Gen 22, 1-2.9.10-13.15-18
Sal 115
Rm 8, 31-34
Mc 9, 2-10

Al centro della pericope, comunemente chiamata “sacrificio di Isacco”, si trova la parola “eccomi” pronunciata due volte da Abramo: una volta rivolta a Dio e l’altra rivolta all’angelo. La risposta di Abramo “hinnenî” cioè “eccomi”, o meglio ancora “ecco me” è una espressione biblica indicante una vera sottomissione, una prontezza a far accadere qualcosa nella vita di una persona. Infatti, Abramo, appena ha sentito il progetto per il quale Dio l’ha chiamato, non fa nient’altro che eseguire: si alza di buon mattino, sella l'asino, prende con sé due servi e il figlio Isacco, spacca la legna per l'olocausto e si mette in viaggio verso il luogo che Dio gli ha indicato.

Abramo ascolta Dio che parla nel suo cuore e si mette subito al servizio di Dio: il suo “hinnenî” è davvero non solo sottomissione, ma anche prontezza a realizzare. Questo suo “hinnenî” è anche la sua fede, la sua obbedienza. Infatti, come dirà l’autore della Lettera agli Ebrei “Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: in Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome” (Eb 11,17-18)”.

Abramo risponde con “hinnenî” quando è chiamato e poi esegue anche quando gli si è stato chiesto qualcosa di umanamente assurdo: “prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami” Come mai Dio può chiedere a un padre di offrire un figlio in sacrificio? Non si tratta soltanto di un figlio ma “tuo figlio”, il tuo unigenito” soprattutto quello che “tu ami”.

Ad Abramo viene chiesto di sacrificare il proprio futuro, il futuro che egli ama e che rischia di rimanere senza discendenza e sparire dal mondo senza lasciare traccia alcuna. Ma anche in quella situazione Abramo è conseguente con il suo “eccomi”, esegue con obbedienza e fede. Obbedisce anche all’angelo che lo chiama e risponde “eccomi” e davanti al progetto di Dio, egli esegue, ma è impressionante la conclusione: “Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito” ma l’autore aveva già avvertito al v. 1 che si trattava di una prova: “in quei giorni, Dio mise alla prova Abramo”. Dio voleva sapere se Abramo provava timore di Lui, ne mette alla prova la fedeltà e la fiducia.

Anche al centro della nostra vita dovrebbe esserci la parola “hinnenî”, dovrebbe esserci l’obbedienza, parola che deriva dal latino ob-audire = ascoltare. L’ascolto della voce di Dio e del suo messaggio è alla base dell’obbedienza di Abramo e dovrebbe esserlo anche della nostra. Abramo non discute con Dio, accetta senza condizioni, non capisce, non sa, ma si fida. È una fede quella che richiede la fiducia e l’abbandono. Ma, come abbiamo detto, richiede anche “ascolto”. Ed ecco che nel racconto della Trasfigurazione, la voce dice: “Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”

“Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo”

E’ l’esperienza della trasfigurazione. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li porta su un alto monte dove è trasfigurato: “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Ad un certo momento una voce si fa sentire: “Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!” Ricordiamo però che sono due soltanto i momenti in cui Dio parla nei Vangeli: nel momento del battesimo e in quello della trasfigurazione: “Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11) e “Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (Mc 9,7).  In Mc 9,7 si aggiunge una parola definitiva che non c’è nel battesimo: “ascoltate lui”.

È Dio stesso ad avvolgere Pietro, Giacomo e Giovanni con la sua nube e ad indicare loro che cosa devono fare: “ascoltatelo!” Tutto questo ci fa pensare anche all’imperativo dell’ascolto che contraddistingue l’Antico Testamento: “Ascolta, Israele”. L’ imperativo «Ascolta!», in ebraico Shemà, la Bibbia esalta questo verbo, in essa il verbo «ascoltare» non significa soltanto “udire”, ma equivale spesso a “obbedire”. Si tratta, quindi, di un’adesione intima e non di un mero sentire esterno, è necessario un orecchio libero dalle “ortiche” delle chiacchiere, è il non essere «ascoltatore smemorato ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo.

