli della misericordia mediante le opere, le parole e la preghiera, nel nostro mondo ferito dall’egoismo, dall’odio, e da tanta disperazione.

Portate la fiamma dell’amore misericordioso di Cristo – di cui ha parlato san Giovanni Paolo II – negli ambienti della vostra vita quotidiana e sino ai confini della terra. In questa missione, io vi accompagno con i miei auguri e le mie preghiere, vi affido tutti a Maria Vergine, Madre della Misericordia, in quest’ultimo tratto del cammino di preparazione spirituale alla prossima GMG di Cracovia, e vi benedico tutti di cuore.

Dal Vaticano, 15 agosto 2015
Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria

FRANCESCO

 

 

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MISERICORDIA E PERDONO
Bose, 9-12 settembre 2015
in collaborazione con le Chiese Ortodosse

Eccoci giunti al termine della ventitreesima edizione del Convegno Ecumenico di Spiritualità Ortodossa che la nostra Comunità organizza in collaborazione con le Chiese Ortodosse. Il tema scelto, “Misericordia e perdono”, ha mostrato, nel corso degli interventi e delle discussioni, tutta la sua ricchezza, e anche la sua attualità, in questo momento storico in cui più che mai sentiamo di avere bisogno di quella riconciliazione cui mirano perdono e misericordia.

Gli eventi tragici che stanno dilaniando e distruggendo tante vite umane, soprattutto nel nostro amato Medio Oriente, ci fanno toccare con mano tutta la fragilità delle nostre buone intenzioni di pace, e quindi ci confermano nella responsabilità che incombe su ogni essere umano e su ogni cristiano in particolare; responsabilità a non venire meno a quel ministero di speranza a noi tutti affidato, che è atto di umanità per ogni uomo e donna di buona volontà, e atto di fede per quanti credono nel Signore della pace. Operare per la pace, tema su cui abbiamo riflettuto nel convegno dell’anno scorso, è possibile solo tramite un’instancabile e sempre rinnovata opera di perdono e misericordia.

Lo abbiamo ascoltato nei numerosi messaggi che vari Capi di Chiese d’Oriente e d’Occidente hanno rivolto ai partecipanti al nostro convegno: il vescovo di Roma, papa Francesco, i patriarchi delle Chiese ortodosse e delle Chiese Ortodosse orientali, il Primate della Comunione Anglicana, e poi il Segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese e il Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nelle loro parole, che abbiamo ascoltato all’inizio delle nostre sessioni, è risuonato l’accorato invito alla responsabilità che incombe su noi tutti a operare per la riconciliazione. Riconciliazione tra i popoli e le culture, e riconciliazione tra le Chiese. Il tempo presente ci sta mostrando come ogni lentezza in tale opera è pagata a caro prezzo da chi continua a morire a causa di divisioni e incomprensioni di cui non possiamo ritenerci estranei. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli ci ha ricordato con forza che

“l’amore per gli uomini è la sola virtù che non ammette dilazione”

e il Patriarca greco-ortodosso di Antiochia, Youhanna, che vive con particolare sofferenza il momento presente, ci ha rivolto parole dolorose ma anche di speranza, ricordandoci che la vita – quella vita che noi tutti ci auguriamo di poter ancora condividere – dipende solo dalla capacità di perdonarci vicendevolmente e da nient’altro. Gli hanno fatto eco anche le parole che il Metropolita Ilarion di Volokolamsk ci ha rivolto a nome del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, Kirill, affermando:

“L’umanità deve riconoscere che le ferite inferte dall’odio e dall’inimicizia possono essere sanate soltanto dalla misericordia e dal perdono reciproco in nome della pace”.

Ma si tratta di un esercizio difficile. La misericordia appare spesso utopia, lontana dalla realtà, dalla nostra realtà quotidiana di uomini e donne. C’è qualcosa in noi che cerca costantemente di convincerci che è così, e che solo degli illusi possono pensare che il perdono e la misericordia siano possibili nel nostro mondo reale, nelle nostre comunità e tra le nostre chiese. Ciò accade perché in ciascuno di noi albergano quelli che il Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Nunzio Galantino, ha chiamato nel suo messaggio

“gli anticorpi ... che impediscono si provare ‘viscere di misericordia’”.

