“Ecco il faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5)

Indetta da Papa Francesco, Roma ospita questo fine settimana, 25 e 26 maggio 2024, la prima Giornata Mondiale dei Bambini. Un evento straordinario che finalmente metterà al centro, i bambini di tutto il mondo, con la loro presenza ci interpellano e ci chiedono conto di come stiamo trattando il Pianeta e quale futuro stiamo preparando per loro.

Un fine settimana all’insegna dei bambini, saranno loro i protagonisti degli eventi in programma sabato allo Stadio Olimpico, e domenica in Piazza San Pietro abbracceranno il “loro” Papa nella celebrazione della Santa Messa, dove avranno un posto particolare i bambini che provengono da zone dove, purtroppo imperversa la guerra.

Se è vero che tutti siamo importanti davanti a Dio, i bambini manifestano “il desiderio di ognuno di noi di crescere e rinnovarsi”, scrive Papa Francesco nel messaggio di questa giornata, “voi ci ricordate che siamo tutti figli e fratelli, e che nessuno può esistere senza qualcuno che lo metta al mondo, né crescere senza avere altri a cui donare amore e da cui ricevere amore (cfr. Fratelli tutti, 95)”.

Leggi il testo completo del messaggio del Santo Padre

Il Papa continua, raccomandando ai bambini di “ascoltare sempre con attenzione i racconti dei grandi: delle vostre mamme, dei papà, dei nonni e dei bisnonni! E nello stesso tempo di non dimenticare chi di voi, ancora così piccolo, già si trova a lottare contro malattie e difficoltà, all’ospedale o a casa, chi è vittima della guerra e della violenza, chi soffre la fame e la sete, chi vive in strada, chi è costretto a fare il soldato o a fuggire come profugo, separato dai suoi genitori, chi non può andare a scuola, chi è vittima di bande criminali, della droga o di altre forme di schiavitù, degli abusi. Insomma, tutti quei bambini a cui ancora oggi con crudeltà viene rubata l’infanzia. Ascoltateli, anzi ascoltiamoli, perché nella loro sofferenza ci parlano della realtà, con gli occhi purificati dalle lacrime e con quel desiderio tenace di bene che nasce nel cuore di chi ha veramente visto quanto è brutto il male”.

 

L’invito che rivolge ai bambini vale per anche per noi adulti, “per rinnovare noi stessi e il mondo, non basta che stiamo insieme tra noi: è necessario stare uniti a Gesù. Da lui riceviamo tanto coraggio: lui è sempre vicino, il suo Spirito ci precede e ci accompagna sulle vie del mondo. Gesù ci dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5); sono le parole che ho scelto come tema per la vostra prima Giornata Mondiale”.

“Con Gesù possiamo sognare un’umanità nuova e impegnarci per una società più fraterna e attenta alla nostra casa comune, cominciando dalle cose semplici, come salutare gli altri, chiedere permesso, chiedere scusa, dire grazie. Il mondo si trasforma prima di tutto attraverso le cose piccole, senza vergognarsi di fare solo piccoli passi. Anzi, la nostra piccolezza ci ricorda che siamo fragili e che abbiamo bisogno gli uni degli altri, come membra di un unico corpo (cfr Rm 12,5; 1 Cor 12,26)”.

Conclude ricordando che il dono più grande che possiamo fare agli altri “siamo noi stessi, gli uni per gli altri: siamo noi il “regalo di Dio”. Gli altri doni servono, sì, ma solo per stare insieme. Se non li usiamo per questo saremo sempre insoddisfatti e non ci basteranno mai”.

Che questa giornata possa segnare un novo inizio affinché i bambini siano sempre al centro delle scelte dei “grandi del mondo”, ma anche delle nostre attività di evangelizzazione e promozione umana, perché i più indifesi e i più fragili.

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Il Papa con un gruppo di bambini durante l'udienza del 6 dicembre. Foto: Ansa

Chiediamo che questo possa realizzarsi con la preghiera con la quale Papa Francesco conclude il suo messaggio.

