Una scuola nella scuola

Ci siamo riuniti a Bucaramanga, provenienti da diverse parti della Colombia e anche del Paraguay. Eravamo 74 giovani che dal 23 giugno al 2 luglio 2023 abbiamo partecipato alla Scuola per Leaders Giovanili Missionari: alcuni di noi erano in vacanza, altri disoccupati e altri ancora molto occupati. 

Come Giovanni ai suoi discepoli, qualcuno ci ha detto: “Guardate! ecco l'Agnello di Dio!”: noi la notizia l’abbiamo ricevuta da un amico, un'amica, un parente, un conoscente o addirittura l’abbiamo saputo per mezzo dei social network ma, come i discepoli di Giovanni che dopo averlo udito seguirono Gesù, lo stesso facemmo anche noi. Gesù si guardò intorno e vide che lo seguivano. «Cosa volete?» chiese loro. Risposero: «Maestro, dove abiti?». «Venite e vedete», disse loro (cfr Gv 1,35-41).

Siamo stati dieci giorni con lui

E così abbiamo scoperto che non eravamo stati noi a cercare il Maestro, ma che in modo sorprendente era stato Lui ad invitarci a seguirlo: per ascoltarlo, per imparare,  per allenarci ad andare oltre i nostri confini, per condividere la vera Consolazione con gli umani desolati e la madre terra devastata (cfr Mc 3, 14).

Nell’ultimo giorno, dopo corsi, seminari, laboratori, esperienze spirituali individuali, comunitarie e sociali, con metodologie e dinamiche ludiche e pedagogiche... abbiamo tirato le somme e siamo stati sfidati a immaginare quell'altro mondo possibile che cerchiamo. L’abbiamo fatto a partire dalla nostra diversità e l’abbiamo fatto come artisti, acrobati, ballerini, musicisti, cantanti e clown.

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Le nostre conclusioni si sono rivelate solo l'inizio di un percorso, in cui ci siamo ascoltati con rispetto, ammirazione e gratitudine. Molte riflessioni e osservazioni sono state una vera scuola dentro la scuola.

“Io sono arrivato alla conclusione - è Johan che parla, uno studente all’ultimo anno delle  superiori -  che durante questi 10 giorni di scuola abbiamo imparato molte cose che ci aiuteranno ad essere leader migliori e migliori discepoli. Saremo in grado di testimoniare ad altre persone che insieme, come famiglia, possiamo essere la migliore chiesa in uscita.  Porteremo nel cuore quella gioia che saprà illuminare quei luoghi che sono nell'oscurità e così creare quel mondo migliore che sappiamo possibile”.

Manuel, studente di Ingegneria Elettrica all'Università Nazionale, confessa che alla Scuola per Animatori Giovanili Missionari “ho ricevuto strumenti di spiritualità e formazione pastorale, per mezzo dei quali il Dio della vita ci accompagnerà nella nostra quotidianità. Con Lui sarà possibile goderci ogni passo verso l'altro mondo possibile che vogliamo»

Alejandro, studente di giurisprudenza all'Università Nazionale, ci ricorda che “essere leaders non è semplicemente comandare gli altri o dirigere le masse. Si tratta invece di essere una guida e un missionario che, per mezzo del lavoro di équipe, impara a servire la comunità, in una Chiesa in uscita, con fervore, umiltà e formazione spirituale. Vedo che, se sei in pace con te stesso e con Gesù, puoi facilitare il cammino a più persone che non sono alla ricerca di emozioni forti, effimere e fugaci, ma di quella piccola luce che non si spegne mai: la luce di Cristo".

«Questa scuola – parla Carlos, studente di contabilità pubblica del Paraguay – mi ha aiutato a riconoscere qual è la mia vera vocazione, e a guardare oltre i confini che ci intrappolano e ci fanno perdere la speranza che esista un altro mondo possibile». 

Per Claudia, anche lei studentessa all’ultimo anno della scuola superiore, “il discepolo missionario è un albero: espande le sue radici per riconoscere le realtà; forgia un grosso tronco che fa andare avanti la costruzione della chiesa; dà conforto sotto forma di ombra; stendete le braccia verso il cielo, come tralci, per accogliere le proposte di Gesù e costruire l’altro mondo possibile”.

