Lunedí 26 settembre

Continua il nostro cammino di “Immersione nel Carisma” per conoscere di più il nostro Istituto e la figura del Beato Giuseppe Allamano che ha cominciato la storia della nostra famiglia missionaria. Il 26 settembre abbiamo visitato, nel paese di Castelnuovo Don Bosco che ha dato i natali a Giuseppe Allamano, il cimitero dove riposano i parenti del nostro fondatore: presso quella tomba, padre Efrem Baldasso ci ha parlato della famiglia del fondatore e dei legami che univano l'Allamano con i suoi parenti e i suoi compaesani. Nei pressi della tomba famigliare è di fatto sepolta una figura importante nella vita dell’Allamano: Benedetta Savio che era stata la sua maestra. 

Dopo siamo partiti alla volta di Albugnano per visitare l’Abbazia di Vezzolano che è tra i gioielli medievali del Piemonte. La bellissima costruzione, datata intorno all’anno mille, è sicuramente tra i più importanti monumenti medievali della regione e, fino alla rivoluzione francese, vedeva la presenza di monaci agostiniani. Da lì in poi, dopo essere stata abbandonata, il titolo di abate è toccato in modo onorifico ai parroci di Albugnano e quindi anche al nostro padre Efrem che per tre anni ha retto questa parrocchia.

La fondazione di questa abbazia ha a che vedere con una leggenda legata alla figura di Carlo Magno: nell’anno 773 l’imperatore si trovava nella zona di Vezzolano e un giorno, mentre stava cacciando, gli apparvero davanti tre scheletri usciti da una tomba. L’imperatore, spaventato da questa visione, fu aiutato da un eremita della zona che lo invitò, per rasserenarsi, a pregare la Vergine Maria. Avendo trovato sollievo in quella preghiera, Carlo Magno decise di costruire proprio in quella località una chiesa abbaziale.

Un'altra meta della nostra visita è stato il paese di Piovà Massaia dove il parroco don Claudio Berardi ci ha parlato della figura del Cardinale Massaia: a lui è legata molto la missionarietà di Giuseppe Allamano e il suo impegno iniziale di fondare un istituto che portasse avanti il lavoro di evangelizzazione in Etiopia sulle orme del Massaia. 

Il nome stesso del paese di Piovà, ci ha ricordato don Claudio, porta il nome di questo suo straordinario cittadino nato in questo luogo nel 1809. Dopo aver frequentato il seminario del Collegio Reale di Asti, divenne frate cappuccino in giovane età: l'8 settembre 1826 presso Madonna di Campagna fece la sua professione religiosa e assunse il nome di Guglielmo, in onore del fratello maggiore, che era parroco. Fu ordinato sacerdote nel 1832.

Nel 1846 il Massaia fu nominato vicario apostolico per l’Etiopia da papa Gregorio XVI. Partito immediatamente dopo la nomina, impiegò quattro anni per risalire il Nilo, attraversare il deserto e raggiungere la sua missione dove rimase per ben 35 anni. Gli anni di apostolato del Massaia non furono facili: sperimentò incomprensioni, solitudine ed abbandono.

Non lontano da Piovà c’è il paese di Passerano che è anche importante nella vita di Giuseppe Allamano. Come studente di teologia veniva spesso ad aiutare uno zio che era parroco in questo municipio e quando questi mancò i fedeli della parrocchia, che conoscevano l'Allamano per il suo servizio e la sua vicinanza, scrissero al vescovo chiedendo che fosse lui a prendere il posto dello zio parroco. Sappiamo che questa richiesta non fu esaudita dal momento che Giuseppe Allamano era già stato scelto dal vescovo come rettore del convitto ecclesiastico di Torino.

Martedí 27 settembre

Questa mattina, accompagnati dal padre Pietro Trabucco, abbiamo visitato la casa natale di Giuseppe Cafasso, zio materno del nostro fondatore.

Padre Pietro ha sottolineato che ai giovani sacerdoti il Cafasso diceva che per riuscire ad essere buoni sacerdoti bisognava avere innanzi tutto retta intenzione, santità di vita e preghiera, accompagnate evidentemente da una solida preparazione dottrinale e tecnica.