Insieme a Maria Santissima e a San Giuseppe preghiamo con queste parole:

Vieni, Santo Spirito, mostraci la tua bellezza riflessa nei volti delle bambine e dei bambini della terra. Vieni Gesù, che fai nuove tutte le cose, che sei la via che ci conduce al Padre, vieni e resta con noi. Amen.

* Padre Antonio Rovelli, IMC, Ufficio formazione

“Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana” è il tema scelto da Papa Francesco per la 58ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quest’anno si celebra, in molti Paesi, il 12 maggio 2024, Solennità della Ascensione del Signore.

“L’evoluzione dei sistemi della cosiddetta intelligenza artificiale, sulla quale ho già riflettuto nel recente Messaggio per la Giornata mondiale della pace, sta modificando in modo radicale anche l’informazione e la comunicazione e, attraverso di esse, alcune basi della convivenza civile”, afferma Papa Francesco nel Messaggio per la 58 Giornata Mondiale della Comunicazione, pubblicato il 24 gennaio 2024.

E avverte che: “Si tratta di un cambiamento che coinvolge tutti, non solo i professionisti”. “L’accelerata diffusione di meravigliose invenzioni, il cui funzionamento e le cui potenzialità sono indecifrabili per la maggior parte di noi, suscita uno stupore che oscilla tra entusiasmo e disorientamento e ci pone inevitabilmente davanti a domande di fondo: cosa è dunque l’uomo, qual è la sua specificità e quale sarà il futuro di questa nostra specie chiamata homo sapiens nell’era delle intelligenze artificiali? Come possiamo rimanere pienamente umani e orientare verso il bene il cambiamento culturale in atto?” Sono alcune delle domande che il Pontefice rivolge a sé stesso e a tutti noi.

“Come tutte le rivoluzioni anche questa basata sull’intelligenza artificiale - spiega una nota della Santa Sede - pone nuove sfide affinché le macchine non contribuiscano a diffondere un sistema di disinformazione a larga scala e non aumentino anche la solitudine di chi già è solo, privandoci di quel calore che solo la comunicazione tra persone può dare. È importante guidare l’intelligenza artificiale e gli algoritmi, perché vi sia in ognuno una consapevolezza responsabile nell’uso e nello sviluppo di queste forme differenti di comunicazione che si vanno ad affiancare a quelle dei social media e di Internet. È necessario che la comunicazione sia orientata a una vita più piena della persona umana”.

 

Qui il testo integrale del Messaggio di Papa Francesco pubblicato il 24 gennaio 2024 in diverse lingue.

 

 

Ripercorriamo alcune riflessioni di San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco in questo in questo giorno in cui si celebra la Festa della Divina Misericordia, istituita nel Duemila da Papa Wojtyla in occasione della canonizzazione di suor Faustina Kowalska

In questa domenica, la prima dopo Pasqua il Vangelo riporta alcune frasi rivolte dal Signore risorto ai discepoli: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato, le ferite della Passione. Da quella del cuore scaturisce un’onda di misericordia che avvolge tutta l’umanità. Non si deve mai dubitare, come ha scritto Papa Francesco nel tweet in occasione di questa Domenica della Divina Misericordia, dell'amore di Dio: "affidiamo con costanza e fiducia la nostra vita e il mondo al Signore, chiedendogli in particolare una #pace giusta per le nazioni martoriate dalla guerra".

La misericordia è il nome dell’amore

In questo giorno si celebra dunque la festa della Divina Misericordia, istituita il 30 aprile del 2000 da San Giovanni Paolo II durante la solenne celebrazione eucaristica in occasione della canonizzazione di suor Maria Faustina Kowalska. In quell’occasione, nell’omelia, Papa Wojtyla ricorda che Cristo ha affidato a questa umile religiosa polacca, tra la prima e la seconda guerra mondiale, il suo messaggio di misericordia.

Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: "Figlia mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia in persona", chiederà Gesù a Suor Faustina (Diario, 374). Questa misericordia Cristo effonde sull'umanità mediante l'invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona-Amore. E non è forse la misericordia un "secondo nome" dell'amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?

