Il Paese a trent’anni dal genocidio. Intervista a don Oscar Kagimbura, segretario generale di Caritas Ruanda

Trent’anni fa, il 16 luglio 1994 viene dichiarata ufficialmente la fine della guerra in Ruanda e di uno dei genocidi che hanno caratterizzato il XX secolo. Forse il più cruento in rapporto al tempo e alla popolazione. In tre mesi morirono tra gli 800 mila e 1,2 milioni di persone su una popolazione di circa 7 milioni per la gran parte uccisi a colpi di machete o mazze chiodate.

La stragrande maggioranza delle vittime erano appartenenti all’etnia Tutsi, ma furono colpite anche non poche persone Hutu o di altri gruppi etnici, perché ritenute troppo moderate verso i Tutsi. Ma la storia del Ruanda prima, durante e dopo il genocidio dimostra più che mai come la guerra e la pace non siano frutto di eventi fortuiti o di fattori connaturati nei caratteri di popoli più o meno inclini alla violenza, ma piuttosto conseguenza di scelte politiche precise.

La mattanza, preparata da tempo, iniziò il 6 aprile 1994 con l’abbattimento dell’aereo del presidente Juvénal Habyarimana di rientro dalla Tanzania dove si era recato per discutere un accordo di pace per la fine della guerra civile tra i ribelli del Fronte patriottico ruandese (Fpr) di etnia Tutsi e il governo del Ruanda a maggioranza Hutu. I responsabili di quell’attentato sono ancora ignoti. Il conflitto violento tra i due gruppi etnici era iniziato in modo cruento dopo l’indipendenza a causa della politica coloniale belga che aveva esacerbato e formalizzato la divisione etnica tra Hutu (la maggioranza), Tutsi e Batwa per i loro interessi di controllo del potere.

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Don Oscar Kagimbura, segretario generale di Caritas Ruanda. Foto: Italia Caritas

Dopo l’indipendenza iniziò un periodo di discriminazione da parte degli Hutu verso i Tutsi e la reazione dei Tutsi con il Fronte Patriottico Ruandese conflitto che non risparmiò violenze efferate da ambo le parti e diversi eccidi di massa. Il genocidio iniziato il 6 aprile era stato ben preparato nei mesi precedenti con la creazione di gruppi paramilitari, l’acquisto su larga scala di machete da distribuire al momento opportuno, la fomentazione dell’odio etnico tramite una potente propaganda comunicativa. Da questo punto di vista ebbe un ruolo fondamentale la “Radio des Milles Collines” chiamata anche Radio machete.

Ma la storia del Ruanda prima, durante e dopo il genocidio dimostra più che mai come la guerra e la pace non siano frutto di eventi fortuiti o di fattori connaturati nei caratteri di popoli più o meno inclini alla violenza, ma piuttosto conseguenza di scelte politiche precise.

La notizia dell’assassinio del presidente Hutu attivò la macchina di morte: entrarono in azione i gruppi paramilitari che insieme alla forze armate regolari iniziarono le uccisioni indiscriminate di tutti coloro che nella carta di identità erano registrati di etnia Tutsi (I belgi avevano introdotto l’indicazione dell’etnia nei documenti di identità). La radio inizio una feroce campagna di incitamento all’uccisione dei Tutsi e degli Hutu che si rifiutavano di brandire il machete.

Anche la Chiesa cattolica locale venne travolta dall’odio etnico in un paese per la gran parte cristiano. Molti cattolici Hutu inclusi membri del clero si macchiarono di violenze o di complicità, altri ne furono vittime. La comunità internazionale restò a guardare. Le forze francesi presenti nel Paese non ostacolarono i massacri. L’Europa che tanta responsabilità aveva avuto nella dinamica di odio che avevano condotto sino a quel momento, si voltò dall’altra parte. Solo nel 2021 Emmanuel Macron chiederà perdono per le responsabilità francesi. Il 16 luglio la carneficina si fermò in Ruanda con la cacciata del governo Hutu e con lui di centinaia di migliaia di profughi e la presa del potere del FPR di Paul Kagame ancora saldamente al comando della nazione ruandese dopo trent’anni. Purtroppo però le violenze non terminarono nei paesi vicini, nello Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) in particolare dove si rifugiarono la gran parte degli Hutu in fuga innescando di fatto i conflitti che si susseguirono e una instabilità nella regione dei Grandi Laghi che ancora perdura.

