Si avvicina la festa del nostro Beato Giuseppe Allamano. Viene istintivo a tutti noi guardare alla sua figura come modello per la nostra vita missionaria e ispirarci con maggior impegno alla sua spiritualità e al suo insegnamento. Auguriamoci pertanto una buona preparazione alla festa del Beato Allamano, anche con l’aiuto della presente riflessione.

Missionari “Ad Gentes” nella santità della vita

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

50. Consideriamo i voti religiosi nella loro problematicità e nel loro valore come i punti di riferimento certi della nostra vocazione nella Chiesa. È già stato detto che la vita religiosa è situata nell’ordine della santità e che la pratica dei consigli evangelici deve essere compresa nel contesto della chiamata all’imitazione di Cristo per giungere a vivere e a sentire con lui. Lo sottolinea anche la Lumen Gentium. «La Chiesa – si afferma – ripensa al monito dell’Apostolo, il quale, incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo» (LG 14). Tale contestualizzazione dei consigli evangelici viene ribadita nel cap. VI dove si dice che «lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre, e che propose ai discepoli che lo seguivano (LG 44).

È, dunque, chiaro che non ci siamo impegnati solamente a professare i tre voti religiosi, ma a imitare Cristo, vivere come lui e riprodurre in noi la gamma dei suoi sentimenti (cfr. Fil 2, 5). Questo senso vigoroso della nostra vocazione religiosa-missionaria, sgorgato dal cuore del Fondatore, è recepito ed espresso nelle Costituzioni: «Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è l’evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita; nel senso inteso dal Fondatore quando ribadiva: “Prima santi, poi missionari”. Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza» (Cost. 5).

Missione: un cammino di santità

51. La santità è, dunque, per noi nucleo e segreto di una vita consacrata alla missione. È anche chiave di un rinnovato zelo per la missione universale (RMi 90-91). Questa è la sintesi della dottrina spirituale del Beato Allamano, che propone come base e garanzia per una missione vissuta nell’autenticità evangelica, la tensione alla santità che consta di un accento eminentemente ascetico, personale, ed è incentrata nel rapporto con Dio.

Padre e maestro di apostoli, l’Allamano ha la sua proposta di ascesi cristiana, scevra da ogni perfezionismo volontaristico, piena di equilibrio e buon senso, lontana da eccentricità o singolarità irritanti, armonicamente ricca di valori umani e qualità spirituali. Per il Beato Fondatore la vocazione alla missione è un dono di Dio che chiede la risposta dell’uomo. La santità non si compera con sforzi, ma si acquisisce accogliendo umilmente la chiamata di Dio alla missione e facendone l’esperienza fondante della nostra esistenza.

La tensione alla santità è indicata dal Fondatore come il fine primario dell’Istituto. Oggi non distinguiamo più tra fine primario e fine secondario, ma consideriamo santità e missione come le due dimensioni essenziali e integranti della stessa vocazione. La missione è cammino di santità. La santità è anima della missione: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Tess 4, 3). «Sbaglierebbe chi dicesse: sono venuto per farmi missionario e basta!» (VS, 111-112). «Prima dunque santi, poi missionari, un fine aiuta l’altro. Se qualcuno fosse entrato nell’Istituto senza queste idee, procuri di convincersene, altrimenti non è a posto» (VS, 112-113). La santità, la coerenza di vita, la ricerca di comunione con Dio ridonda a beneficio della missione e ne garantisce l’efficacia segreta e misteriosa.

“Fare bene il bene”

20200215Allamano252. È necessario che il missionario parli innanzi tutto con la santità della propria vita; pertanto, gli si richiede “un più” di preghiera, di mortificazione, di carità; in una parola, una maggior santità, una santità superiore all’ordinario. «Le anime si salvano con la santità (...). È ciò che sperimentano ogni giorno i nostri missionari d’Africa: certe conversioni non si ottengono che con la santità» (VS, 113).

