Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (TERZA PARTE)

Tutte le sfide che abbiamo davanti, nuove o non più nuove, tutto ci parla dell’urgenza della formazione: se come Istituto vogliamo andare avanti dobbiamo metterci tutti in formazione, incluso a costo di chiudere le missioni. Se passa questo messaggio credo che potremmo dire di avere raggiunto un obbiettivo importante, forse il più importante.

Poi c’è anche un altro aspetto organizzativo che preoccupa ed è quello della economia. In questo campo è particolarmente importante il tema della responsabilità. È necessario capire con chiarezza che in missione non siamo andati a far soldi e che quelli che la provvidenza mette nelle nostre mani sono per la buona realizzazione della missione e non per altre cose.

Una parola per i giovani

Ho tante cose da dire ai giovani per l’affetto che ho per loro e riconoscendo la difficoltà di donarsi al Signore e alla missione nel momento attuale. Principalmente mi sento d’indicare TRE esigenze, percorsi e cammini che considero fondamentali per aiutare la persona a donarsi, l’Istituto ad avere un senso, la grande famiglia della Consolata una credibilità di vita e di testimonianza.

1. IL CAMMINO DI CONVERSIONE. La prima di queste urgenze è quella di un reale cammino di conversione, un andare avanti sulle tracce di Cristo, senza mai sentirsi pienamente arrivati. Prima di ogni missione, di ogni diaconia, prima delle opere, è necessario un ritorno a Dio, un cambiamento di vita, una conversione sempre in atto. Giorno  dopo giorno, dobbiamo essere disposti ad accettare la precarietà degli assetti rinnovando ogni giorno la decisione di amare l'altro senza reciprocità e incontrando gli uomini, gli ultimi, che si vogliono servire. Se un giovane entra in formazione e non si lascia convertire non ha futuro. Non si tratta semplicemente di una pia esortazione. Sulla piena disponibilità a questa conversione sta o cade la consacrazione alla missione. Vivere i voti è difficile. Piantiamola con il dire che nella vita consacrata e missionaria tutto è bello, quasi che non ci fosse un prezzo da pagare. Certe seduzioni creano facili entusiasmi che, alle prime difficoltà svaniscono come la neve al sole. La disponibilità all'azione dello Spirito Santo esige una lotta spirituale continua. Non ci può essere una consacrazione alla missione senza rinuncia, senza patire delle mancanze, senza soffrire. Per questo è fondamentale accogliere la conversione come una grazia, una purificazione, un cammino di vita. 

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2. LA PIENA UMANIZAZZIONE. Questo cammino di conversione dev'essere, però, accompagnato da una piena umanizzazione. Non dimentichiamolo mai: la consacrazione per la missione è vita umana, vissuta da persone che cercano di innestare la loro umanità nell'umanità di Gesù. È un innesto tutt'altro che semplice. Può avvenire solo attraverso un'arte del vivere, che esige spoliazione semplificazione, unificazione, ricerca di ciò che è essenziale per l'uomo d'oggi. 

Molto spesso, ciò che ostacola la realizzazione sia personale come comunitaria, è la scarsa qualità umana. Il vero problema di tante comunità è la carenza di umanità: si ha a che fare con esistenze vissute senza passione, senza convinzioni profonde, senza sensibilità, senza bellezza, senza libertà interiore. Ma senza libertà, si diventa schiavi. Bisogna avere il coraggio di dircelo e di dirlo ai giovani: o la nostra vita di consacrati per la missione è un cammino di umanizzazione, diversamente non riusciamo a viverla. Come la conversione, anche l'umanizzazione è un cammino faticoso che attraversa tutte le fasi della vita.