Il Padre dice: “ascoltatelo!” cioè, ubbidite a lui e seguitelo, dategli ascolto, fidatevi di lui: io stesso, Vostro Dio, ve lo confermo poiché sono io che lo sto guidando in questo cammino che lo porterà presto a dare la vita a Gerusalemme. È lì che dovrete seguirlo senza scoraggiarvi di fronte all’apparente fallimento che vi sembrerà di vivere. Il principio è dunque ascoltare Gesù, la trasfigurazione comincia quando inizio ad ascoltare lui invece di me stesso. Quando la mia vita è veramente centrata sull’ascolto, credo alla sua parola, quando è giocata su di lui ed è proprio l’ascolto progressivo che mi trasforma.

Siamo dunque invitati a seguire Gesù verso Gerusalemme, verso la sua passione e ad essere obbedienti anche quando ci viene richiesta qualcosa che umanamente ci sembra assurda. In questo senso la prova di Abramo è la nostra povera e travagliata vita umana che ci può condurre in situazioni di prova – è quella in cui ogni uomo può imbattersi: prima o poi il credente sperimenta che occorre rinunciare a ciò che ha di più caro e su cui ha fondato la propria vita, per offrirlo puntualmente a Dio. In caso contrario, egli entra in una logica idolatrica, in base alla quale ripone la speranza non in Dio, ma nel suo dono, che finisce per diventare un inciampo… Sì, il credente impara, con fatica, a rinunciare liberamente a ogni persona, a ogni relazione, a ogni cosa, perché nulla gli appartiene: Dio dona tutto, ma tutto a lui appartiene. Dirà Paolo: «Ogni cosa appartiene a voi, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,22-23). (Enzo Bianchi).

Con l’ “Ascoltatelo”, per Papa Francesco, i discepoli missionari “sono chiamati a seguire il Maestro con fiducia, con speranza, nonostante la sua morte; la divinità di Gesù deve manifestarsi proprio sulla croce, proprio nel suo morire “in quel modo”, tanto che l’evangelista Marco pone sulla bocca del centurione la professione di fede: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»” e come Dio ha richiamato dai morti Gesù Cristo, «il primogenito di una moltitudine di fratelli» (Rm 8,29), così richiamerà ciascuno di noi dalla morte alla vita eterna nel suo Regno.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

Lv 13,1-2.45-46
Sal 31
1Cor 10,31-11,1
Mc 1,40-45

L’evangelista ha scritto che Gesù insegna in tutta la Galilea ed ecco gli echi del suo insegnamento, la risposta alla buona notizia; e chi sono? Sono gli emarginati dalla religione. Sono quelli che la religione ha catalogato come impuri e per essi non c’è speranza. L’unico che li può salvare sarebbe Dio, ma loro in quanto sono impuri, non possono rivolgersi a Dio; quindi, vivono una situazione disperata.

Leggiamo quello che ci scrive Marco in questo bellissimo brano, è il capitolo primo, dal versetto 40. “Venne da lui un lebbroso”, questa è una sorpresa. Il lebbroso non è considerato soltanto un ammalato, ma un peccatore castigato da Dio. La lebbra era una piaga tremenda per la quale non c’era salvezza. In tutta la Bibbia si legge che soltanto due lebbrosi sono stati guariti; devono stare lontani, fuori dalle città, non devono né avvicinare né possono essere avvicinati e, se vedono qualcuno, devono guidare “Immondo! Immondo!”.