Sì, ci sono dentro di noi – a vari livelli – degli anticorpi che attaccano e distruggono i germi della misericordia che pure appartengono al nostro essere profondo di esseri umani e di credenti, e che costituiscono ciò che solo è capace di esprimere la nostra umanità vera e la qualità autentica della nostra fede. Tali anticorpi tentano di convincerci che il perdono e la misericordia sono un esercizio sterile, perché contraddicono la realtà, la ragionevole realtà di quel mondo – e di quel male e di quelle divisioni – cui facilmente ci adattiamo e ci abituiamo, fino a non voler più vedere la sofferenza dell’altro, magari mascherando questa cecità deliberata sotto le spoglie del pudore. Una delle manifestazioni più eloquenti di tali anticorpi è quell’esigenza di giustizia che spesso emerge nei nostri pensieri opponendosi alla misericordia e contestandola. Più volte, nel corso del nostro convegno, siamo tornati su questa opposizione tra giustizia e misericordia. Non è la misericordia un atto di irresponsabilità? Non è il perdono un tentativo di cancellare quella storia che invece non è possibile negare?

E’ difficile vivere la misericordia e il perdono... Ma è proprio per questo che nei giorni scorsi siano tornati a interrogare le Scritture e la tradizione patristica, ad ascoltare alcuni testimoni più recenti che hanno mostrato con la vita la loro capacità di misericordia e di perdono, a cogliere, nell’esperienza ecclesiale delle nostre comunità, fallimenti e barlumi di speranza sulla via di quella pratica del perdono di cui tanto avvertiamo il bisogno. Lo abbiamo fatto per ritrovare le tracce di un’esperienza vissuta, per confrontarci con quei percorsi spesso faticosi e mai lineari attraverso i quali chi ci ha preceduti ha comunque cercato di tradurre in pratica ciò che costituisce la più grande e scandalosa eredità che il Signore nostro ci ha lasciato: il comandamento di un amore che non conosce limiti, e di un perdono sempre accolto e offerto.

Una prima direttrice lungo la quale si è mossa la nostra riflessione è stata dunque l’indagine biblica. Nelle Scritture abbiamo cercato di ritrovare i tratti autentici del volto del nostro Dio, osservando che la misericordia è la prima parola con cui egli ha consegnato il suo Nome santo a Mosè: “Dio misericordioso e compassionevole” (Es 34,5-7); una misericordia poi narrata lungo tutta la storia di salvezza, che è storia di liberazione, di lotta da parte di un Dio che non si arrende dinanzi al male delle creature e che cerca in tutti i modi di continuare a usare misericordia, sino a “pentirsi” del male minacciato (espressione scandalosa più volte attribuita a Dio nell’AT); una misericordia cantata nei Salmi, che non si stancano di ripetere che “eterna è la sua misericordia” (cf. Sal 135/136); una misericordia che emerge con forza nell’insegnamento profetico; una misericordia, infine, narrata dal Cristo, che nella parabola del “padre misericordioso” (cf. Lc 15), e prima ancora con la sua stessa vita, ci ha consegnato la memoria di quello sguardo di attesa mai finita e di quell’abbraccio rigenerante con cui Dio ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita.

Abbiamo anche ascoltato che quel Volto misericordioso attende di riflettersi nell’esistenza del figlio perdonato. Innanzitutto come esultanza di chi si riconosce perdonato e ne gioisce, e poi come capacità di perdono che anche il figlio perdonato è chiamato ad accordare al proprio fratello. Il comando di Gesù, più volte ripreso dai relatori di questi giorni: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36), ne è la formulazione più chiara. Tale dinamica di perdono reciproco l’abbiamo osservata nella lettura della storia di Giuseppe e i suoi fratelli, dove il perdono è apparso non come fatto di un momento, ma frutto di elaborazione, tramite il ritorno (teshuvah) e il cambiamento di mente (metanoia). La riconciliazione è un cammino, e ha i suoi tempi; i fratelli separati hanno bisogno di tempo per ridiventare fratelli. Non è una semplice parola o un atto giuridico che li ricostituirà fratelli, ma il tornare a frequentarsi, ad incontrarsi e a guardarsi negli occhi. Questo dovremmo ricordarlo ogni volta che – anche a ragione – lamentiamo lentezza nel nostro cammino ecumenico.

Una seconda direttrice lungo la quale si è mossa la nostra riflessione è stata quella patristica. Ci hanno introdotto le parole di commento con cui i padri hanno cercato di illuminare le parole del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”; parole con cui ogni giorno ci diciamo pronti a lasciarci coinvolgere in quell’opera di liberazione che il perdono osa realizzare. Silvano dell’Athos, infatti, afferma: “Dove c’è il perdono ... c’è la libertà”. L’uso della misericordia è opera di liberazione: di chi è perdonato, ma anche di chi perdona, che si affranca così dal peso mortifero e paralizzante del rancore. L’espressione “Rimetti a noi nostri debiti come noi li rimettiamo” non intende condizionare il perdono di Dio al nostro, ma sottolineare che quest’ultimo richiede di essere accolto; e il modo per accoglierlo è accordarlo a nostra volta all’altro.

