Il comandamento primo di tutte le religioni e civiltà è quello di proteggere la vita, senza alcuna restrizione, perché la vita non ci appartiene. Questo principio universale non ammette eccezioni: "Non uccidere" né con le pallottole, né con la fame, né con la calunnia, né con il disprezzo.

Nella situazione attuale dell'Ecuador, come quella del nostro continente e del nostro pianeta, la vita è una realtà che conta molto poco. Lo vediamo in particolare nel nostro Paese con la dichiarazione di "guerra interna" da parte del governo: una dozzina di presunti "terroristi" assassinati, più di 10.000 giovani imprigionati senza un valido procedimento penale, di questi solo circa 300 sono passati attraverso un processo di giustizia. E ancora quanti scomparsi, quanti torturati, quanti cadaveri abbandonati nelle strade? I media tradizionali tacciono su tutto questo, dimenticando quando fa loro comodo la legge suprema: "Non uccidere".

Tutti noi diventiamo complici di tutto questo quando non ci indigniamo, quando restiamo indifferenti, quando restiamo in silenzio, quando non agiamo per fermare o anche solo ridurre questi oltraggi. Con queste omissioni collaboriamo all'escalation e al circolo infernale della violenza. Non vogliamo riconoscere che la violenza non si reprime con l'uso delle armi o con lo spauracchio della pena di morte. Al contrario, esse incoraggiano ancora più violenza e morte.

Si tratta di trovare le cause della violenza e di combatterle con altri mezzi.

20240326Ecuador

Una giovane donna chiede la fine della violenza durante una manifestazione a Quito nel novembre 2023. Foto: vozdeamerica.com

In Ecuador, le due principali cause di violenza sono la disoccupazione e la corruzione, favorite dal sistema neoliberista. La maggioranza degli ecuadoriani con il "sì" all'insidiosa consultazione di Lenin Morena, con l'elezione di Guillermo Lasso e ora con quella di Daniel Noboa ha votato per la continuità e il consolidamento di questo sistema di morte che dura da 7 anni. Finché continueremo ad eleggere presunti salvatori membri della classe sociale che ci sfrutta, continueremo a stare dalla parte della violenza e dell'espropriazione della vita. Non ci rendiamo conto che i nostri governanti fanno il contrario di quello che ci promettono in campagna elettorale?

Questa classe sociale composta da traditori, banchieri e grandi imprenditori vive sul nostro sfruttamento e impoverimento. Crediamo alle loro bugie: "Niente più tasse! Niente più disoccupazione! Niente più persecuzione politica! Niente più salari da miseria! Niente più ospedali senza medicine! Niente più abbandoni scolastici!". La realtà ci mostra la falsità di queste promesse, oppure preferiamo essere ingannati e sfruttati? Quando potremo gridare: "Basta con la violenza!". I giovani del nostro Paese stanno pagando con le loro vite uccise o distrutte il prezzo dei nostri ripetuti errori e della nostra colpevole ignoranza.

Ora il presidente Noboa propone anche un referendum per confermare le bugie della sua campagna presidenziale e rafforzare il sistema neoliberale che ci sta uccidendo lentamente e violentemente. Come se non bastasse, per nostra grande sfortuna, i sondaggi ci dicono che il "sì" trionferà.

20240326Ecuador2

Il candidato presidenziale ecuadoriano assassinato, Fernando Villavicencio, parla durante un comizio elettorale a Quito, il 9 agosto 2023.

Noi stessi stiamo tracciando la strada verso una più grande situazione di miseria. Quando apriremo gli occhi e decideremo di vivere una vita retta e dignitosa? Quando affronteremo il sistema neoliberista che ci governa e ci rende miserabili?

Solo invertendo le cause che provocano la violenza riusciremo ad eliminarla. Se queste cause sono responsabilità di ognuno di noi, come l'indifferenza e la complicità, sono queste le due realtà che devono essere superate. Per questo le religioni e la Bibbia in particolare ci indicano una via, invitandoci ad amare: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Se la corruzione è un'altra causa di violenza, una causa collettiva di violenza, dobbiamo bandire ciò che la provoca e avviare una convivenza fraterna.