Non c’è alcuna esagerazione o stravaganza nell’Allamano. Per lui la tensione alla santità è fonte di pace, serenità ed equilibrio interiore. È determinazione a trovare risposte e metodi per l’oggi, a vincere la mediocrità, a soffocare i desideri banali, i tentennamenti e le soluzioni di comodo; a superare il torpore che impedisce agli slanci di confluire in uno sforzo generoso e costante di realizzazione. La santità esige una sana violenza su sé stessi e un impegno totalizzante che rifugga dal batter l’aria e dai desideri effimeri che non approdano a nessun traguardo. Santità è esercizio pratico nelle piccole cose di tutti i giorni così care all’Allamano. Si tratta soprattutto di fare bene quello che dobbiamo fare, cercando la perfezione anche nelle cose scontate, conformandoci in tutto alla volontà di Colui che amiamo. «Non basta fare il bene, bisogna farlo bene (...). Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli, ma far tutto bene (...). Contentiamoci dunque di farci santi nella via ordinaria. (Se il Signore) ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà lui, noi non infastidiamoci (...). A me non interessa se avete dato diecimila battesimi, ma se sarete stati ottimi religiosi, ottimi missionari (...). Non cose straordinarie, ma straordinari nell’ordinario. Facciamoci santi senza strepiti. Non è fare tante cose che importa, ma farle bene» (VS, 129-30).

A chi intraprende questo cammino viene richiesto, senza esclusione, di attenervisi con generosità anche oltre le debolezze e i fallimenti. Accanto alla volontà determinata il Beato Fondatore pone l’esigenza di ben conoscere sé stessi, in ciò che siamo in verità, senza esagerare in auto esaltazioni utopiche o senza angustiarsi in autolesioni depressive. Superare i confini della fragilità e con lucidità, semplicità e realismo, camminare nella verità davanti a Dio. In lui, più intimo a noi di noi stessi, troveremo il coraggio di accettarci come siamo, e diventeremo capaci di modellare il nostro temperamento. Gli eventi, a volte, ci impongono di camminare e crescere controcorrente. «(Siete) chiamati alla santità – insegna l’Allamano – e a una santità singolare. Fate dunque che tutte le cose, anche i difetti altrui, cooperino al vostro bene» (VS, 160).

L’ideale di santità missionaria continuamente presente nell’insegnamento del Padre Fondatore è Francesco Saverio, missionario santo per eccellenza (cfr. VS, 779-788): uomo tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di sé stesso. Sintesi perfetta di contemplazione e azione, di valori umani e di grazia, di intimità con Dio e di itineranza missionaria. Il suo stile di vita, la sua austera povertà nell’uso dei beni di questo mondo per il Vangelo, la sua preghiera intensa non sono ostacoli alla missione, quanto piuttosto il segreto della sua efficacia e del suo inesauribile zelo apostolico.

Qualità della vita

53. Nelle nostre recenti riflessioni, specialmente dopo l’ultimo Capitolo Generale, abbiamo parlato insistentemente di “qualità”. Ebbene, espressione più alta, in senso qualitativo, della nostra vita è la santità sublimata nella vita religiosa. Così concepita, la qualità mette in discussione, non il nostro “fare”, ma il nostro “modo di fare” senza radici, senza progetto, senza dinamismo comunitario, senza profondità di vita e, in definitiva, senza Dio. Esiste tra noi una difficoltà a rompere gli argini della mediocrità ambientale, del fare come tutti, del fare quello si è sempre fatto. Ci costa guardare oltre la conservazione del nostro presente, oltre le strutture costate sudore e fatica, oltre le forme di vita e di lavoro, ma dove lo spirito non trova più posto.

Rischiamo di giungere all’assolutizzazione dei mezzi e al culto dell’efficienza. Con frequenza deridiamo progetti e desideri di radicalità e in alcuni casi rischiamo di diventare dei “franchi tiratori” della missione. L’ideale resta: aprirsi alla gioiosa condivisione della vita e della santità, alla comunione fraterna come metodo di vita e di lavoro, cogliere l’obbedienza come totale disponibilità e definitivo sacrificio.

È vero: la missione è la ragion d’essere dell’Istituto, il nostro solo titolo di gloria, ma non va confusa con il fare a qualunque prezzo, anche a costo dei valori essenziali. Non può essere idolatria di se stessi, dei mezzi di cui disponiamo e che affannosamente ricerchiamo per fare e strafare. A questo tipo di missione si oppone la missione di qualità, dotata di intensità nell’essere, nella comunione, nel servizio generoso, nell’operare laborioso, nell’impegno attento al divenire della storia. Di recente la nostra spiritualità ci ha proposto, come anima della missione, l’amore compassionevole per i poveri, la promozione della giustizia e della pace, l’inculturazione. Sono sempre stati bagaglio della nostra identità di Missionari della Consolata ed elementi costitutivi della santità IMC di sempre, a cominciare da coloro che prima di noi si sono specchiati nel volto paterno dell’Allamano.

