In vista del viaggio apostolico del Papa nel Paese asiatico, dal 31 agosto al 4 settembre, l'intervista ai media vaticani del cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar e missionario della Consolata. "Questa visita - afferma - servirà anche a rafforzare i già buoni rapporti tra la Santa Sede e lo Stato”. L’arrivo del Pontefice preceduto dal pellegrinaggio, in tutte le comunità cattoliche, della statua della Vergine trovata in una discarica

Eminenza, cosa s’aspetta da questo viaggio del Papa che ha come tema "Sperare insieme"?

Credo che aiuterà soprattutto i fedeli cattolici mongoli a sentirsi veramente nel cuore della Chiesa. A noi, che viviamo geograficamente in una zona del mondo molto periferica, la presenza del Papa ci farà sentire non lontani ma vicini, al centro della Chiesa. E poi sarà importante per il rafforzamento dei rapporti tra la Santa Sede e lo Stato mongolo, che già sono buoni.

La Chiesa come si è preparata ad accogliere il Pontefice?

Questa visita per noi è molto importante e per questo l’abbiamo voluta far precedere dal pellegrinaggio della statua della Vergine Maria che fu trovata, qualche tempo fa, in una discarica del nord del Paese da una donna povera e non cristiana. Questa statua, che è la nostra patrona, sta visitando le varie comunità cattoliche.

(video di Gianni Valente, Agenzia Fides)

Quali sono le dimensioni della Chiesa che il Santo Padre verrà a visitare?

La chiesa mongola è composta da un gregge molto esiguo: millecinquecento battezzati locali radunati in otto parrocchie ed una cappella. Cinque di esse si trovano nella capitale e le altre in zone più remote. E’ una comunità piccola ma molto viva.

Quali sono le principali attività ecclesiali?

La Chiesa è impegnata per il settanta per cento delle sue attività in progetti di promozione umana integrale: dall’educazione alla sanità, passando per la cura delle persone più fragili. Ma si occupa anche della vita di fede che si concretizza con il pre-catecumenato, con il catecumenato, con la vita liturgica e con la catechesi continua. E’ una pastorale che cerca di concentrarsi soprattutto sulla qualità della scelta di fede delle persone. 

La Chiesa in Mongolia quali sfide deve affrontare?

La prima, quella più importante, è vivere secondo il Vangelo. La grande sfida per ogni comunità è quella di essere discepoli e missionari. E questa coerenza di vita si traduce nella necessità di un radicamento sempre maggiore nella società mongola, con la speranza di una più forte coesione della Chiesa particolare intorno ad un progetto comune. Un’altra sfida è quella dell’inculturazione, che ha bisogno di tempi lunghi perché accompagna la maturazione della fede in un determinato contesto culturale. Infine, c’è la sfida della formazione dei catechisti locali, degli operatori pastorali e, ovviamente, del clero locale ed internazionale.

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La maggioranza della popolazione si dichiara buddista. Per la Chiesa locale, quanto è importante il dialogo interreligioso?

Il dialogo interreligioso da sempre ha segnato l’esperienza ecclesiale in Mongolia. La Chiesa si trova ad essere, anche per necessità, in una situazione di assoluto bisogno di relazioni con i fedeli di altre tradizioni religiose. E’ una dimensione fondamentale che ci ha sempre accompagnato e che, negli ultimi anni, si è intensificata a tal punto che gli incontri tra i leader religiosi, che prima avvenivano annualmente, ora si organizzano ogni due mesi. 

La Chiesa della Mongolia come sta vivendo il cammino sinodale?

Quasi spontaneamente, perché la dimensione della sinodalità fa parte della nostra esperienza ecclesiale. La dinamica della consultazione di tutte le componenti ecclesiali appartiene alla prassi di questa Chiesa. È bello sentirsi in piena sintonia con tutto il mondo cattolico in questa fase in cui la Chiesa universale si ferma a riflettere maggiormente sulla sinodalità.

Qual è oggi la situazione sociale nel Paese?

La società mongola è in una fase di grande trasformazione. C’è una rincorsa veloce a modelli sociali e culturali che sono nuovi rispetto alla tradizione. E’ una nazione in fermento la cui crescita economica sta imponendo un cambiamento anche negli stili di vita che stanno diventando più aperti alla globalizzazione. Questo rapido sviluppo comporta delle opportunità ma anche dei rischi, come quello di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo oppure quello di indebolire alcune tradizioni locali che invece favoriscono una maggiore coesione sociale. 

