Nel 2009 la Casa Madre dei Missionari della Consolata, Corso Ferrucci 14, Torino, ha compiuto 100 anni. Essa fu voluta espressamente dall’Allamano, iniziata nel 1907 e inaugurata nel 1909. L’Allamano la frequentò con regolarità, considerandola il luogo più adatto per curare la formazione missionaria dei suoi figli.

Tra i tantissimi scritti che padre Francesco Pavese ci ha lasciato, continuiamo ad attingere informazioni interessanti relative ai tempi, all'opera e alla spiritualità del Beato Allamano, al lavoro delle Missionarie e dei Missionari nelle varie parti del mondo. In questo scritto ci viene narrato il sorgere delle due Case Madri a Torino. Buona lettura!

(Pietro Trabucco, IMC, Castelnuovo don Bosco)

Conosciamo tutti il forte legame che l’Allamano ha sempre avuto con l’opera del Cottolengo in Torino. Inoltre, per quasi un ventennio, le Suore del Cottolengo (Vincenziane) hanno collaborato con i nostri primi Missionari in Kenya. Quest’anno si celebra il 90° anniversario della Canonizzazione di San Giuseppe B. Cottolengo. In occasione della sua festa liturgica (30 aprile), ripercorriamo la relazione del Fondatore con questo grande santo della carità e la sua opera che può essere anche per noi, oggi, fonte di ispirazione e di fiducia nella Provvidenza. Buona lettura.

(Padre Pietro Trabucco, IMC, Castelnuovo don Bosco)

Suor Chiara Strapazzon nacque a Velai di Feltre (Belluno) il 13 aprile 1890 da santi genitori. Alla sua entrata nell’Istituto (8 maggio 1911), lasciava la bella famiglia composta di cinque fratelli e di quattro sorelle. Scrivendo alla Superiora, Madre Celestina Bianco, in data 6 aprile 1911, faceva di sé la seguente presentazione:

20240417Strapazzon«… Non ho nessuna abilità; ma con l’aiuto di Dio cercherò di rendermi utile a qualche cosa». La Superiora comprese subito che la nuova postulante era un’anima capace di grandi virtù. Nonostante cercasse di passare inosservata, la sua umiltà, lo spirito di sacrificio, di povertà, l’eroica mortificazione si manifestarono tosto, e la sorella progrediva rapidamente in santità.

Nel 1916 fu scelta da Padre Fondatore come Maestra delle Novizie sicuro che avrebbe formato le giovani come desiderava lui.

Nel dicembre del 1919, alla partenza per il Kenya della Superiora Madre Maria degli Angeli, fu nominata per sostituirla come superiora di Casa Madre. La caratterizzò un grande attaccamento all’Istituto e al Fondatore, desiderosa di seguire e di far seguire le direttive di quest’ultimo in tutto e sempre. La parola del Padre per lei era espressione del volere di Dio. Resse Casa Madre, esplicando rare doti di governo e accompagnando a una grande materna bontà, fermezza ed energia. Il 21 novembre 1934 venne eletta terza Consigliera Generale e rimase in carica fino al 20 dicembre 1947.

(Presentiamo la figura di Sr. Chiara Strapazzon che ha avuto una relazione molto speciale con il P. Allamano, agli esordi dell'Istituto delle Suore Missionarie della Consolata. Ella ha mostrato sempre una fedeltà eroica allo spirito del Fondatore, a costo anche di innumerevoli sofferenze. Buona lettura. Pietro Trabucco, IMC, Castelnuovo don Bosco)

Si avvicina la festa del nostro Beato Giuseppe Allamano. Viene istintivo a tutti noi guardare alla sua figura come modello per la nostra vita missionaria e ispirarci con maggior impegno alla sua spiritualità e al suo insegnamento. Auguriamoci pertanto una buona preparazione alla festa del Beato Allamano, anche con l’aiuto della presente riflessione.

Missionari “Ad Gentes” nella santità della vita

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

50. Consideriamo i voti religiosi nella loro problematicità e nel loro valore come i punti di riferimento certi della nostra vocazione nella Chiesa. È già stato detto che la vita religiosa è situata nell’ordine della santità e che la pratica dei consigli evangelici deve essere compresa nel contesto della chiamata all’imitazione di Cristo per giungere a vivere e a sentire con lui. Lo sottolinea anche la Lumen Gentium. «La Chiesa – si afferma – ripensa al monito dell’Apostolo, il quale, incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo» (LG 14). Tale contestualizzazione dei consigli evangelici viene ribadita nel cap. VI dove si dice che «lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre, e che propose ai discepoli che lo seguivano (LG 44).