A tutti egli indica un solo inizio, una sola meta, un solo centro: Cristo, l’inviato del Padre; la missione come complemento della sua opera nel mondo. La santità segna il cammino lungo il quale si modella il nostro stile di vivere e di realizzare la missione.

Dio ci è testimone di quanto vorremmo essere noi i primi compagni di viaggio per un servizio che qualifichi la nostra missione.

Unità di intenti

 54. Non si può parlare di vita religiosa senza parlare di vita comunitaria. Essa è parte costitutiva della vita religiosa e della stessa Chiesa. Gesù manda gli Apostoli ad annunciare la Buona Novella della salvezza e a convocare i credenti a vivere come fratelli. Gli Atti degli Apostoli ci presentano i primi cristiani, uniti tra loro nella condivisione di ciò che hanno, nella partecipazione alla preghiera comunitaria, nell’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli (At 2, 42-47).

Talvolta si mettono in contrasto vita comunitaria e vita apostolica, sostenendo che la prima nuoce alla seconda. Se si vuole fare realmente missione – si argomenta – è meglio non essere legati da comunità, orari e regolamenti che finiscono per ostacolarla. O ancora: si afferma che la vita missionaria non offre il calore della vita comunitaria e non si sorregge sulle grucce del monastero. Questo è strutturalmente vero.

Certo, sbaglia chi riduce la vita comunitaria ad un orario, ad una regola o all’intimità di un piccolo gruppo. Non sono la regola o l’orario a formare la comunità, ma lo spirito del Vangelo, anche se regola e orario possono risultare utili in certi momenti. Si può vivere sotto lo stesso tetto, fedeli alla stessa regola e allo stesso orario, ma vagare ai margini della comunità.

La vita comunitaria vissuta da missionari è molto più esigente di quanto lo possa essere qualsiasi costituzione, regolamento o orario, perché significa essere animati, al pari dei primi cristiani, da “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32). E questo non si stabilisce per legge, ma per libera scelta. Per l’Allamano la nostra vita comunitaria sta nel vivere in “unità d’intenti”: annunciare le stesse cose, amare con lo stesso cuore, lavorare con lo stesso spirito per la realizzazione di comuni progetti. Vivere così è indubbiamente più esigente che sottoporsi ad una regola, ed è anche straordinariamente più efficace ai fini della testimonianza e della credibilità del Vangelo.

È solo raggiungendo l’“unità d’intenti” che realizzeremo la nostra vocazione-missione, poiché la missione non è nostra, ma è affidata alla Chiesa di Dio che è mistero di comunione.

Contemplativi nella missione

55. Abbiamo parlato di santità, di missione nella santità della vita, di qualità nell’essere e nel fare. Il nostro ultimo Capitolo Generale parla anche di contemplazione

«Qualità ancora auspicata di trasformarci in contemplativi della missione, come ci voleva il Padre Fondatore» (p. 8).

«Crediamo che la tensione alla santità indicataci dall’Allamano resta un impegno reale che passa attraverso l’esperienza di Dio, la centralità di Cristo, lo spirito di contemplazione, l’incarnazione nell’oggi e sfocia nella missione» (p. 49).

In alcuni di noi la parola “contemplazione” suscita timore e inalbera suscettibilità, “perché – si dice – non siamo contemplativi, ma missionari”, e così continuiamo a vivere un dualismo che ci impoverisce. Sembra che la paura di oltrepassare la soglia delle resistenze personali ci domini e ci impedisca di scendere alle radici del nostro progetto di vita per giungere al nucleo della santità. Cercare il volto di Dio vuole invece dire totalizzante unificazione della nostra vita nel suo progetto di Alleanza. E per noi Alleanza è la missione con i suoi molteplici comandamenti impressi nella pietra del quotidiano: preghiera personale e comunitaria, lavoro, solitudine, incontro con la gente, annuncio e servizio della carità, comunione, contemplazione.