3. LA VITA FRATERNA ESSENZA DELLA CONSACRAZIONE PER LA MISSIONE. Sia il cammino di conversione che quello di una piena umanizzazione, non possono non tendere alla comunione. Proprio il celibato chiede di essere vissuto in una vita di comunione, li dove l'amore fraterno sa anche vivere di distanza, di discrezione, di sobrietà, il rispetto della libertà di ciascuno, una vita che già di per sé è una profezia in atto. La vita fraterna è il fine e la ragion d'essere degli stessi voti religiosi. Nella misura in cui vuole essere memoria reale e concreta della comunità vissuta da Gesù, la vita fraterna diventa il dono per eccellenza dello Spirito. Anche se questa comunione comporta il mettere in comune i propri beni, l'abitare e il pregare insieme, significa soprattutto lotta contro l'individualismo o contro una vita comune che obbedisce a regole mondane. Una vera vita di comunione è una vita strutturata e regolata e dev'essere pensata in primo luogo come servizio reciproco, dove la prima opera è amarci gli uni gli altri perché solo allora Dio dimora in noi. In questo modo saremo riconosciuti come discepoli di Gesù con la missione nel cuore!!!

Guardando a futuro

Proprio pensando al futuro, sarebbe opportuno, di tanto in tanto, guardare indietro, non dimenticando quel passo straordinariamente eloquente con cui Isaia si rivolge ai suoi figli (discepoli): «Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il suo volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui. Ecco, io e i figli che il Signore mi ha dato, siamo segni e presagi per Israele da parte del Signore degli eserciti, che abita sul monte Sion» (8,17-18). 

Non dobbiamo temere. Ogni comunità può essere segno e presagio. Anche se l’Istituto sarà ridotto ad un piccolo “resto”, continuiamo a non temere. Sempre Isaia ci assicura che se anche restasse soltanto un ceppo, perché l'albero è abbattuto e tutti i rami e anche il tronco sono a terra, quel ceppo, dice Isaia, è un “ceppo santo” che continuerà a gettare virgulti e sarà “seme santo” (6,13)». Come il Signore non è mai venuto meno alla sua fedeltà nel passato, così sarà anche nel futuro. Ecco, è questa la consolazione!

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La consolazione è utile anche per le nostre fragilità

Consolazione è fare i conti anche con le nostre fragilità e questo lo vediamo spesso quando ci avventuriamo nella missione. Ricordo un viaggio al nord dell'Argentina, nel periodo di Natale, che nell’emisfero sud è il periodo più caldo dell’anno e la temperatura era quasi insopportabile. Il viaggio era stato lunghissimo in parte perché l'Argentina è grande ma anche perché la strada era stata chiusa in più di una occasione da picchetti per qualche tipo di manifestazione.

Dopo ben 20 ore di viaggio ho raggiunto la parrocchia dove lavorava il padre Juan Domingo Varela e ci siamo preparati per celebrare il Natale in un villaggio chiamato “el pozo del tigre”. Sono venute sette persone in tutto; non c’erano nemmeno le suore che in quei giorni avevano la visita della superiora. Quando il giorno dopo sono andato a salutarle... nell’atrio della casa mi accolse una gigantografia di Ernesto Che Guevara.

Nella parrocchia vicina la nostra presenza è stata più utile perché il sacerdote incaricato della comunità non aveva celebrato la messa di Natale per andare a far festa con la sua famiglia. In cambio in quella chiesa abbiamo potuto contare con la presenza preziosa di una comunità di suore che giustamente a Natale ci hanno fatto cantare “tu scendi dalle stelle... e vieni in una grotta al freddo e al gelo!”.

Vorrei terminare questa mia riflessione con una riflessione di Marco Guzzi, tratto dal libro “Darsi pace”, titolato “Infinita consolazione”. Dice bene quello che ho vissuto o cercato di vivere in questi 18 anni di servizio all’Istituto.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno di consolazione, anzi di un’infinita consolazione.

Abbiamo sempre bisogno di essere consolati, confortati nella nostra sofferenza strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria giornata terrena. Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione. 