Lui ha sempre offerto ai sacerdoti il meglio della sua ricchezza spirituale e saggezza pastorale e l’ha fatto per mezzo degli esercizi spirituali, che predicava secondo il classico schema ignaziano.

Come buon confessore, accorrevano a lui sacerdoti, come don Giovanni Bosco, e laici d'ogni ceto sociale: nobili, come marchesa Giulia di Barolo, ma anche gente semplice. 

Giuseppe Cafasso morì a Torino il 23 giugno 1860; sollecitato da molti è proprio il nipote canonico Allamano a interessarsi per avviare il processo di beatificazione e canonizzazione. 

La nostra visita si conclude poi nella chiesa di Sant'Andrea dove l'Allamano venne battezzato, ricevette la prima comunione e celebrò la prima S. Messa dopo l'ordinazione sull'altare della madonna Addolorata. 

Mercoledì 28 settembre

Il nostro viaggio nel Piemonte di Giuseppe Allamano conclude con la celebrazione dell’eucaristia nel Santuario della Madonna delle Grazie, retto da padre Orazio Anselmi che ci ha raccontato la storia di questo importante luogo di culto. Abbiamo anche avuto l’occasione di un breve incontro con Mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti, che ci ha raccontato le gioie e le sfide della diocesi nella quale ci siamo mossi in questi giorni.

Il festival della missione

Dal 29 di settembre fino al 2 di ottobre, abbiamo poi avuto la gioia di partecipare al Festival della Missione a Milano. Promosso da Fondazione Missio e dalla Conferenza degli Istituti Missionari Italiani, si è svolto in varie parti della città di Milano. Anche noi abbiamo potuto dare il nostro apporto con alcune testimonianze fatte negli "aperitivi missionari" che volevano portare la missione anche negli spazi non facili né scontati della "movida" milanese.

*Missionari della Consolata che partecipano al corso di Immersione nel carisma.

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Il gruppo dell'immersione presente a Milano nel Festival della Missione

Joseph Kihiko, keniota di 35 anni, lavora nella parrocchia di San Joaquín y Santa Ana de Carapita (Caracas, Venezuela). Questo è il suo primo luogo di lavoro missionario e abbiamo voluto parlare con lui della sua vocazione e della sua traiettoria missionaria. 

Sono il secondogenito di tre fratelli e una sorella, sono nato nel novembre 1986 e attualmente ho 35 anni. La mia formazione come missionario è iniziata in Kenya, il mio Paese d'origine: nel 2009 sono entrato in seminario e nel 2013 ho fatto il noviziato; dopo la prima professione religiosa, nel 2014, mi sono recato in Brasile dove, tra il 2015 e il 2018, ho studiato teologia. Lì, nella regione di Bahia, sono stato ordinato diacono e poi 22 agosto 2020, nel mio paese di Rumuruti, in Kenya, è stata la volta dell’ordinazione sacerdotale.

Ho sentito parlare del Venezuela, la prima volta, in occasione di un incontro con il padre Peter Makau, allora superiore in Venezuela, che si era recato in Brasile per un incontro dei superiori d'America. Lui ci parlò della drammatica situazione che vive il paese: la crisi politica, economica e sociale. Ci ha raccontato delle migliaia di venezuelani che hanno cercato di emigrare in cerca di migliori opportunità economiche per sé e per le loro famiglie. Già allora avevo potuto vedere le difficoltà concrete nella vita quotidiana di tutti e anche dei missionari. Ero ben lontano dal pensare che il mio lavoro missionario sarebbe iniziato proprio qui.... non riesco ancora a superare lo shock!

In questo memento, mentre perfeziono ancora la lingua spagnola, collaboro con la parrocchia di Carapita, anche se ho avuto modo di conoscere altre realtà in cui operano i miei confratelli missionari della Consolata. Sono ancora i primi passi del mio ministero e  vedo che ho ancora molta strada da percorrere e tante cose da fare. L'evangelizzazione è davvero un processo che deve essere costantemente rinnovato rispondendo ai cambi della storia e delle persone.