Dal cuore di Gesù suor Faustina, nata nel 1905 e morta nel 1938, ha visto partire due fasci di luce che illuminano il mondo: "I due raggi - le spiegò un giorno Cristo stesso - rappresentano il sangue e l'acqua". Se il sangue evoca il sacrificio della croce e il dono eucaristico, l’acqua - spiega Giovanni Paolo II durante lla cappella papale per la canonizzazione di suor Faustina - ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo”.

La misericordia è il volto di Dio

Nella Domenica della Divina Misericordia del 2008, Benedetto XVI sottolinea, prima della preghiera mariana del Regina Caeli, che la misericordia è il nucleo centrale del messaggio evangelico. “È il volto con cui Dio si è rivelato nell'antica Alleanza e pienamente in Gesù Cristo, incarnazione dell'Amore creatore e redentore”.

Questo amore di misericordia illumina anche il volto della Chiesa, e si manifesta sia mediante i Sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali. Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l'uomo, dunque per noi. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall'amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l'abbiano in abbondanza (cfr Gv 10, 10). Dalla misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce poi l'autentica pace nel mondo, la pace tra popoli, culture e religioni diverse.

Come Suor Faustina, Papa Giovanni Paolo II è stato a sua volta apostolo della Divina Misericordia. La sera del 2 aprile 2005, quando tornò alla casa del Padre, era proprio la vigilia della seconda Domenica di Pasqua.

Essere misericordiosi significa incontrare Gesù

Le piaghe di Gesù non sono ferite lontane, confinate in un tempo remoto della storia dell’umanità. Papa Francesco nel 2022, durante la Santa Messa della Divina Misericordia, esorta a prendersi cura delle piaghe di fratelli e sofferenze che vivono momenti difficili. La misericordia di Dio, aggiunge il Pontefice, ci mette “spesso in contatto con le sofferenze del prossimo”.

Pensavamo di essere noi all’apice della sofferenza, al culmine di una situazione difficile, e scopriamo qui, rimanendo in silenzio, che c’è qualcuno che sta passando momenti, periodi peggiori. E, se ci prendiamo cura delle piaghe del prossimo e vi riversiamo misericordia, rinasce in noi una speranza nuova, che consola nella fatica. Chiediamoci allora se negli ultimi tempi abbiamo toccato le piaghe di qualche sofferente nel corpo o nello spirito; se abbiamo portato pace a un corpo ferito o a uno spirito affranto; se abbiamo dedicato un po’ di tempo ad ascoltare, accompagnare, consolare. Quando lo facciamo, incontriamo Gesù, che dagli occhi di chi è provato dalla vita ci guarda con misericordia e dice: Pace a voi!

Nell’incredulità di San Tommaso, che vuole vedere le piaghe del Signore, c’è la storia di ogni credente. “Ci sono momenti difficili - osserva il Papa - in cui sembra che la vita smentisca la fede, in cui siamo in crisi e abbiamo bisogno di toccare e di vedere. Ma, come Tommaso, è proprio qui che riscopriamo il cuore del Signore, la sua misericordia”.  Nel 2015, aprendo il Giubileo Straordinario della Misericordia, Francesco indica infine una direttrice capace di promuovere un autentico discernimento: "Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia". 

* Fonte: Amedeo Lomonaco, Città del Vaticano. Vatican News

Circa 25 mila fedeli alla celebrazione del Venerdì Santo lungo i Fori Imperiali. Francesco prega da Santa Marta per "conservare la salute" in vista degli impegni del Sabato Santo e della Domenica di Pasqua. Disabili, famiglie, migranti portano la Croce nelle 14 stazioni, guidate dal cardinale vicario De Donatis. Si prega e si dialoga con Gesù con le meditazioni scritte dal Papa in cui si condensano i dolori del mondo: dalla "follia" della guerra alle violenze sulle donne o nel mondo virtuale