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 Il Genocidio in Ruanda è uno degli eventi più tragici della storia del XX secolo, non solo dell'Africa.

La comunità internazionale restò a guardare. Le forze francesi presenti nel Paese non ostacolarono i massacri. L’Europa che tanta responsabilità aveva avuto nella dinamica di odio che avevano condotto sino a quel momento, si voltò dall’altra parte

A trent’anni dalla fine del genocidio perpetrato contro la popolazione Tutsi in Ruanda, cosa resta nella memoria della gente di quanto accadde allora e cosa ne pensano i giovani di oggi?

Dopo il genocidio del 1994, che costò al Ruanda più di un milione di persone, il Paese si è trovato in una situazione disperata, con enormi perdite di vite umane e danni economici e materiali enormi, dovendo ricostruire tutto da zero. Il Paese ha investito molti nella ripresa economica, nella ricostruzione delle infrastrutture e, soprattutto, nella riconciliazione nazionale e nel rimpatrio dei rifugiati.

La Chiesa cattolica ha sostenuto gli sforzi del governo per la riconciliazione, dove le persone sono state mobilitate per superare la barriera dell’odio e chiedere e concedere il perdono, un processo difficile ma riuscito che ha gradualmente ristabilito la fiducia, la reciprocità e la condivisione della vita quotidiana tra le famiglie delle vittime e quelle degli autori del genocidio. I giovani – vittime e non – pur non avendo vissuto il genocidio ma soffrendone le conseguenze, in particolare il trauma, hanno avuto l’opportunità (sessioni educative tramite il programma Itorero di cui parlerò dopo e conferenze durante la commemorazione del genocidio) di conoscere ciò che è accaduto e hanno preso l’iniziativa per un futuro migliore. Il governo ruandese e altri attori, tra cui la Chiesa cattolica, in tutti i campi stanno incoraggiando i giovani a essere più resilienti e a partecipare attivamente e positivamente alla ripresa della sfortunata situazione che il Paese ha vissuto.

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 Una cruda immagine del Museo del Genocidio, in Ruanda.

La Chiesa cattolica ha sostenuto gli sforzi del governo per la riconciliazione, dove le persone sono state mobilitate per superare la barriera dell’odio e chiedere e concedere il perdono

Dopo la fine del genocidio vi è stato un percorso di pacificazione, quali sono stati gli elementi essenziali e quali risultati ha portato, quali ancora le sfide?

Attraverso il programma Itorero, un modello di educazione alla cittadinanza, all’unità e alla riconciliazione che affonda le radici al sistema educativo pre-coloniale, il governo ha aiutato i giovani a superare le loro prove e a diventare adulti responsabili. I tribunali Gacaca (istituzionalizzazione dei tribunali di comunità tradizionali) hanno permesso di accelerare i processi, non solo dando accesso alla giustizia ai presunti innocenti, ma anche punendo i colpevoli, un modo per alleviare le conseguenze del genocidio per le vittime. Sono stati inoltre istituiti programmi e fondi per aiutare i sopravvissuti al genocidio e le famiglie più vulnerabili, con l’obiettivo di ricostruire le famiglie più indigenti e ricomporre il tessuto sociale. La sfida a lungo termine è quella di guarire dal trauma delle atrocità, un processo che dovrà continuare a lungo.

Qual è la situazione del paese oggi da un punto di vista sociale? Quali i progressi compiuti e quali i problemi più importanti?

