At 10,25-26.34-35.44-48; Sal 97; 1 Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

La liturgia della parola di questa VI Domenica di Pasqua presenta la “rete” d'amore che avvolge l'intera storia della salvezza. Dio che ne è la sorgente, ama suo Figlio Gesù, gli comunica il suo amore e poi lo invia affinché lo renda visibile al mondo, con parole e opere, fino a dare la vita.

I discepoli di Gesù, al suo seguito dalla Galilea a Gerusalemme, furono i testimoni oculari di questo suo amore “fino alla fine”. Trasformati in uomini nuovi dall'amore di Gesù, i discepoli a loro volta, proclamano e rendono presente con la loro vita l’amore di Dio per l’umanità.

Nella prima lettura (At 10,25-26.34-35.44-48), Luca, l’autore degli Atti, dopo aver descritto l'accoglienza riservata a Pietro dal centurione pagano Cornelio, mette in bocca allo stesso Pietro un discorso – di cui però la lettura di oggi ci presenta solo un breve estratto – dove anticipa il kerygma, cioè, le verità fondamentali su Gesù, il Cristo di Dio.

In questo discorso, Pietro parla di Gesù (v. 38a), della sua attività in Palestina (“passò di luogo in luogo facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo, perché Dio era con lui” – v. 38b), della sua morte (v. 39b), della sua risurrezione (v. 40) e, infine, della dimensione salvifica di tutta la sua vita (v. 43b). È questo il nucleo fondamentale dell'annuncio che Gesù ha affidato ai primi discepoli perché lo testimoniassero al mondo intero.

Il nostro testo sottolinea, soprattutto, il fatto che il messaggio di salvezza è destinato a tutte le nazioni, senza distinzione di persone, razze e popoli. Pertanto, l'annuncio di Gesù deve raggiungere gli estremi confini della Terra, perché Gesù è venuto a portare la salvezza a tutti senza eccezione alcuna. E l’effusione dello Spirito «su coloro che hanno ascoltato la Parola» (v.44), ebrei e pagani insieme (v.45), è la conferma lampante che Dio offre la salvezza a tutti. Per questo Pietro, dopo aver compreso la dimensione inclusiva e universale della salvezza, agisce di conseguenza e battezza il centurione Cornelio e tutta la sua famiglia.

Il grande insegnamento che ci viene dall’episodio del centurione Cornelio è che Dio ama tutti allo stesso modo, di un amore che non fa differenze e considera tutti, uomini e le donne, pagani e giudei, come i suoi figli e figlie amatissimi. È un amore che non discrimina sulla base del colore della pelle, della razza, della nazione o della posizione sociale, perché a nessuno è preclusa la misericordia di Dio.

Chiediamoci allora se nel nostro rapporto con gli altri, siamo condizionati da pregiudizi, da conclusioni affrettate, da prese di posizioni ideologiche che dividono, emarginano, discriminano persone o gruppi umani, anche all’interno delle parrocchie e delle comunità religiose?

Per l'autore della Prima lettera di Giovanni (seconda lettura, 1 Gv 4,7-10) esiste un “dogma” fondamentale che si impone con forza e che segna l'intera esistenza cristiana: la certezza che “Dio è amore”. Ciò significa che il carattere distintivo del Dio che il Signore ci ha rivelato, è l'amore. La prova sublime che Dio è amore sta nel fatto che ha mandato il suo Figlio unigenito per donarci la Vita (v.9). Gesù Cristo, che si è incarnato nella storia umana, realizzando il disegno del Padre, ha mostrato attraverso gesti di compassione e accoglienza, di cura e guarigione, l'amore di Dio per tutti, soprattutto per i più poveri, gli esclusi e gli emarginati...

Per amore, Egli ha lottato per liberarci dalle schiavitù, dall'oppressione, dall'egoismo, dalla sofferenza; per amore ha abbracciato la croce fino a versare l'ultima goccia di sangue; per amore è sceso agli inferi ed ha vinto la morte. Tutta la vita di Gesù è la conferma più evidente e inconfutabile dell'immenso amore di Dio per noi.