Gesù di Nazareth ci apre una strada collettiva: unirci per realizzare la fraternità e fare dell'amore l'asse delle nostre relazioni. Gesù ha lasciato in eredità a noi che abbiamo promesso di seguirlo il suo unico comandamento: "Vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato". La vita sociale non è solo un impegno individuale, è soprattutto un impegno collettivo: organizzarsi per rendere possibili relazioni di rispetto, di giustizia e fraternità. Non raggiungeremo mai queste tre realtà se non ci uniamo in modo organizzato: Questo si chiama impegno collettivo per la "civiltà dell'amore".

L'attuale sistema neoliberale nega questa civiltà dell'amore come modalità individuale e collettiva perché vive dello sfruttamento dei lavoratori e della morte dei disoccupati. Sono queste le cause che provocano l'attuale stato di violenza e l’errore dei giovani nel sostenere il narcotraffico. Questa situazione non cambierà se non cambieremo noi stessi come singoli, come collettività e soprattutto come organizzazione.  Questo sistema perverso deve essere rovesciato e sostituito.

20240326Ecuador3

Mitad del Mundo: il punto in cui la linea equatoriale passa attraverso Ecuador. Foto: Jaime C. Patias

Attualmente i popoli indigeni, le donne e i giovani sono i gruppi più organizzati che possono rendere possibili nuovi modi di fronteggiare e cambiare l'attuale sistema. Papa Francesco lo conferma nei suoi incontri con i movimenti popolari. Essi sono impegnati in una lotta non violenta, attiva e collettiva, agiscono democraticamente con la partecipazione di tutti, sono creativi nel presentare sia le loro denunce che le loro proposte alternative, sono intelligenti e festosi nelle loro azioni e procedure, credono fermamente che una "civiltà della Vita Buona sia possibile". Molti cristiani sono già coinvolti in queste forme di lotta con le loro proposte innovative per invertire la violenza dei prepotenti.

San Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador assassinato il 24 marzo 1980, chiese ai soldati salvadoregni: "Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata da nessuno".

* Padre Pedro Pierre Riouffrait, sacerdote diocesano nato in Francia nel 1942, missionario in Ecuador dal 1976.

“Basta silenzio”. “Giù le mani della Repubblica Democratica del Congo”. “Basta con le guerre per i minerali”. “Più di 12 milioni di morti”. Questi sono stati alcuni degli slogan gridati dalla comunità congolese a Roma, domenica 10 marzo, per denunciare le atrocità e promuovere la pace nell'est del Paese centrafricano, ricco di metalli preziosi, oro, diamanti e idrocarburi.

“Quello che sta succedendo in Congo è grave e il mondo non ne parla, perché i padroni stessi dei media forse hanno anche loro interessi ed investimenti nel Congo. Per questo il Papa ha detto bene: ‘giù le mani della RDC’”, ci spiega il padre Roger Balowe Tshimanga, cappellano della comunità congolese a Roma mentre accoglie i partecipanti della manifestazione nella chiesa della Natività in Piazza Pasquino. “Oggi la guerra nel Congo diventa più grave della Guerra Mondiale, ma ciò che sorprende è che nessuno parla di questo. Allora, noi congolesi dobbiamo difendere il nostro Paese. Se il mondo non parla, noi stessi dobbiamo parlare ed è quello che stiamo facendo oggi”, aggiunge il religioso proprio quando suona la campana per l'inizio della messa alle 9:00 come previsto.

Messa e preghiera per la pace

20230311RDC8

Mons. Ricardo Lama: “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce"

Animata in stile congolese, un popolo gioioso, la celebrazione è stata presieduta da uno dei vescovi ausiliari di Roma, monsignor Riccardo Lamba, recentemente nominato arcivescovo di Udine. I canti, le preghiere e le riflessioni hanno ricordato le vittime della violenza e lanciato un forte appello per la fine dei saccheggi, delle aggressioni e per la pace nella RDC. Oltre 200 persone, alcuni provenienti da altre parti d'Italia, si sono riunite per l’evento, molti sacerdoti, religiosi e religiose, ma non solo, anche gruppi e associazioni ecclesiali impegnati nella stessa causa.