I ruandesi vivono in armonia come mai prima d’ora. Gli sforzi di pace e riconciliazione proseguono. I matrimoni tra persone di differenti gruppi sono ripresi e la sfiducia tra le vittime, gli autori del genocidio e i loro figli è diminuita in modo significativo (ripresa delle attività di aiuto reciproco tra famiglie, ecc.). Lo sviluppo del Paese e della sua popolazione è una priorità per tutti. Rimane il problema dei casi isolati di coloro che vogliono continuare ad attaccare le vittime, soprattutto durante il periodo di commemorazione del genocidio, ma anche se non sono molti, dobbiamo continuare a mobilitarci ed educare.

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Le cicatrici del genocidio in Ruanda. Fotografia di James Nachtwey, Ruanda, giugno 1994.

Secondo lei qual è l’insegnamento che oggi il mondo dovrebbe trarre dalla storia del Ruanda?

Ci sono molte lezioni da imparare dalla storia del genocidio in Ruanda, non ultima la volontà delle autorità di promuovere l’unità e la riconciliazione. Tutte le grida di sofferenza, da qualsiasi parte provengano, meritano un’attenzione particolare e le azioni necessarie per preservare le vite umane in pericolo finché si è ancora in tempo. Le persone devono essere al centro di qualsiasi azione che riguardi la loro vita, e il caso della partecipazione delle vittime, degli accusati e della popolazione in generale è una buona lezione da imparare altrove. Gli attori internazionali devono impegnarsi a fondo per sostenere gli sforzi dei rispettivi governi nella partecipazione delle persone e nel loro sviluppo.

* Fabrizio Cavalletti, Italia Caritas. Originalmente pubblicato in: www.italiacaritas.it

Brasile. Un indigeno in meno

  • , Mag 08, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Lula e l’avanzata del fronte anti indigeno

A fine aprile, in Brasile c'è stato l'ennesimo assassinio di un indigeno. La condizione dei popoli indigeni del paese latinoamericano rimane pesante e l'entrata in vigore della legge del «marco temporal» ha aggravato la situazione.

Si chiamava Hariel Paliano ed era un indigeno di soli 26 anni. È stato assassinato nella Terra indigena Ibirama – abitata da Guarani, Kaingang e Xokleng – nello stato di Santa Catarina, nel Sud del Brasile, lo scorso 27 aprile. Il corpo del giovane è stato trovato ai margini di una strada e presentava segni di percosse e bruciature.

La notizia dell’omicidio è stata annunciata al termine della ventesima edizione di «Acampamento terra libre» (21-27 aprile), l’annuale incontro organizzato dall’«Articulação dos povos indígenas do Brasil» (Articolazione dei popoli indigeni del Brasile, Apib) sulla situazione dei diritti degli indigeni (1,7 milioni di persone, secondo il Censimento 2022). Quest’anno a Brasilia sono arrivati in ottomila in rappresentanza di oltre 200 popoli sui 305 totali. Un successo di partecipazione al quale non è corrisposto un successo politico. Tanto che Kleber Karipuna, coordinatore esecutivo di Apib (Foto), durante la marcia per le vie della capitale brasiliana ha gridato più volte: «Lula, creare semplicemente un ministero dei Popoli indigeni non risolve nulla».

20240508Brasile2La tragica fine di Hariel Paliano s’inserisce nell’infinita diatriba sulla legge del «marco temporal» (secondo la quale sono da considerare terre indigene soltanto quelle occupate fino al 1988) che, al momento, ha visto la vittoria della folta compagine anti indigena e l’umiliazione di Lula per mano del Congresso brasiliano.

Nonostante la sentenza di incostituzionalità da parte del Supremo tribunale federale (settembre 2023) e il veto parziale del presidente Lula (ottobre 2023), il Congresso – dominato dalla «bancada ruralista» (Frente parlamentar da agropecuária, Fpa) legata ai latifondisti e all’ex presidente Bolsonaro – ha proseguito sulla propria strada approvando il «marco temporal» (dicembre 2023) con la legge 14.701/2023.