Nonostante la crisi molto evidente, mi fa piacere riconoscere che il Paese non ha perso la speranza e per questo ammiro molto i venezuelani: il loro sforzo quotidiano, il loro atteggiamento positivo e la loro lotta per continuare a sopravvivere in mezzo a tante difficoltà.

Credo che, a maggior ragione ora che stiamo vivendo tempi difficili, sia importante camminare insieme e questo è anche un criterio molto importante per il lavoro pastorale. Le diversità e le differenze devono essere viste come punti di forza e non come debolezze; i responsabili devono cercare un'unità sincera e profonda ed è proprio questo il cammino sinodale che la Chiesa universale chiede a tutte le Chiese particolari. Per certi versi abbiamo già fatto un po’ di strada in questa direzione. 

Ad ogni modo ogni sforzo è importante: i membri delle diverse comunità devono promuovere maggiormente la partecipazione di tutti i fedeli; i rapporti non devono essere logorati; dobbiamo sempre pianificare il nostro lavoro insieme.

Sinceri auguri

Ringraziamo p. Joseph per la sua disponibilità e il suo sì alla missione nel nostro Paese. Chiediamo al Signore forza, coraggio e gioia per il suo servizio in mezzo alla gente di Carapita, affinché possa vivere la più bella esperienza missionaria. A lui auguriamo che il calore e la vicinanza delle persone rendano il suo soggiorno piacevole. Chiediamo la consolazione di nostra Madre Consolata, affinché possa trasmetterla con la sua vita a chi ne ha più bisogno.

Le porte sono sempre aperte. Di notte e di giorno. L’accoglienza nella parrocchia di Oujda, in Marocco, non ha orari. C’è sempre qualcuno a ricevere gli immigrati con lo spirito del samaritano: accudire chi soffre, chiunque esso sia, qualunque storia lasci alle sue spalle. «Non ci guida niente altro che la solidarietà», spiega Edwin Osaleh Duyani, missionario della Consolata e parroco di Oujda: «Non abbiamo altri fini né vogliamo offrire altro che un messaggio di amore verso chi viene da esperienze durissime». La Chiesa cattolica a Oujda è presente da decenni. Un’eredità lasciata dai colonizzatori francesi. E francese era il parroco quando, nel 2019, un gruppo di missionari della Consolata arriva nella zona. «Stavamo progettando di impegnarci a favore dei migranti», continua padre Edwin, che lavora nella parrocchia insieme a due confratelli: «Inizialmente si pensava di dar vita a una missione a Melilla, enclave spagnola in terra marocchina. Quando siamo arrivati a Oujda le condizioni ci sembravano però ottimali». La città è vicino al confine tra Marocco e Algeria. Una frontiera tribolata, spesso chiusa a causa delle tensioni politiche e diplomatiche tra Rabat e Algeri. Eppure così porosa da permettere il passaggio dei migranti verso le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. «Molti migranti vengono qui per chiedere aiuto dopo un viaggio sofferto nel deserto», osserva padre Edwin. Qui «trovano quella realtà famigliare che è necessaria per ripristinare un minimo di serenità a perso ne che hanno vissuto esperienze durissime nel loro migrare». 

Nella parrocchia, che ha locali molto grandi, i migranti hanno la possibilità di mangiare, dormire, lavarsi, cambiarsi d’abito. «Nel 2021 — continua il missionario — abbiamo accolto 2300 persone. Nei primi sei mesi di quest’anno ne abbiamo già ospitate un migliaio. Molti arrivano in condizioni terribili. Hanno ferite di tutti i tipi sul corpo, alcuni sono anche segnati nella psiche. Emigrare è un trauma che segna molti nel profondo dell’anima». Quando sono accolti nella parrocchia, i migranti vengono anche curati e assistiti nel miglior modo possibile. Li si aiuta a riprendersi dalle fatiche di un viaggio lunghissimo, iniziato nell’Africa subsahariana: Costa d’Avorio, Camerun, Guinea, Sudan, eccetera. 