Oscar, sacerdote missionario della Consolata, conclude dicendo che questa Scuola è una proposta formativa, evangelizzatrice e consolatrice per i giovane e per chiunque voglia farne parte. Apre a una nuova speranza per la Chiesa e anche per la società. “Ciascuno dei giovani qui presenti sarà il seme del Regno nelle loro realtà particolari alle quali torneranno con gioia e impegno”.

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Testimoni di ciò che viviamo

Non trascriviamo altri interventi che abbiamo ascoltato. Solo ricordiamo l’abbraccio finale con il quale abbiamo lasciato la città di Bucaramanga, famosa per i suoi parchi. Abbiamo fatto ritorno alle diverse regioni della Colombia e, i più lontani da casa, al nativo Paraguay. Come il discepolo Andrea continuiamo il cammino della vita: dopo l'esperienza vissuta con il Maestro, andò a cercare suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" (cfr Jn 1,41).

* P. Salvador Medina è Missionario della Consolata in Colombia.

“Voi direte (parlando ai giovani) abbiamo tempo a farci santi … No, cominciamo subito: la montagna della santità è molto alta e non ci arriverete mai alla cima; non c’è mai stato alcun santo che si sia lamentato d’essersi fatto troppo santo, o troppo presto” (Beato Allamano, Conf. IMC I, 385-386)

Dal 24 luglio al 6 agosto 2023 si terrà in Portogallo la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG). Noi Missionari della Consolata, come abbiamo fatto in edizioni precedenti (soprattutto in Spagna, Brasile e Polonia) vorremmo preparare l’accoglienza e diverse attività per coloro che, legati ai nostri gruppi giovanili, saranno presenti in Portogallo. 

Per noi della Consolata la GMG è composta da due momenti: una prima settimana che faremo fra di noi e una seconda che faremo con tutti a Lisbona. La prima settimana la vorremo dedicata alla formazione e alla celebrazione missionaria: d’accordo al numero di partecipanti staremo in tre delle nostre comunità in Portogallo, poi due giorni tutti assieme a Fatima e da li tutti a Lisbona per la celebrazione ufficiale.

A preparare l’accoglienza sono i nostri missionari animatori insieme ad un folto gruppo di giovani Laici della Consolata e volontari di diversi servizi missionari. Sarà un’occasione di ritrovo e crescita personale, di cammino di fede e di incontro di culture. Ci saranno momenti di festa, dialogo, incontro con missionari, testimonianze di altri giovani del mondo, momenti di ascolto e confronto. Fu il santo papa Giovanni Paolo II a fondare, nel 1984, la GMG. I giovani dovevano essere al centro ed è quello che vogliamo fare nella settimana della Consolata.

Il tema di quest’anno mi sembra specialmente missionario: “Maria si alzò e andò in fretta!” ...per andare dalla cugina Elisabella. (cfr. Lc 1,39) Sono tre gli spunti missionari: la fretta, il cammino e l’incontro.

Iniziamo con la fretta che, funge proprio da apripista della missione. La fretta appartiene alla missione soprattutto dei missionari che sono chiamati a correre, ad incontrare e camminare per arrivare prima possibile a tutti. La fretta di non disperdere e di non sprecare, la fretta di chi vuole solo amare e far crescere le persone.

Il cammino: la missione come viaggio 

L’immagine che caratterizza la missione di Gesù, fin dall’inizio del suo ministero pubblico, è l’itineranza. Lui “percorreva i villaggi d’intorno insegnando” (Mc 6,6). È impossibile riconoscere il suo volto, cogliere realmente i suoi gesti, lasciarsi raggiungere dalle sue parole senza essere per strada con Lui. Da qui, dalla strada, occorre cominciare. 

Se le realtà della fede ci sembrano sfocate, poco significative, di poco impatto sulla nostra vita quotidiana, forse dobbiamo cessare di accusare i tempi cattivi e di puntare il dito sulla mancanza, oggi, di una testimonianza credibile. La causa è più vicina a noi di quanto pensiamo; anzi, è dentro di noi: ci siamo tirati fuori, ci siamo seduti e abbiamo cominciato a fare le nostre analisi per tirare le nostre conclusioni. 