Ebbene, questo lebbroso che ha sentito l’insegnamento di Gesù, comprende che ci può essere una speranza pure per lui e trasgredisce la legge, si avvicina a Gesù. Però non sa la reazione di Gesù, per questo si mette in ginocchio e non è certo, chiede “Se vuoi” e stranamente non chiede di essere guarito dalla febbre, chiede di essere purificato. Questa espressione apparirà tre volte per indicare che è quello che sta a cuore all’evangelista; cioè, questo è un uomo che ha perso tutto con la lebbra, ha perso la famiglia, il lavoro, la dignità, gli amici, ma ha perso anche Dio. Allora lui chiede a Gesù che ristabilisca questo contatto con Dio, che lo purifichi.

Ebbene, Gesù dovrebbe inorridirsi di fronte a questo essere immondo, peccatore, che continua a trasgredire legge e si rivolge a lui; dovrebbe allontanarlo. Invece scrive l’evangelista che “Gesù ne ebbe compassione”, termine con il quale si indica la restituzione della vita a chi non ce l’ha.

E l’evangelista crea una suspense, perché dice “Tese la mano”. Questa è un’espressione tecnica che Marco prende dal libro dell’Esodo per indicare l’azione di Mosè quando stende la mano contro i nemici. Allora uno si chiede: ma cosa farà Gesù? Lo castigherà perché ha trasgredito la legge? “Lo toccò”, non era necessario toccarlo, “e gli disse: lo voglio” e all'imperativo “Sii purificato, lo voglio”. La volontà di Dio, perché Gesù è Dio, è l’eliminazione di ogni emarginazione attuata in nome suo cancellando definitivamente la categoria del puro e dell’impuro.

Ed ecco la sorpresa “E subito la lebbra scomparve” letteralmente “partì da lui”, “ed egli fu purificato”. Che meriti aveva questo lebbroso per essere purificato? Nessuno; anzi, ha continuato a trasgredire la legge. Allora Gesù insegna che non è vero, come insegna la religione, che ti devi purificare per avvicinarti a Lui, ma avvicinati a Lui, accoglie il Signore ed è lui che ti purifica. Quindi questa la grande novità di Gesù.

Però stranamente Gesù adesso scrive l’evangelista “ammonendolo”, letteralmente “rimproverandolo”. È strano: se doveva rimproverarlo doveva farlo prima quando si è avvicinato, perché lo rimprovera ora? E dice “Lo cacciò via subito”, ma da dove lo caccia via e perché lo rimprovera? Qual è l’azione di Gesù? Lo rimprovera per aver creduto in un Dio che lo aveva escluso dal suo amore e da dove lo caccia via? Lo caccia via da un’istituzione religiosa che, anziché la volontà di Dio, insegna i pensieri degli uomini che sono lontani da Dio. Quindi dopo averlo liberato lo aiuta a liberarsi da se stesso e dice “Adesso va, va dai sacerdoti, mostrati da loro e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto”, dice “Mosè”, non Dio, “come testimonianza” e non è “per loro”, ma “contro di loro”. Qui l’evangelista cita il libro del Deuteronomio dove Mosè stesso dice “Prendete questo libro della legge e vi rimanga come testimonio contro di te”.

Qual è questa testimonianza contro? La prova è che Dio agisce esattamente al contrario di quello che i sacerdoti insegnano e pretendono, che non è vero che c’è bisogno di portare delle offerte per essere graditi a Dio, per essere purificati, ma è Dio che continuamente si offre per purificare le persone.

“Ma quello”, scrive l’evangelista, “uscì”, non va dai sacerdoti, ha compreso. Si allontana da un’istituzione religiosa che lo aveva emarginato e “si mise a predicare” esattamente come Gesù e a “divulgare il fatto”, letteralmente non l’episodio: il termine è “la parola”, cioè il messaggio che c’è in questo e qual è il messaggio? Che Dio non discrimina le persone, che per lui non ci sono persone pure o impure, che non è vero che bisogna purificarsi per accogliere il Signore, ma è accogliere il Signore quello che purifica; che l’accettazione di Dio non è una conseguenza della purezza dell’uomo, ma è quello che lo precede.