Tutto dovrebbe essere finalizzato a questo scopo: il lavoro, la sapienza, ogni forma di compassione e di amore, siano modi per consolare, per dire all’essere umano: tu hai un grande valore. Non temere, non sei solo, e questa scarpata ripida e dolorosa ti sta portando sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE

“Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio.” (2 Cor 1,3-4)

Carissimi confratelli, consorelle, laici missionari, familiari, amici e benefattori,

La Festa della Consolata, sempre bella per tutti noi, quest’anno ha un sapore ed una grazia particolari. La celebreremo a Torino, quasi a conclusione del XIV Capitolo Generale, presso i luoghi della nostra storia e memoria ed in particolare al Santuario della Consolata. Possiamo dire che è in questo luogo speciale che siamo stati pensati, generati e formati dal cuore sacerdotale e missionario del Beato Allamano che battendo con il cuore di Maria ha accolto ogni sua ispirazione e desiderio. Il Fondatore, contemplando la Consolata ed il Figlio che porta in braccio, fatto carne e adorato nell’Eucarestia, ha accolto il carisma che ha dato vita alla nostra famiglia missionaria.

Che cosa ci siamo detti e chiesti in questi giorni di riflessione, scambio, preghiera e celebrazione? Ci siamo detti che abbiamo bisogno di ritornare a bere alla fonte del nostro carisma per poter essere fedeli alla missione che ci è stata affidata ed essere presenza e testimonianza di consolazione in questo mondo ferito, affamato e assetato di giustizia e di pace, portando Gesù e la vita nuova e bella del Vangelo.

Come discepoli e missionari, anche noi alla luce della Parola, abbiamo compreso che nulla può fermare la forza del Vangelo che siamo chiamati ad annunciare. Anche se le situazioni e realtà i cui viviamo sono difficili e noi stessi ci scopriamo deboli e fragili, non possiamo fermarci perché sappiamo che non contiamo solo sulle nostre forze, ma soprattutto su quella di Gesù e del suo Spirito.

Anche Papa Francesco, che abbiamo incontrato con le Missionarie della Consolata, con poche parole, ci ha lasciato un mandato: “Vi incoraggio a camminare sempre con gioia nelle vie del Signore” che per noi sono le vie della missione e della consolazione. Ci è sembrato di sentire le parole del Fondatore quando diceva: “Coraggio e avanti in Domino!”.

Più volte ci siamo detti che questo cammino non lo facciamo da soli, ma come comunità e come famiglia, con quello spirito che il Fondatore ci ha chiesto fino alla morte; tra di noi, con le Missionarie della Consolata e tutti quei laici missionari che condividono il nostro carisma. Questa vita fraterna e di famiglia, vissuta in comunità arricchite dalle più varie culture, è il primo annuncio e testimonianza missionaria che possiamo dare.

Ci recheremo in pellegrinaggio al Santuario per ringraziare, per celebrare e poi per ripartire perché la Consolata è già là, in ogni continente, che ci aspetta e precede, passeremo per dirle che rinnoviamo davanti a Lei il nostro proposito di amare, servire e consolare l’umanità con il suo cuore, con le sue mani e con le parole del Figlio suo.

Presso la Consolata il Beato Allamano ha celebrato l’invio in missione di tanti missionari e missionarie, oggi continua ad inviare anche ognuno di noi. Lui, con la mente ed il cuore, partiva con loro, oggi continua a partire attraverso ognuno di noi e ci ripete: “Gesù ha conferito il mandato ai missionari. Vedete che consolazione! Il Signore in quel momento ha pensato a ciascuno di noi. Si vedeva che gli stava tanto a cuore la sua Chiesa”. (25 ottobre 1918 – Celebrazione per la partenza per l’Africa).

Affidiamo alla Consolata quanto lo Spirito ci ha indicato in questo XIV Capitolo Generale e la nuova Direzione Generale che servirà e animerà la nostra famiglia missionaria in questo sessennio.

Ci affidiamo all’intercessione delle Beate Irene Stefani e Leonella Sgorbati e, in particolare, del Beato Giuseppe Allamano del quale in questo sessennio celebreremo il centenario della morte facendo anche di questo momento una occasione di rinnovamento nel carisma che ci ha trasmesso.