Abbiamo poi ascoltato la testimonianza di alcune figure patristiche, rappresentative della grande tradizione monastica: Pacomio, padre della koinonia, che ha tentato di tradurre nelle strutture stesse di quella forma monastica comunitaria da lui iniziata, gli strumenti della riconciliazione. Quella comunità che è spesso fonte di ferite alla comunione è anche luogo terapeutico per eccellenza, se resta fedele a quelli che per Pacomio sono gli strumenti della riconciliazione: l’obbedienza alla Parola di Dio e la coscienza del proprio peccato seguita dall’accoglienza della misericordia che Dio accorda instancabilmente.

Quindi abbiamo riletto l’esercizio della misericordia nella pratica dell’accompagnamento spirituale dei padri di Gaza. Quella cura che Barsanufio, Giovanni e Doroteo hanno saputo mostrare nei confronti di quanti ricorrevano alla loro parola non era altro che il riflesso della cura che Dio si prende di ogni essere creato. Dio si prende cura, e in ciò rivela il suo volto più autentico; ed è questa cura che tiene in vita il mondo, secondo i padri di Gaza. Ma per essere colta, essa richiede umiltà, condizione necessaria alla pratica della misericordia e del perdono. Solo l’umile potrà fare della misericordia l’orizzonte della propria esistenza, e saprà vivere di una misericordia vera e non illusoria.

Infine, dopo l’Egitto e la Palestina, abbiamo ascoltato una voce proveniente dalla Mesopotamia, Isacco di Ninive, in particolare la sua riflessione sul rapporto tra giustizia e misericordia. La misericordia di Dio, afferma il Ninivita, non può essere bilanciata dalla sua esigenza di giustizia, non perché abbia un peso maggiore di quest’ultima, ma perché la trascende, essendo il suo amore eterno e immutabile. Partendo da tale considerazione, egli prospetta la possibilità di una salvezza universale, che è e resta, nonostante il peccato delle creature, il desiderio più profondo del Dio che Isacco ha imparato a conoscere nella propria esperienza di peccatore sempre perdonato. La croce non è altro che la rivelazione più alta di tale sentimento di Dio. Ogni atto divino, anche il suo giudizio, mira alla guarigione; anche il fuoco della geenna non è espressione di vendetta ma di amore.

La terza direttrice delle nostre riflessioni ha ripercorso la testimonianza di alcune figure che hanno saputo mostrare nella loro stessa esistenza la forza rigenerante del perdono e della misericordia, mostrandosi come altrettanti riflessi del Dio-agape in cui hanno mostrato così di credere non solo a parole ma con la vita: il principe Vladimir di Kiev (di cui ricorre il millennario della morte), che ha saputo mostrare la propria conversione al Cristo mite e umile di cuore tramite un esercizio del proprio potere politico che del Vangelo, recentemente accolto, tentava di farsi espressione; Nil Sorskij, che ha sentito la propria chiamata alla vita monastica come un appello a ricevere misericordia; padreAleksandr Men’ testimone di una misericordia pagata a caro prezzo, che in una società abbrutita ha saputo rimanere fedele al volto misericordioso del Padre e a testimoniarlo fino al dono della propria vita; Matta el-Maskin che ha saputo vivere e annunciare il perdono e la misericordia come l’espressione più eloquente della vitalità di quell’uomo nuovo che cresce nell’intimo di ogni essere vivente, affermando che il perdono denota la vera forza interiore, l’essere nuova creatura in Cristo.

Infine, un’ultima direttrice lungo la quale ci siamo mossi è stata quella dell’esperienza ecclesiale. La comunità credente dev’essere luogo di esercizio del perdono e della misericordia; ci è stato ricordato che questa è la sua vocazione e che solo allorché essa sa mostrare tale volto è capace di farsi reale luogo in cui il dono dello Spirito è comunicato a ogni essere che le si accosta. Ma sappiamo che non è stato sempre così; e ancora oggi la nostra esperienza ecclesiale contraddice tale vocazione. Ne abbiamo voluto dare un esempio analizzando la memoria della quarta crociata e l’avanzare dell’antilatinismo, ovvero la storia di un perdono difficile, a causa di condizionamenti culturali con i quali il messaggio evangelico del perdono ha dovuto confrontarsi, e laddove motivi sociologico-etinici hanno avuto la meglio sul comandamento del Signore.