Deus caritas est” (Dio è amore) afferma l'autore della Prima Lettera di Giovanni. Questa non è una definizione astratta nemmeno un assunto filosofico; è una realtà che si evince dalla contemplazione degli interventi di Dio nella storia della Salvezza. E noi, se siamo “figli” di questo Dio che è amore, allora dobbiamo “amarci gli uni gli altri” con lo stesso amore, incondizionato, libero, disinteressato, con Dio stesso ci ama.

Il Vangelo (Gv 15,9-17) ci colloca, ancora una volta, a Gerusalemme, un giovedì sera del mese di Nisan dell'anno trenta, un giorno prima della celebrazione della Pasqua ebraica. È lo stesso scenario del brano di Vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa.

Gesù è a tavola con i suoi discepoli, in un'indimenticabile cena d'addio e sa perfettamente cosa gli succederà subito dopo. Eppure, non si preoccupa tanto di sé stesso, conosceva bene i rischi quando ha accettato la sua missione ma, invece, si interessa dei suoi commensali, di cosa succederà a loro quando il loro Maestro sarà arrestato e portato via. Senza la presenza di Gesù che indica loro la strada, saranno i discepoli in grado di portare avanti il progetto del Regno? Sapranno discernere, in mezzo alle crisi e agli smarrimenti, cosa è più importante da fare? Riusciranno a mantenere viva la relazione con Gesù?

Per sostenerli nella loro missione futura, per aiutarli a superare le difficoltà e gli sbandamenti, Gesù dà loro la consegna del grande comandamento: “questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” – v.12; “fino al dono della vita” (v.13). Ai discepoli è chiesto di seguire l’esempio del Maestro: amarsi con un amore che è servizio e donazione totale. Da questo amore radicale nasce la comunità del Regno, la comunità del mondo nuovo, che testimonia la salvezza di Dio. Dio è presente nel mondo e agisce per liberare gli uomini attraverso quell'amore disinteressato, gratuito e totale dei suoi discepoli che porta il “marchio” di Gesù.

C'è chi pensa che la strada indicata da Gesù ai suoi discepoli sia una strada di rinuncia, di sofferenza, di sacrificio, che richiede di vivere lontani da tutto ciò che è bello, interessante e piacevole. Ma non è così. Tutto ciò che Gesù propone ai discepoli ha lo scopo di aiutarli ad essere felici: “Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa” (v.11). Perché la gioia non sta nell’accumulare i beni effimeri nemmeno risiede nel credere in valori futili che non saziano il desiderio profondo di senso, ma proviene dal dono di sé, dal servizio semplice e umile verso chi è in difficoltà, dalla cura dei più fragili e dalla vita offerta per amore.

A tutto questo crediamo? Quale gioia stai cercando: quella passeggera e superficiale che proviene dal possesso di beni effimeri, oppure quella duratura e profonda che solo gesti autentici di donazione, di servizio e cura dei fratelli, possono dare? Buona Domenica a tutti!

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

At 9,26-31
Sal 21
I Gv 3,18-24
Gv 15,1-8

Nell'itinerario pasquale che abbiamo intrapreso, la liturgia di questa quinta domenica ci invita a riflettere su come Gesù è la fonte di vita autentica. L’immagine del Buon Pastore (cfr. Gv. 10,11-18, vangelo di domenica scorsa) ci ha ricordato che i discepoli di Gesù, sono chiamati a testimoniare in gesti concreti l’amore, come un pastore si prende cura delle sue pecore, al punto di dare la vita per loro.