Ad ognuno, e in particolare ai missionari anziani ed ammalati, il nostro saluto chiedendo alla Consolata che tutti benedica e consoli.

Sono padre Daniel Ruiz, compio non 50 ma 55 anni di ordinazione a dicembre di quest’anno. Sono venuto a Roma perché ero sicuro che questo corso mi sarebbe stato di grande aiuto per trovarmi con la mia realtà, la mia vecchiaia... e così è stato. Il prossimo mese di maggio compirò 78 anni e ho potuto scoprire che la vecchiaia non è, come dicono in swahili, un “mzigo mzito”, un peso noioso da portare, ma è un dono e un valore con il quale, anche se le forze mancano un po’, abbiamo ancora tanto da dare agli altri.

Tutto quello che abbiamo raccolto nella nostra vita è da comunicare agli altri, una saggezza che non va sprecata. 

Grazie mille per questo corso, è stato un grande regalo. Torno in Tanzania per continuare a comunicare ed annunciare ai fratelli e lo faccio con maggior fiducia in Colui che mi ha chiamato e continua a dare la vita per noi.

Il simbolo che ho portato è una tartaruga, perché la tartaruga? Perché in Kiswahili ci sono delle favole che hanno come protagonista Mzee Kobe, cioè l’anziano tartaruga. Questi è un animale simpatico, certamente lento, ma ci comunica la pazienza e la saggezza. 

La ragione di questo segno che mi sono portato viene da lontano, da quando sono arrivato in Tanzania la prima volta. Avevo trovato p. Giovanni Barra al quale avevo chiesto di consigliarmi qualcosa di importante per la mia nuova missione in quel paese. Lui mi ha risposto con un indovinello che diceva così: “chi non ce l’ha l’acquista e chi ce l’ha la perde... che cos’è?”. Ci avevo pensato un po’ e dopo mi ero arreso. E allora lui mi ha risposto in questo modo: “la pazienza figliolo! Se non ce l’hai la acquisterai, e se ce l’hai la perderai!”.

È la frase che non mi dimentico mai... io in realtà mi sembra di averne ma è pur sempre vero che ogni tanto la perdo e allora la devo riacquistare. È un valore per me e per quelli che convivono con me e da lì il simbolo che ho portato per “presentarmi” in questo corso: la tartaruga, la saggezza di Mzee Kobe.

Ai missionari giovani consiglierei prima di tutto d’avere un forte senso di appartenenza. Loro hanno lasciato le loro famiglie ma non le hanno abbandonate: continuano ad amarle come prima. Pero adesso hanno una nuova famiglia: la famiglia dei missionari della Consolata, la nostra congregazione, il nostro istituto. È qui che ci dobbiamo donare tutto, “hali na mali”:  cuore e anima. 

I giovani devono rendersi conto che se siamo fragili se non abbiamo la fede salda, la missione sarà dura. Quindi fede in Gesù che ci chiama e ci invia, prima veri cristiani e poi missionari. 

* P. Thomas Mushi è Missionario della Consolata, Studente di Diritto Canonico a Roma, e ha intervistato il P. Daniel Ruiz presente al corso dei missionari con 50 anni di ordinazione.

Custode non proprietario!

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (SECONDA PARTE)

In questi anni non ho mai voluto essere proprietario della missione o il classico superiore che domina. Invece ho voluto essere il custode di un vocazione che ci accomuna, di un carisma che ci fa fratelli, di una missione che ci spinge a sognare le stesse cose. C'è uno slogan che ho attaccato alla mia scrivania ed è li da anni: un aforisma di Bertolt Brecht e dice “ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”; solo chi non trova un comodo posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

La responsabilità 

Un'altra frase che mi ha accompagnato in questi anni l’avevo trovata in un libro di meditazioni. Diceva qualcosa di simile: "se per caso dalla vita dei missionari sparisse la parola amore oggi dobbiamo rimpiazzarla con responsabilità. Il nuovo nome dell'amore è la responsabilità. 