Eppure, l’insegnamento di Gesù, ancora oggi, è inseparabile dalla via polverosa su cui muove i suoi passi. La strada non è diversa da quella su cui ci troviamo quando siamo in movimento con Lui oppure siamo fermi ai margini con la pretesa di capire tutto quello che succede ancora prima di muovere un passo. 

Come interpretiamo lo smarrimento del tempo che stiamo vivendo? Come camminiamo? Chi sono i miei compagni di viaggio? Che posto occupano i poveri, gli ultimi nel mio viaggio? Non possiamo entrare in relazione con Gesù e il suo insegnamento senza aprirci ai “villaggi d’intorno” e alla “gente” che Lui amava, cercava ed evangelizzava.

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L’incontro: l’esercizio della fraternità 

L’impegno che immediatamente segue è la chiamata inseparabile dall’esercizio della fraternità: “Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due” (Mc 6,7). Mi piace pensare al duplice gesto di Gesù come generatore di una tensione permanente, impossibile da sciogliere. Lasciarsi attirare individualmente da Gesù oppure curare il rapporto con l’altro? In realtà, il movimento è duplice: il Signore ci chiama a Lui e, nel medesimo tempo, dà fondamento nuovo al rapporto con il fratello e la sorella con cui mi trovo immediatamente inviato nel mondo. 

Dobbiamo riconoscere umilmente la grande difficoltà a vivere questa dimensione: quante belle iniziative finiscono prima o poi per arrancare o addirittura morire, solo perché la missione viene pensata come impresa individuale, come opera costruita dal singolo, come impegno in solitaria. È vero che lo Spirito distribuisce i carismi a piene mani e tutti sono portatori di una ricchezza unica e insostituibile ma l’esperienza però dimostra che la loro genuinità finisce per essere adulterata quando non vi è confronto costante con il fratello o la sorella mandati con noi dal Signore. 

Questo è un punto di partenza insostituibile anche se spesso arriviamo con una rapidità impressionante a trascurare il rapporto costitutivo che ci lega all’altro a partire da Gesù che invia. Basta un’incomprensione, un litigio, un’insofferenza per un modo di fare, di parlare o di ragionare, che subito lasciamo perdere e non c’è più spazio in noi per pensarci indissolubilmente legati, nella missione evangelizzatrice, a chi è stato inviato con noi nella stessa direzione. 

È vero, molte volte è difficile trovare la modalità concreta per collaborare. Siamo di origini diverse e le nostre impostazioni sembrano incompatibili, per età, cultura, lingua e formazione. Sembra quasi di vivere in mondi diversi, destinati a non incontrarsi mai. 

Eppure, la sfida del Vangelo si misura proprio qui. Non è vinta con sorrisi di facciata o linguaggio mellifluo per nascondere i rancori, ma con il coraggio di andare in profondità, di raggiungere la radice delle relazioni e, all’occorrenza, di riconoscerci poveri e mendicanti proprio nella nostra capacità di avvicinarci gli uni agli altri, di guardarci in faccia, di ascoltarci anche quando siamo infastiditi da quello che viene detto e il dialogo ci sembra diventato improduttivo. 

C’è da purificare la memoria da ogni residuo negativo di esperienze passate, di percorsi interrotti, di fallimenti. Il Signore ci sta chiamando ora a prenderci cura gli uni degli altri, a intessere relazioni significative, a fare delle differenze tra noi un’occasione di apertura alle novità di Dio. 

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Conclusione

Noi rimaniamo “quelli della Via” anche in questo tempo di generale incertezza. Tendiamo l’orecchio alla Parola, sappiamo che in mezzo a noi c’è Qualcuno che corrisponde così intimamente alla Novità che desideriamo, da essere sempre Colui che non conosciamo ancora (cfr. Gv 1,26) e perciò incessantemente può sorprenderci. 

Non perdiamoci di coraggio davanti alla lentezza dei nostri progressi, alla diminuzione dei nostri effettivi, alla fragilità dei nostri progetti e delle nostre iniziative. La missione non è un’impresa mondana da portare a termine con successo secondo i nostri criteri. È il viaggio da compiere con quello che siamo, sulla terra che ci è stata affidata, con questi fratelli sorelle che abbiamo incontrato sui sentieri della storia. Non cessiamo di impegnarci, di lavorare, di cercare, di credere e di pregare per scoprire insieme l’abbondanza di grazia racchiusa in questo nostro umile vaso di argilla (cf. 2 Cor 4,7).  