“La presenza del vescovo rappresenta Pietro e quindi, la vicinanza del Santo Padre a tutti le persone di buona volontà. Papa Francesco ama il popolo congolese”, ha assicurato Mons. Riccardo Lama all’inizio della sua omelia nella IV domenica di Quaresima, “Laetare”, che ci invita alla gioia. “Questa gioia - dice il vescovo – non è un sentimento passeggero o per un successo momentaneo, ma vuole dire che noi siamo sempre preceduti dall’amore di Dio che ci ama da sempre e per sempre”. E riferendosi alle sofferenze della umanità e del popolo congolese, Mons. Riccardo ribadisce: “Questo amore è dimostrato attraverso la persona di Gesù Cristo che ha esperimentato la sofferenza, ha dovuto subire la passione e la morte”, e vuole dire che “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce". Così deve essere anche "la speranza della comunità congolese”.

In questo senso, le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare diventano testimoni della fede in Gesù Cristo, il grande Martire, e perciò di un amore che è più forte della morte.

20230311RDC13

Alla celebrazione hanno partecipato anche l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua, che ha così sottolineato l'importanza dell'evento: “una giornata per sostenere la pace e fermare le atrocità contro il nostro popolo”. Anche le Nazioni Unite denunciano un'escalation in corso, in particolare nell'area della provincia del Nord Kivu, nella città di Goma che ha accolto circa 2,5 milioni di sfollati interni. Il conflitto regionale si sta sviluppando nella parte orientale della RDC, dove la violenza aumenta di mese in mese. Al centro del problema sempre la contesa per il controllo del territorio e dove ci sono giacimenti di diamanti e miniere ricche di minerali e metalli preziosi, in particolare dell’est, al confine con Burundi, Ruanda e Uganda. Sullo sfondo, a muove le fila di tutto, si muovono le grandi potenze: Stati Uniti, Francia e Cina.

20230311RDC12

 l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua (terzo da sinistra a destra).

Marcia per le vie di Roma

Dopo la messa, è iniziata la marcia per le vie di Roma, da Piazza Pasquino fino a Piazza San Pietro. Lungo il percorso i passanti e i pellegrini hanno potuto leggere e cartelli e gli striscioni con il motivo della manifestazione. Nasibu Barth, studente di filosofia politica alla Università Lateranense e responsabile del coro Bondeko (fratellanza) che anima il rito cattolico zairese nella Chiesa della Natività, è stato uno degli organizzatori della marcia. Utilizzando un megafono, il giovane studente proclamava slogan intercalati da canti con accenni sulla situazione del Congo. A più riprese è risuonato il grido: “Basta silenzio”. “Liberate le terre congolese dagli interessi sporchi”. “Basta la guerra”. “Più di 12 milioni di morti” mentre la marcia proseguiva lungo il percorso concordato con le forze dell’ordine.

20230311RDC5

La comunità congolese marcia per la pace in Via Vittorio Emanuele  II.

Nell'Angelus il saluto di Francesco

Attraversata via della Conciliazione, alle ore 11:30, il gruppo si è unito alla folla di pellegrini radunati in Piazza San Pietro per la preghiera dell'Angelus con Papa Francesco. L’atmosfera intorno era cambiata, il gruppo dei congolesi si è trovato al centro della cristianità abbracciati dal colonnato del Bernini come le “braccia materne della Madre Chiesa”. Hanno potuto così unire la loro voce, e sentirsi in sintonia con tutta l'umanità, cantando e pregando per la pace.

Oltre ai fratelli e sorelle musulmani che stanno per cominciare il Ramadan, il Santo Padre ha ricordato anche le guerre nel mondo e la grave crisi sociale, politica e umanitaria che colpisce Haiti, Paese da anni provato da molte sofferenze con decine di persone uccise e più di 15 mila costrette ad abbandonare le loro case a causa degli attacchi coordinati delle bande armate.