L’«Articolazione dei popoli indigeni del Brasile» ha presentato un’Azione diretta di incostituzionalità (Adi) al Supremo tribunale federale per chiedere l’annullamento della legge, da essa ribattezzata «Legge del genocidio indigeno». Finché l’Adi non sarà giudicata dai ministri del tribunale, i popoli indigeni si troveranno ad affrontare invasioni dei loro territori, omicidi e devastazione dell’ambiente.

Secondo il Conselho indigenista missionário (Consiglio indigenista missionario, Cimi), organizzazione da 52 anni in prima fila nella lotta a fianco dei popoli indigeni, le conseguenze derivanti dall’approvazione della legge saranno disastrose.

Per parte sua, il Fronte parlamentare dell’agricoltura (Fpa) ha gioito per la promulgazione della legge che – sostiene – difende il diritto di proprietà in Brasile e l’eguaglianza di tutti i brasiliani. Affermazioni incredibili da parte di chi, attraverso il latifondo, vuole soltanto mantenere i propri privilegi ai danni dei popoli indigeni e dell’intero paese.

In tutto questo, a oggi c’è una sola certezza: la legge del «marco temporal» è entrata in vigore e, come temuto, sta già facendo danni.

* Paolo Moiola è giornalista, rivista Missioni Consolata. Pubblicato  originalmente in: www.rivistamissioniconsolata.it

Il 14 marzo si è celebrato il 21° anniversario della Fondazione per la Riconciliazione, creata da padre Leonel Narváez Gómez, sacerdote e sociologo della comunità dei Missionari della Consolata e attuale presidente di questa istituzione.

Si tratta di una fondazione senza animo di lucro che lavora per facilitare, progettare e realizzare proposte relative al perdono, insegnando in modo pedagogico gli strumenti chiave per facilitare la risoluzione pacifica dei conflitti.

Insegna anche come curare le ferite del cuore, prevenire e superare gli atti di violenza in qualsiasi circostanza della vita, aiutando a costruire la pace dalla famiglia alla sfera sociale.

"La sua missione si concentra nel contribuire alla pace e alla felice convivenza in Colombia e nel mondo, promuovendo la cultura, la pedagogia, la spiritualità della cura, del perdono e della riconciliazione. La pace non può essere raggiunta senza processi di perdono e riconciliazione. La Colombia è un Paese con ferite aperte e queste si traducono in ritorsioni e in maggiori gradi di violenza", afferma padre Leonel Narváez.

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La sede della Fondazione per la Riconciliazione a Bogotá, Colombia.

Per perdonare è necessario sentire la misericordia di Dio"

La Fondazione per la Riconciliazione organizza anche le Scuole di Perdono e Riconciliazione (Espere), un processo pedagogico per guarire le ferite, trasformare i ricordi ingrati, generare pratiche riparative e fornire strumenti per recuperare la fiducia.

In 20 anni di lavoro, Espere ha raggiunto più di 2 milioni di persone in 23 Paesi, dove la metodologia è stata adattata in popolazioni diverse.

"Dal 2003 sono stati formate persone incaricate di moltiplicare questo modello pedagogico in vari Paesi del mondo; sono state create reti di quartiere, e altre in parrocchie, aziende, scuole, università e famiglie. In questo modo abbiamo collaborato all'avvento della pace e al progresso delle comunità e delle persone". Sottolinea padre Narváez.

Il 21 settembre 2006, a Parigi, la Fondazione per la Riconciliazione ha ricevuto la menzione speciale del Premio UNESCO per l'Educazione alla Pace per l’impegno di promuovere il perdono e la riconciliazione lavorando all’educazione emozionale delle persone.