A tutti e a ciascuno: Coraggio e avanti in Domino! Buona missione, buon incontro buona GMG! 

*Padre Stefano Camerlengo ha da poco concluso il suo servizio come Superiore Genereale dei Missionari della Consolata

 

Come avete potuto vedere è un po’ che non scrivo; sono più concentrato sulla comprensione di questa nuova realtà. Non è stato facile trasferirsi dalla Costa d'Avorio al Messico e non è stato facile lasciare San Antonio Juanacaxtle e venire a Tuxtla.

Mi sento un po’ addosso la “sindrome dell'impostore” perché mi sento come se avessi declassato il mio impegno missionario. Questa realtà è molto diversa: la vita missionaria è meno aspra, anche se poi le sfide missionarie siano molto presenti. La mia qualità di vita è migliorata, non c’è più la malaria e io mi sento in forma (nonostante gli anni che passano).

Attualmente sono molto concentrato sui giovani della parrocchia e sull'ascolto in chiave sinodale di tutte le persone che chiedono accompagnamento. 

Sto creando legami che mi avvicinano alle periferie esistenziali; sto toccando da vicino tanti drammi quotidiani, tanti itinerari storici stroncati da scelte sbagliate o delusioni inaspettate. Allo stesso tempo vedo che molte persone perdono l'opportunità di lasciarsi aiutare: ognuno di noi si costruisce la propria storia di salvezza.

Negli ultimo tre mesi sono stato particolarmente vicino alla nostra comunità indigena Tzeltal: un paio di domeniche al mese ci vado e creo anche dei legami, dando spazio a loro che sono  sempre stati esclusi e ignorati.

La promozione umana della nostra presenza passa attraverso un dispensario, un'équipe di psicologi e tanatologi, aiuti economici a persone in difficoltà, aiuti per l'educazione dei bambini di famiglie in difficoltà, formazione di gruppi e animatori parrocchiali.

Quello che resta forse un po’ in sospeso è l'animazione vocazionale: mi hanno mandato a Tuxtla apposta per questo ma non si trovano giovani con queste preoccupazioni;  c'è chi vuole essere sacerdote diocesano ma essere missionari ad gentes è difficile. La terra, la famiglia e anche solo l’alimentazione hanno molto peso esistenziale nelle loro opzioni. È vero che la chiamata missionaria è una grazia e una vocazione, ma ciò non mi impedisce di sentire che mi sostengo maggiormente dove ci sono oasi (come i giovani, l’ascolto in chiave sinodale, le periferie esistenziali, i popoli originari e la promozione umana) che dove c’è l'aridità (le vocazioni e l’animazione missionaria della chiesa locale).

Altri temi continuano ad essere assenti dal mio quotidiano e diventano una sfida alla mia missione: la costruzione della pace in una realtà così violenta; le alternative all'alcool e alla droga così diffuse in tante famiglie, il silenzio ecologico nella pastorale ordinaria. Sono attività per adesso in sospeso.

Il nuovo itinerario che si apre è quello della collaborazione con le persone che migrano. Il Chiapas è per loro una porta e un luogo di passaggio. L'obiettivo sono gli Stati Uniti o, se ciò non è possibile, Città del Messico, Guadalajara, Monterrey... Mi sto informando sulle possibilità che il Chiapas ci darebbe per avere una presenza più significativa in quest'area: è una realtà che ci interpella soprattutto come missionari della Consolata.

Per il resto sto bene, sono sereno e ringrazio Dio ogni giorno perché mi offre la possibilità di essere al servizio del suo Regno. Un servizio che ha senso malgrado la quantità di formalismi liturgici, strutture ecclesiali anchilosate, parrocchia stagnanti e una realtà clericalizzata, rigida e sacramentalista.

È l'acqua nella quale bisogna nuotare controcorrente, seguendo la spiritualità della trota. Vi ringrazio per il vostro sostegno, la vostra preghiera e le vostre preoccupazioni. È bello sapere che ci siete sempre. This is the way.