Questo lebbroso, una volta purificato, incomincia a predicare, ma la conseguenza è che Gesù non poteva entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori. Perché? Per Gesù, per l’amore, per aver toccato questo lebbroso adesso diventa lui ritualmente impuro. Per purificare l’uomo lebbroso, l’uomo impuro, Gesù agli occhi della religione è diventato lui un impuro. Ma ormai è fatta e la gente accorre a Gesù, ha capito che in Gesù c’è un'immagine nuova di Dio.

* Padre Alberto Maggi, OSM, Centro Studi Biblici G. Vannucci, a Montefano (Mc).

Gb 7,1-4.6-7
Sal 146
1Cor 9,16-19.22-23
Mc 1,29-39

A Cafarnao, nella sinagoga, Gesù insegna per la prima volta e la gente capisce che la volontà di Dio non viene espressa attraverso la dottrina imposta dai loro scribi, il magistero ufficiale del tempo, ma nell’azione liberatrice di Gesù.

Ecco perché, è il vangelo di oggi, il capitolo primo di Marco dal versetto 29, appena usciti dalla sinagoga andarono nella casa di Simone e Andrea insieme agli altri due discepoli, i primi chiamati da Gesù, in compagnia di Giacomo e Giovanni e lì c'è la suocera di Simone che era letto con la febbre.

La donna è considerata in quella cultura l’essere umano più lontano da Dio e comunque è irrilevante, la donna non conta nulla nella famiglia; e invece qui subito gli parlano di lei. Hanno compreso una novità dell’insegnamento di Gesù, dove il bene dell’uomo viene messo al primo posto, prima ancora dell’osservanza della legge divina. Perché questo? Perché questo giorno è sabato; in giorno di sabato sono proibiti compiere ben 1521 azioni e tra queste c’è anche la visita e la cura dei malati. Ebbene, i discepoli hanno compreso, hanno compreso che il bene dell’uomo è il valore più importante e per questo parlano di lei.

Gesù avrebbe potuto dire “Aspettiamo, aspettiamo che passi il sabato”; no, il bene dell’uomo è più importante dell’osservanza della legge divina. Ricordiamo che il comandamento del riposo del sabato non era un comandamento tra gli altri, ma era il comandamento più importante di tutti perché si riteneva che Dio stesso l’osservasse. L’osservanza di questo unico comandamento equivaleva all’osservanza di tutta la legge, la trasgressione di questo unico comandamento equivaleva alla trasgressione di tutta la legge e per questo era prevista la pena di morte.

Ma nel gruppo di Gesù hanno capito che c’è un’aria nuova. Allora Gesù si avvicina, “la fece alzare” ed è sorprendente quello che fa Gesù, la prende per la mano. Perché? Non c’era bisogno, ma perché è proibito. Gesù tutte le volte che si è trovato in conflitto tra la legge, la tradizione e il bene dell’uomo, ha scelto sempre il bene dell’uomo e qui il clamoroso è che Gesù, toccando la mano di una donna che è impura, non riceve lui l’impurità della donna, ma gli trasmette la sua forza, la sua energia. Infatti “La febbre la lasciò ed ella li serviva.

L’evangelista per il verbo servire adopera il termine “diaconeo”, che conosciamo anche nella lingua italiana, diacono, che è colui che liberamente serve per amore. È importante questo termine perché è apparso nel vangelo dopo le tentazioni, quando gli angeli, cioè gli esseri più vicini a Dio, servivano Gesù. Ebbene, la donna con Gesù, che era considerata l’essere più lontano da Dio, più inutile, più insignificante, una volta che accoglie il messaggio di Gesù, la comunità cristiana, diventa l’essere più vicino a Dio. Questo in casa di Simone e Andrea.

Ma fuori, scrive l’evangelista “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati”. Perché hanno atteso? Perché hanno osservato la legge, il riposo del sabato. Mentre in casa la necessità, il bene della persona era più importante dell’osservanza del sabato, nella città il sabato era più importante del bene delle persone. L’osservanza della legge ha rallentato l’incontro con la vita che Gesù poteva comunicare.