Nel 2007 ha ricevuto anche il premio "Ordine alla Democrazia" Simón Bolívar e poi, il primo settembre 2011, il premio "costruire la pace attraverso la metodologia dei centri di convivenza, pace e riconciliazione" oltre ad altri premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

"Il tema del perdono e della riconciliazione è uno strumento di benessere, è il cuore del Vangelo. Sempre la grande opera che Gesù compie è quella di mostrare la misericordia del Signore, affinché impariamo a fare lo stesso con gli altri". Una pace senza perdono non durerà a lungo e non è sostenibile e lo stesso succede con la fede che non pratica la compassione perché il perdono viene dato a chi non lo chiede o a chi non lo merita". Ribadisce il sacerdote.

Fatti sul fondatore

Il presidente della Fondazione per la Riconciliazione, padre Leonel Narváez Gómez, IMC, è un filosofo e teologo dell'Università di San Buenaventura di Bogotá e un sociologo con titoli post-laurea dell'Università di Cambridge in Inghilterra e dell'Università di Harvard negli Stati Uniti.

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Padre Leonel Narváez Gómez, IMC,

È sacerdote religioso dei Missionari della Consolata, una comunità fondata a Torino, in Italia e ha trascorso i primi 10 anni di sacerdozio come coordinatore dello sviluppo sociale nella diocesi di Marsabit, in Kenya, lavorando principalmente con le tribù nomadi del deserto di Chalbi, al confine tra Kenya, Sudan ed Etiopia. Ha organizzato vaste campagne di alfabetizzazione e promozione umana, economica e culturale con queste comunità indigene. Nella Conferenza Episcopale del Kenya è stato responsabile della promozione dei diritti umani.

Poi, tornato in Colombia, dal 1990 al 2000 ha lavorato nel vicariato di San Vicente del Caguán - Puerto Leguizamo come responsabile dell'ufficio di pastorale sociale, dove ha attuato programmi di sostegno socio-economico nelle regioni del Caquetá e Putumayo attraverso il progetto Grafam (Fattorie amazzoniche).

È stato il fondatore del Centro di Ricerca e Formazione Amazzonica (Cifisam) e nel periodo conosciuto con il nome di “despeje” (quando si erano svolti dialoghi di pace fra la guerrilla delle Farc e il Governo in un territorio appositamente privato dalla presenza dello stato) si è impegnato nella commissione tematica di quel negoziato e ha collaborato alla realizzazione dei primi contatti con i rappresentanti del governo.

Tra i suoi scritti ricordiamo: Comparative conflicts nel capitolo The Colombian case (Tufts University. Boston, 2010). Manual de Perdón. (Bogotá, Colombia, 2006). Manual de Reconciliación (Bogotá, Colombia, 2006). La revolución del Perdón (Bogotá, Colombia, 2010) ed è stato editore della pubblicazione Filosofía política del Perdón y de la Reconciliación (Bogotá, Colombia, 2010).

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Parlare di perdono è parlare di riconciliazione

"Dobbiamo passare dalla bestia all'angelo, dal desiderio di vendetta al desiderio di compassione... i grandi fatti violenti si trovano nella famiglia, nella scuola, in mezzo alla strada e i bambini, fin da piccoli, imparano a conoscere violenza, il desiderio di vendetta, il regolamento di conti... la  vendetta è quasi una religione e questo è il più grande cambiamento culturale che noi colombiani dobbiamo fare". Il Missionario della Consolata Leonel Narváez Gómez, presto festeggerà i 50 anni di ordinazione sacerdotale.

Di seguito una intervista a Padre Leonel Narváez

* Fonte: El Catolicismo - Arcidiocesi di Bogotá, Colombia.

Il comandamento primo di tutte le religioni e civiltà è quello di proteggere la vita, senza alcuna restrizione, perché la vita non ci appartiene. Questo principio universale non ammette eccezioni: "Non uccidere" né con le pallottole, né con la fame, né con la calunnia, né con il disprezzo.