È vuota la poltrona bianca sul palco rosso allestito sul Monte Celio, sovrastato dal Crocifisso ardente simbolo delle croci che oggi affliggono l’umanità. Il Papa anche quest’anno - come già nel 2023, quando era degente da pochi giorni dal ricovero al Gemelli per una bronchite infettiva - non è al Colosseo a presiedere la Via Crucis insieme ai circa 25 mila fedeli radunati nei Fori Imperiali dal pomeriggio, ma segue la preghiera del Venerdì Santo da Casa Santa Marta. Una scelta dettata dalla volontà di “conservare la salute in vista della Veglia di domani e della Santa Messa della domenica di Pasqua”, come informa una comunicazione della Sala Stampa vaticana giunta poco dopo le 21, mentre tra le vie monumentali della Roma antica già riecheggiava l’Agnus Dei del coro della Cappella Sistina.

Il dolore dell'umanità nelle meditazioni del Papa

Il Papa, però, è presente. È presente, e quest’anno più che mai, con le meditazioni redatte di suo pugno per la prima volta in undici anni di pontificato. Quattordici riflessioni, tante quante le stazioni che fanno memoria del cammino di Cristo verso il Golgota, in cui - senza riferimenti diretti all’attualità ma con un approccio contemplativo che tutta la riassume - si condensa il dolore degli uomini e delle donne di questo tempo, feriti dalle morti, dalle delusioni, dai fallimenti di progetti, feriti dai conflitti che si consumano in Paesi e città, in case e luoghi di lavoro; feriti dalle violenze sul corpo delle donne, vittime di "oltraggi", o quelle che si registrano nel mondo virtuale, assediato da haters che usano la tastiera “per insultare o emettere sentenze”.

Sciogliere i cuori induriti

Le parole scritte dal Papa, scandite dalle voci dei tre lettori in mezzo ad un sempre suggestivo silenzio, interrotto solo dal garrito dei gabbiani, si fanno preghiera e poi dialogo, poi introspezione e poi confessione. E infine invocazione, perché si sciolgano i cuori induriti, quelli che impediscono di reagire anche dinanzi “alla follia della guerra, a volti di bimbi che non sanno più sorridere, a madri che li vedono denutriti e affamati e non hanno più lacrime da versare”. Invocazione perché ci si rialzi da ogni caduta, perché "il pianto si trasformi in canto", perché si trovi il “coraggio” del perdono, perché la luce vinca le tenebre che attanagliano quest’ora della storia.

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Nelle meditazioni delle 14 stazioni scritte da Francesco, ispirate all’Anno della Preghiera, lo sguardo fisso su Gesù che dà la vita per salvarci

Migranti, disabili, famiglie, giovani, consacrati a portare la Croce

La processione prende il via dalla cavea del Colosseo, illuminata dal baluginio delle fiaccole che disegnano un gioco circolare di luci nel cielo nero ma terso di Roma. Per cinque stazioni si snoda tra le gallerie dell'Anfiteatro Flavio, simbolo dell'Urbe e di antico martirio; mentre le restanti nove percorrono il Parco del Palatino. Il cardinale vicario Angelo De Donatis, e alle sue spalle i vescovi ausiliari della Diocesi di Roma, guidano il cammino. Fanno invece da “cruciferi”, a turno, suore di clausura e un eremita, residenti in una Casa Famiglia, ospiti di una Comunità di recupero e assistenza sociale, una famiglia, disabili, membri di gruppi di preghiera, sacerdoti confessori in alcune Basiliche romane, donne impegnate nella pastorale sanitaria. E ancora, un gruppo di migranti, catechisti, parroci romani, giovani, consacrate, operatori della Caritas diocesana.

In silenzio e in preghiera

Incedono lentamente, affiancati da universitari che tengono in mano le torce, tra le ali di folla silenziosa e orante. Si vedono suore, preti, ragazzi, famiglie e quest’anno tantissimi bambini che sorridono e salutano quando inquadrati dalle telecamere. Hanno i volti illuminati dai flambeaux, in mano i libretti della celebrazione. C’è chi indossa sciarpe e cappucci, chi invece t-shirt a maniche corte, a rappresentare l’incertezza del clima romano. Pregano, cantano, recitano il Padre Nostro, qualcuno piange quando si citano “i bimbi non nati e quelli abbandonati”, i "detenuti", i “popoli sfruttati e dimenticati”. 