Tutta la città è riunita davanti alla porta, Gesù guarisce le persone e il brano termina in una maniera sorprendente alla fine; scrive l’evangelista che Gesù andò per tutta la Galilea “predicando nel loro sinagoghe e scacciando i demòni”.

L’evangelista sta denunciando che le sinagoghe, cioè i luoghi di culto, il luogo dell’insegnamento religioso è lì dove si annidano i demòni. Sono le persone sottomesse a un insegnamento che si fa credere proveniente da Dio quando invece non viene da Dio, Gesù denuncerà questi scribi che insegnano dottrine di uomini, ebbene, la gente è sottomessa a questo ordinamento ed è proprio nella sinagoga. E allora saranno le sinagoghe i luoghi più ostili e refrattari a Gesù nei quali Gesù con il suo insegnamento cercherà di liberare le persone.

* Padre Alberto Maggi, OSM, Centro Studi Biblici G. Vannucci, a Montefano (Mc).

Gio 3,1-5.10
Sal 24
1Cor 7,29-31
Mc 1, 14-20

La vita, la verità e la luce saranno sempre più forti e vittoriose della morte, della menzogna e delle tenebre. Per questo l’evangelista al capitolo primo, versetto 14, ci presenta la stupidità del potere. Il potere crede di soffocare la voce della vita, della verità e della luce, ma non sa che, ogni volta che crede di aver soffocato questa voce, il Signore ne suscita una ancora più potente. Infatti il vangelo di Marco al versetto 14 dice che “Dopo che Giovanni fu arrestato”, Giovanni era scomodo, aveva invitato a un cambiamento e quindi viene eliminato, ebbene il Signore suscita una voce, una forza ancora più potente di Giovanni Battista, quella stessa di Gesù il Figlio di Dio.

“Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio”, la buona notizia di Dio. E qual è la buona notizia di Dio che l’evangelista ci farà scoprire nel suo vangelo? Che Dio non è come è stato insegnato, come è stato creduto; il Dio di Gesù è un Dio di un amore completamente nuovo, che andrà scoperto nelle pagine del vangelo, perché è un amore che non guarda, non è attratto dai meriti delle persone, ma dai loro bisogni. Questa è la buona notizia di Dio.

“E diceva: il tempo è compiuto”, era il tempo dell’alleanza con il suo popolo “e il regno di Dio è vicino”. Per “regno di Dio” non si deve intendere il reame, l’estensione del regno, ma il governo del re; in italiano forse dovremmo adoperare la parola “la signoria di Dio, il governo di Dio”. È Dio che vuole governare Lui i suoi uomini e come direbbe Dio? Non emanando leggi che l’uomo deve osservare, le leggi sono esterne all’uomo, ma comunicando all’uomo la sua stessa capacità d’amore.

Ecco perché di Gesù Giovanni aveva detto “era colui che battezzava in Spirito Santo”, comunicava agli uomini la stessa capacità d’amore. Il regno di Dio è vicino, ma, perché divenga realtà, c’è bisogno di una conversione, ma la conversione l’aveva predicata e annunziata anche Giovanni Battista, ma sono due ambiti diversi.

Ecco perché Gesù è ancora più pericoloso di Giovanni Battista. Giovanni era nell’ambito della religione e la conversione, il cambiamento di vita era rivolto a Dio, era per ottenere il perdono dei peccati; qui con Gesù non si parla di perdono dei peccati, la conversione è per credere a questa buona notizia e realizzare il regno di Dio. Gesù è venuto a inaugurare una società completamente nuova; una società dove, anziché accumulare egoisticamente per sé, si condivida generosamente con gli altri; una società dove, anziché salire al di sopra degli altri, si scenda a fianco degli ultimi, e un mondo dove, anziché pretendere di comandare, di guidare gli altri, ci si mette a servire. Questo è il regno di Dio.