Nella situazione attuale dell'Ecuador, come quella del nostro continente e del nostro pianeta, la vita è una realtà che conta molto poco. Lo vediamo in particolare nel nostro Paese con la dichiarazione di "guerra interna" da parte del governo: una dozzina di presunti "terroristi" assassinati, più di 10.000 giovani imprigionati senza un valido procedimento penale, di questi solo circa 300 sono passati attraverso un processo di giustizia. E ancora quanti scomparsi, quanti torturati, quanti cadaveri abbandonati nelle strade? I media tradizionali tacciono su tutto questo, dimenticando quando fa loro comodo la legge suprema: "Non uccidere".

Tutti noi diventiamo complici di tutto questo quando non ci indigniamo, quando restiamo indifferenti, quando restiamo in silenzio, quando non agiamo per fermare o anche solo ridurre questi oltraggi. Con queste omissioni collaboriamo all'escalation e al circolo infernale della violenza. Non vogliamo riconoscere che la violenza non si reprime con l'uso delle armi o con lo spauracchio della pena di morte. Al contrario, esse incoraggiano ancora più violenza e morte.

Si tratta di trovare le cause della violenza e di combatterle con altri mezzi.

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Una giovane donna chiede la fine della violenza durante una manifestazione a Quito nel novembre 2023. Foto: vozdeamerica.com

In Ecuador, le due principali cause di violenza sono la disoccupazione e la corruzione, favorite dal sistema neoliberista. La maggioranza degli ecuadoriani con il "sì" all'insidiosa consultazione di Lenin Morena, con l'elezione di Guillermo Lasso e ora con quella di Daniel Noboa ha votato per la continuità e il consolidamento di questo sistema di morte che dura da 7 anni. Finché continueremo ad eleggere presunti salvatori membri della classe sociale che ci sfrutta, continueremo a stare dalla parte della violenza e dell'espropriazione della vita. Non ci rendiamo conto che i nostri governanti fanno il contrario di quello che ci promettono in campagna elettorale?

Questa classe sociale composta da traditori, banchieri e grandi imprenditori vive sul nostro sfruttamento e impoverimento. Crediamo alle loro bugie: "Niente più tasse! Niente più disoccupazione! Niente più persecuzione politica! Niente più salari da miseria! Niente più ospedali senza medicine! Niente più abbandoni scolastici!". La realtà ci mostra la falsità di queste promesse, oppure preferiamo essere ingannati e sfruttati? Quando potremo gridare: "Basta con la violenza!". I giovani del nostro Paese stanno pagando con le loro vite uccise o distrutte il prezzo dei nostri ripetuti errori e della nostra colpevole ignoranza.

Ora il presidente Noboa propone anche un referendum per confermare le bugie della sua campagna presidenziale e rafforzare il sistema neoliberale che ci sta uccidendo lentamente e violentemente. Come se non bastasse, per nostra grande sfortuna, i sondaggi ci dicono che il "sì" trionferà.

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Il candidato presidenziale ecuadoriano assassinato, Fernando Villavicencio, parla durante un comizio elettorale a Quito, il 9 agosto 2023.

Noi stessi stiamo tracciando la strada verso una più grande situazione di miseria. Quando apriremo gli occhi e decideremo di vivere una vita retta e dignitosa? Quando affronteremo il sistema neoliberista che ci governa e ci rende miserabili?

Solo invertendo le cause che provocano la violenza riusciremo ad eliminarla. Se queste cause sono responsabilità di ognuno di noi, come l'indifferenza e la complicità, sono queste le due realtà che devono essere superate. Per questo le religioni e la Bibbia in particolare ci indicano una via, invitandoci ad amare: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Se la corruzione è un'altra causa di violenza, una causa collettiva di violenza, dobbiamo bandire ciò che la provoca e avviare una convivenza fraterna.