Su questo punto dobbiamo battere molto: molti problemi che abbiamo sono legati spesso a una mancanza di responsabilità e su questo mi è sembrato importante chiamare l’attenzione di tutti i missionari. Essere responsabili significa prendersi a cuore le cose che facciamo; rispondere delle comunità o degli impegni che sono stati a noi affidati. Non si tratta di far sentire uno colpevole o innocente ma di richiamare ciascuno alla propria responsabilità: non possiamo rinunciare a questo se vogliamo vivere la nostra vocazione da adulti e non da bambini.

Non fare ma essere missionari

Un altro aspetto importante è quello di spostare la nostra consacrazione dal fare all’essere. La nostra vita è sempre stata molto attiva ma non possiamo lasciarla agganciata al fare. In questi giorni, con il corso per i missionari anziani, uno psicologo diceva precisamente questo: il problema dell'età avanzata diventa tale se ci siamo agganciati troppo al fare e poco all'essere. Quando le forze non ci sono più allora i missionari entrano in crisi se sotto non c'è un essere consistente. Se invece è importante l'essere, anche se sei anziano, potrai sempre trasmettere qualcosa.

Le situazioni che mi hanno segnato

Ce ne sono davvero tante, provo a riassumerle citando tre esperienze che mi hanno marcato nella relazione con missionari, tre con le comunità e tre con l’Istituto in generale

1. Relazioni con i missionari

Una esperienza davvero forte fatta abbastanza recentemente è quella con l'ex padre Giuliano. Lui già un bel po’ di anni fa, in Venezuela, ha lasciato l'Istituto e messo su famiglia. Io tutte le volte che andavo in Venezuela lo cercavo. Poi proprio nel periodo più brutto di questo paese, con la crisi che si era aperta dopo la morte di Chávez, quando era diventato perfino difficile mettere qualcosa sotto i denti, mi arriva la notizia che Giuliano si era ammalato di un cancro all'esofago. In Venezuela, in quelle condizioni, era davvero destinato a morire. Mi è sembrato che non potevamo far finta di niente, lui era stato uno di noi, e allora l'ho fatto arrivare ad Alpignano dove è rimasto fino alla morte. Mi ha lasciato scritto delle cose molto belle, ha fatto veramente una esperienza mistica ad Alpignano. Poi abbiamo fatto venire anche le figlie quando era quasi alla fine; il cancro gli impediva di parlare ma scriveva ancora su un foglio. Alla fine è morto degnamente ed è stata per lui e anche per noi una esperienza di grande consolazione. Un caso analogo è stato quello del padre Giorgio, anche lui uscito tanti anni fa. Si era ridotto a vivere, cieco, in un appartamento da solo e così anche lui l'abbiamo portato ad Alpignano. 

Poi stiamo accompagnando un padre che ha abbandonato l’Istituto con 72 anni, dopo una esperienza che non era mai stata affrontata per più di venti o trent'anni e che faceva star male sia il padre che la comunità. Adesso sta bene, è contento, ma con settanta due anni e non lo possiamo lasciare solo e quindi anche lui dobbiamo accompagnare.

È parte della vita e del servizio che mi è stato affidato dalla comunità: stare vicini a missionari che vivono esperienza forti. Per ultimo il caso del padre Rocco che a Milano che stava lentamente morendo di cancro, in età ancora abbastanza giovane e che, fino a poco prima, era ancora nel pieno delle sue attività. Che difficile trovare le parole giuste per dire a un confratello con il quale hai convissuto e fatto un cammino assieme “guarda, umanamente parlando la situazione che stai vivendo ha una sola uscita e quella è la morte, la medicina non può fare più niente per te”. Quando riesci a trovare le parole giuste allora senti il suo ringraziamento e quello della sua famiglia. Ho scritto loro quattro righe e queste sono state pubblicate nell’immagine ricordo che è stata distribuita in paese in occasione del suo funerale. È stata anche quella una esperienza di profondo dolore e di profonda consolazione.

