L’operato delle due Corti internazionali

Karim Khan è un giurista inglese di origini pachistane. Dal febbraio 2021 è il procuratore capo (prosecutor) della Corte penale internazionale (Icc, nell’acronimo inglese), organo di giustizia internazionale con sede a l’Aia, nei Paesi Bassi.

Lo scorso 20 maggio Khan ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità dei tre capi di Hamas (Yahya Sinwar, Mohammed al-Masri e Ismail Haniyeh) e di due leader israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant. Spetterà ai diciotto giudici della Corte emettere un mandato di arresto o una citazione a comparire.

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Il giudice inglese di origini pachistane Karim Khan è – da febbraio 2021 – il procuratore capo della «Corte penale internazionale» (Icc).

Ciò che fa più discutere della richiesta di Khan è di aver posto sullo stesso piano accusatorio Hamas e il governo israeliano. Entrambe le parti in causa hanno respinto con sdegno le (pesanti) imputazioni del procuratore. Per parte sua, il mondo si è diviso evidenziando una volta di più le enormi fratture che caratterizzano questo periodo storico.

D’altra parte, le decisioni della Corte penale internazionale hanno risonanza mondiale, ma scarse conseguenze pratiche. La questione principale nasce dal fatto che essa è riconosciuta soltanto dalle 124 nazioni che hanno sottoscritto il Trattato di Roma del 1998. Non vi aderiscono paesi importanti tra cui Cina, Russia, ma neppure Stati Uniti e Israele.

Pertanto, al di là delle sue decisioni, l’efficacia della Corte è scarsa. Un esempio recente: nel marzo 2023, con riferimento all’aggressione dell’Ucraina, essa ha (giustamente) dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra», ma il presidente russo ha continuato a governare e a viaggiare senza problemi.

Nella stessa città olandese ha sede la Corte internazionale di giustizia (Icj, in inglese), organo delle Nazioni Unite che giudica le dispute tra gli Stati. Il 29 dicembre del 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte una denuncia contro Israele accusando lo stato ebraico di genocidio nei confronti dei palestinesi della Striscia di Gaza. Lo scorso 24 maggio la Corte, presieduta (da febbraio) dal giudice libanese Nawaf Salam, con 13 voti contro due ha ordinato a Israele di fermare immediatamente l’offensiva su Rafah e di aprire il valico. Finora sono state parole al vento.

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Il giudice libanese Nawaf Salam è da febbraio 2024 il nuovo presidente della «Corte internazionale di giustizia» (Icj).

Nel febbraio 2022, subito dopo l’aggressione di Mosca, l’Ucraina aveva fatto al Icj la stessa denuncia contro la Russia. A oggi, nessun verdetto è stato emanato.

Si tratti del conflitto tra Israele e Palestina o di quello tra Russia e Ucraina, al momento entrambe le Corti sembrano, dunque, confermare che una giustizia internazionale giusta e super partes rimane una chimera.

* Paolo Moiola è giornalista, rivista Missioni Consolata. Pubblicato  originalmente in: www.rivistamissioniconsolata.it

Gli eserciti e l’industria delle armi festeggiano il 2023 come l’anno più positivo di sempre.

Nel mondo, infatti, la spesa militare non era mai stata tanto alta: 2.443 miliardi di dollari secondo un recente rapporto del Sipri, l’autorevole Istituto di ricerca internazionale per la Pace di Stoccolma.

Per provare a dare una misura alla cifra, basti pensare che secondo l’Unesco, in un mondo abitato da moltissimi analfabeti, nel 2020 si erano spesi 2.200 miliardi per l’istruzione; secondo l’Oms nel 2019 si erano spesi 8.600 miliardi per la salute; secondo Banca Mondiale nel 2022 il debito estero dei paesi a basso e medio reddito (una delle palle al piede di centinaia di milioni di persone) era stimato in circa 9mila miliardi.

L’aumento del 6,8% in un solo anno della spesa militare globale trova le sue ragioni nello scenario di forte instabilità internazionale.