Gesù di Nazareth ci apre una strada collettiva: unirci per realizzare la fraternità e fare dell'amore l'asse delle nostre relazioni. Gesù ha lasciato in eredità a noi che abbiamo promesso di seguirlo il suo unico comandamento: "Vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato". La vita sociale non è solo un impegno individuale, è soprattutto un impegno collettivo: organizzarsi per rendere possibili relazioni di rispetto, di giustizia e fraternità. Non raggiungeremo mai queste tre realtà se non ci uniamo in modo organizzato: Questo si chiama impegno collettivo per la "civiltà dell'amore".

L'attuale sistema neoliberale nega questa civiltà dell'amore come modalità individuale e collettiva perché vive dello sfruttamento dei lavoratori e della morte dei disoccupati. Sono queste le cause che provocano l'attuale stato di violenza e l’errore dei giovani nel sostenere il narcotraffico. Questa situazione non cambierà se non cambieremo noi stessi come singoli, come collettività e soprattutto come organizzazione.  Questo sistema perverso deve essere rovesciato e sostituito.

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Mitad del Mundo: il punto in cui la linea equatoriale passa attraverso Ecuador. Foto: Jaime C. Patias

Attualmente i popoli indigeni, le donne e i giovani sono i gruppi più organizzati che possono rendere possibili nuovi modi di fronteggiare e cambiare l'attuale sistema. Papa Francesco lo conferma nei suoi incontri con i movimenti popolari. Essi sono impegnati in una lotta non violenta, attiva e collettiva, agiscono democraticamente con la partecipazione di tutti, sono creativi nel presentare sia le loro denunce che le loro proposte alternative, sono intelligenti e festosi nelle loro azioni e procedure, credono fermamente che una "civiltà della Vita Buona sia possibile". Molti cristiani sono già coinvolti in queste forme di lotta con le loro proposte innovative per invertire la violenza dei prepotenti.

San Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador assassinato il 24 marzo 1980, chiese ai soldati salvadoregni: "Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata da nessuno".

* Padre Pedro Pierre Riouffrait, sacerdote diocesano nato in Francia nel 1942, missionario in Ecuador dal 1976.

Mozambico: la croce nascosta

Il vescovo di Pemba avverte sul ritorno del terrore jihadista a Cabo Delgado: "Tutte le cappelle sono state distrutte"

In un messaggio inviato alla Fondazione ACN (Aiuto alla Chiesa che Soffre) di Lisbona, il vescovo della diocesi di Pemba, monsignor António Juliasse traccia un quadro drammatico della situazione a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, una regione colpita da gruppi armati che affermano di appartenere a Daesh, l'organizzazione jihadista "Stato Islamico".

Il vescovo parla di una "folla immensa" che fugge disperata per evitare di subire "la stessa sorte di coloro che sono stati decapitati o fucilati" negli attacchi già avvenuti "in decine di villaggi", dove tutte le cappelle cristiane "sono state distrutte".

In un emozionante messaggio di cinque minuti, il vescovo descrive tutta la violenza terroristica che ha colpito ancora una volta Cabo Delgado e che sta causando una nuova tragedia umanitaria nella regione, particolarmente nel distretto di Chiúre, il più popoloso della provincia. "La violenza perpetrata in questo distretto nelle ultime due settimane è stata tale che circa una dozzina di villaggi, alcuni molto popolosi, sono stati presi di mira, con la distruzione di case e istituzioni", spiega il vescovo. "In questi villaggi sono state distrutte tutte le cappelle cristiane. Il punto più alto finora è stato l'attacco a Mazeze, la sede amministrativa del distretto di Chiúre, con la distruzione di molte infrastrutture governative e sociali, oltre che della nostra Missione, che forniva sostegno alla popolazione della regione".

Questi attacchi violenti hanno scatenato il panico, con migliaia di uomini, donne e bambini in fuga per salvare la propria vita dirigendosi in luoghi più sicuri.