Nella prima lettura (At 9,26-31), con il pretesto di raccontarci l'inserimento dell’apostolo Paolo nella comunità cristiana di Gerusalemme, Luca sottolinea che la fede cristiana nasce, cresce e si sviluppa nel dialogo e nella condivisione con i fratelli nella comunità, in questo modo diventerà, nel mondo, una “casa dalle porte aperte”, accogliente e inclusiva dove tutti possono fare un'esperienza di incontro con Gesù risorto.

La Chiesa è certamente una comunità fatta di uomini e donne e, pertanto, segnata da debolezze e fragilità; ma è, anzitutto, una comunità che, nella storia, è assistita, animata e guidata dallo Spirito Santo che è “il Paraclito” il “Consolatore”, cioè Colui che soccorre nei momenti di difficoltà e di smarrimento. Confidiamo nell'azione dello Spirito? Crediamo che la Chiesa, nonostante la fragilità dei suoi membri, sarà sempre un “sacramento universale di salvezza”, poiché guidata dallo Spirito di Dio?

Abbiamo già visto, nelle domeniche precedenti, che la prima Lettera di Giovanni è indirizzata alle Chiese giovannee dell'Asia Minore, con lo scopo di dirimere le controversie sollevate dagli eretici prognostici in contrato con alcuni punti fondamentali della teologia cristiana. Per questo motivo, l'autore della Lettera cerca di offrire ai cristiani, soprattutto quelli disorientati dalle credenze eretiche, una sintesi dei principi fondamentali di un’autentica vita cristiana.

Nella seconda lettura di questa domenica (1 Gv 3,18-24), viene ribadito che l'amore verso i fratelli non è qualcosa che si manifesta in solenni dichiarazioni, oppure in buone intenzioni, ma in gesti concreti di condivisione, solidarietà e di servizio. Ed è proprio con degli atteggiamenti concreti a favore dei fratelli e sorelle bisognosi che si rivela l'autenticità dell'esperienza cristiana e si rende testimonianza del progetto salvifico di Dio (v. 18).

Quando lasciamo effettivamente che l’amore guidi la nostra vita, possiamo essere sicuri di essere sulla via della verità; quando i nostri cuori sono aperti all’amore, al servizio e alla condivisione, allora siamo in pace perché in comunione con Dio. La nostra coscienza, infatti, può rimproverarci di errori passati e disapprovare alcune nostre scelte, ma se amiamo, sappiamo che siamo vicini a Dio, perché Dio è amore (v.19). L'amore autentico ci libera da ogni insicurezza e preoccupazione, poiché ci dà la certezza che siamo sulla strada giusta che conduce al Signore; e se Dio «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (v.20), non abbiamo nulla da temere. Vivere nell'amore significa vivere nel cuore di Dio e abbandonarsi alla sua bontà e misericordia.

Il Vangelo di questa domenica (Gv 15,1-8), attraverso l'allegoria della vite e dei tralci, ci assicura che nella nostra ricerca di una vita piena di senso, è a Cristo che dobbiamo guardare. Siamo consapevoli che è in Cristo che possiamo trovare un'autentica proposta di Vita? È per noi il vero “albero della Vita”, o preferiamo seguire percorsi di individualismo, autosufficienza e riporre la nostra fiducia e speranza in altri “alberi”, in altre proposte, in altri credi?

Cosa può spezzare la nostra intimità con il Signore e renderci simili a rami secchi e sterili? Tutto ciò che ci impedisce di rispondere con radicalità e zelo alla sequela esigente di Gesù, ci condanna alla sterilità e ci distoglie dalla vera Vita, per esempio: egoismo, autosufficienza, orgoglio, vanità, arroganza, pigrizia, autoindulgenza, avarizia, bramosia della ricchezza, o ricerca degli applausi... Che cosa, nel mio modo di essere, pensare o nel mio stile di vita, costituisce per me un ostacolo a restare unito a Gesù?