Sembra che i governi delle grandi e piccole potenze, per affrontare le crisi e i conflitti in atto, non riescano a credere ad altro che all’aumento della propria capacità di minaccia nei confronti degli avversari.

È così che nel 2023 l’Ucraina ha aumentato la sua spesa militare del 51% rispetto all’anno precedente, dedicandole il 37% del suo Prodotto interno lordo, 64,8 miliardi di dollari, e che la Russia ha aumentato la sua spesa militare del 24% consumando 109 miliardi di dollari, il 5,9% del suo Pil.

Tra i paesi europei spicca la Polonia, che ha incrementato la sua spesa militare in un solo anno del 75%; ma anche la Finlandia (54%) e la Danimarca (39%).

Altri aumenti notevoli sono stati quelli dell’Algeria, 76%, della Turchia, 37%, di Israele, 24%.

In dieci anni, dal 2014 al 2023, la spesa militare globale è aumentata di quasi un terzo, il 27%.

Bastano i primi due Paesi nella classifica per mettere insieme la metà dell’intera spesa globale: gli Usa con 916 miliardi e la Cina con 296.

Dopo Usa e Cina, troviamo la Russia (109), l’India (83,6), l’Arabia saudita (75,8).

I successivi cinque paesi sono Regno Unito (74,9), Germania (66,8), Ucraina (64,8), Francia (61,3) e Giappone (50,2). L’Italia, con i suoi 35,5 miliardi, è al dodicesimo posto.

Il Sipri, in una nota, sottolinea che con la formula «spese militari» non s’intende la sola spesa in armamenti, ma «tutta la spesa pubblica per le forze e attività militari, compresi stipendi e benefici, spese operative, acquisto di armi e attrezzature, costruzioni, ricerca e sviluppo, amministrazione centrale, comando e supporto».

I dati raccolti dal centro di ricerca svedese mostrano un mondo diviso da profondi conflitti e pronto a esplodere. L’unico elemento di unità sembra essere la fede cieca nell’idolo della forza, quella che genera il circolo vizioso a cui stiamo assistendo: io mi armo perché tu ti armi, tu ti armi perché io mi armo, e così via.

Se fosse possibile misurare in dollari anche le vite spezzate, le sofferenze, gli sfollamenti, le distruzioni, sia materiali che culturali e spirituali, le libertà negate, la visione fosca del futuro, il conto, già esorbitante, sarebbe completamente fuori dalla capacità di calcolo delle persone comuni.

* Luca Lorusso è giornalista della rivista Missioni Consolata. Pubblicato originalmente in: www.rivistamissioniconsolata.it

Padre Luca Bovio, Missionario della Consolata in Polonia, ci racconta il suo ultimo viaggio compiuto in Ucraina dal 2 al 7 marzo 2024, a Zaporiza e Nikopol.

Grazie alle offerte raccolte, nei giorni precedenti al viaggio abbiamo acquistato e spedito dalla Polonia ai frati francescani Albertini a Zaporiza 5 bancali di carne in scatola (18.000 confezioni). Oltre a questo, lì è giunto due giorni prima del nostro arrivo anche l’ultimo carico di aiuti raccolti dalla parrocchia di Villa di Serio (Bergamo) e da tanti altri, portato da Ruggero e gli amici di Cantù (Como) a Sandomierz in Polonia, e da lì con un altro trasporto inviati a Zaporiza.

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Per arrivare a Zaporiza da Varsavia occorrono due giorni di viaggio.

Anche in Polonia come nel resto d’Europa ci sono proteste dei contadini. I camion per entrare in Ucraina alle frontiere hanno tempi di attesa medi di circa dieci giorni.

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La nostra auto, trasportando aiuti umanitari, riceve il permesso di passare e così agevolmente varchiamo la frontiera.