Ascolta l'intervista completa

Messaggio finale del 2° incontro della rete itinerante amazzonica.

Nel Vicariato Apostolico di Puerto Leguízamo-Solano, bagnato dai fiumi Caquetá e Putumayo e dai loro rispettivi affluenti, ci siamo riuniti le équipes itineranti di 5 Paesi dell'Amazzonia. Con il nostro lavoro vogliamo rendere possibili i sogni incarnati nel documento finale del Sinodo Amazzonico e nella Querida Amazonía e continuare a costruire la Rete Itinerante che ci unisce in chiave di sinodalità.

Ricordiamo i missionari che hanno navigato i fiumi di questo triplice confine amazzonico, martiri e profeti di pace: Alejandro Labaca, Inés Arango, Gonzalo López Marañón, Luis Augusto Castro e molti altri che hanno dato la loro vita affinché i popoli dell’Amazzonia abbiano pienezza di vita. Ci sentiamo discepoli di Gesù e, come lui ci ha insegnato, remiamo al largo e gettiamo le reti con la consapevolezza che il contributo di ciascuno è prezioso e unico per costruire un nuovo modello di Chiesa sinodale e con volto amazzonico.

Ci incontriamo per rafforzare la convinzione che siamo tutti fatti dello stesso fango e ci troviamo sulla stessa barca: insieme vogliamo andare oltre, dove da soli non possiamo arrivare. Sappiamo che tessere una rete implica uscire da se stessi e incontrare gli altri a piedi nudi, riconoscere volti diversi, ascoltare il grido della Terra, camminare e interagire consapevolmente nella cura della Casa Comune.

Confermiamo ancora una volta che l'itineranza è il fondamento della missione della Chiesa; è radicata nella missione di Gesù ed è la via che ci permette di raggiungere i luoghi più remoti. In queste regioni le ferite sono più aperte e la vita di Popoli e territori è maggiormente minacciata e violata da interessi che minano l’armonia: la presenza di gruppi armati, le monocolture ad uso illecito, l’estrazione mineraria, la violenza, l’impunità, la violazione spesso sistematica dei diritti umani e ambientali. 

Percepiamo l'impatto dei danni provocati dal peccato che divide, che distrugge la vita e interrompe le relazioni e i processi vitali. Notiamo con dolore che la terra più devastata è quella abitata dai popoli originari che è stata invasa da aziende e progetti che predano la natura e sono guidati da una visione capitalista e consumistica.

Ci sentiamo sollecitati a intraprendere un processo di conversione che ci permetta vivere un'ecologia integrale (Laudato Sii), uscendo dai nostri piccoli orti per ricostruire la connettività con noi stessi, con gli altri, con l'ambiente, con il cosmo e con Dio. La relazionalità che ci unisce a tutti gli esseri viventi, gli uomini e la Madre Terra implica un itinerario interiore e un profondo processo di conversione del cuore che non possiamo eludere né dimenticare.

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Tessendo questa “rete amazzonica” ci sentiamo chiamati a mettere in pratica gli impegni del Sinodo amazzonico; a cercare insieme nuove strade; a collegarci attraverso la giungla e i fiumi; a rafforzare la comunicazione, l'incontro e lo scambio culturale; a condividere esperienze,  formazione e spiritualità; a motivare la solidarietà e la comunione dei beni.

I popoli indigeni –che vivono la loro quotidianità in gioia ed armonia– sono per noi maestri di spiritualità e relazioni itineranti; ci invitano a recuperare i legami e la connessione con la Madre Terra e ad accogliere la saggezza che scaturisce dall'apertura all'azione dello Spirito. Con profonda gratitudine e ricordo reverenziale rimane nei nostri cuori la calda accoglienza che abbiamo sperimentato; l'umiltà e la fiducia degli anziani; le cena offerte dalle anziane; i balli dei bambini e dei giovani; le conversazioni nella Maloka del popolo Muina Murui nelle quali abbiamo fatto esperienza di spiritualità, mistica, calore e forza della parola.