Unificare la vita

56. Tutti conosciamo missionari che vivono questo patto d’amore. Molte delle insoddisfazioni e dei vuoti che avvertiamo nella nostra vita religiosa-missionaria provengono da tensioni irrisolte: tensione tra l’essere e il fare, privilegiando naturalmente il fare; tensione tra preghiera e pastorale a scapito di una vera evangelizzazione; tensione tra vita comunitaria ed esigenze di apostolato, a vantaggio di uno pseudo apostolato che non nasce da autentica comunione e non crea comunione; tensione tra l’uso e l’abuso dei mezzi che non prende a modello l’incarnazione di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero (cfr. 2Cor 8.9) per camminare a fianco della gente povera; tensione, in definitiva, tra vita religiosa e missione a scapito di entrambe.

Tutte queste tensioni, in ultima analisi, rivelano la mancanza in noi di un’autentica dimensione contemplativa e quindi l’assenza di una missione dal grande respiro spirituale che si integra e si disseta alla fonte della genuina esperienza di Dio.

Contemplazione e preghiera non si identificano, si integrano. La preghiera è il momento privilegiato nel quale, immersi nell’attività dissipante e dispersiva, giungiamo ad unificare la nostra vita in Dio.

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

In questa pubblicazione portiamo alla vostra attenzione alcune testimonianze sull'influsso del cardinal Guglielmo Massaia (1809 - 1889) sull'Allamano inclusa la fondazione dell'Istituto.

INFLUSSO DEL CARD. MASSAIA SULL'ALLAMANO

Testimonianza di P. Lorenzo Sales

Il P. Lorenzo Sales, nei suoi appunti in preparazione alla deposizione in tribunale, scrive alcune interessanti espressioni al riguardo, facendo notare che la figura del Massaia influì sull'Allamano fin da quando era chierico in seminario:

«1. Un altro fatto che sta a provare come fin d'allora fosse vivo in lui lo spirito missionario… e come Iddio l'andava preparando a quello che voleva da lui.

2 . Alludo al fatto, da lui stesso attestatomi, che fin dai primi anni di seminario s'era provveduto e aveva letto con vera passione l'Opera del Card. Massaia: I miei 35 anni di Missione: opera che poi conservò, passandola poi all'Istituto [esiste nella biblioteca generale di Torino].

3 . La lettura degli scritti del Massaia lasciò nel suo spirito un'impressione profonda e incancellabile:

- di AMMIRAZIONE per il Massaia (più tardi e a più riprese egli stesso esorterà i Padri Cappuccini a non lasciar perdere la memoria ma a introdurre la causa di beatificazione).

- di RINCRESCIMENTO per il fatto che, dopo l'espulsione del Massaia, il campo d'apostolato che aveva raccolto i suoi sudori e così ricco di speranze per la Chiesa, fosse stato definitivamente abbandonato (Più tardi egli insisterà presso presso i Padri Cappuccini perché vi ritornino).

4. Che anzi, in questo fatto noi possiamo scorgere uno dei moventi prossimi della fondazione dell'Istituto: il desiderio cioè di non lasciar perire il frutto delle fatiche del Massaia.

- Lo prova il fatto che il prima campo d'apostolato richiesto dall'Allamano a P. F. è precisamente quello del Massaia; e che pur non avendo allora potuto mandare i suoi Missionari per ragioni politiche, non si diede pace, finché più tardi vi riuscì» (P. L. Sales, Appunti dattiloscritti…, non datati, Archivio generale IMC).

L'ALLAMANO E IL CARD. MASSAIA

Conferenza di P. F. Pavese a Bravetta, 21 maggio 2010

La figura del grande apostolo card. Guglielmo Massaia (1809-1889), da Piovà (AT), paese vicino a Castelnuovo, ha avuto un notevole influsso sull'ideale missionario del nostro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano. Merita dire qualcosa sul rapporto tra i due, perché ha importanza per la nascita e lo spirito missionario del nostro Istituto.

Come si sono incontrati

20240212AllamanoIl Massaia era di 42 anni più anziano dell'Allamano. Essi hanno percorso strade diverse (uno Cappuccino e l'altro sacerdote diocesano). Si sono incontrati poche volte, ma l'influsso del Massaia sull'Allamano è stato forte.