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* Ramón Lázaro Esnaola è Missionario della Consolata e lavora in Messico

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (TERZA PARTE)

Tutte le sfide che abbiamo davanti, nuove o non più nuove, tutto ci parla dell’urgenza della formazione: se come Istituto vogliamo andare avanti dobbiamo metterci tutti in formazione, incluso a costo di chiudere le missioni. Se passa questo messaggio credo che potremmo dire di avere raggiunto un obbiettivo importante, forse il più importante.

Poi c’è anche un altro aspetto organizzativo che preoccupa ed è quello della economia. In questo campo è particolarmente importante il tema della responsabilità. È necessario capire con chiarezza che in missione non siamo andati a far soldi e che quelli che la provvidenza mette nelle nostre mani sono per la buona realizzazione della missione e non per altre cose.

Una parola per i giovani

Ho tante cose da dire ai giovani per l’affetto che ho per loro e riconoscendo la difficoltà di donarsi al Signore e alla missione nel momento attuale. Principalmente mi sento d’indicare TRE esigenze, percorsi e cammini che considero fondamentali per aiutare la persona a donarsi, l’Istituto ad avere un senso, la grande famiglia della Consolata una credibilità di vita e di testimonianza.

1. IL CAMMINO DI CONVERSIONE. La prima di queste urgenze è quella di un reale cammino di conversione, un andare avanti sulle tracce di Cristo, senza mai sentirsi pienamente arrivati. Prima di ogni missione, di ogni diaconia, prima delle opere, è necessario un ritorno a Dio, un cambiamento di vita, una conversione sempre in atto. Giorno  dopo giorno, dobbiamo essere disposti ad accettare la precarietà degli assetti rinnovando ogni giorno la decisione di amare l'altro senza reciprocità e incontrando gli uomini, gli ultimi, che si vogliono servire. Se un giovane entra in formazione e non si lascia convertire non ha futuro. Non si tratta semplicemente di una pia esortazione. Sulla piena disponibilità a questa conversione sta o cade la consacrazione alla missione. Vivere i voti è difficile. Piantiamola con il dire che nella vita consacrata e missionaria tutto è bello, quasi che non ci fosse un prezzo da pagare. Certe seduzioni creano facili entusiasmi che, alle prime difficoltà svaniscono come la neve al sole. La disponibilità all'azione dello Spirito Santo esige una lotta spirituale continua. Non ci può essere una consacrazione alla missione senza rinuncia, senza patire delle mancanze, senza soffrire. Per questo è fondamentale accogliere la conversione come una grazia, una purificazione, un cammino di vita. 

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2. LA PIENA UMANIZAZZIONE. Questo cammino di conversione dev'essere, però, accompagnato da una piena umanizzazione. Non dimentichiamolo mai: la consacrazione per la missione è vita umana, vissuta da persone che cercano di innestare la loro umanità nell'umanità di Gesù. È un innesto tutt'altro che semplice. Può avvenire solo attraverso un'arte del vivere, che esige spoliazione semplificazione, unificazione, ricerca di ciò che è essenziale per l'uomo d'oggi. 

Molto spesso, ciò che ostacola la realizzazione sia personale come comunitaria, è la scarsa qualità umana. Il vero problema di tante comunità è la carenza di umanità: si ha a che fare con esistenze vissute senza passione, senza convinzioni profonde, senza sensibilità, senza bellezza, senza libertà interiore. Ma senza libertà, si diventa schiavi. Bisogna avere il coraggio di dircelo e di dirlo ai giovani: o la nostra vita di consacrati per la missione è un cammino di umanizzazione, diversamente non riusciamo a viverla. Come la conversione, anche l'umanizzazione è un cammino faticoso che attraversa tutte le fasi della vita.