Oggi camminiamo con le Donne dell'Aurora che ispirano il nostro impegno missionario e l'impegno per l'ecologia integrale, andiamo verso acque più profonde con la protezione, l'affetto e la tenerezza di Nostra Signora dell'Amazzonia.

Puerto Leguízamo, Putumayo (Colombia), 03 al 06 agosto 2023

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«Guardate a Lui e sarete raggianti». Il versetto del Salmo 34 è stato scelto come motto episcopale dal Vescovo Giorgio Marengo, missionario della Consolata e Prefetto apostolico di Ulaanbaatar, creato Cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 27 agosto agosto 2022. Guardando le immagini e ascoltando le parole del secondo video-reportage prodotto per l’Agenzia Fides da Teresa Tseng Kuang yi in vista del viaggio di Papa Francesco in Mongolia (1-4 settembre), il versetto-motto sembra cogliere la cifra intima della vita e dell’avventura missionaria di padre Marengo in Mongolia. Un’avventura in cui le gioie prevalgono in sovrabbondanza sulle fatiche, sulle difficoltà e sullo spettacolo delle proprie povertà. «Io –confessa il Prefetto di Ulaanbaatar fin dai primi passaggi del video– sono grato che il Signore abbia voluto mandarmi qui».

La «gioia più bella» è l’aver contemplato l’operare della grazia nel tempo, l’aver visto come «al di là di tutte le nostre difficoltà e le nostre povertà, il Signore si apriva la strada nel cuore di queste persone, che poi hanno deciso di affidarsi a lui». Il contemplare come poi «il Signore guidava la vita di queste persone, in maniera misteriosa e molto personalizzata. Questa è sicuramente la gioia più bella, accompagnare le persone nel loro cammino di fede».

Nel video-reportage scorrono ricordi e immagini degli inizi: il primo volo preso a 27 anni da Seul per raggiungere Ulaanbaatar («Sentimmo parlare le hostess in mongolo. Dicevo: chissà se un giorno riusciremo anche noi a imparare questa lingua»), la prima messa “pubblica” celebrata in una Ger, la tradizionale tenda mongola («Quello, me lo ricordo come un momento molto, molto bello»).

Il Cardinale Marengo accenna anche alle difficoltà e alle fatiche fatte per entrare nella lingua e nella cultura mongola, con la sua «matrice nomadica» così diversa dalle culture europee «sedentarie», e che si riflette anche nel modo di concepire le abitazioni e nella concezione del tempo: per una cultura nomadica «tutto dev'essere trasportabile, leggero e provvisorio», mentre nelle culture sedentarie c’è sempre la tendenza a «costruire cose che rimangono nel tempo».

Con la chiamata a far parte del Collegio dei Cardinali, padre Marengo fa notare che la sua esperienza di pastore di una piccola comunità ecclesiale locale «si allarga anche un po’ all'universalità della Chiesa, per offrire alla Chiesa universale quello che l'esperienza di una Chiesa missionaria così piccola e così nuova può avere». Il Cardinale missionario parla di un «doppio movimento», con il quale «la particolarità di questa Chiesa» viene vissuta «dentro l'universalità della Chiesa cattolica tutta». Il Cardinale coglie anche la convenienza di favorire uno «scambio» propizio tra «la freschezza della fede in un contesto come quello mongolo»e «la ricchezza della tradizione ecclesiale che ci arriva da Chiese con più lunga esperienza».

Questa è l’occasione propizia che si affaccia sull’orizzonte del prossimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia: suggerire a tutti che ogni Chiesa è sempre Chiesa nascente, dipendente in ogni suo passo dalla grazia di Cristo, e non si “costruisce” per forza propria, anche nei posti in cui si sono alzate cattedrali grandiose e sono sorti Imperi cristiani; ogni Chiesa è “pellegrina” sulla scena di questo mondo, «la cui figura passa» (Paolo VI); ogni Chiesa è nomade, come le genti della Mongolia con le loro tende, sempre in cammino verso il compimento dei tempi.

* Gianni Valente. Agenzia Fides 25 luglio 2023

"Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte!». Ma il Signore gli rispose: «Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?". (Giona 4,9-11)

Il profeta Giona che è modello del missionario che anche oggi è chiamato ad uscire da sé stesso, dai pregiudizi, dalle proprie chiusure, per attraversare le città e i villaggi, abitare le periferie esistenziali per annunciare la misericordia di Dio. 