Ma per farlo Gesù ha bisogno di collaborazione; ecco perché, continua l’evangelista, “passò lungo il mare di Galilea”, è il lago di Tiberiade, è chiamato mare per ricordare il mare dell’Esodo, il cammino verso la libertà e soprattutto la frontiera verso i popoli pagani, “vede Simone e Andrea”, sono due fratelli, “che gettavano le reti in mare” ed ecco l’invito di Gesù “Venite dietro di me, vi farò pescatori di uomini”. Qual è il significato dell’invito di Gesù? Abbiamo detto che Gesù vuole inaugurare un mondo nuovo dove, anziché accumulare per sé, si condivida generosamente con gli altri; allora il pescatore cosa fa? Pesca i pesci per il proprio interesse, per il proprio guadagno.

Pescare gli uomini, cioè tirare fuori gli uomini dal mare, dall’ambito che può dare la morte che possono affogare, significa a svolgere questa attività non per il proprio interesse, ma per l’interesse delle persone che vengono salvate. Quindi è un cambio completo, radicale di orientamento della propria vita. “Venite dietro di me”, rinunciate al vostro interesse e questo vi darà la possibilità di tirar fuori le persone che stanno perdendosi e ritrovare la pienezza della vita.

* Padre Alberto Maggi, OSM, Centro Studi Biblici G. Vannucci, a Montefano (Mc).

1Sam 3,3-10.19
Sal 39
1Cor 6,13-15.17-20
Gv 1,35-42

Dopo aver definito Gesù “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, non che toglie i peccati, come la trasposizione liturgica di questa frase ha poi fatto significare. Non sono i peccati degli uomini che l’agnello espia, ma l’agnello di Dio toglie il peccato del mondo, cioè estirpa quella cappa di tenebre che impedisce nella comunità la comunicazione tra Dio e l’essere umano.

E come la estirpa? Battezzando in Spirito Santo. Bene, dopo questo Giovanni Battista è ancora lì con i suoi discepoli e “fissando lo sguardo su Gesù che passava”, fissare lo sguardo significa penetrare intimamente, svelare la realtà della persona, “disse: «Ecco l’agnello di Dio!»” riassumendo la formula precedente.

L’agnello di Dio è l’agnello che gli ebrei dovevano mangiare la notte della Pasqua quando cominciava la liberazione dalla schiavitù egiziana. La carne dell’agnello avrebbe dato la forza per iniziare questo cammino verso la libertà, il sangue li avrebbe salvati dalla morte.

Ebbene, annunziando Gesù come l’agnello di Dio, Giovanni Battista annunzia la nuova Pasqua di liberazione di Dio dalla schiavitù e dalle tenebre.

“I suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”, lo seguono subito, lasciano colui che annunzia per colui che viene annunziato. Gesù va sempre incontro al desiderio dell’essere umano, infatti “Gesù si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?»” Non chiede “chi cercate”, ma “che cosa cercate”?

Che cosa cercano? Titoli, successo, potere o cercano pienezza di vita che si realizza mediante l’orientamento della propria vita per il bene e il servizio degli altri, come farà Gesù? Ebbene, i discepoli si dichiarano disposti a vivere con lui, ecco perché gli chiedono “«Dove dimori?»”

A quell’epoca i discepoli vivano sempre, giorno e notte, con il proprio maestro. Gesù, quando i discepoli gli domandano dove dimora, non risponde indicando un luogo, ma invitandoli a fare un’esperienza.

Infatti dice: “«Venite e vedrete»”. Non è uno spazio, ma una dimensione, non dà un’informazione, ma li invita a fare un’esperienza, perché – ed è caratteristico del vangelo di Giovanni, Gesù dimora nella dimensione fedele di Dio.