Il primo incontro è avvenuto nel giugno del 1864, quando l'Allamano frequentava l'Oratorio di Don Bosco. Quell'incontro ha inciso profondamente nell'animo del giovane Allamano, se a 52 anni di distanza, l'ha ricordato nella deposizione durante il processo di beatificazione di Don Bosco: «Ho visto il Card. Massaia, quando era Vicario Apostolico dei Galla, venire all'Oratorio, ricevutovi con grande onore, accompagnato dal Can. Ortalda, Direttore dell'Opera della Propagazione delle Fede in Torino» (Deposizione al Processo apostolico, sessione 297 del 7 dicembre 196).

Un secondo incontro avvenne a Roma il 29 dicembre 1887, quando si è recato in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII. Nel suo diario l'Allamano annotava: «Visita a Mons. Iacobini, Segretario di Propaganda, Card. Simeoni Prefetto e Mons. Massaja». Di quale tema avrà parlato con il Massaia? È facile immaginarlo.

C'è di più. Il vero incontro tra i due riguarda la qualità della loro intesa. Si sa che gli scritti del Massaia contribuirono a far crescere nell'Allamano, fin dal tempo del seminario, l’amore alle missioni. Egli stesso «assicurò di avere letto con vera passione “I miei 35 anni di Missione”, opera che conservò sempre, passandola poi alla biblioteca dell’Istituto dei missionari», dove è attualmente conservata.

L'influsso concreto del Massaia nella fondazione dell'IMC

Stando ai documenti ufficiali, si deve partire dalla lettera dell'Allamano, del 6 aprile 1891 al p. Carlo Mancini, dei Missionari di S. Vincenzo de’ Paoli, suo interlocutore a Roma. L’Allamano faceva un primo passo, informandosi, per interposta persona, per conoscere il gradimento di Propaganda Fide per un nuovo Istituto Missionario e, in particolare, se avrebbe assegnato ad esso un territorio particolare proposto dall'Istituto stesso. Ecco le parole dell'Allamano: «Occorrerebbe fin d’ora sapere in qualche modo se la S. Congregazione di Propaganda Fide gradirebbe questo tentativo, e se mi vorrà assegnare la regione che ho preso di mira come più opportuna per i soggetti di questo Istituto» (Lettere, I, 295). Poi continuava descrivendo il territorio, che era appunto quello del Kaffa, abitato dai Galla, evangelizzato dal Massaia (Cf. Lettere, I, 296).

20240212Massaia6Sappiamo che le difficoltà di entrare in Etiopia hanno consigliato di ripiegare temporaneamente nel Kenya, come trampolino per poi risalire verso il Kaffa. Più tardi, quando le circostanze sembravano favorevoli, l'Allamano si rivolse direttamente a Propaganda Fide, ritornando sulla richiesta dello stesso territorio. Ecco quanto scrisse al Card. Girolamo Gotti il 16 maggio 1912: «L'Istituto della Consolata per le Missioni Estere nell'intenzione del sottoscritto e dei suoi più insigni benefattori, si propose fin da suo nascere di ripigliar l'opera di evangelizzazione del compianto Card. Massaia nel Kaffa, fra quelle stesse popolazioni Galla ove fu più fruttuoso il suo mirabile apostolato. […]. Mosso da queste considerazioni sia sugli urgenti pericoli che, per la religione, minacciano le popolazioni a sud ovest dell’Abissinia, sia sulla quasi impossibilità in cui si trova il loro Vicario Apostolico di porvi riparo, […] il sottoscritto fa umile istanza perché di quella regione sia creata una distinta Prefettura Apostolica, e questa venga affidata all’Istituto della Consolata di Torino per le Missioni Estere» (Lettere, VI, 130, 135).

Questa è stata una domanda molto coraggiosa, che dimostra quanto all'Allamano stesse a cuore continuare l'opera del Massaia, che, in certo senso, sentiva come responsabilità propria. Domanda coraggiosa perché l'Allamano non aveva poi tutte le forze sufficienti per iniziare una tale impresa, se non sacrificando le opere già iniziate in Kenya. Ecco il suo commento alla comunità, durante la cerimonia della vestizione chiericale di un gruppo di allievi, il 1° ottobre 1913: «Si vede che il Signore benedice questo piccolo Seminario di missionari, che vuol bene al nostro Istituto, ed alle nostre Missioni. È aumentato il bisogno di missionari e Dio si prepara nuovi alunni. Non abbiamo ancora sufficienti confratelli nel vicariato del Kenya, […], ed ecco che il Santo Padre Pio X, che tanto ci ama, ci affidò in quest’anno una nuova missione molto più estesa della prima; come tutta l’Italia, il Kaffa» (Conf. IMC, I, 586).