Zaporiza è una grande città nella zona centro orientale del Paese, costruita sul grande fiume Dniepr che divide in due la città. Qui c’è la concattedrale cattolica dedicata a Dio Padre Misericordioso e non lontano la comunità dei frati Albertini. Nei pressi della concattedrale, quattro volte alla settimana viene fatta la distribuzione del pane e di una scatoletta di carne. Sono circa 1.500 le persone che in fila ricevono l’aiuto.

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Prima gli invalidi, poi le donne e infine gli uomini.

Il forno dei frati, che visitiamo il giorno successivo, ha la capacità di produrre 900 pani, per questo motivo, per dare qualcosa a ognuno, a un certo punto occorre dividere a metà o anche in tre parti il pane. Durante la distribuzione a cui partecipiamo ci raccontano che nei negozi i beni si trovano. Quello che manca sono i soldi per comprare. La pensione media di circa 50 euro al mese è troppo bassa per pagare tutte le spese di casa così come quelle personali.

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La città, prima della guerra, contava quasi un milione di abitanti. Oggi è difficile fare stime. Molti sono partiti. Altri sono arrivati dai villaggi vicini. Il fronte dista da qui solo 30 chilometri.

Nel pomeriggio visitiamo la seconda e unica presenza romano cattolica in città. In una piccola parrocchia circondata da alti palazzi vive un padre di origine polacca dei missionari di Nostra Signora di La Salette. Ci racconta delle sue attività di assistenza a favore degli ammalati che sono nelle case. Con alcuni volontari portano medicine e cibo. I volontari hanno anche il compito di verificare l’effettiva presenza dell’ammalato.

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IL missionario ci racconta anche di un suo giovane confratello, p. Giovanni, che vive a Nikopol a circa 100 chilometri a sud in una situazione peggiore della sua. Nikopol è una città che si affaccia sul fiume. Sulla riva opposta c’è Ernegodar, la città con la più grande centrale atomica d’Europa. La riva opposta è territorio occupato. Per questo motivo Nikopol e tutta quella regione è spesso sotto attacco avendo come unico argine il fiume.

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Decidiamo di fare una breve visita. Avendo ottenuto i permessi umanitari necessari, arriviamo brevemente a Nikopol per incontrare don Giovanni che ci accoglie calorosamente, quasi incredulo che qualcuno venga a trovarlo.

Da questo capiamo come siano importanti queste visite che, seppur brevi, incoraggiano. Ci raggiunge anche un militare responsabile della zona col quale, bevendo un caffè, parliamo della situazione al fronte. Il momento non è facile. C’è pessimismo. Occorre un ricambio del personale. Il governo sta lavorando a una legge che definisca meglio i criteri di arruolamento. Gli aiuti esterni sono da sempre stati fondamentali per difendersi contro un nemico che per numero e possibilità è impari. Questi aiuti su larga scala per vari motivi sono in forte diminuzione. Ad esempio, gli aiuti umanitari, ci comunica la Caritas locale, sono diminuiti del 60%. Si parla sul luogo anche di persone che simpatizzano per gli occupanti o che nel migliore dei casi desiderano l’occupazione come raggiungimento di una vita più tranquilla.

Il tempo trascorre veloce. Velocemente ritorniamo a Zaporiza e da lì il giorno successivo per Kiev e Varsavia.

* Padre Luca Bovio, IMC, è missionario in Polonia.

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“Basta silenzio”. “Giù le mani della Repubblica Democratica del Congo”. “Basta con le guerre per i minerali”. “Più di 12 milioni di morti”. Questi sono stati alcuni degli slogan gridati dalla comunità congolese a Roma, domenica 10 marzo, per denunciare le atrocità e promuovere la pace nell'est del Paese centrafricano, ricco di metalli preziosi, oro, diamanti e idrocarburi.