E’ lì che lui vuole attrarre gli uomini per poi farli diventare essi stessi espressione di questa fedeltà dell’amore di Dio. Infatti al capitolo 14, versetto 23, Gesù dirà: “A chi mi ama il Padre mio e io verremo in lui e prenderemo dimora in lui”. Per adesso Gesù attrae le persone nella sua dimora, l’ambiente, l’ambito dell’amore fedele di Dio, poi renderà ogni persona santuario visibile dell’amore di Dio.

L’evangelista sottolinea che sono le quattro del pomeriggio, letteralmente l’ora decima. Il giorno aveva dodici ore, quindi è la fine del giorno. Sta per finire il giorno e sta iniziando quello nuovo, quello della nuova realizzazione del progetto di Dio sull’umanità.

L’evangelista sottolinea che “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea”. L’altro? L’altro è anonimo in tutto il vangelo, non viene mai identificato. E’ il modello di discepolo, è quello che segue sempre Gesù, gli è intimo nella cena, disposto come lui a mettersi a servizio degli altri, e per questo è presente presso la croce di Gesù non per consolare il suo maestro, ma dichiarandosi disposto a finire in croce anche lui e sarà il primo che lo sperimenterà risuscitato.

L’altro era “Andrea, fratello di Simon Pietro”. Ed entra in scena questo personaggio controverso, del quale vedremo l’evoluzione soltanto alla fine del vangelo di Giovanni. Infatti il brano che segue è in stretta relazione con il capitolo di Giovanni. Ebbene Andrea cerca suo fratello Simone e “gli disse: «Abbiamo trovato il messia»”.

Stranamente non c’è nessuna reazione da parte di Simone. Né una sorpresa, né la meraviglia, nulla, il silenzio totale. E addirittura, scrive l’evangelista che Andrea lo deve condurre da Gesù, come se fosse un pacco. Non c’è nessuna iniziativa da parte di Simone, è completamente passivo.

Ebbene, così come Giovanni Battista aveva fissato lo sguardo su Gesù, e abbiamo detto che fissare significa penetrale e svelare la realtà profonda dell’individuo, ugualmente Gesù fissa lo sguardo su Simone e gli dice: “«Tu sei Simone il figlio di Giovanni»”. L’articolo determinativo significa “il figlio unico”. Quindi Giovanni non può essere il nome del padre di Simone, in quanto vediamo che Simone ha un fratello di nome Andrea. Allora qual è il significato di questo “il figlio di Giovanni”? Chi è questo Giovanni? Si tratta di Giovanni il Battista.

I discepoli venivano anche definiti “i figli” del loro maestro. Allora dichiarandosi come “il discepolo di Giovanni”, lo indica come il discepolo per eccellenza, ma non era presente quanto Giovanni Battista ha indicato Gesù come l’agnello da seguire.

“«Sarai chiamato Cefa – che significa Pietro»”. Gesù non cambia il nome a Simone, ma dice che sarà chiamato Pietro e questo nome verrà acquistando significato lungo tutto il vangelo. Per adesso sappiamo soltanto che Gesù identifica la profonda realtà di Simone chiamandolo Pietro. E questo è un espediente letterario dell’evangelista che tutte quelle volte che questo discepolo è in sintonia con Gesù – praticamente quasi mai – lo presenta col suo nome Simone; quando tentenna tra fedeltà e opposizione, Simone e il soprannome Pietro; quando è in contrasto, in opposizione o in contraddizione rispetto a Gesù, soltanto con il soprannome negativo Pietro, che vedrà la sua soluzione verso la fine del vangelo quando Gesù per tre volte si rivolgerà a Simone chiamandolo “Simone di Giovanni”.

E’ rimasto ancora il discepolo di Giovanni. E stranamente, in questo vangelo, Gesù non invita Simone a seguirlo. L’evangelista scrive che Gesù sa quello che c’è nel cuore degli uomini e non invita Simone a seguirlo. Sarà soltanto alla fine del vangelo quando Gesù finalmente dirà a Simone: “Tu segui me”.

* Padre Alberto Maggi, OSM, Centro Studi Biblici G. Vannucci, a Montefano (Mc)

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