Esodo della popolazione

Il vescovo di Pemba parla addirittura di un "dramma della fuga", un "autentico esodo della popolazione". Le immagini video riprese con i telefoni cellulari ed inviate alla Fondazione ACN da alcuni cattolici testimoniano proprio questo dramma. Le immagini mostrano centinaia di persone, molte delle quali hanno già cercato rifugio nella vicina provincia di Nampula che durante la notte camminano frettolosamente lungo i bordi delle strade nella regione di Chiúre. Le persone che stanno fuggendo non solo quelle che sono state prese di mira dagli attacchi jihadisti, ma anche quelle che hanno paura per la presenza dei gruppi armati. "Le popolazioni dei villaggi già ridotti in cenere stanno fuggendo, così come quelle dei villaggi che ora rischiano di essere attaccati. Molti stanno prendendo una strada che sanno dove inizia ma non dove condurrà. Stanno cercando un luogo sicuro. Non so dove lo troveranno... forse [solo] il meno pericoloso", dice il vescovo.

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Dall'inizio degli attacchi a Cabo Delgado, nell'ottobre 2017, si stima che più di 5.000 persone siano morte e più di un milione siano state costrette a fuggire dalla violenza di questi gruppi terroristici, che, come detto, si dichiarano di appartenere a Daesh, l'organizzazione jihadista "Stato Islamico".

Gente triste e disperata

Nel messaggio audio inviato a Lisbona, Mons. António Juliasse parla di volti "attoniti e tristi", di persone "disperate". "Portano un fagotto sulla testa o l'unica bicicletta di famiglia. È tutto ciò che gli è rimasto. Sicuramente la fame, la sete e le malattie arriveranno presto". Sono persone spaventate che fuggono, cercando di salvare la propria vita, per non avere "la stessa sorte di coloro che sono stati decapitati o fucilati". L'intero messaggio è pieno dell'emozione di chi sta assistendo a uno dei momenti più bui della violenza terroristica in Mozambico. Mons. António racconta anche la triste storia di Tina una giovane madre, nipote di un impiegato della Curia diocesana. Tina è fuggita anche lei portando con sé in braccio solo il bimbo appena nato. "Nel caldo e nella polvere, ha bevuto l'acqua che ha trovato, ha avuto diarrea e vomito ed è crollata. Il piccolo è rimasto senza madre, senza colpa e senza pace...".

"Non possiamo stare a guardare senza fare nulla...".

Le parole di Mons. António riflettono la situazione di gravità che stiamo vivendo e sono anche un campanello d'allarme affinché il mondo si renda conto che Cabo Delgado sta vivendo una vera e propria emergenza umanitaria, essendo al centro di una delle più feroci offensive jihadiste del continente africano, ed è dunque necessario venire in aiuto di queste persone spaventate.

"Il rischio più grande è che questi volti vengano dimenticati a causa di altre guerre nel mondo", afferma il vescovo di Pemba. "Non possiamo assolutamente stare a guardare senza fare nulla", aggiunge. Ma la diocesi può fare poco senza l'aiuto del mondo.

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Nel suo messaggio, il vescovo Juliasse chiede ancora una volta di sostenere la Chiesa martire di Cabo Delgado. "Senza la generosità e la condivisione di tutti, non possiamo far fronte alla situazione", e conclude con un ringraziamento speciale a Papa Francesco che domenica (03/03), dopo la preghiera dell'Angelus, ha parlato ancora una volta della violenza terroristica nel nord del Mozambico. "Vorrei cogliere questa occasione per esprimere la mia più profonda gratitudine per la vicinanza di Papa Francesco al popolo del Mozambico e in particolare alla popolazione di Cabo Delgado, durante il suo messaggio dell’Angelus. Il suo discorso è stato per noi come un balsamo, un sollievo immediato, una carezza e un conforto. Accogliamo il suo invito a pregare per la fine delle guerre in tutto il mondo.

* Paulo Aido dell'Agenzia Ecclesia in Portogallo - www.agencia.ecclesia.pt

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