2. Relazioni con le comunità

Nelle comunità la consolazione è essenzialmente presenza, stare con, condividere e sporcarsi le mani con le situazioni che vivono i confratelli. Non finirò mai di ringraziare il Padre Eterno per tutta la esperienza che ho avuto modo di accumulare in questi anni spesi accompagnando i confratelli. È stato un dono e una bellezza incredibile.

Potrei ricordare il caso di Dianrá, quando la guerra civile della Costa d’Avorio stava volgendo al termine ma il paese continuava ad essere diviso e i nostri missionari del nord da mesi non vedevano nessuno. Sono arrivato in Costa d'Avorio con il primo viaggio organizzato dall'estero e devo essere stato il primo bianco ad attraversare quella frontiera interna che la guerra aveva marcato. È stata una vera avventura fatta spesso con mezzi di fortuna e spostandosi come si sposta la gente. Quando arrivai là che festa è stato quell’incontro e anche che mal di pancia... mi hanno dato da mangiare una specie di topo e ho vomitato l’anima, pensavo di morire.

Un’altra esperienza di vicinanza a missionari particolarmente provati è stata quella del Venezuela, ho accompagnato i confratelli durante una delle molteplici crisi che ha attraversato il paese, quando in strada c’era un sacco di gente arrabbiata e non si sapeva nemmeno bene che intenzioni avessero.

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Altro ricordo: la missione di Luacano, in Angola. Una missione remota dove non c’era mai stata presenza missionaria prima di noi. Per arrivarci bisognava volare due ore dalla capitale fino a una città dalla quale partiva una ferrovia che portava, dopo otto ore di viaggio e attraversando zone paludose, fino a Luacano. Il treno era l’unico mezzo di trasporto, non c’erano strade per motivo della topografia della regione e sul treno viaggiava proprio di tutto. Se non compravi il biglietto con abbastanza anticipo non trovavi nemmeno un buco per metterti.

Un’ultimo ricordo, il viaggio da Toribío a Cali, con mezzi pubblici, per accompagnare un poco il padre Tarcisio Mayoral che era rimasto solo nella parrocchia del Santo Evangelio.

Un segno dell’attenzione comunitaria rivolta alle persone e alla comunità è stata la grandissima corrispondenza. Quanto non ho dovuto scrivere in questi anni! Forse il Superiore Generale che verrà dopo di me sarà una persona che utilizzerà altri modi di comunicazione, magari più audiovisuali, ma nel caso mio i messaggi scritti sono stati davvero tanti. Oltre alla corrispondenza personale –tante cose moriranno con me– le lettere ai missionari in occasione della professione perpetua e il diaconato e in occasione di eventi giubilari (anniversari di ordinazione e professione). Poi per la comunità i messaggi in occasione dell’anniversario della fondazione, la festa del Fondatore, la Pasqua, la festa della Consolata, la commemorazione dei defunti e il Natale. Le lettere alle distinte circoscrizioni alla fine delle visite canoniche o in circostanze particolari. Se dovessi raccogliere tutto, magari sarebbe bene farlo, ci sarebbe davvero un buon materiale per la riflessione e anche abbastanza voluminoso.

Tutto questo io l'ho vissuto e sperimentato come un gesto di consolazione.

Lo stesso profilo Facebook l'ho aperto e mi è servito per conservare contatti con tante persone, spesso giovani o ex giovani, che in questi anni ho accompagnato, incontrato, sentito, ascoltato in tanti modi e nelle più distinte comunità e luoghi geografici. Si ricordano, si creano agganci, ci si scambia saluti... cercare di rispondere a tutti questi  messaggi, soprattutto in occasione delle feste, diventa quasi una impresa ciclopica ma è anche parte di un servizio bello prestato alle persone. 