“Quello che sta succedendo in Congo è grave e il mondo non ne parla, perché i padroni stessi dei media forse hanno anche loro interessi ed investimenti nel Congo. Per questo il Papa ha detto bene: ‘giù le mani della RDC’”, ci spiega il padre Roger Balowe Tshimanga, cappellano della comunità congolese a Roma mentre accoglie i partecipanti della manifestazione nella chiesa della Natività in Piazza Pasquino. “Oggi la guerra nel Congo diventa più grave della Guerra Mondiale, ma ciò che sorprende è che nessuno parla di questo. Allora, noi congolesi dobbiamo difendere il nostro Paese. Se il mondo non parla, noi stessi dobbiamo parlare ed è quello che stiamo facendo oggi”, aggiunge il religioso proprio quando suona la campana per l'inizio della messa alle 9:00 come previsto.

Messa e preghiera per la pace

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Mons. Ricardo Lama: “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce"

Animata in stile congolese, un popolo gioioso, la celebrazione è stata presieduta da uno dei vescovi ausiliari di Roma, monsignor Riccardo Lamba, recentemente nominato arcivescovo di Udine. I canti, le preghiere e le riflessioni hanno ricordato le vittime della violenza e lanciato un forte appello per la fine dei saccheggi, delle aggressioni e per la pace nella RDC. Oltre 200 persone, alcuni provenienti da altre parti d'Italia, si sono riunite per l’evento, molti sacerdoti, religiosi e religiose, ma non solo, anche gruppi e associazioni ecclesiali impegnati nella stessa causa.

“La presenza del vescovo rappresenta Pietro e quindi, la vicinanza del Santo Padre a tutti le persone di buona volontà. Papa Francesco ama il popolo congolese”, ha assicurato Mons. Riccardo Lama all’inizio della sua omelia nella IV domenica di Quaresima, “Laetare”, che ci invita alla gioia. “Questa gioia - dice il vescovo – non è un sentimento passeggero o per un successo momentaneo, ma vuole dire che noi siamo sempre preceduti dall’amore di Dio che ci ama da sempre e per sempre”. E riferendosi alle sofferenze della umanità e del popolo congolese, Mons. Riccardo ribadisce: “Questo amore è dimostrato attraverso la persona di Gesù Cristo che ha esperimentato la sofferenza, ha dovuto subire la passione e la morte”, e vuole dire che “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce". Così deve essere anche "la speranza della comunità congolese”.

In questo senso, le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare diventano testimoni della fede in Gesù Cristo, il grande Martire, e perciò di un amore che è più forte della morte.

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Alla celebrazione hanno partecipato anche l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua, che ha così sottolineato l'importanza dell'evento: “una giornata per sostenere la pace e fermare le atrocità contro il nostro popolo”. Anche le Nazioni Unite denunciano un'escalation in corso, in particolare nell'area della provincia del Nord Kivu, nella città di Goma che ha accolto circa 2,5 milioni di sfollati interni. Il conflitto regionale si sta sviluppando nella parte orientale della RDC, dove la violenza aumenta di mese in mese. Al centro del problema sempre la contesa per il controllo del territorio e dove ci sono giacimenti di diamanti e miniere ricche di minerali e metalli preziosi, in particolare dell’est, al confine con Burundi, Ruanda e Uganda. Sullo sfondo, a muove le fila di tutto, si muovono le grandi potenze: Stati Uniti, Francia e Cina.

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 l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua (terzo da sinistra a destra).

Marcia per le vie di Roma

Dopo la messa, è iniziata la marcia per le vie di Roma, da Piazza Pasquino fino a Piazza San Pietro. Lungo il percorso i passanti e i pellegrini hanno potuto leggere e cartelli e gli striscioni con il motivo della manifestazione. Nasibu Barth, studente di filosofia politica alla Università Lateranense e responsabile del coro Bondeko (fratellanza) che anima il rito cattolico zairese nella Chiesa della Natività, è stato uno degli organizzatori della marcia. Utilizzando un megafono, il giovane studente proclamava slogan intercalati da canti con accenni sulla situazione del Congo. A più riprese è risuonato il grido: “Basta silenzio”. “Liberate le terre congolese dagli interessi sporchi”. “Basta la guerra”. “Più di 12 milioni di morti” mentre la marcia proseguiva lungo il percorso concordato con le forze dell’ordine.