Ricordiamo che l'ascolto della Parola di Dio gioca un ruolo decisivo nel processo di conversione volto ad eliminare tutto ciò che impedisce la nostra unione con Cristo. Si, abbiamo bisogno di ascoltare la Parola di Gesù, di meditarla, di confrontare la nostra vita con l’esempio del Signore, di accogliere le provocazioni che ci aiutano nella conversione. Quanto spazio ha la Parola di Dio nella mia vita? Quando tempo dedico alla meditazione e alla Lectio Divina? È per me un criterio per rivedere le mie scelte?

Ognuno di noi è e rimarrà sempre un “ramo vivo e fecondo” della vera Vite, a condizione che è unito saldamente al Signore e cresce ogni giorno nell’intimità con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola, nella partecipazione ai Sacramenti e nel servizio della carità. Chi ama Gesù, la vera vite, produce frutti di fede per un abbondante raccolto spirituale e gesti di carità per il bene dei fratelli e delle sorelle. Preghiamo perché possiamo rimanere saldamente innestati in Gesù e perché tutte le nostre azioni abbiano da Lui inizio e in Lui il compimento.

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

61ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

At 4,8-12
Sal 117
I Gv 3,1-2
Gv 10,11-18

La quarta Domenica di Pasqua è considerata la “Domenica del Buon Pastore”, perché ogni anno, in questa domenica, viene proclamato il brano del capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, che presenta Gesù come il “Buon Pastore". È questo, dunque, il tema centrale che la Parola di Dio suggerisce oggi per la nostra riflessione.

La prima lettura (At 4,8-12) presenta una catechesi rivolta ai credenti per mostrare loro come i discepoli di Gesù devono essere testimoni della fede.

La prima indicazione che Luca offre, riguarda Pietro, che era «pieno di Spirito Santo» (v. 8). I discepoli di Gesù non sono soli, abbandonati al loro destino, quando affrontano difficoltà e mettono a repentaglio la loro vita, per annunciare la salvezza. Infatti, è lo Spirito che li guida nella loro missione, li sostiene nella loro testimonianza e infonde in loro il coraggio necessario per affrontare le ostilità del mondo. Si realizza così la promessa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli: «quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di quello che direte in vostra difesa, perché “lo Spirito Santo vi insegnerà, in quel momento, ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12).

Nel discorso di Pietro emerge il coraggio e l'audacia (Luca usa la parola greca “parresia”) che vince la paura e che spinge l'apostolo verso una testimonianza radicale, (cfr. At 4,13) per testimoniare Gesù, soprattutto in un ambiente ostile. Luca suggerisce che la stessa “parresia” dovrà sempre caratterizzare l’annuncio Gesù da parte dei cristiani.

Nell'introduzione della seconda parte della lettera (1 Gv 3,1-2), l'autore ricorda ai credenti che Dio li ha resi suoi “figli”. E proprio dietro questa iniziativa di Dio si nasconde il suo immenso amore (v.1a). Essere chiamati “figli di Dio” per i credenti non è un semplice titolo onorifico, senza riscontro nella realtà anzi, definisce la situazione di coloro che sono amati da Dio con un amore “audace” e che da Lui hanno ricevuto la vita nuova. È chiaro che per essere “figlio di Dio” bisogna essere in comunione con Lui e vivere in modo coerente con la logica dell’amore verso il prossimo. I “figli di Dio” realizzano le opere di Dio, infatti, poco più avanti, in uno sviluppo che non rientra nella lettura odierna della liturgia, l'autore della lettera contrappone i “figli di Dio” ai “figli del diavolo” – che sono coloro che rifiutano la vita nuova di Dio e non praticano “la giustizia e non amano il fratello” (cfr. 1 Gv 3,7-10).

In quanto “figli di Dio”, vivono in modo coerente con i comandamenti di Dio sulla base di valori contrapposti a quelli che propone il “mondo”. Pertanto, il “mondo” li ignorerà o addirittura li perseguiterà, rifiutando la proposta di cui i “figli di Dio” sono testimoni. Non c’è nulla di nuovo né di sorprendente, perché il “mondo” aveva già rifiutato Cristo e la sua proposta di salvezza (v. 1b).