Dalla storia conosciamo le difficoltà che dovette superare questa nuova missione, e che qui non riportiamo (Per la storia della Prefettura del Kaffa, e poi del Vicariato Apostolico di Gimma, cf. CRIPPA GIOVANNI, I Missionari della Consolata in Etiopia - Dalla Prefettura del Kaffa al Vicariato di Gimma (1913 – 1943), ed. Missioni Consolata, pp.751; BONA CANDIDO, La Fede e le Opere - Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, ed. Missioni Consolata, Torino 1989, pp. 70ss). Propaganda Fide, dunque, decise la creazione della nuova “Prefettura Apostolica del Kaffa”, affidandola all’Istituto dell’Allamano. Il p. Gaudenzio Barlassina, da dieci anni missionario in Kenya, fu nominato prefetto apostolico l’8 maggio 1913.

Qualche riflessione conclusiva

Dal Massaia certamente l'Allamano ha preso l'idea di evangelizzare quel particolare territorio. Leggendo però i suoi scritti, l'Allamano ha pure attinto la necessità che i missionari dovessero essere dotati di uno spirito energico, capace di adattarsi alle situazioni più ardue, sia di povertà che di lavoro e fatica.

Ecco alcune sue espressioni ai suoi giovani: «Un padre che è nel Gikuju da 2 anni è sempre stato impiegato nel caffè. Il Cardinal Massaia si rattoppava la roba e vaccinava, etc. Girolamo Emiliani per andar a far il Catechismo andava a tagliare il fieno; non bisogna aver paura di sporcarsi. Aver paura bisogna di non imparare abbastanza le arti, servire» (Conf. IMC, I, 493; cf. 306; cf. III, 465).

«Pensare che anche lavorando si giunge alla perfezione […]. Mons. Massaia diceva una volta: Queste scarpe me le son fatte io. Sicuro! Tutto è nobile, niente eccettuato... » (Conf. IMC, II, 807).

«È come in Africa, c'è sempre bisogno di pianete, ma il Signore provvede. Più aumentano le stazioni, più la provvidenza ci pensa a mandare. Tra tutti si fa tutto. Mons. Massaia quando ebbe da consacrare Mons. De Jacobis non aveva il Pastorale, e dovette usare una canna» (Conf. IMC, II, 232).

«S. Francesco Zaverio lavorava sempre, faceva di tutto, lavava persino la roba degli altri. Ed il Cardinal Massaia? Rappezzava persino le scarpe di corda di coloro che voleva evangelizzare, perché in quel momento stavano lì e lui ne approfittava per insegnare un po' di catechismo. Ed ha fatto anche altro, sapete, per catechizzare» (Conf. SMC, II, 629).

Una lettera edificante

Mons. F. Perlo, che era stato coinvolto in questo progetto dall’Allamano stesso, volle tentare una “spedizione esplorativa” con lo scopo di capire quali fossero i passi da fare e le vie migliori per entrare nel Kaffa. Organizzò una spedizione di tre missionari, con a capo p. Angelo Dal Canton che, «con un viaggio di oltre 700 km, di cui 200 senza traccia di acqua», come scrisse l'Allamano a Propaganda Fide (Cf. Lettere, VI, 666), entrasse in Etiopia dal sud, con la qualifica di “mercanti”, e si spingesse fino alla cittadina di Burgi. La spedizione, partita da Nyeri nel novembre del 1914, fallì avendo trovato difficoltà di ogni genere e, alla fine, i missionari furono imprigionati. Solo l’anno successivo vennero liberati e poterono fare ritorno in Kenya per la stessa via.

L’Allamano seguì con apprensione questo calvario dei suoi figli e chiese preghiere a quelli che erano in casa madre: «La cosa è più difficile di quanto si crede. […]. Siamo stati troppo tranquilli finora, credevamo che tutto fosse fatto. Cominciando da domani, diremo di nuovo la “Salve Regina”, finché riceveremo la notizia che sono entrati definitivamente nel Kaffa» (Conf. IMC, II, 247). In più, l’Allamano non era soddisfatto che i tre missionari della spedizione si fossero dovuti presentare come “mercanti”: «Finora i nostri laggiù si sono fatti passare come mercanti, ma ora voglio che entrino con la testa alta come missionari. I Lazzaristi ed i Cappuccini francesi sono entrati così, e perché gli italiani no?» (Conf. SMC, I, 153).