L'orizzonte urbano, ben rappresentato da Ninive, è il nuovo contesto globale con cui la missione della Chiesa, la vita cristiana e la fede in Dio debbono fare i conti, la riscoperta delle periferie e delle loro contraddizioni quali ambienti da cui partire per un nuovo modello di spiritualità e di evangelizzazione. La città è anche un ambito multiculturale dove si può osservare un tessuto connettivo di gruppi di persone provenienti da altri Paesi che condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali e spesso in città invisibili. 

“Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso”. (EG. 71)

La missione oggi ci spinge ad attraversare le zone marginali, le periferie del degrado, dove sono moltissimi i "non cittadini", i "cittadini a metà" o gli "avanzi urbani" e frequentare le solitudini, delle città ghetto, dove le case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per collegare e integrare. "Dove sorgono nuovi costumi e modelli di vita, nuove forme di cultura e comunicazione, che poi influiscono sulla popolazione … non si possono evangelizzare le persone o i piccoli gruppi, trascurando i centri dove nasce, si può dire un'umanità nuova con nuovi modelli di sviluppo. Il futuro delle giovani nazioni si sta formando nelle città." (RM. 37b)

Osare la novità

La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a programmare la nostra vita e fare progetti pastorali, secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti. Ma i cambiamenti non devono farci paura perché appartengono profondamente al dinamismo della missione. Quando ci avviciniamo alla figura dell’Allamano vediamo che lui sa per esperienza personale che la fondazione stessa dell'Istituto è un’idea nuova su una realtà statica. Avrebbe potuto fare riferimenti a parametri consueti, ai modelli di missione già esistenti, e a ciò che i grandi maestri insegnavano. Invece l’Allamano vive la fondazione in stato di ricerca, vuole quindi che la sua opera si identifichi con l'insorgere di nuove idee. Intuisce che il "solito", l'abitudinario, il sicuro del passato, sono destinati a mutare soprattutto grazie alla capacità di lasciarsi interpellare dalla novità dentro il presente e la semplice evidenza dei fatti. 

Cosa fa l’Allamano per immettere idee nuove nel dinamismo di crescita dell’opera a cui aveva dato vita? Lui è anche discepolo degli eventi, dei popoli e dei suoi missionari. Questa primordiale intuizione di sé e della sua opera quali discepoli della missione rende l'Allamano ricettivo al divenire della storia con la quale saprà camminare e crescere. 

È vero che l’Allamano non mise mai piede in Africa, ma accettò come componente della identità della sua opera l'ideale e il modo di viverlo di chi faceva missione sul campo. 

Sorprendente ed unica la sua capacità di trasformare in carisma la missione vissuta, in perfetta armonia con la sua vocazione di mettersi a servizio di chi voleva fare missione. Per questo stabilì con i suoi una corrispondenza costante e l'obbligo di affidare il quotidiano alla carta dei diari che egli considerava fonte per imparare e formare.

“L’Allamano, leggendoli, veniva informato sulla vita che conducevano i suoi missionari giorno dopo giorno, anche nei minimi particolari. Leggendoli oggi, si ha l’impressione che quei missionari non volessero assolutamente rimanere distaccati dal loro Padre. Sapevano anche che lui leggeva qualche tratto ai giovani dell’Istituto per entusiasmarli, qualche parte veniva addirittura pubblicata sul bollettino “La Consolata” al fine di tenere vivo il contatto con la gente. Tutto ciò, però, era secondario. Il vero obiettivo dei diari, sia per l’Allamano che per i missionari, era che lui potesse essere informato di tutto e, pur rimanendo a Torino, fosse in grado di accompagnare i suoi figli nel loro difficile compito missionario. (P. Francesco Pavese)

La trasformazione dell’ambiente

Con questa capacità di ascoltare la missione vissuta, l'Allamano comprese che essa si alimentava di un altro elemento essenziale: l'impegno a "trasformare l'ambiente" che l'accoglieva e a "lasciarsi trasformare" dallo stesso. Per trasformare l’ambiente, il Kikuyu fu tante volte “scarpinato” da padri, suore e fratelli che impararono a guardare da vicino la gente che incontravano e ne rimasero totalmente coinvolti in rapporti umani e profondi. 