I loro cuori si sono riempiti di gioia e gratitudine quando hanno ascoltato le parole tante attese, pronunciate dal Santo Padre: “E mentre saluto con affetto la comunità cattolica della Repubblica Democratica del Congo a Roma preghiamo per la pace in questo Paese africano come pure nella martoriata Ucraina e in Terra Santa cessino al più presto le ostilità che provocano immani sofferenze nella popolazione civile”, ha detto Francesco.

20230311RDC21

È tempo di rompere il silenzio

Insieme ad altre donne, Bumi Muluwa Rose, dell’Istituto secolare dominicane in Congo, aiutava a portare uno striscione con la scritta: “Non alla guerra e ai massacri”.

“Sono venuta qui per parlare a tutti coloro che usano il cellulare e il satellite che sono bagnati dal sangue. Basta! Siamo stanche di morire” - esclama Rose e continua - “anche voi missionari avete fatto tanto per il Congo ma adesso dovete lottare con noi”, - accennando anche alla figura dell’ambasciatore dell’Italia nella RDC (Luca Attanasio) che è stato ucciso nel 2021, - “mentre la comunità internazionale rimane in silenzio, non vuole parlare”.

Alla domanda su come aveva accolto il saluto del Papa, Rose ha risposto: “Papa Francesco è sempre con noi, lui è per tutti e ha lottato per noi prima. Francesco ha osato alzare la voce: “Giù le vostre mani della RDC e del Africa’, però il mondo non l’ha ascoltato, la comunità internazionale che ci ruba e che ci violenta... Questo non lo vogliamo più. Basta!”, esclama a voce alta in Piazza San Pietro.

 20240311RDC2

Questo grido della comunità congolese a Roma se unisce agli altri gridi per porre fine alle atrocità e ai conflitti in tutto il mondo, come quelli che imperversano a Cabo Delgado, nel Mozambico, in Etiopia, in Sudan, nel Sud Sudan, in Terra Santa e in Ucraina... È tempo di rompere il silenzio e denunciare il coinvolgimento dei paesi più potenti che favoriscono la continuazione dei conflitti causando la morte di milioni di innocenti, soprattutto di donne e bambini.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, comunicazione Generale, Roma.  

20230311RDC11

 Le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare  nella chiesa della Natività

20230311RD7

20230311RDC16

La partecipazione dei missionari della Consolata a Roma, i padri Innocent, Giacomo e Michelangelo

20240311RDC4

20230311RDC19

20230311RDC20

Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del migrante. 24 settembre 2023

I flussi migratori dei nostri giorni sono espressione di un fenomeno complesso e articolato, la cui comprensione esige l’analisi attenta di tutti gli aspetti che caratterizzano le diverse tappe dell’esperienza migratoria, dalla partenza all’arrivo, incluso un eventuale ritorno. 

“Liberi di partire, liberi di restare”, era il titolo di un’iniziativa di solidarietà promossa qualche anno fa dalla Conferenza Episcopale Italiana come risposta concreta alle sfide delle migrazioni contemporanee. E dal mio ascolto costante delle Chiese particolari ho potuto comprovare che la garanzia di tale libertà costituisce una preoccupazione pastorale diffusa e condivisa.

«Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”» (Mt 2,13). La fuga della Santa Famiglia in Egitto non è frutto di una scelta libera, come del resto non lo furono molte delle migrazioni che hanno segnato la storia del popolo d’Israele. Migrare dovrebbe essere sempre una scelta libera, ma di fatto in moltissimi casi, anche oggi, non lo è. Conflitti, disastri naturali, o più semplicemente l’impossibilità di vivere una vita degna e prospera nella propria terra di origine costringono milioni di persone a partire. 