20240212Massaia9

Dal Canton venne imprigionato e, il 7 agosto 1915, scrisse all'Allamano questa lettera edificante: «Sono persuaso che le farà molto piacere avere nostre informazioni. Come vede le scrivo da Abara di Sidamo, dove sono tenuto prigioniero. Non importa però, sono prigioniero per una causa santa e in tutte le mie pene ho questo di conforto, il Crocifisso, l’unico oggetto caro che posseggo e che io tengo ben stretto al cuore. Non posso celebrare e questo è il mio dolore maggiore. La corona del Rosario e le giaculatorie sono le mie preghiere continue. Ho il mio breviario, ma anche questo lo posso solo dire a pezzi. Sono sempre sotto la veste di mercante e nessuno finora conosce il mio stato. Temono che io scappi e ho 4 soldati e 1 ufficiale che continuamente mi guardano. Che male ho fatto, qual delitto ho commesso? Io lo ignoro e neppure il capo che mi ha fatto prigioniero vuole dirmelo. Forse egli nei primi giorni ha fatto per intimorirmi e ottenere da me qualche centinaio di talleri. Ma io sono povero, e attualmente non tengo neppure un centesimo. Sono parecchi mesi che non ricevo posta né da Moyale, né da Addis Abeba. Se non fosse per la carità d’un armeno io sarei morto di fame. […].

Dei miei genitori e parenti è qualche anno che non so più niente, io prego sempre per loro e questa volta le includo una lettera. Se crede inviarla e scrivere anche lei a loro qualche parola di conforto mi farà una vera carità. Nel resto farà il Signore, perché la mia vita io l’ho donata a lui, a lui quindi devo prima servire con tutte le mie forze e talenti. Preghi sempre, o Padre, che non mi renda indegno delle grazie ricevute e che possa essere sempre degno figlio della Consolata. Con tutto l’affetto del cuore» (Lettere, VII, 148 – 154).

Vi propongo S. Giuseppe in particolare come modello di fedeltà e di vita interiore. Egli non ha fatto miracoli, non ha predicato, eppure fu così santo perché fu umile e fedele alle piccole cose. Fedeltà alle piccole cose, questo è il segreto delle comunità. La grazia che gli ho domandato per voi è di avere una fedeltà ferrea, fedeltà dal mattino alla sera, senza perdersi d’animo (...) Questa deve essere in voi una devozione “incarnata”. Dopo nostro Signore e la Madonna viene S. Giuseppe, senza cercare altri. (Così vi voglio, n. 190)

Questa pagina, che raccoglie riflessioni del Fondatore a proposito di San Giuseppe, è scritta con un linguaggio semplice ma contiene molti spunti, vorrei sottolinearne due che mi sembrano utili per illuminare la nostra vita missionaria.

Di Giuseppe la prima cosa che possiamo dire è che non parla niente, non si ricorda nel vangelo una frase detta da lui, ma dice comunque tante. Possiamo imbatterci in una infinità di libri su di lui ma nel vangelo non si ricorda nemmeno una sua parola. Eppure, come ricorda un sacerdote, “di Giuseppe non sappiamo come parlava ma sappiamo bene come pensava, cosa sognava e cosa faceva, e questo non è poco”.

Una prima immagine che possiamo prendere per la nostra vita, come ci ricorda anche il Fondatore, è la fedeltà alle piccole cose. Nella vita non ci capita tutti i giorni di fare grandi scelte o fare gesti forti, ma nella vita siamo chiamati al tran tran quotidiano e magari a ripetere tante cose, per tanto tempo e per tanti anni. Il Fondatore ci invita a valorizzare queste piccole cose perché il segreto sta nel modo come le affrontiamo. Far bene le piccole cose, con amore ed entusiasmo, è pur sempre fare qualcosa di grande. Quindi in questo tempo nel quale siamo alla ricerca di scelte coraggiose ed opzioni radicali non dimentichiamo che tutto questo, anche il martirio come la donazione della vita, nascono dalle scelte quotidiane, dal coraggio di accettare il quotidiano. Quante volte sogniamo qualcosa di diverso che non abbiamo e non ci accorgiamo dei fratelli e delle sorelle, delle circostanze e del lavoro che abbiamo lì. Giuseppe ci insegna la fedeltà a queste cose.