Le scelte operative degli inizi, adottate dai missionari, potevano tutte ridursi ad un denominatore comune: stare con la gente, ad essa apparteneva il tempo, i soldi, le fatiche e le capacità personali del missionario. Le cure ai malati, scuole, catechismi e soprattutto, le quotidiane visite ai villaggi, facevano scomparire persino il bisogno della missione, intesa come residenza dei missionari. Fino a quando l'Allamano visse, ritornò sovente nelle lettere ai missionari sulla necessità di formare in questo modo l'ambiente. Detto da Lui “la trasformazione dell’ambiente” acquisiva il valore di paradigma.

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Foto Kim Myeong Ho

L’ambiente trasforma i missionari

La trasformazione dell'ambiente passava necessariamente attraverso la trasformazione del missionario stesso: testa e cuore compresi. Questo elemento di reciprocità diviene l’antidoto alla tendenza istintiva di chi partiva di aggrapparsi alle certezze di ciò che si aveva e si era per cui l'ideale pareva consistere nel riprodurre in missione un angolo della propria identità. 

La trasformazione dell’ambiente invece risultava in un processo che destrutturava tutti e tutto, anche le cose più sacre. L'entrata in questo processo aveva un solo punto fermo di partenza: la realtà. Si trattava sempre di una realtà sconosciuta che imponeva al missionario di mettersi alla sua scuola: imparare a parlare, a mangiare, a gestire, a vestire e faticare in modo diverso da quello abituale. 

Insomma, per trasformare l'ambiente bisognava divenirne parte accettandone i valori, i rischi, l'irrazionalità, la povertà e le tante sfaccettature rappresentate dalla diversità delle persone. E così i missionari umilmente cominciano ad assaporare il gusto di chiedere e ricevere dalla gente: la propria lingua, la propria giovialità, la propria fede, un'accoglienza senza interesse, una fiducia sincera. Si sentono oggetto di una infinita amorevole pazienza e scoprono che più importante di quello che danno e dicono è ciò che essi sono.

Se vogliamo convertire la nostra visione dobbiamo decentrarci perché ci deve stare a cuore Ninive! Perché i cambiamenti delle nostre parrocchie, dei gruppi ed uffici, avverranno solo dopo aver raccontato quali segni di grazia vediamo nelle "Ninive" di oggi e sul territorio e che cosa infiamma il nostro cuore di nuova comprensione dell'evangelo e di rinnovata responsabilità missionaria. Papa Francesco lo dice in questo modo: "non consumate troppo tempo e risorse a guardarvi addosso, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze del proprio apparato. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa" (Messaggio alla Pontificie Opere Missionarie, 21 maggio 2020)

FAI DIVENTARE PREGHIERA

Lettera dalla Mongolia

Carissimi Amici e Amiche eccoci con il nostro abituale appuntamento con le notizie dei Missionari e delle Missionarie della Consolata della Mongolia. 

Gli effetti della pandemia di Covid19 e anche la guerra che interessa la Russia, nostro paese vicino, stanno scuotendo tremendamente la vita quotidiana e proiettano ombre e preoccupazioni su quel che potrebbe succedere domani; per questo è forte la speranza che la pace sia ripristinata per tutti.

Malgrado tutto siamo sempre grati per il vostro generoso aiuto che ci permette di svolgere il nostro apostolato con amore e umiltà e così raggiungere le persone a noi affidate: i vostri gesti di solidarietà mettono incessantemente sorrisi sui volti di innumerevoli mongoli e, a loro nome, vorremmo dire Grazie. 

Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica in Mongolia, quest’anno 2022 è stato benedetto dalla nomina a Cardinale del nostro carissimo Vescovo Giorgio Marengo. Che immensa grazia, per questa giovane Chiesa Cattolica, avere come guida il cardinale più giovane del mondo!