Di tale esercizio ecclesiale della misericordia abbiamo analizzato due momenti critici esemplari: il caso delle unioni matrimoniali fallite e quello delladivisione tra le chiese. In ambedue i casi siamo dinanzi ad una ferita che richiede, per essere superata, un esercizio di misericordia. Per il primo caso, abbiamo voluto ascoltare la prassi delle Chiese ortodosse e quella della Chiesa cattolica, mettendo in luce la loro diversità, ma anche il loro comune desiderio di tendere una mano a chi dolorosamente si confronta con il fallimento del proprio amore coniugale. Per il secondo caso, il riavvicinamento tra le chiese, abbiamo ripercorso i primi passi di quella storia di ritrovata fraternità tra Chiesa di Roma e Chiesa di Costantinopoli, narrato nel “Tomos agapis”. In quelle pagine, che ancora oggi leggiamo con vibrante emozione, sono raccolte, tra altre, le parole di due grandi profeti e uomini di pace quali il Patriarca Athenagoras e il Papa Paolo VI che, dopo secoli di incomprensione ed estraniamento, hanno iniziato a scrivere una nuova pagina della nostra storia, in cui Roma e Costantinopoli tornavano nuovamente a chiamarsi “Chiese sorelle”.

E il cammino non è ancora terminato… Nonostante quei passi coraggiosi, le nostre chiese restano divise, il calice non è ancora condiviso, ci portiamo dietro ferite non ancora sanate. Sulle ragioni di tale lentezza si sono interrogati i partecipanti alla tavola rotonda, che hanno tentato di rispondere a due domande: innanzitutto com’è possibile convertirsi come chiesa? E poi: Cosa fare della memoria storica? Se non è possibile dimenticare, in che modo elaborare il passato?

Alla prima domanda è stato risposto che ciò richiede una purificazione collettiva; il riconoscimento del peccato che le chiese hanno commesso comunitariamente, e che ancora commettono nel presente. Per questo è necessario esercitarsi a discernere il sentire dell’altro, dell’altra chiesa: cosa ferisce l’altra chiesa, cosa la fa soffrire, e nello stesso tempo a saperne apprezzarne i doni. Di questo sono stati rilevati segni positivi, ad esempio nella proclamazione di S. Gregorio di Narek, appartenente ad una Chiesa pre-calcedonese, a dottore della Chiesa cattolica. Ma un semplice ritorno al passato – è stato detto – non è la via. Vi è un futuro da cogliere, vi è un’opera profetica da compiere. La salvezza offertaci dal Signore, infatti, non consiste in una semplice restaurazione del passato, ma è nuova creazione, perché è partecipazione alle energie del Risorto.

A partire da tali considerazioni, si è articolata la risposta alla seconda domanda posta. Certo ricordare è importante e dimenticare sarebbe un atto di irresponsabilità, ma allo stesso tempo è necessario non lasciarsi imprigionare dalla storia. Guardare al passato è necessario in vista di quell’opera di purificazione cui siamo chiamati, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di trovare un modo nuovo di dialogare; abbiamo bisogno di parole nuove, di slancio profetico; siamo chiamati a prendere sul serio quell’anelito all’unità che sale da tanti uomini e donne appartenenti alle differenti comunità cristiane. Dimenticare non ha senso; senza memoria non esiste futuro; è anche necessario tenere conto dei problemi teologici che ancora paiono dividerci, ma non possiamo per questo ignorare che i popoli prendono sempre più coscienza di fare parte di una medesima realtà umana e planetaria, e che attendono da noi una parola profetica, una parola di pace e di riconciliazione; da noi che abbiamo assistito e ancora assistiamo, inerti e afoni, alle tragedie che si consumano intorno a noi, dove – non dimentichiamolo – ci sono cristiani uccisi da non cristiani, ma anche cristiani uccisi da altri cristiani. C’è chi ha ricordato – concludendo la tavola rotonda – che le chiese sono chiamate ad educare i loro fedeli al rispetto dell’altro, alla pace, alla riconciliazione. Quello che è accaduto e che continua ad accadere intorno a noi mostra quanto manchevoli siamo stati in questo ministero di educazione all’interno delle nostre chiese.