L’accoglienza ha anche un valore ecumenico. I missionari della Consolata lavorano infatti fianco a fianco con i membri della locale Chiesa evangelica. «Siamo due coordinatori, io e un evangelico», sottolinea padre Edwin: «Tra noi c’è un’ottima collaborazione e un’ottima intesa. Noi offriamo anche i locali per le loro funzioni religiose perché in città non hanno un luogo dove pregare». Del gruppo di accoglienza fanno parte anche due suore cattoliche che si prendono cura delle poche donne che arrivano e delle attività di formazione. 

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I missionari accolgono tutti e con tutti parlano e si confrontano. «Molti di questi ragazzi e di queste ragazze — continua — partono attratti dal miraggio benessere. Pensano che arrivati in Europa la loro vita possa conoscere una svolta e lì possano trovare tutto ciò di cui hanno bisogno. Non sanno che per i migranti la vita in Europa è tutt’altro che semplice. Le privazioni e le difficoltà continuano, accentuate anche da un ambiente e da un clima ai quali non sono abituati». I padri del la Consolata spiegano loro come stanno le cose, parlano delle difficoltà che possono incontrare nel loro viaggio e una volta arrivati a destinazione. Qualcuno, nonostante le parole dei missionari, decide di continuare il viaggio. Altri capiscono quanto è complicato raggiungere l’Europa, quanto velleitaria sia l’impresa e decidono di rientrare in patria. «Noi non abbiamo i mezzi né la struttura né le capacità di organizzare i viaggi di rientro — osserva padre Edwin — e per questo motivo, quando un ragazzo o una ragazza si convince a rientrare a casa, noi lo mettiamo in contatto con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che organizza il rimpatrio. È un percorso lungo che può richiedere settimane o, addirittura, mesi. Nel frattempo, offriamo loro corsi di formazione». In questo modo, i migranti possono imparare i rudimenti di meccanica, falegnameria, elettrotecnica. Insegnamenti che potranno essere utili quando rientreranno a casa. 

«Il nostro non è un centro di accoglienza», conclude padre Edwin: «La nostra è una parrocchia cattolica che accoglie chi bussa al nostro portone. Il nostro unico intento è aiutare chi ha bisogno. Il nostro, lo ripeto, è lo spirito del buon samaritano. Vogliamo essere vicino agli ultimi e a chi soffre, niente di più.

* Enrico Casale collabora con varie testate missionarie. Questo articolo è apparso nell’Osservatore Romano il 14 settembre 2022.

Il nuovo sacerdote Inácio Cordeiro Padrão, indigeno di Baré e missionario della Consolata, è stato ordinato sacerdote dal cardinale Leonardo Steiner nella parrocchia di Santa Luzia, a Manaus.

Oltre ai numerosi familiari, hanno partecipato alla celebrazione 21 sacerdoti missionari della Consolata, religiosi e sacerdoti diocesani, religiose, missionari laici e fedeli di Manaus e della regione.

Nato a São Gabriel da Cachoeira, nell'Amazzonia brasiliana, è l'ottavo di dieci figli nati da Paulo Padrão, colombiano, e Maria Cordeiro, brasiliana del popolo indigeno Baré. Ha iniziato la sua formazione con i Missionari della Consolata nel 2009 e ha studiato in Brasile, Argentina e Kenya. La prima missione del nuovo sacerdote sarà in Mozambico.

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Padre Ignacio con la famiglia

Non dimenticare le tue origini indigene

Nella sua omelia, il vescovo Leonardo Steiner ha esortato padre Inácio, originario del popolo indigeno Baré, a mantenere e ricordare sempre le sue radici e la fonte della sua fede. "Non dimenticare le tue radici indigene, la casa del popolo da cui provieni, la fede che hai ricevuto, la forza della cultura che ti ha generato. Anche come sacerdote, continuare a bere dalla stessa fonte culturale e di fede".

"Come un vero missionario della Consolata, ha continuato l'arcivescovo di Manaus, annuncia Gesù Cristo dove non è ancora conosciuto! Lasciati ispirare dalla Consolata in tutti i momenti, le azioni e gli esercizi della tua missione e ministero. La Consolata è il modello e la guida, l'ispirazione per portare al mondo la vera Consolazione che è Gesù, seguendo lo stile del Beato Giuseppe Allamano [fondatore dei Missionari della Consolata]. Come uomo di consolazione, persevera nell'amore e sii fedele all'Eucaristia. Devoto di Maria, seguendo la tradizione che Giuseppe Allamano ha insegnato ai Missionari della Consolata, vivi unito alla chiesa e al papa, ama il lavoro e costruisci una missione unito ai tuoi fratelli in spirito di famiglia".