In questa lettera vogliamo spendere due parole su Ulaanbaatar perché questa città, oltre ad essere il cuore politico, amministrativo ed economico del paese, è un po’ lo specchio nel quale si riflettono tutte le caratteristiche di questa nazione. I dati ufficiali parlano di una popolazione che conta approssimamene 1,3 milioni di abitanti, ciò significa un po’ meno della metà di tutta la popolazione. Abitare qui è il sogno di tanta gente giovane e meno giovane perché la capitale offre i servizi che tutti ricercano: le migliori scuole e università, i migliori ospedali, i migliori alberghi, una maggior possibilità di trovare impiego, anche i migliori svaghi. In questa urbe è giunta la maggior parte della migrazione interna del paese e si notano anche le evidenti stratificazioni socioeconomiche tipiche dei paesi post comunisti: l’ostentazione della ricchezza accanto a vasti quartieri popolari impoveriti. Negli ultimi vent’anni la nazione ha visto crescere in modo significativo il suo PIL come conseguenza dello sfruttamento dei suoi immensi giacimenti minerari, ma deve ancora  fare i conti con una più equa distribuzione della ricchezza generata.

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In questa città, più che altrove, si osserva il conflitto fra modernità e tradizione: è fragile l’equilibrio culturale fra il bello del passato che non si vuole perdere e i vantaggi della modernità contemporanea che tutto assorbe. Ecco perché i missionari e le missionarie della Consolata hanno voluto essere presenti in una zona popolare al nord di questa città capitale: vogliamo stare dentro questa rapida evoluzione culturale per capirne tutti gli elementi e accompagnare i nostri giovani in questo accidentato percorso.

Cosa è successo a Ulaanbaatar in questi mesi? Prima di tutto bisogna ricordare l’arrivo di tre nuovi giovani missionari che vengono per ampliare il nostro gruppo: Sr. Francesca dall’Italia; P. Patrick dal Kenya e P. Maximilian dal Tanzania. Tutti i nuovi arrivati si sono iscritti al corso di lingua Mongola all’università statale e saranno impegnati nello studio per almeno due anni. A loro un benvenuto e un augurio per una lunga permanenza.

Poi, sorpassata la grande crisi del Covid19, dobbiamo costatare che la vita in città ha ripreso il suo corso e con quella anche il nostro centro giovanile ha riaperto le sue attività con il doposcuola, la formazione, le uscite pedagogiche e lo sport nel nuovo campo di pallacanestro.

Ad Arvaikheer, la piccola comunità cristiana continua il suo cammino di fede con grande speranza; noi sosteniamo, accompagniamo e incoraggiamo i cristiani a vivere quotidianamente la fede che hanno abbracciato per mezzo del catechismo e impegnandoli in varie attività come Chiesa. Abbiamo partecipato a numerose attività organizzate in diversi periodi dell’anno dalla Chiesa Cattolica Mongola che celebra il suo trentesimo anniversario. 

La Giornata dei lavoratori e la Settimana pastorale sono state una occasione per riflessione sulla nostra vita cattolica e per valutare il livello di verità e profondità della nostra fede: i frutti di tali attività si vedono quando condividono la loro fede alle loro stesse famiglie in maggioranza non Cristiane.

L’asilo per i bambini, i doposcuola, le docce pubbliche, il Progetto Donna, il gruppo degli alcoolici anonimi sono le attività sociali che ci permettono avvicinare le famiglie. Quest’anno siamo stati in grado di distribuire carbone e legna ai bisognosi, specialmente durante la lunga e rigida stagione invernale, poiché alcuni di loro non possono permetterselo.

A Kharkhorin, continuiamo a intensificare le nostre relazioni per aprire la strada al dialogo interreligioso che davvero vale la pena in questo paese ricco di patrimoni religiosi e culturali. Abbiamo anche dato ospitalità quest’anno a due archeologi italiani di Torino che sono venuti in Mongolia (in particolare nel Museo di Kharkhorin) per svolgere le loro ricerche. La nostra comunità è sempre ospitale e ogni visita rafforza l’amicizia con tante persone la cui presenza e vicinanza diventa fonte di incoraggiamento.

Carissimi Amici e Amiche, anche se siete fisicamente distanti da noi, il vostro sostegno ci incoraggia ad andare avanti sempre servendo il regno di Dio presente anche in questo  popolo Mongolo. In questi giorni ci stiamo avvicinando alle feste del Natale; l’Emmanuele, Dio con noi, possa portare abbondanti doni di grazia nei vostri cuori e nelle vostre famiglie. A tutti voi un Buon Natale e un nuovo anno 2023 pieno di Pace.  

Potete seguirci sul sito QUI

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