Il capitolo decimo del 4° Vangelo è dedicato alla catechesi del “Buon Pastore” che l’autore utilizza per spiegare la missione di Gesù: l'opera del “Messia” consiste nel condurre l’umanità verso pascoli verdeggianti e sorgenti cristalline da cui sgorga in pienezza la Vita.

L'immagine del “Buon Pastore” non è stata inventata dall'autore del 4° Vangelo, ma si ispira ad alcuni testi dell’Antico Testamento, in particolare, a Ez 34, dove viene utilizzata la metafora del “pastore” e del “gregge” per parlare del rapporto tra i governanti e il popolo. Il profeta, parlando agli esuli di Babilonia, denuncia che i capi di Israele sono stati, nel corso dei secoli, dei cattivi “pastori”, perché hanno pensato solo a loro stessi e hanno condotto il popolo su sentieri di sofferenza, di ingiustizia e di morte. Per questo, profetizza Ezechiele, Dio stesso verrà e assumerà la guida del suo Popolo, e metterà a capo del suo “gregge” un “Buon Pastore” (il “Messia”), che lo libererà dalla schiavitù e lo condurrà a nuova vita. Questa promessa di Dio – tramandata da Ezechiele – si è realizzata in Gesù cosi come ci racconta Giovanni.

Gesù è il buon pastore che conosce il suo gregge. Dopo aver definito in questo modo la sua missione e il suo rapporto con il gregge, Gesù spiega chi sono le sue pecore e chi può far parte del suo gregge. Quando afferma che “ho ancora altre pecore che non appartengono a questo recinto e devo radunarle” (v.16a), Gesù chiarisce che la sua missione è universale perché non si esaurisce dentro i confini del popolo di Israele, ma intende donare la vita a tutti i popoli della terra. Così deve essere la comunità di Gesù che per essenza, non si identifica con una specifica istituzione politica, sociale o culturale, perché abbraccia l’umanità senza discriminazioni, confini ed è inviata nel mondo intero. Ciò che è decisivo, per far parte della comunità di Gesù, è accogliere la sua chiamata e seguirlo nel progetto di vita che propone. Ci sarà, allora, un'unica comunità, il cui riferimento è Gesù, che camminerà con Lui verso la Vita vera ed eterna, perché “ascolteranno la sua voce e ci sarà un solo gregge e un solo pastore” (cfr. v.16b).

Avendo Cristo, il buon Pastore, come modello da seguire, preghiamo affinché ogni vocazione nella chiesa abbia come obiettivo di “seminare la speranza e costruire la pace…  infatti, siamo chiamati a riscoprire il dono inestimabile di poter dialogare con il Signore, da cuore a cuore, diventando così pellegrini della speranza, perché la preghiera è la prima forza della speranza.  Tu preghi e la speranza cresce e va avanti.” (Papa Francesco, Messaggio per la 61ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 21 aprile 2024)

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

At 3,13-15.17-19
Sal 4
1 Gv 2,1-5
Lc 24,35-48

Gesù è veramente risorto? Possiamo ancora incontrarlo? Come mostrare al mondo che Gesù è vivo e continua a offrire la salvezza agli uomini? È a queste domande che, fondamentalmente, le letture della terza domenica di Pasqua cercano di rispondere.

La prima lettura (At 3,13-15.17-19) è ambientata a Gerusalemme, presso la “Porta Bella”, situata sul lato orientale della città, dava accesso al Tempio per chi proveniva dal Monte degli Ulivi. Nelle figure di Pietro e Giovanni ci viene presentata la testimonianza della prima comunità cristiana di Gerusalemme, impegnata a continuare la missione di Gesù e a annunciare il progetto salvifico di Dio. L'autore degli Atti è convinto che questa testimonianza si concretizza non solo attraverso la predicazione, ma anche attraverso i gesti degli apostoli.