"Caro Fratello Ignazio, ha concluso il cardinale, Dio ti conceda la grazia di essere un fedele predicatore di Gesù Cristo; ti permetta rendere visibile il vero Consolatore essendo un custode e un samaritano dei più poveri; vegli su di te e ti conceda donare la tua vita per la vita del Regno. Amen"

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Padre Ignacio con la mamma

Sacerdote federe e misericordioso

Nato il 18 maggio 1989 nel comune di São Gabriel da Cachoeira, nello Stato di Amazonas, nell'estremo nord del Brasile, al confine con Colombia e Venezuela, Inácio Cordeiro Padrão è l'ottavo dei dieci figli di Paulo Padrão e Maria Cordeiro. Suo padre è originario della Colombia e sua madre è brasiliana del popolo Baré.

Nel 2006, dopo aver terminato la scuola primaria, Inácio è emigrato a Manaus, lasciando la sua terra, i suoi genitori, i suoi fratelli e i suoi amici, per continuare gli studi. Dopo aver terminato la scuola superiore nel 2008, ha lavorato e studiato presso una Scuola Tecnica Salesiana.

Nel 2009 è entrato nella casa di formazione dei Missionari della Consolata nella Regione Amazzonica, completando l'anno propedeutico e gli studi di Filosofia presso l'Università Salesiana Don Bosco di Manaus. Dopo un periodo trascorso in famiglia, è stato prima nella regione del Roraima, accompagnando pastoralmente gli indigeni Yanomami e Macuxi e poi, nel 2016 ha raggiunto il noviziato di Buenos Aires facendo la sua prima professione religiosa il 30 dicembre di quello stesso anno.

Gli studi teologici li ha completati in Kenya, presso l'Università Tangaza College di Nairobi, e il suo anno di servizio missionario l'ha svolto con il popolo Turkana nella parrocchia di Canpi Garba Mission. Il 12 febbraio di quest'anno è stato ordinato diacono e poi il 17 settembre, festa liturgica della missionaria e martire della Consolata la Beata Leonella Sgobarti, ordinato sacerdote dal cardinale Leonardo Steiner, arcivescovo di Manaus, nella parrocchia di Santa Luzia.

Il giorno dopo, il 18 settembre, ha presieduto la sua prima Messa nella comunità di Santa Maria Goretti, nella parte orientale di Manaus, dove per anni sono stati presenti i Missionari della Consolata e dove ora si trovano i Missionari di Maria Immacolata.

Come missionario della Consolata, padre Inácio Cordeiro Padrão, eserciterà il suo ministero e servizio pastorale in Mozambico, paese che raggiungerà a breve.

L'immersione nel carisma di un gruppo di giovani Missionari della Consolata provenienti da varie comunità sparse nel mondo prosegue. Su questo sito leggete ogni settimana le impressioni che l'incontro con le varie realtà suscita in loro. 

La scorsa settimana, dal 12 al 18 settembre, ci siamo tuffati nel mondo torinese per scoprire le multiformi attività con le quali missionari e missionarie, religiosi e laici, si lasciano interpellare dalle sfide che il nostro mondo contemporaneo pone, soprattutto per quel che riguarda la vicinanza ai più poveri. 

E' davvero incoraggiante scoprire quanto bene si fa, concretamente, senza far rumore, offrendo un aiuto in grado di cambiare la vita di molte persone. Troppo spesso i nostri orizzonti sono occupati da notizie cupe, da prospettive di guerre, siccità, difficoltà politiche. C'è bisogno di respirare a pieni polmoni la gioia di chi si spende per rendere migliore la vita di chi fatica di più, per aiutarlo a crescere nella fiducia in se stesso, per offrirgli l'occasione di un riscatto personale e sociale. Quest'aria fresca ci aiuta a continuare a sognare e a trovare il modo per impegnarci anche noi accanto e insieme ai fratelli e alle sorelle. 