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La comunità congolese marcia per la pace in Via Vittorio Emanuele  II.

Nell'Angelus il saluto di Francesco

Attraversata via della Conciliazione, alle ore 11:30, il gruppo si è unito alla folla di pellegrini radunati in Piazza San Pietro per la preghiera dell'Angelus con Papa Francesco. L’atmosfera intorno era cambiata, il gruppo dei congolesi si è trovato al centro della cristianità abbracciati dal colonnato del Bernini come le “braccia materne della Madre Chiesa”. Hanno potuto così unire la loro voce, e sentirsi in sintonia con tutta l'umanità, cantando e pregando per la pace.

Oltre ai fratelli e sorelle musulmani che stanno per cominciare il Ramadan, il Santo Padre ha ricordato anche le guerre nel mondo e la grave crisi sociale, politica e umanitaria che colpisce Haiti, Paese da anni provato da molte sofferenze con decine di persone uccise e più di 15 mila costrette ad abbandonare le loro case a causa degli attacchi coordinati delle bande armate.

I loro cuori si sono riempiti di gioia e gratitudine quando hanno ascoltato le parole tante attese, pronunciate dal Santo Padre: “E mentre saluto con affetto la comunità cattolica della Repubblica Democratica del Congo a Roma preghiamo per la pace in questo Paese africano come pure nella martoriata Ucraina e in Terra Santa cessino al più presto le ostilità che provocano immani sofferenze nella popolazione civile”, ha detto Francesco.

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È tempo di rompere il silenzio

Insieme ad altre donne, Bumi Muluwa Rose, dell’Istituto secolare dominicane in Congo, aiutava a portare uno striscione con la scritta: “Non alla guerra e ai massacri”.

“Sono venuta qui per parlare a tutti coloro che usano il cellulare e il satellite che sono bagnati dal sangue. Basta! Siamo stanche di morire” - esclama Rose e continua - “anche voi missionari avete fatto tanto per il Congo ma adesso dovete lottare con noi”, - accennando anche alla figura dell’ambasciatore dell’Italia nella RDC (Luca Attanasio) che è stato ucciso nel 2021, - “mentre la comunità internazionale rimane in silenzio, non vuole parlare”.

Alla domanda su come aveva accolto il saluto del Papa, Rose ha risposto: “Papa Francesco è sempre con noi, lui è per tutti e ha lottato per noi prima. Francesco ha osato alzare la voce: “Giù le vostre mani della RDC e del Africa’, però il mondo non l’ha ascoltato, la comunità internazionale che ci ruba e che ci violenta... Questo non lo vogliamo più. Basta!”, esclama a voce alta in Piazza San Pietro.

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Questo grido della comunità congolese a Roma se unisce agli altri gridi per porre fine alle atrocità e ai conflitti in tutto il mondo, come quelli che imperversano a Cabo Delgado, nel Mozambico, in Etiopia, in Sudan, nel Sud Sudan, in Terra Santa e in Ucraina... È tempo di rompere il silenzio e denunciare il coinvolgimento dei paesi più potenti che favoriscono la continuazione dei conflitti causando la morte di milioni di innocenti, soprattutto di donne e bambini.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, comunicazione Generale, Roma.  

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 Le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare  nella chiesa della Natività

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La partecipazione dei missionari della Consolata a Roma, i padri Innocent, Giacomo e Michelangelo

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Sono passati due anni da quando la guerra in Ucraina è iniziata con l'invasione russa.  In tutto il mondo, le guerre uccidano, mutilano, separano famiglie, provocano distruzione, fame, sofferenza, malattie… Le guerre causano lo sfollamento di intere comunità cambiando la vita di molte persone.

Nel secondo anniversario dall’inizio della guerra in Ucraina, il missionario della Consolata, padre Luca Bovio, da Kielpin in Polonia ha raccolto alcune storie dei rifugiati ucraini la cui vita è stata completamente cambiata. “Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, dobbiamo vivere il presente”, dicono i giovani rifugiati.

Vedi qui il video con alcune testimonianze

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