I migranti scappano per povertà, per paura, per disperazione. Al fine di eliminare queste cause e porre così termine alle migrazioni forzate è necessario l’impegno comune di tutti, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Un impegno che comincia col chiederci che cosa possiamo fare, ma anche cosa dobbiamo smettere di fare. Dobbiamo prodigarci per fermare la corsa agli armamenti, il colonialismo economico, la razzia delle risorse altrui, la devastazione della nostra casa comune.

Per fare della migrazione una scelta davvero libera, bisogna sforzarsi di garantire a tutti un’equa partecipazione al bene comune, il rispetto dei diritti fondamentali e l’accesso allo sviluppo umano integrale. Solo così si potrà offrire ad ognuno la possibilità di vivere dignitosamente e realizzarsi personalmente e come famiglia. È chiaro che il compito principale spetta ai Paesi di origine e ai loro governanti, chiamati ad esercitare la buona politica, trasparente, onesta, lungimirante e al servizio di tutti, specialmente dei più vulnerabili. Essi però devono essere messi in condizione di fare questo, senza trovarsi depredati delle proprie risorse naturali e umane e senza ingerenze esterne tese a favorire gli interessi di pochi. 

È necessario uno sforzo congiunto dei singoli Paesi e della Comunità internazionale per assicurare a tutti il diritto a non dover emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra. Si tratta di un diritto non ancora codificato, ma di fondamentale importanza, la cui garanzia è da comprendersi come corresponsabilità di tutti gli Stati nei confronti di un bene comune che va oltre i confini nazionali. Infatti, poiché le risorse mondiali non sono illimitate, lo sviluppo dei Paesi economicamente più poveri dipende dalla capacità di condivisione che si riesce a generare tra tutti i Paesi. Fino a quando questo diritto non sarà garantito – e si tratta di un cammino lungo – saranno ancora in molti a dover partire per cercare una vita migliore.

(Impariamo a) riconoscere nel migrante non solo un fratello o una sorella in difficoltà, ma Cristo stesso che bussa alla nostra porta. Perciò, mentre lavoriamo perché ogni migrazione possa essere frutto di una scelta libera, siamo chiamati ad avere il massimo rispetto della dignità di ogni migrante; e ciò significa accompagnare e governare nel miglior modo possibile i flussi, costruendo ponti e non muri, ampliando i canali per una migrazione sicura e regolare. Ovunque decidiamo di costruire il nostro futuro, nel Paese dove siamo nati o altrove, l’importante è che lì ci sia sempre una comunità pronta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza distinzione e senza lasciare fuori nessuno.

Il percorso sinodale che abbiamo intrapreso, ci porta a vedere nelle persone più vulnerabili –e tra questi molti migranti e rifugiati– dei compagni di viaggio speciali, da amare e curare come fratelli e sorelle. Solo camminando insieme potremo andare lontano e raggiungere la meta comune del nostro viaggio.

MESSAGGIO COMPLETO

Preghiera

Dio, Padre onnipotente,
donaci la grazia di impegnarci operosamente
a favore della giustizia, della solidarietà e della pace,
affinché a tutti i tuoi figli sia assicurata
la libertà di scegliere se migrare o restare.

Donaci il coraggio di denunciare
tutti gli orrori del nostro mondo,
di lottare contro ogni ingiustizia
che deturpa la bellezza delle tue creature
e l’armonia della nostra casa comune.

Sostienici con la forza del tuo Spirito,
perché possiamo manifestare la tua tenerezza
ad ogni migrante che poni sul nostro cammino
e diffondere nei cuori e in ogni ambiente
la cultura dell’incontro e della cura.

Con quasi 10 milioni di ettari, la riserva indigena dello stato del Roraima, con una popolazione di poco superiore ai 25 mila abitanti, sta vivendo una crisi senza precedenti, come ci raccontano quelle persone che da anni vivono e lavorano per la difesa dei diritti dei Popoli e della foresta pluviale che è la loro casa. In tutto questo dramma è molto evidente la colpevole negligenza dell'ultimo governo federale presieduto dal ex presidente Jair Bolsonaro (2019 al 2022).