3. LA VITA FRATERNA ESSENZA DELLA CONSACRAZIONE PER LA MISSIONE. Sia il cammino di conversione che quello di una piena umanizzazione, non possono non tendere alla comunione. Proprio il celibato chiede di essere vissuto in una vita di comunione, li dove l'amore fraterno sa anche vivere di distanza, di discrezione, di sobrietà, il rispetto della libertà di ciascuno, una vita che già di per sé è una profezia in atto. La vita fraterna è il fine e la ragion d'essere degli stessi voti religiosi. Nella misura in cui vuole essere memoria reale e concreta della comunità vissuta da Gesù, la vita fraterna diventa il dono per eccellenza dello Spirito. Anche se questa comunione comporta il mettere in comune i propri beni, l'abitare e il pregare insieme, significa soprattutto lotta contro l'individualismo o contro una vita comune che obbedisce a regole mondane. Una vera vita di comunione è una vita strutturata e regolata e dev'essere pensata in primo luogo come servizio reciproco, dove la prima opera è amarci gli uni gli altri perché solo allora Dio dimora in noi. In questo modo saremo riconosciuti come discepoli di Gesù con la missione nel cuore!!!

Guardando a futuro

Proprio pensando al futuro, sarebbe opportuno, di tanto in tanto, guardare indietro, non dimenticando quel passo straordinariamente eloquente con cui Isaia si rivolge ai suoi figli (discepoli): «Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il suo volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui. Ecco, io e i figli che il Signore mi ha dato, siamo segni e presagi per Israele da parte del Signore degli eserciti, che abita sul monte Sion» (8,17-18). 

Non dobbiamo temere. Ogni comunità può essere segno e presagio. Anche se l’Istituto sarà ridotto ad un piccolo “resto”, continuiamo a non temere. Sempre Isaia ci assicura che se anche restasse soltanto un ceppo, perché l'albero è abbattuto e tutti i rami e anche il tronco sono a terra, quel ceppo, dice Isaia, è un “ceppo santo” che continuerà a gettare virgulti e sarà “seme santo” (6,13)». Come il Signore non è mai venuto meno alla sua fedeltà nel passato, così sarà anche nel futuro. Ecco, è questa la consolazione!

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La consolazione è utile anche per le nostre fragilità

Consolazione è fare i conti anche con le nostre fragilità e questo lo vediamo spesso quando ci avventuriamo nella missione. Ricordo un viaggio al nord dell'Argentina, nel periodo di Natale, che nell’emisfero sud è il periodo più caldo dell’anno e la temperatura era quasi insopportabile. Il viaggio era stato lunghissimo in parte perché l'Argentina è grande ma anche perché la strada era stata chiusa in più di una occasione da picchetti per qualche tipo di manifestazione.

Dopo ben 20 ore di viaggio ho raggiunto la parrocchia dove lavorava il padre Juan Domingo Varela e ci siamo preparati per celebrare il Natale in un villaggio chiamato “el pozo del tigre”. Sono venute sette persone in tutto; non c’erano nemmeno le suore che in quei giorni avevano la visita della superiora. Quando il giorno dopo sono andato a salutarle... nell’atrio della casa mi accolse una gigantografia di Ernesto Che Guevara.

Nella parrocchia vicina la nostra presenza è stata più utile perché il sacerdote incaricato della comunità non aveva celebrato la messa di Natale per andare a far festa con la sua famiglia. In cambio in quella chiesa abbiamo potuto contare con la presenza preziosa di una comunità di suore che giustamente a Natale ci hanno fatto cantare “tu scendi dalle stelle... e vieni in una grotta al freddo e al gelo!”.

Vorrei terminare questa mia riflessione con una riflessione di Marco Guzzi, tratto dal libro “Darsi pace”, titolato “Infinita consolazione”. Dice bene quello che ho vissuto o cercato di vivere in questi 18 anni di servizio all’Istituto.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno di consolazione, anzi di un’infinita consolazione.

Abbiamo sempre bisogno di essere consolati, confortati nella nostra sofferenza strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria giornata terrena. Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione. 

Tutto dovrebbe essere finalizzato a questo scopo: il lavoro, la sapienza, ogni forma di compassione e di amore, siano modi per consolare, per dire all’essere umano: tu hai un grande valore. Non temere, non sei solo, e questa scarpata ripida e dolorosa ti sta portando sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE

La città di Puyo nell'Amazzonia ecuadoriana, fra il 10 e il 12 febbraio, ha ospitato l'ottavo Incontro e Festival della Gioventù Amazzonica, con il seguente motto: "Giovani, alzatevi e, con Maria, evangelizzate l'Amazzonia".