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La celebrazione ai Fori Imperiali

Per 14 volte invocato il nome di Gesù

La Via Crucis si conclude con una invocazione finale in cui per 14 volte viene nominato il nome di Gesù. A Lui si chiede guarigione da livore e risentimento e di dare un senso al dolore o di liberare da sospetto e sfiducia, come pure “dai giudizi temerari, dai pettegolezzi e dalle parole violente e offensive”. Si prega Gesù perché custodisca la Chiesa e l’umanità; gli si affidano gli anziani, specialmente quelli soli, gli ammalati, “gemme della Chiesa che uniscono le loro sofferenze alla tua". Si invoca l'intercessione di Gesù perché raggiunga coloro “che in tante parti nel mondo soffrono persecuzioni a motivo del tuo nome; coloro che patiscono il dramma della guerra e quanti, attingendo forza in te, portano croci pesanti”.

"W il Papa!"

È il cardinale De Donatis a impartire la benedizione conclusiva alla folla, ancora avvolta nel silenzio interrotto poi da un lungo applauso e, poco prima, dal grido di un uomo: “Sempre ed ovunque… Viva il Papa!”.

* Fonte: Vatican News

Nella Messa crismale del Giovedì Santo Francesco riscopre la bellezza della compunzione e del farsi trafiggere dal pentimento: un pianto amaro può cambiare la vita, ogni rinascita interiore nasce sempre dall'incontro tra nostra miseria e la sua misericordia.

Il cuore, “senza pentimento e pianto, si irrigidisce”. Prima “diventa abitudinario, poi insofferente per i problemi e indifferente alle persone”, poi, “freddo e quasi impassibile, come avvolto da una scorza infrangibile” e infine diventa “cuore di pietra”. “Come la goccia scava la pietra”, tuttavia, “così le lacrime lentamente scavano i cuori induriti”. È il miracolo, “della buona tristezza che conduce alla dolcezza”, sottolinea Papa Francesco, rivolgendosi ai circa 4 mila fedeli, tra cui 1.500 sacerdoti, giunti nella Basilica di San Pietro per la Messa Crismale del giovedì Santo da lui celebrata con il cardinale vicario Angelo De Donatis all'altare.

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Il pianto amaro che consente di riscoprire l’amore

Un pianto amaro, infatti, può cambiare la vita. Come nella sinagoga di Nazareth i compaesani di Gesù “persero l’occasione della vita” cacciando Cristo fuori dalla città perché aveva smascherato le loro false aspettative, così Pietro all’inizio non prestò fiducia alle parole del Signore, lo “perse di vista” e lo rinnegò al canto del gallo. Solo dopo aver incrociato il Suo sguardo, gli occhi del primo tra gli apostoli “furono inondati di lacrime che, sgorgate da un cuore ferito, lo liberarono da convinzioni e giustificazioni fasulle”. Pietro si aspettava “un Messia politico, potente, forte e risolutore, e di fronte allo scandalo di un Gesù debole, arrestato senza opporre resistenza” disse di non conoscerlo. Aveva ragione, ribadisce il Papa. Lo conoscerà veramente solo quando si lascerà pienamente attraversare dal suo sguardo” e fece spazio alle lacrime della vergogna e del pentimento.

La guarigione del cuore di Pietro, la guarigione dell’Apostolo, la guarigione del Pastore avvengono quando, feriti e pentiti, ci si lascia perdonare da Gesù: passano attraverso le lacrime, il pianto amaro, il dolore che consente di riscoprire l’amore.

La riscoperta della compunzione

Per spiegare questo fenomeno Francesco sceglie di riscoprire una parola che lui stesso definisce un po’ desueta: la compunzione. Un concetto che evoca “il pungere”. La compunzione è infatti “una puntura del cuore”, una “trafittura che lo ferisce, facendo sgorgare le lacrime del pentimento”, come quelle scaturite dagli abitanti di Gerusalemme quando Pietro, il giorno di Pentecoste, proclamò loro di aver crocifisso il Signore.