Pietro, rivolgendosi agli «uomini d'Israele» che lo ascoltano nel portico di Salomone, spiega che la guarigione dello zoppo è avvenuta nel nome di Gesù. Pietro e Giovanni erano, in questo caso, semplicemente intermediari della salvezza che Gesù è venuto ad offrire a tutti gli uomini. Di che cosa c’è bisogno affinché la perenne offerta di salvezza diventi efficace in noi anche oggi? È necessario “pentirsi” e “convertirsi”. Questi due verbi definiscono il movimento di riorientamento della vita affinché Dio torni ad essere al centro della nostra esistenza e la Sua Parola possa essere ascoltata.

Vivere con coerenza è il forte richiamo che proviene dalla seconda lettura (1 Gv 2,1-5). L'autore della lettera di Giovanni ci invita a prendere coscienza della nostra condizione di peccatori, ad accogliere la salvezza che Dio ci offre, a confidare in Gesù, l'“avvocato” che ci comprende (perché è venuto incontro a noi, ha condiviso la nostra natura umana e ha sperimentato la nostra fragilità) e che ci difende da ogni male. Riconoscere la nostra realtà di peccatori non deve gettarci nella disperazione, ma portarci ad aprire il cuore ai doni di Dio, ad accogliere umilmente la sua salvezza e a camminare con speranza verso Dio ricco di bontà e di misericordia che ci ama e ci offre, senza condizioni, la vita eterna. Riconosco la mia condizione di peccatore, che a volte dice “no” a Dio e sceglie strade di egoismo e di autosufficienza? Sono disposto ad avvicinarmi di nuovo a Dio e ad accettare le sue proposte? La mia vita, i miei atteggiamenti verso gli altri, i sentimenti che custodisco nel cuore, i valori che guidano le mie azioni, devono essere coerenti con la mia fede.

L’evangelista Luca, nel brano del Vangelo, mostra come i discepoli riconoscono progressivamente Cristo risorto. In questo brano (Lc 24,35-48) gli undici riuniti a Gerusalemme poco dopo la risurrezione di Gesù, sono già venuti a conoscenza di un'apparizione del Risorto a Pietro (cfr Lc 24,34), e dell’esperienza dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,35). Ciò malgrado, gli apostoli sono ancora impauriti, turbati e pieni di dubbi, molto probabilmente perché la maggior parte di loro non aveva ancora fatto l’esperienza di un incontro personale con Gesù risorto.

La catechesi di Luca suggerisce alcuni elementi che è importante rimarcare perché aiutano i discepoli di ogni epoca a comprendere e contestualizzare l’incontro con Gesù risorto.

Notiamo innanzitutto il modo in cui Gesù appare ai discepoli (v.36). È un'apparizione che sorprende i discepoli e che avviene per una iniziativa esclusiva di Gesù. È sempre Lui che “muove il primo passo” per venirci incontro, senza preavviso e in modo imprevedibile. Questa è la modalità con cui il Risorto continuerà ad apparire nella vita dei suoi discepoli pellegrini nel mondo.

È importante notare anche il luogo dove Gesù si trova quando si presenta ai discepoli: è «in mezzo a loro» mentre augura loro la pace. Sì perché, il suo posto è sempre al centro della comunità, ed è intorno a Lui che la comunità si costituisce e organizza la sua vita. Per questo lo sguardo di tutti i discepoli dovrà sempre essere fisso su di Lui e la comunità dovrà nutrirsi e vivere di Lui. Sempre Gesù vivo e risorto dovrà essere il riferimento costante della comunità cristiana!

Luca allude anche ai dubbi e al turbamento dei discepoli davanti a Gesù risorto. Questa allusione rivela la difficoltà che i discepoli sentivano nell’imboccare il cammino della fede. Perché, per i discepoli, la risurrezione non è stato un fatto immediatamente evidente, ma un percorso di maturazione nella fede, fino a giungere all'esperienza del Signore risorto (v. 38). Questo è l’itinerario della fede che anche noi siamo chiamati a percorrere.