3. La relazione con tutto l’Istituto

In questi anni è stato grande lo sforzo di organizzare meglio questo Istituto. Probabilmente non ci sono riuscito come avrei voluto e arriviamo a questo capitolo con molte delle domande che ci accompagnano quasi da decenni. Questa fatica io la vedo abbastanza legata alla identità del nostro Istituto, siamo molto più dediti al fare che al pensare ma questo ci ha impoverito moltissimo. Non sempre siamo disposti a metterci in gioco per pensarci, pensare diversamente il nostro futuro e costruire l’Istituto che lasceremo in eredità a quanti verranno dopo di noi. D'altra parte spesso ci avviciniamo a situazioni nuove con una mentalità un po' vecchia e questo certamente non aiuta.

È quello che è successo con il tema della Continentalità: come spirito abbiamo fatto molti passi in avanti, ma come organizzazione con certa consistenza giuridica ed organizzativa non siamo stati capaci di arrivare fin dove avremmo voluto. Tanti missionari si sono impegnati in tutto questo ma non so fino a che punto ci abbiamo creduto davvero. 

 

Alcuni messaggi di cordoglio, giunti al WhatsApp del Superiore Generale, forse più di tante parole tratteggiano la figura del padre Rino Dellaidotti, recentemente scomparso. Quasi tutta la vita passata in Colombia, ha partecipato recentemente alla formazione continua dei missionari con 50 anni di professione o sacerdozio. Da quei missionari arrivano la quasi totalità dei messaggi che riportiamo.

Rino è deceduto il giorno 1 giugno 2023 a Trento. Aveva 78 anni di età, di cui 55 di Professione Religiosa e 50 anni di Sacerdozio. Sarà sepolto sabato 3 giugno nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Banale, suo paese natale. 

Carissimi amici, Purtroppo una triste notizia. Il p. Rino non ce l’ha fatta. Preghiamo ora per il suo eterno riposo, premio della sua vita semplice, generosa, e del suo amore per la chiesa, l’Istituto, la missione. Rino riposa in pace. P. Claudio. (Rivoli -TO)

Che fortuna ho avuto. Senza il corso G50 non ti avrei mai conosciuto e ammirato. Uomo buono, umile, generoso. Ci ritroveremo! So che ci sarai sempre vicino, come lo sei stato con i tuoi cari in varie parti del mondo. Evviva padre Rino!

Abbiamo perso un fratello. Con la fortuna di aver passato con lui un mese ed apprezzarlo come persona e missionario. Che dal cielo continui ad accompagnarci.

P. Rino rimane sempre nel nostro cuore come esempio di bontà e di fedeltà al Signore. La fede nella risurrezione ci riassicura che Lui è col Signore più vivo che mai. Sarà  il nostro intercessore e il conforto della sua famiglia, dei suoi amici e della gente che ha servito ed amato.

Con la sua bontà e  vicinanza ci ha fatto tanto  bene. Rino ti ricordo. Una preghiera fraterna. Padre Giacomo (Tanzania)

É una notizia che ci lascia sgomenti. Prego il Signore della Gloria che dia al carissimo padre Rino il premio riservato ai suoi missionari 

Padre Rino, grazie di tutto. È stato un piacere essere stato con te. Riposa in pace e intercedi presso Dio per tutti noi. Grazie di cuore per la tua testimonianza di vita consacrata a Dio e alla Missione.

Padre Rino, grazie di tutto. È stato un piacere essere stato con te. Riposa in pace e intercedi presso Dio per tutti noi. Grazie di cuore per la tua testimonianza di vita consacrata a Dio e alla Missione.

Oltre ai giorni trascorsi insieme a Roma, ha organizzato la celebrazione del 50° anniversario di vita sacerdotale di don Franzoi, dove lo abbiamo accompagnato. Che bella figura di missionario: semplice, generoso, impegnato, sempre vicino alla gente. Che il Dio della vita lo abbia nella sua gloria, godendo della ricompensa e della gioia del missionario. Sono vicino alla sua famiglia in questo triste momento e vi ringrazio per il vostro sostegno durante tutta la sua vita missionaria (p. Jaime. Colombia).