Ecco la compunzione: non è un senso di colpa che butta a terra, non una scrupolosità che paralizza, ma è una puntura benefica che brucia dentro e guarisce, perché il cuore, quando vede il proprio male e si riconosce peccatore, si apre, accoglie l’azione dello Spirito Santo, acqua viva che lo smuove facendo scorrere le lacrime sul volto. Chi getta la maschera e si lascia guardare da Dio nel cuore riceve il dono di queste lacrime, le acque più sante dopo quelle del Battesimo.

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Attenzione all’ipocrisia clericale

“Piangere su noi stessi”, sottolinea il Papa, significa pentirsi seriamente “di aver rattristato Dio col peccato”, “riconoscere di essere sempre in debito e mai in credito”, “ammettere di aver smarrito la via della santità”, non avendo tenuto fede all’amore di Colui che ha dato la vita per noi.

È guardarmi dentro e dolermi della mia ingratitudine e della mia incostanza; è meditare con tristezza le mie doppiezze e falsità; è scendere nei meandri della mia ipocrisia.

L’ipocrisia clericale, in cui la Chiesa scivola tanto e da cui bisogna stare attenti, avverte Francesco. Da lì poi si deve rialzare lo sguardo al Crocifisso e lasciarsi commuovere dal suo amore “che sempre perdona e risolleva, che non lascia mai deluse le attese di chi confida in Lui” Così, afferma il Papa “le lacrime continuano a scendere e purificano il cuore”.

Sono queste, pertanto, lacrime differenti da quelle chi si piange addosso,come spesso siamo tentati di fare”.

Ciò avviene, ad esempio, quando siamo delusi o preoccupati per le nostre attese andate a vuoto, per la mancanza di comprensione da parte degli altri, magari dei confratelli e dei superiori. Oppure quando, per uno strano e insano piacere dell’animo, amiamo rimestare nei torti ricevuti per auto-commiserarci, pensando di non aver ricevuto ciò che meritavamo e immaginando che il futuro non potrà che riservarci continue sorprese negative. Questa – insegna San Paolo – è la tristezza secondo il mondo, opposta a quella secondo Dio.

L’antidoto alla sclerocardia

La compunzione - su cui insistono tanti maestri spirituali come San Benedetto, San Giovanni Crisostomo, Isacco di Ninive o l’Imitazione di Cristo - richiede infatti fatica, “ma restituisce pace”, “agisce nella ferita del peccato, disponendoci a ricevere proprio lì la carezza del Signore”, che trasforma il cuore ammorbidito dalle lacrime”. È l’antidoto alla “sclerocardia, quella durezza del cuore tanto denunciata da Gesù”. È il rimedio, perché ci riporta alla verità di noi stessi, così che la profondità del nostro essere peccatori riveli la realtà infinitamente più grande del nostro essere perdonati.

Nella vita spirituale chi piange matura

Ogni nostra rinascita interiore, infatti, “scaturisce sempre dall’incontro tra la nostra miseria e la sua misericordia” e passa attraverso la nostra povertà di spirito che permette allo Spirito Santo di arricchirci”. Francesco chiede poi ai suoi fratelli sacerdoti se “col passare degli anni, le lacrime aumentano”.

Sotto questo aspetto è bene che avvenga il contrario rispetto alla vita biologica, dove, quando si cresce, si piange meno di quando si è bambini. Nella vita spirituale, invece, dove conta diventare bambini, chi non piange regredisce, invecchia dentro, mentre chi raggiunge una preghiera più semplice e intima, fatta di adorazione e commozione davanti a Dio, matura. Si lega sempre meno a sé stesso e sempre più a Cristo, e diventa povero in spirito. In tal modo si sente più vicino ai poveri, i prediletti di Dio

Il Signore cerca chi piange i peccati della Chiesa

Un’altra caratteristica della compunzione è la solidarietà, perché “chi si compunge nel cuore si sente sempre più fratello di tutti i peccatori del mondo, senza parvenza di superiorità o asprezza di giudizio, ma con desiderio di amare e riparare”. Un cuore docile, infatti, “anziché adirarsi e scandalizzarsi per il male compiuto dai fratelli piange per i loro peccati”. È una sorta di ribaltamento, in cui “la tendenza naturale a essere indulgenti con sé stessi e inflessibili con gli altri si capovolge e, per grazia di Dio, si diventi fermi con sé stessi e misericordioso con gli altri.