Si sono riuniti giovani cattolici proveninenti dai cinque vicariati amazzonici dell'Ecuador: Sucumbíos, Aguarico, Napo, Puyo e Méndez, con l'obiettivo di far nascere in questo momento festivo e comunitario un incontro personale con Cristo per mezzo della formazione, la condivisione fraterna, la preghiera e la celebrazione dell’eucaristia. Si è visto come importante il riconoscimento della propria identità amazzonica per intraprendere un cammino di evangelizzazione e di testimonianza dell’amore di Dio in questa regione del paese.

Il festival si è celebrato la prima volta nella stessa città di Puyo nel 2004 con il motto: "Giovani vivete la vostra fede con Cristo" e da quel momento, con una cadenza di 3 o 4 anni, ci sono stare altre celebrazioni: nel 2007 a Sucumbíos con il motto "Giovani amazzonici in missione con Cristo"; nel 2009 nel Napo al grido di "giovani missionari e discepoli di Gesù"; nel 2014 nel Vicariato di Aguarico guidati dalla frase "sono giovane Signore e non ho paura delle difficoltà per lottare per la giustizia"; nel 2016 ancora una volta Sucumbíos con l’espressione "quant’è bello essere misericordiosi" e nel 2019 nuovamente nel Napo con il motto "i giovani con fede e gioia danno vita e difendono l'Amazzonia". In quell’ultima occasione la partecipazione era stata davvero significativa: 600 giovani amazzonici. Dopo la pausa obbligata dal Covid siamo arrivati all’appuntamento 2023.

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Rafforzare l'incontro personale con Cristo

Gli obiettivi dell'ottavo festival giovanile sono stati quelli di conoscere la realtà delle situazioni vissute dai giovani dell'Amazzonia e le sfide che trovano nella società e nella Chiesa; rafforzare il loro incontro con Cristo per farli diventare protagonisti del rinnovamento della Chiesa della regione e approfondire in chiave amazzonica il tema proposto per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona.

La metodologia utilizzata per la riflessione è stata quella del vedere, illuminare e agire. Vedere la realtà dell'evangelizzazione delle comunità indigene amazzoniche. Illuminare questa realtà con il magistero della Chiesa, specialmente le esortazioni apostoliche “Cristo Vive”, dedicata alla gioventù, e “Querida Amazonía”. L'azione poi si tradurrà in concrete attività di evangelizzazione organizzate nelle rispettive giurisdizioni invitando tutti a prendersi cura della Casa Comune e a valorizzare l'interculturalità dell'Amazzonia.

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Delegazione dall’Amazzonia colombiana

In questa celebrazione non hanno partecipato solo giovani amazzonici ecuadoriani ma anche, per la prima volta, giovani dell'Amazzonia colombiana. Era infatti presente una piccola delegazione della città di Florencia e di Cartagena del Chairá, che rappresentavano l’animazione Missionaria e Vocazionale dei Missionari della Consolata, dell'Arcidiocesi di Florencia e della Diocesi di San Vicente del Caguán.

L'obiettivo di questa presenza è stato quello di mostrare che in Amazzonia "i fiumi non separano ma uniscono"; che i giovani amazzonici ecuadoriani interagiscono con i giovani amazzonici colombiani; che l'Amazzonia è una sola nonostante i confini che cercano di dividerla. 

Era anche l’occasione di articolare legami fra le diverse giurisdizioni ecclesiastiche amazzoniche per continuare a sognare insieme nella costruzione di una pastorale giovanile dal volto amazzonico.

Per i giovani colombiani presenti si trattava anche di imparare dall’esperienza consolidata dei giovani ecuadoriani. Le certezze e le sfide di questo incontro sono state molte: ispirati in Maria, che per prima si è messa in cammino, i giovani sono stati invitati a continuare a tessere legami di fraternità e identità nello spirito del Sumak kawsay, la “vita in pienezza”, un principio appartenente alla cultura indigena e anche recepito dalla costituzione dell’Ecuador. 

Il prossimo appuntamento nel 2026 nella città di Macas, nel Vicariato Apostolico di Méndez.

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