Quest'impegno, che da più parti viene profuso, non nasce dal nulla, ma trova le sue radici nei santi sociali che nell'ottocento e novecento hanno preso sul serio le sfide che la realtà di allora poneva a chi voleva vivere e non soltanto predicare la Buona Notizia. Entriamo nel concreto di alcuni angoli di Torino che abbiamo avuto occasione di esplorare,

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I partecipanti al corso di Immersione nella Casa don Bosco di Valdocco

I santi sociali

GIULIA DI BAROLO. Lei è una donna che spende tutte le sue ricchezze per i poveri. L'esperienza vissuta di prima mano con i carcerati la ispira a mettersi in gioco per loro. Decide di organizzare case per ragazze e donne uscite dal carcere e di aiutare anche coloro che non hanno ancora terminato di scontare la pena. Le suore di Gesù Buon Pastore continuano l'opera di Giulia di Barolo offrendo supporto alle donne marginalizzate, ai più poveri e deboli, ai migranti e a chi non ha casa, si è lasciato prendere dal circolo della droga o è vittima della tratta. Concretamente le suore aiutano le donne a prendersi cura dei propri bambini, a legalizzare i documenti ed offrono loro consiglio e ascolto. 

BENEDETTO COTTOLENGO, La piccola Casa della Divina Provvidenza, Abbiamo avuto occasione di conoscere la missione di Benedetto Cottolengo che, insieme a chi lo ha seguito, si è preso cura di anziani, disabili e malati. La comunità è cresciuta molto negli anni e continua a mettersi al servizio dei poveri: suore, fratelli e sacerdoti vivono del medesimo carisma e lavorano insieme per il bene dei poveri.

GIUSEPPE CAFASSO. Presso la chiesa di santa Rita, don Mario Rossino ha tenuto per noi una lezione sulla vita di san Giuseppe Cafasso. Questo santo è conosciuto soprattutto per aver accompagnato i condannati a morte. E' incredibile come sia riuscito a far sì che tutti si convertissero e andassero incontro al patibolo con cuore riconciliato. Il Cafasso ha lottato per esser loro vicino non soltanto nel momento dell'esecuzione, ma andando a trovarli in carcere e facendo nascere in loro, con tenerezza, un desiderio di conversione e salvezza. Il suo ministero non si è limitato a questo servizio importante e unico, ma lo ha visto insegnante di morale secondo la teologia di sant'Alfonso, predicatore di esercizi ignaziani, annunciatore del Vangelo alla gente, maestro di preghiera e direttore spirituale molto richiesto.

CONVITTO DEL SANTUARIO DELLA CONSOLATA: storia del clero torinese. Don Francesco Venuto, professore di storia presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale ci ha presentato la realtà del clero torinese dell'ottocento e del primo novecento nel contesto del confronto tra Chiesa e Stato, moti carbonari e concilio Vaticano I. Il "Non expedit" di Pio IX proibiva ai cattolici di impegnarsi in politica, d'altro canto il governo, piemontese prima ed italiano poi, non si occupava dei problemi sociali. In questo modo si creò un "vuoto" colmato da chi seppe interpretare le esigenze del tempo ed in particolare dai cosiddetti "santi sociali". Sono Giuseppe Cottolengo, don Bosco, Giulia Colbert, Giuseppe Cafasso, Leonardo Murialdo, Francesco Faa di Bruno, Pier Giorgio Frassati, Giuseppe Allamano ed altri che hanno trasformato la loro vita per servire la comunità.

LA TORINO DI OGGI E LA MISSIONE. Due suore salesiane: Paola e Julieta, soprannominate "Black and White", italiana una, mozambicana l'altra, si occupano delle donne migranti che vivono a Torino. Le due suore ascoltano le donne ed offrono loro la possibilità di uscire dal guscio in cui a volte timore, non conoscenza della lingua, mancanza di relazioni sociali le relegano. Offrono corsi di lingua di sartoria e costruiscono dialogo con persone di religioni diverse: islamici, buddhisti, cristiani cattolici e protestanti e tessono una rete con altre entità come il comune, la diocesi, i servizi sociali, gli artisti. Sono riuscite a creare un gruppo di volontari laici che collaborano assieme a loro. 