Un altro elemento che mi sembra forte nella persona di Giuseppe è la sua forza davanti alle sofferenze e alle crisi della vita che anche lui ha dovuto affrontare. Giuseppe si è trovato in notti oscure e di sofferenza. Immaginate la crisi quando scopre che la sua sposa è incinta e che lui, secondo la legge, avrebbe dovuto denunciarla per farla lapidare. Deve aver vissuto una crisi profonda con la volontà di Dio che gli chiedeva qualcosa di umanamente difficile da accettare e con la sua legge che gli stava chiedendo qualcosa che non avrebbe voluto fare. La storia di Giuseppe non comincia come una favola ma è sofferenza, sacrificio, lotta, combattimento. Assieme a Maria si trova a vivere un progetto che cambia tutti i loro progetti.

Questo mi fa pensare alla sofferenza nella missione: le incomprensioni e le difficoltà che oggi non ci fanno vivere bene il nostro carisma; lo scoprirci in qualche occasione inadeguati, in affanno e in ritardo su tante cose; l’impedimento di non capire sempre bene questo mondo, la nostra comunità, quello a cui siamo chiamati. La sofferenza anche di vivere l’eucaristia nei momenti più complicati quando abbiamo a che fare con situazioni pesanti e dure.

Eppure Giuseppe era un uomo giusto che ha sognato le cose di Dio e ha saputo viverle e metterle in pratica. Anche questo elemento fa parte della nostra vita. In tanti anni di servizio all’Istituto ho trovato missionari entusiasti ma anche missionari amareggiati e delusi, e queste sono le crisi profonde che dobbiamo affrontare con la forza, il coraggio e l’onestà di Giuseppe. Giuseppe non è un santo facile, ha dovuto affrontare l’oscurità e la sofferenza ma l’ha fatto con la gioia del dono totale di se al Signore.

Anche noi cerchiamo allora di essere uomini giusti e, come Giuseppe, disposti a fare i sogni di Dio e la sua volontà. Chiediamo il coraggio, anche nei momenti difficili, di andare avanti nella missione sapendo che stiamo vivendo qualcosa che è molto più grande di noi.

* Padre Stefano Camerlengo è Superiore Generale dei Missionari della Consolata

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26-02-2024 I Nostri Missionari Dicono

Ucraina: “La vita è cambiata”

Sono passati due anni da quando la guerra in Ucraina è iniziata con l'invasione russa.  In tutto il mondo, le...

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Conferenza Regionale programma la missione in Etiopia

26-02-2024 Missione Oggi

Conferenza Regionale programma la missione in Etiopia

I missionari delle missioni di Weragu, Gambo, Halaba, Modjo, pieni di zelo e con il cuore colmo di storie e...

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L’angoscia del Papa per i rapimenti in Nigeria e le violenze in RD Congo

25-02-2024 Notizie

L’angoscia del Papa per i rapimenti in Nigeria e le violenze in RD Congo

Appello all’Angelus per i due Paesi africani. Francesco si unisce alla preghiera di pace dei vescovi congolesi auspicando “un dialogo...

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La commemorazione dell’Allamano 1926

25-02-2024 Triennio Allamano

La commemorazione dell’Allamano 1926

Mons. Giovanni Battista Ressia (1850-1933), originario da una famiglia di contadini di Vigone (TO), fece i primi studi fino alla...

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Corea: un abbraccio senza confini

24-02-2024 Missione Oggi

Corea: un abbraccio senza confini

Le speranze di padre Pietro Han, IMC, di arrivare un giorno alla riconciliazione fra le due Coree La foto si può...

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Un regalo inaspettato

23-02-2024 I Nostri Missionari Dicono

Un regalo inaspettato

Un viaggio nella savana africana dove la dolcezza delle caramelle diventa la chiave che apre le porte alla connessione umana...

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Enzo Bianchi e Ignazio Ingrao: "Cinque domande che agitano la Chiesa"

23-02-2024 Missione Oggi

Enzo Bianchi e Ignazio Ingrao: "Cinque domande che agitano la Chiesa"

Si è svolto giovedì 15 febbraio al Polo Culturale “Cultures And Mission” dei Missionari della Consolata a Torino l’incontro «Le sfide...

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