L'estrazione dell'oro dal suolo o dai sedimenti dei corsi d'acqua, effettuata con tecniche manuali o con macchinari pesanti, è favorita da vere e proprie organizzazioni criminali ed è stata la causa principale della crisi umanitaria che ha svigorito le comunità Yanomami.

Uno studio condotto dalla University of South Alabama degli Stati Uniti rivela che la quasi totalità delle miniere illegali ( ben il 95%) si concentra in tre territori indigeni: Kayapó, Munduruku e Yanomami, che sono le zone più colpite da questa attività. 

Non è complicato capire che, se queste riserve sono abbandonate a se stesse, com’è successo in questi ultimi anni, si impone chi ha più risorse, appoggi e forze. 

L’abbondanza dei giacimenti di tutta la conca amazzonica ha quindi investito le popolazioni più deboli: favorita dai poteri economici, dalle élite locali e dall'aumento del prezzo dell'oro sul mercato internazionale l’estrazione illegale (garimpo) ha avuto la meglio. Grazie all’appoggio del precedente governo è stato perfino presentato in Parlamento un progetto di legge, poi dichiarato incostituzionale, per regolamentare e promuovere l'estrazione mineraria nei territori indigeni.

La strada di 10 km che conduce al territorio Yanomami appare oggi come una ferita aperta nel cuore della foresta. La deforestazione, l'inquinamento senza precedenti e gli enormi crateri aperti che squarciano la terra hanno conseguenze drastiche sulla vita, la cultura, la spiritualità e la salute fisica delle popolazioni autoctone. 

In un'intervista, padre Corrado Dalmonego IMC, che sta conducendo una ricerca di dottorato sull'impatto dell'attività estrattiva nel territorio indigena, ha dichiarato: "I centri sanitari hanno esaurito i medicinali di base come il diprone, il paracetamolo e i farmaci per il trattamento della malaria. Di conseguenza, più di 500 bambini sono morti per malattie curabili. A questo si aggiunge che il garimpo illegale non solo ha danneggiato la salute degli indigeni ma ha anche sconvolto la vita familiare, spingendo molte donne alla prostituzione o i giovani alla migrazione verso le periferie povere della città dove sono spesso vittime della tossicodipendenza e della miseria”.

Non c’è dubbio. Coloro che si addentrano nella foresta hanno atteggiamenti predatori nei confronti delle ricchezze naturali; i facili guadagni sono sempre realizzati a spese della vita della foresta e delle persone che la abitano e sanno vivere in armonia con essa. 

 

Le altre vittime

Per padre Bob Mulega, 34 anni, missionario della Consolata di origine ugandese e nel Catrimani dal 2019, anche le manovalanze minerarie sono a loro volta vittime di un sistema di sfruttamento: "noi sappiamo che nelle miniere le condizioni di vita sono terribili e coloro che vi lavorano sono i più poveri, senza terra e senza altre opportunità”. Gli fa eco Gilmara Fernandes, leader cattolica e membro del Consiglio indigeno missionario di Roraima (Cimi) che dice: "i veri responsabili della tragedia mineraria non sono coloro che stanno nelle miniere ma quelli che forniscono logistica, manutenzione, cibo e finanziamenti senza i quali il garimpo diventa una impresa impossibile. I lavoratori delle miniere sono solo la punta di un iceberg che va molto più in profondità; sono i poteri occulti, spesso vere e proprie imprese criminali sostenute da politici conniventi, quelle che devono essere ritenute responsabili e assicurate alla giustizia”.

Quando nel 1993, quasi trent’anni fa, è stata espulsa dalle terre indigene una prima ondata di garimpeiros questi hanno potuto diventare agricoltori, ottenendo l'accesso alla terra e partecipando a progetti di riforma agraria. Oggi è tutto più difficile continua Gilmara: “con l'arrivo della soia, il valore della terra è aumentato considerevolmente e la maggior parte della terra in Roraima è concentrata nelle mani di politici, uomini d'affari, grandi produttori di soia, e diventa impossibile comprarla. Come potranno questi lavoratori illegali mantenere le loro famiglie? Se il governo non pensa a soluzioni per loro... saranno probabilmente riciclati in altre attività illecite o in nuove frontiere del garimpo”.