Facciamo notare che Luca arricchisce il suo racconto con elementi “sensoriali” e tangibili che sembrano, fin dall'inizio, andare oltre l'ambito della Vita nuova di cui Gesù gode, dopo la risurrezione, per esempio: l'insistenza nel “toccare” Gesù per vedere che non era un fantasma (vv.39-40) e l'indicazione che Gesù aveva mangiato “un pezzo di pesce arrostito” (vv.41-43). L'utilizzo di questi elementi è, innanzitutto, un modo per sottolineare che l'esperienza dell'incontro dei discepoli con Gesù risorto non è stata una allucinazione nemmeno il frutto della loro fantasia, ma un'esperienza reale molto forte e suggestiva, quasi palpabile. Gesù risorto non è assente e distante dal mondo nel quale i discepoli devono continuare a camminare, ma Egli continua, nel tempo, a sedersi alla mensa con il suo popolo, a stabilire con loro legami di intimità e di comunione, a condividere i loro sogni, le loro fatiche, le loro speranze, le loro difficoltà e le loro sofferenze. Infine, viene il mandato missionario di predicare la conversione e il perdono dei peccati, offrendo a tutti la possibilità di abbracciare la vita nuova generata dall’incontro con il Cristo risorto. In questo dovrà sempre consistere la missione della comunità di Gesù.

Qual è il centro vitale, il riferimento fondamentale nelle nostre comunità cristiane? Siamo tutti concentrati su Gesù, oppure siamo distratti da altre figure, altre preoccupazioni, altri interessi, altre priorità e altri valori? Pace a voi!

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

Domenica della Divina Misericordia

At 4,32-35
Sal 117
1 Gv 5,1-6
Gv 20,19-31

L'itinerario della gioia pasquale tracciato dalla liturgia odierna ci porta a contemplare la prima comunità cristiana inviata nel mondo a testimoniare la vita nuova sprigionata dalla risurrezione di Gesù.

Quali sono le caratteristiche di questa comunità cristiana? Nella prima lettura (At 4,32-35) Luca descrive la comunità cristiana di Gerusalemme composta da persone diverse, che vivono la stessa fede con un cuore solo e un un'anima sola; una comunità dove l’amore fraterno si vive concretamente con gesti di condivisione e di solidarietà e che, per questo, testimonia Gesù risorto.

D’altra parte, in altri brani degli Atti degli Apostoli Luca racconta alcune difficoltà e tensioni vissute dentro la comunità cristiana. Questo vuol dire che l’intenzione di Luca è quella di descrivere la comunità di Gerusalemme come un ideale verso cui ogni comunità, che vuole dirsi cristiana, dovrebbe tendere, un modello verso cui aspirare, confidando nella forza dello Spirito.

Gli abitanti di Gerusalemme non avevano incontrato Gesù risorto, ciò che invece potevano vedere e “toccare con mano” era una sorprendente trasformazione nella vita dei discepoli, in grado di superare l'egoismo, l'orgoglio e l'autosufficienza per vivere l'amore, la condivisione e l’aiuto reciproco. È proprio questa testimonianza, nei fatti e nella vita, il modo migliore per dire a tutti che Gesù è vivo in mezzo a noi.

Quali sono per noi oggi le caratteristiche fondamentali della comunità cristiana? Prima di tutto, al centro ci deve essere il Cristo dell'amore, del servizio e del dono della vita. Per questo il cristiano non può vivere chiuso nel suo egoismo ed essere indifferente alla sorte degli altri fratelli e sorelle. Infatti, Luca parla della condivisione dei beni... Una comunità dove alcuni sprecano oppure accumulano dei beni per sé e dove altri, invece, vivono nell’indigenza, non è una comunità che testimonia la novità dell’amore che Gesù è venuto a portare. Un cristiano che, pur andando in chiesa, si mostra indifferente ai drammi e alle sofferenze dei più poveri è lontano dallo spirito e dalla prassi della comunità ideale. Altrettanto un cristiano che fa donazioni per i bisogni materiali della parrocchia, e che, nello stesso tempo, sfrutta i lavoratori e compie soprusi verso i più deboli è decisamente fuori dal modello della comunità ideale.