Molte delle donne con cui vengono in contatto sono giovani, senza documenti, senza lavoro, senza una famiglia, una casa o delle risorse minime necessarie per vivere. I luoghi in cui incontrare queste persone sono la strada e le visite porta a porta.  Molte arrivano in Europa cercando lavoro e finiscono nelle mani di organizzazioni che sfruttano la tratta delle persone, il consumo di droga e i lavori illegali.

SERMIG: Servizio missionario giovanile. Fondato da Ernesto Olivero dalla moglie Maria, il Sermig nasce dalla scelta di trasformare l´Arsenale militare in un Arsenale di Pace. Coinvolge molti giovani e adulti che promuovono il dialogo e la pace e offrono aiuto concreto in tanti modi creativi. 

DON BOSCO. A Valdocco don Bosco decide di dare una risposta alla situazione di molti ragazzi poveri, per la maggior parte orfani. Si prende cura di loro, gli offre un'educazione e una scuola in cui possono diventare artigiani. Don Bosco propone un suo modo di essere missionari: servire i ragazzi, condividere la vita con loro, nella vicinanza, insegnando anche l'importanza della preghiera e della devozione mariana. La spiritualità di questo santo dei giovani ci è stata raccontata attraverso la visita al museo "Casa Don Bosco" e museo etnografico e alla Basilica di Maria Ausiliatrice. 

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Con le suore salesiane: Paola e Julieta, soprannominate "Black and White"

Parrocchia Maria Speranza Nostra

Venerdì abbiamo vissuto l'intera giornata nella nostra parrocchia nel quartiere "Barriera di Milano". P Nicholas, p Daniel e p Elmer ci hanno accolto ed introdotto in una nostra presenza ad gentes significativa in Torino. La laica Piera Gioda ci ha aiutato a comprendere la realtà di un quartiere di periferia, nato dalle migrazioni italiane prima ed estere poi e ci ha introdotti alla visita di altre realtà significative che collaborano con la  parrocchia. Camminare per strada e notare che tutti conoscono il parroco e si fermano volentieri a chiacchiere con lui, incontrare gli animatori e i giovani che ogni pomeriggio frequentano l'oratorio, conoscere il coro che anima le liturgie in maniera viva e bella, venire a conoscenza dell'impegno che la comunità parrocchiale assume nei confronti di chi finisce "ai margini" nella droga o nella povertà più assoluta, ci rende orgogliosi di essere Missionari della Consolata, a Torino. 

Domenica siamo stati a Caramagna a celebrare l'Eucarestia nell'anniversario della beata Caterina Mattei e abbiamo condiviso il pranzo con le sisters of Mary Immaculate, fondate da mons. Filippo Perlo. Grazie ad alcune informazioni e a un salto nell'archivio parrocchiale abbiamo scoperto la casa natale del Fondatore delle suore del Kenya. 

Ci vorrà del tempo per lasciar sedimentare tutte le iniziative conosciute, le persone incontrate, gli scorci di realtà intuiti. Dalla settimana ci portiamo a casa l'importanza di fare rete tra varie entità che operano nel sociale, l'imprescindibilità del lavoro in equipe per raggiungere risultati significativi e la gioia di sapere che il nostro Fondatore, Giuseppe Allamano, interpretando i suoi tempi e dedicandosi non solo al Santuario e all'Istituto, ma anche alle tante necessità sociali del tempo, ha saputo insegnare ai missionari e ai preti diocesani un'attenzione alla realtà e un desiderio di offrire risposte evangeliche. 

A tutti noi, ora, l'impegno di vivere oggi ciò che il Fondatore e i santi sociali, tra difficoltà e contrasti, ma con tanta energia e fiducia nell'Altissimo, hanno saputo mettere in pratica nei giorni che sono stati dati loro in dono.

* Samuel Kabiru Kibara e Piero Demaria sono Missionari della Consolata

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