20230214YanomamiB

Suor Mery Agnes, MC, visita una comunità Yanomami.

Dietro le quinte

I missionari della Consolata che vivono con gli Yanomami nella regione del Catrimani da più di 50 anni conoscono quello che le telecamere non possono vedere e ciò che si muove dietro le quinte. Per padre Mulega, gli Yanomami sono una società strutturata e fortemente ancorata alle loro credenze e alla loro forma di concepire la vita e la creazione. Tutto è ben costruito: l'ora di mangiare, le regole per vivere bene in società, la cura della natura, il posto delle donne e dei bambini, il ruolo degli uomini... questo mondo merita il massimo rispetto.

Il padre Mulega si appella alla società affinché non veda gli indigeni come dei poveri disgraziati ma come un popolo originario che condivide con tutti diritti, doveri, dignità e bisogni. "Non dimentichiamoci che loro sono persone degne, e non una popolazione che vive rinchiusa in una riserva ed è oggetto di studi. A loro bisogna offrire politiche di salute pubblica ed educazione basate sulla loro lingua. Difendere la selva è difenderne la vita, la casa e luogo sacro per tutti loro".

In questo contesto, appare fondamentale una conversione dello sguardo e del cuore che permette un incontro autentico con la popolazione indigena. Un rapporto di colonizzazione, da qualsiasi parte provenga –dal governo, dai proprietari terrieri o perfino da organizzazioni che sono al servizio delle comunità indigene–, non farà altro che aumentare i danni. Il genocidio e l'etnocidio, che oggi è alla luce del sole, continueranno.

* Rosinha Martins è Missionaria scalabriniana e giornalista. FONTE

Gli ultimi articoli

Amazzonia: Convegno sul cammino sinodale della Chiesa

20-05-2024 Notizie

Amazzonia: Convegno sul cammino sinodale della Chiesa

La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) e la Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) invitano ad un convegno sul cammino sinodale della Chiesa...

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

20-05-2024 Notizie

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

Il buon cammino di fede tracciato dal Beato Giuseppe Allamano continua a suscitare interesse e devozione, tant'è che il trascorrere...

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

17-05-2024 Notizie

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

Il primo anno di attività del Polo Cultures and Mission. Accessibilità della cultura, cittadinanza responsabile e impatto sociale sono le...

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

17-05-2024 Notizie

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

Il nuovo Consiglio è stato scelto per il biennio 2024-2025 a seguito dell’improvvisa scomparsa, giovedì 18 aprile, dell'ex superiore della...

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

16-05-2024 Domenica Missionaria

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15 Nella solennità di Pentecoste, la liturgia della Parola ci invita a contemplare...

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

16-05-2024 Notizie

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

“Dio che mi ha chiamato mi darà le grazie necessarie per svolgere la sua missione” Il missionario della Consolata, Mons. Peter...

Consolata Brasile: una famiglia al servizio della missione

15-05-2024 I Nostri Missionari Dicono

Consolata Brasile: una famiglia al servizio della missione

La prima Conferenza dei missionari della Consolata in Brasile –Regione unificata nel 2019– si è svolta a San Paolo dal...

Conferenza Sudafrica-Eswatini: Un invito all'impegno nel Signore

15-05-2024 I Nostri Missionari Dicono

Conferenza Sudafrica-Eswatini: Un invito all'impegno nel Signore

L'incontro, tenutosi a Newcastle in Sudafrica è iniziato il 13 e durerà fino al 17 maggio 2024 con la partecipazione...

Testimoniare la fede in dialogo con altri fedi, è possibile?

14-05-2024 Missione Oggi

Testimoniare la fede in dialogo con altri fedi, è possibile?

In occasione del mese missionario straordinario di 2019 Battezzati e inviati, padre Matteo Pettinari racconta la sua esperienza nell’ambito del...

onlus

onlus