La seconda lettura (1 Gv 5,1-6) ricorda ai membri della comunità cristiana i criteri che definiscono un’autentica vita cristiana: il vero credente è colui che ama Dio, che aderisce a Gesù Cristo e alla proposta di salvezza che, attraverso di Lui, il Padre fa all’umanità e che vive amando i suoi fratelli e sorelle. Chi vive così va oltre la logica di questo mondo e diventa parte della famiglia di Dio.

Anche per l’autore della Prima Lettera di Giovanni, amare Dio, aderire a Gesù sono inseparabili dall’amore per il prossimo. Pertanto, chi non ama ed è indifferente ai bisogni degli altri, non adempie i comandamenti di Dio e non segue Gesù.

Gli ultimi capitoli del Quarto Vangelo (Gv 20,19-31)), ci presentano la comunità della Nuova Alleanza. L’indicazione che siamo nel “primo giorno della settimana” rimanda ancora una volta al tempo della nuova creazione inaugurata dalla morte/risurrezione di Gesù,

Nel cenacolo, a Gerusalemme, è raccolta la comunità creata dall'azione creatrice e vivificante del Risorto, che però è ancora insicura e spaventata perché circondata da un ambiente ostile, ma soprattutto perché non ha ancora fatto l'esperienza diretta dell’incontro personale con il Cristo risorto.

Nel brano della liturgia odierna, Giovanni ci presenta una catechesi sulla presenza di Gesù, vivo e risorto, tra i discepoli nel loro cammino nella storia. Non gli interessa tanto fare un resoconto giornalistico delle apparizioni di Gesù risorto ai discepoli, quanto piuttosto affermare per i cristiani di tutti i tempi che Cristo è vivo ed è presente accompagnando la missione della Chiesa nel mondo. Di questo incontro con il “Signore risorto” ogni credente può fare esperienza ogni volta che celebra la fede con la sua comunità.

La comunità cristiana è costruita attorno a Gesù da cui riceve vita, amore e pace. Senza Gesù siamo condannati all’aridità e alla sterilità, incapaci di vivere pienamente la nostra vita; senza di Lui siamo come un gruppo di persone spaventate e, soprattutto, incapaci di affrontare i drammi e le sfide di questo mondo con un atteggiamento costruttivo e trasformativo; senza di Lui al centro, tra noi nascono divisioni, conflitti e rivalità, che ci allontanano dall’ideale di una comunità di fratelli e sorelle che vivono “con un cuore solo ed un’anima sola” … Allora è opportuno chiederci: è Cristo veramente al centro della vita della comunità? È a Lui che tutto tende e da cui tutto proviene?

Nella risurrezione, Gesù dona ai suoi discepoli un nuovo vincolo di unità, più forte di prima, che non è il risultato di sforzi umani, ma semplicemente dono gratuito della incommensurabile misericordia divina.

È dunque l'amore misericordioso di Dio che unisce saldamente, oggi come ieri, la Chiesa e fa dell'umanità un'unica famiglia.

San Giovanni Paolo II, ha voluto chiamare questa domenica, la seconda di Pasqua, Domenica della Divina Misericordia, e ha indicato Cristo Risorto come fonte di fiducia e di misericordia, accogliendo il messaggio spirituale trasmesso dal Signore a Santa Faustina Kowalska, che si riassume nell'invocazione “Gesù, confido in te!”

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

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12-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

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Giornata mondiale contro il lavoro minorile

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Lavoro minorile, infanzia negata per 160 milioni di bambini. Secondo le agenzie della Nazioni Unite il fenomeno è in crescita...

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