Nei miei studi di storia della Chiesa mi è stata chiesta la recensione di un libro non recente di un noto mediovalista italiano, molto conosciuto per le sue pubblicazioni ma anche per l’impegno di divulgazione che ha fatto di lui un personaggio abbastanza conosciuto anche fuori dai limiti della sua specializzazione storica. Si tratta di Alessandro Barbero e il libro di cui parlo è “Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell'impero romano” (Laterza; 10° edizione di aprile 2010).

Voglio condividere alcuni aspetti della sua riflessione storica perché mi sembrano illuminanti anche per noi oggi che ogni giorno tocchiamo con mano le problematiche legate al problema migratorio. Queste le troviamo quasi sempre nella prima pagina dell’agenda politica italiana (e non solo) e sono uno dei temi più discussi e dibattuti in questo primo quarto del XXI secolo. Ebbene non è solo un problema di oggi, anche in una tappa importante della storia dell’Impero Romano la migrazione e la permeabilità della frontiera, il “limes” come lo chiamavano allora, era percepita come un problema.

A partire dal primo secolo dopo Cristo questo Impero era considerato all’esterno prospero, aveva una economia stabile e delle frontiere sufficientemente militarizzate con l’intenzione di gestire i flussi migratori ma i popoli barbari, che si sentivano costantemente minacciati dalla fame e dalla guerra e non riuscivano sopravvivere con le poche risorse a loro disposizione, finivano per bussare, sempre più numerosi, alle porte dell’impero romano. 

Per affrontare questa crisi l’Impero esercitava su di loro diverse strategie: se alcune prevedevano l’allontanamento forzato dal territorio altre invece preferivano l’accoglienza di massa o, in alternativa, si offrivano piccoli aiuti umanitari o si fissavano quote di ingresso. “L’accoglienza dei profughi o il reinsediamento forzato dei popoli sconfitti sono strumenti di cui le autorità romane dell’età giulio-claudia si avvalgano con una certa libertà, rispondendo in innanzitutto a esigenze di sicurezza, e solo secondariamente a opportunità economiche e demografiche” (p. 16).

In realtà le frontiere, spesso erano solo un limite più simbolico che reale, e invece attorno a loro si svilupparono vere e proprie società di confine fondate su scambi commerciali e sfruttamento della forza lavoro delle popolazioni barbare. La linea artificiale che segnava il confine dell'Impero romano, anche se in alcuni punti fortificata e difesa, quasi mai era totalmente impermeabile, anzi tutto il contrario, era lo spazio di incontro di mondi radicalmente diversi ma anche costantemente in dialogo perché in qualche modo avevano bisogno l’uno dell’altro. 

Così che, per esempio, durante il principato di Marco Aurelio e dopo la peste conosciuta con il nome di “antonina”, si complicò la gestione dei confini a causa della riduzione dei militari e della manodopera agraria e allora l’autorità imperiale utilizzò gli strumenti dell’accoglienza sistematica per favorire l’insediamento nel territorio romano; per il ripopolamento delle campagne, impoverite dalla guerra e dalle epidemie, si reclutava manodopera libera fra i popoli barbari. 

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Dal punto di vista commerciale, agricolo e fiscale, l’autorità imperiale decise di affidare la gestione dei vasti territori ai barbari fino al punto che quest’ultimi si arruolarono nell’esercito romanizzandosi e assimilandosi nel “melting pot”. 

Dopo duemila anni, ancora oggi, avvengono situazioni analoghe alle frontiere dell’Unione Europea: rifugiati percossi, derubati, umiliati, espulsi, bloccati alle frontiere e altri ancora vittime di tratta per sfruttamento lavorativo e schiavitù da debito, sempre altamente a rischio di re-trafficking. Nonostante l'inasprimento dei controlli alle frontiere europee, il problema dell'immigrazione è diventato un fenomeno caratterizzato da una complessità crescente. Sono passati duemila anni di storia e le idee sul da farsi sembrano ancora povere e confuse... eppure la storia di questo continente europeo deve tanto e sotto tanti punti di vista ai fenomeni migratori che hanno trasferito in un senso e nell’altro forza lavoro, tecnologie, idee e perfino religioni.

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