Caro padre Rino,  ciao.  Ci vedremmo in Paradiso. É stato una grazia esserci conosciuti nel Corso dei cinquantenni! Grazie per la tua generosità, testimonianza e passione missionaria.  Vai. Il Signore ti aspetta. Ricordaci. (Lirio - Brasile)

 Caro Rino, che dispiacere, ci siamo sentiti poco prima dell'intervento e noi speravamo ma le vie del Signore non sono le nostre vie... grazie, grazie e ancora grazie per la tua generosità e per la tua umiltà... preghiamo per te per i tuoi cari... dall'altra vita  continua a darci speranza.

Messaggio del Superiore Generale

Carissimi familiari e amici di padre Rino. Con il cuore triste ma anche con tanta fede siamo qui per accompagnare il nostro amato padre Rino al Padre della vita. Ci ha lasciato improvvisamente, rapidamente. Se ci rattrista la sua perdita ci consola la sua bontà che non muore e lo fa ricordare per sempre. Padre Rino è stato un buon missionario, semplice, buono e vero, amato ed apprezzato da tutti. Anche dalla Sua Colombia molte persone hanno telefonato e inviato molti messaggi di solidarietà e di preghiera pieni di tristezza per la sua morte. Ma, in tutti, è presente un affettuoso ricordo della sua persona e del suo essere sacerdote.

Con sincerità e semplicità possiamo dire che padre Rino entra tra le icone di autentico missionario, che dona tutta la vita alla causa del Vangelo e al servizio dei poveri. 

Padre Rino ci ricorda che vale la pena perseverare e “giocarsi” la vita per la missione di Dio e che è una grande grazia “saper perdere la vita per guadagnarla” (cfr.Mt.16,24-27). Rino è stato un missionario strumento nelle mani del Signore per celebrare la vita, un servo fedele, amato e ricordato da tanta gente. 

Padre Rino ha attinto ispirazione da nostro padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, per assumere la dimensione missionaria come l’orientamento fondamentale, ispiratore della sua vita e del ministero sacerdotale, che egli ha vissuto con grande impegno e dedizione. 

Dal suo volto traspariva una grande mitezza, dal suo sguardo un desiderio sincero di ascolto pieno, dalle sue reazioni emergeva un carattere positivo, privo di ogni durezza, il suo sorriso emanava una dolcezza d’animo che rassicurava. 

Chi pone le sue sicurezze in Dio affronta la vita con serenità e ottimismo, i suoi giudizi sono sempre stati pacati e benevoli, anche le contrarietà della vita non gli tolgono quella serenità di fondo, che esclude pessimismo e vittimismo. L’uomo saggio è maestro di dialogo, prudente nel consiglio, rispettoso di ciascuno, in ogni persona sa riconoscere e apprezzare il bene presente, senza tuttavia mancare di precisare con benevolenza anche i suoi limiti. 

Non è` difficile riconoscere in questa descrizione dell’uomo saggio l’immagine di padre Rino, che si è rivelato un vero uomo di Dio, un povero del vangelo, dotato di grande equilibrio e sempre nella pace.

Lo ringraziamo, in modo particolare, per il servizio alla missione, per la sua disponibilità a cambiare; infatti, aveva accettato il trasferimento all’Italia anche se il cuore era ed è rimasto sempre nella sua amata e cara Colombia. 

Grazie, caro padre Rino per tutto quello che sei ed hai fatto per tutti noi! Dal cielo inviaci un po’ della tua saggezza, ma anche un po’ della tua grande bontà. Va, riposa in pace e ricordati di noi! A tutti e ad ognuno: le condoglianze più sincere a nome mio e di tutto l’istituto!

Coraggio e avanti in Domino! Padre Stefano Camerlengo, padre generale

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