Il Signore cerca, specialmente tra chi è consacrato a Lui, chi pianga i peccati della Chiesa e del mondo, facendosi strumento di intercessione per tutti. Quanti testimoni eroici nella Chiesa ci indicano questa via! Pensiamo ai monaci del deserto, in Oriente e in Occidente; all’intercessione continua, fatta di gemiti e lacrime, di San Gregorio di Narek; all’offerta francescana per l’Amore non amato; a sacerdoti, come il Curato d’Ars, che vivevano di penitenza per la salvezza altrui. Cari fratelli, Non è poesia questo, questo è sacerdozio!

In Dio una pace che salva dalla tempesta

Il Signore infatti, “non chiede giudizi sprezzanti su chi non crede, ma amore e lacrime per chi è lontano”. “Le situazioni difficili che vediamo e viviamo, la mancanza di fede, le sofferenze che tocchiamo”, sottolinea ancora Francesco, “non suscitano la risolutezza nella polemica, ma la perseveranza della misericordia”.

Quanto abbiamo bisogno di essere liberi da durezze e recriminazioni, da egoismi e ambizioni, da rigidità e insoddisfazioni, per affidarci e affidare a Dio, trovando in Lui una pace che salva da ogni tempesta! Adoriamo, intercediamo e piangiamo per gli altri: permetteremo al Signore di compiere meraviglie. E non temiamo: Lui ci sorprenderà!

A giovarne sarà proprio il ministero del sacerdozio: Oggi, in una società secolare, corriamo il rischio di essere molto attivi e al tempo stesso di sentirci impotenti, col risultato di perdere l’entusiasmo ed essere tentati di “tirare i remi in barca”, di chiuderci nella lamentela - guai delle lamentele - e far prevalere la grandezza dei problemi sulla grandezza di Dio. Se ciò avviene, diventiamo amari e piangenti, sempre sparlando, sempre trovando qualche occasione per lamentarsi. Ma se invece l’amarezza e la compunzione si rivolgono, anziché al mondo, al proprio cuore, il Signore non manca di visitarci e rialzarci.

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Allargare gli orizzonti aiuta a dilatare il cuore

Infine, Francesco ricorda che la compunzione è una grazia e come tale va chiesta nella preghiera. Due quindi i consigli del Papa per i suoi confratelli. Il primo è quello di non guardare la vita e la chiamata in una prospettiva di efficienza e di immediatezza, ma nell’insieme del passato – ricordando la fedeltà di Dio, facendo memoria del suo perdono e ancorandosi al suo amore – e del futuro – pensando alla meta eterna a cui siamo chiamati, al fine ultimo della nostra esistenza. Allargare gli orizzonti, infatti “aiuta a dilatare il cuore” , “a rientrare in sé stessi con il Signore” e a “vivere la compunzione”. Il secondo consiglio è quello di dedicarsi “a una preghiera che non sia dovuta e funzionale, ma gratuita, calma e prolungata”. L’invito è sempre quello di tornare a San Pietro e alle sue lacrime, conclude il Papa, che ringrazia i sacerdoti presenti per il cuore aperto e docile, per le fatiche e i pianti e per portare la meraviglia della misericordia “ai fratelli e alle sorelle del nostro tempo”.

Un libro in dono ai sacerdoti

Al termine della Messa è stato offerto a ciascuno dei sacerdoti il libro di Papa Francesco dal titolo "Sul discernimento - Con un saggio di Miguel Àngel Fiorito e Diego Fares", a cura di padre Antonio Spadaro, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane Bologna.

* Fonte: Vatican News

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