Misericordia e perdono – dicevo all’inizio – suscitano in noi una reazione di inadeguatezza e anche di disagio. Ma alla fine di questo itinerario compendiamo che il disagio è duplice. In primo luogo facciamo fatica a concepire un Dio misericordioso, un Dio per il quale, come dice Isacco il Siro: “Un peccato non vale quanto un peccatore” (III,6,24), perché l’essere umano ai suoi occhi resta sempre più grande e più prezioso del male di cui è capace. Si tratta di un Dio che ci crea disagio perché noi lo vorremmo un po’ più a nostra immagine: uno Dio troppo misericordioso, infondo, rischia di condurci per vie che non vorremmo percorrere, e dunque registriamo lungo la storia ripetuti tentativi di arginare, di precisare, di innalzare una siepe intorno all’azione misericordiosa di Dio, come intorno a quei testi che pure ce ne parlano in modo così chiaro. La misericordia di Dio ci mette a disagio forse anche perché ci sentiamo giusti. E dunque la nostra reazione dinanzi alla misericordia infinita di Dio può aiutarci a misurare il nostro cuore. Se testi come la parabola degli operai dell’undicesima ora o quella del padre misericordioso ci scandalizzano è perché ci sentiamo ancora troppo giusti; se invece ci consolano, è perché cominciamo a vedere il nostro peccato.

Il secondo disagio che le nostre riflessioni intorno alla misericordia e al perdono hanno forse fatto sorgere in noi è originato dal constatare la nostra inadeguatezza a vivere in una dinamica di misericordia e di perdono. Non solo è difficile concepire un Dio misericordioso, ma anche intravedere la possibilità di un essere umano misericordioso. In un percorso che si è avvalso anche delle moderne acquisizioni della psicologia abbiamo cercato di comprendere il perché di tale difficoltà e dunque si è tentato di individuare quale essere umano è capace di un reale perdono.

Alla radice della nostra incapacità a lasciarci perdonare e a perdonare vi è quello che i Padri definiscono “madre di tutti i mali”, la filautia. Per vivere la misericordia – per riceverla e per offrirla – è necessario quel decentramento da sé che contraddice radicalmente ogni atteggiamento autoreferenziale. E non vi è solo una filautia personale, che impedisce ad un essere umano di vivere la misericordia verso il proprio prossimo; ve n’è anche una sociale, che cioè paralizza collettività intere, annebbiando i loro occhi perché non vedano il bisogno dell’altro; e ve n’è una ecclesiale, che rende incapaci noi uomini e donne di chiesa a esercitare la misericordia all’interno delle nostre comunità cosiddette “credenti” e tra le nostre chiese, ormai abituate alle loro divisioni, di cui spesso non avvertono più lo scandalo.

In conclusione, vorrei allora riprendere quello che a molti è parso un apoftegma dei tempi moderni, pronunciato da uno dei nostri relatori alla fine di una discussione in cui ci si interrogava sulla realtà della divisione tra i cristiani, sulle sue ragioni, su ciò che impedisce ancora la piena comunione. Sollecitato appunto su questo tema, egli diceva:

“Non so cos’è la divisione ma so cos’è l’unità”.

Probabilmente non riusciremo mai a districare sino infondo, neppure scandagliando ogni angolo del nostro passato ferito, le ragioni delle nostre divisioni, ma conosciamo qual è la volontà di unità del Signore nostro e anche il nostro intimo desiderio; e in questi giorni abbiamo anche ricompreso che per procedere in questa direzione non vi è che una via: un sempre rinnovato esercizio di misericordia e di perdono reciproco.

Fonte: http://kairosterzomillennio.blogspot.it/

 

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Don Luigi Verdi

  • Set 09, 2015
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 Don Luigi Verdi, nato nel 1958 a San Giovanni Valdarno (FI), dal 1991 ha fatto della Pieve romanica di Romena, vicino a Pratovecchio (Ar), il proprio punto di riferimento.
Le attività della Fraternità (http://www.romena.it/) si svolgono attraverso: corsi residenziali nei fine settimana, alcuni dei quali tenuti da Gigi; feste per ognuna delle quattro stagioni dell’anno; incontri con testimoni del nostro tempo (tra gli ospiti Luigi Ciotti, l’Abbé Pierre, Rita Borsellino, Erri de Luca, Pietro Ingrao, Luigi Bettazzi, Arturo Paoli, Alex Zanotelli, Antonietta Potente e tanti altri); il giornalino di Romena, periodico trimestrale; una casa editrice con pubblicazioni annuali di libri e cd; veglie annuali di riflessione e preghiera, portate da Gigi, in città sparse lungo tutta la penisola; la Compagnia delle Arti di Romena che realizza animazioni e spettacoli in case di riposo, ospedali e altri luoghi di sofferenza e accoglienza.      


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