È, dunque, chiaro che non ci siamo impegnati solamente a professare i tre voti religiosi, ma a imitare Cristo, vivere come lui e riprodurre in noi la gamma dei suoi sentimenti (cfr. Fil 2, 5). Questo senso vigoroso della nostra vocazione religiosa-missionaria, sgorgato dal cuore del Fondatore, è recepito ed espresso nelle Costituzioni: «Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è l’evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita; nel senso inteso dal Fondatore quando ribadiva: “Prima santi, poi missionari”. Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza» (Cost. 5).

Missione: un cammino di santità

51. La santità è, dunque, per noi nucleo e segreto di una vita consacrata alla missione. È anche chiave di un rinnovato zelo per la missione universale (RMi 90-91). Questa è la sintesi della dottrina spirituale del Beato Allamano, che propone come base e garanzia per una missione vissuta nell’autenticità evangelica, la tensione alla santità che consta di un accento eminentemente ascetico, personale, ed è incentrata nel rapporto con Dio.

Padre e maestro di apostoli, l’Allamano ha la sua proposta di ascesi cristiana, scevra da ogni perfezionismo volontaristico, piena di equilibrio e buon senso, lontana da eccentricità o singolarità irritanti, armonicamente ricca di valori umani e qualità spirituali. Per il Beato Fondatore la vocazione alla missione è un dono di Dio che chiede la risposta dell’uomo. La santità non si compera con sforzi, ma si acquisisce accogliendo umilmente la chiamata di Dio alla missione e facendone l’esperienza fondante della nostra esistenza.

La tensione alla santità è indicata dal Fondatore come il fine primario dell’Istituto. Oggi non distinguiamo più tra fine primario e fine secondario, ma consideriamo santità e missione come le due dimensioni essenziali e integranti della stessa vocazione. La missione è cammino di santità. La santità è anima della missione: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Tess 4, 3). «Sbaglierebbe chi dicesse: sono venuto per farmi missionario e basta!» (VS, 111-112). «Prima dunque santi, poi missionari, un fine aiuta l’altro. Se qualcuno fosse entrato nell’Istituto senza queste idee, procuri di convincersene, altrimenti non è a posto» (VS, 112-113). La santità, la coerenza di vita, la ricerca di comunione con Dio ridonda a beneficio della missione e ne garantisce l’efficacia segreta e misteriosa.

“Fare bene il bene”

20200215Allamano252. È necessario che il missionario parli innanzi tutto con la santità della propria vita; pertanto, gli si richiede “un più” di preghiera, di mortificazione, di carità; in una parola, una maggior santità, una santità superiore all’ordinario. «Le anime si salvano con la santità (...). È ciò che sperimentano ogni giorno i nostri missionari d’Africa: certe conversioni non si ottengono che con la santità» (VS, 113).

Non c’è alcuna esagerazione o stravaganza nell’Allamano. Per lui la tensione alla santità è fonte di pace, serenità ed equilibrio interiore. È determinazione a trovare risposte e metodi per l’oggi, a vincere la mediocrità, a soffocare i desideri banali, i tentennamenti e le soluzioni di comodo; a superare il torpore che impedisce agli slanci di confluire in uno sforzo generoso e costante di realizzazione. La santità esige una sana violenza su sé stessi e un impegno totalizzante che rifugga dal batter l’aria e dai desideri effimeri che non approdano a nessun traguardo. Santità è esercizio pratico nelle piccole cose di tutti i giorni così care all’Allamano. Si tratta soprattutto di fare bene quello che dobbiamo fare, cercando la perfezione anche nelle cose scontate, conformandoci in tutto alla volontà di Colui che amiamo. «Non basta fare il bene, bisogna farlo bene (...). Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli, ma far tutto bene (...). Contentiamoci dunque di farci santi nella via ordinaria. (Se il Signore) ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà lui, noi non infastidiamoci (...). A me non interessa se avete dato diecimila battesimi, ma se sarete stati ottimi religiosi, ottimi missionari (...). Non cose straordinarie, ma straordinari nell’ordinario. Facciamoci santi senza strepiti. Non è fare tante cose che importa, ma farle bene» (VS, 129-30).

A chi intraprende questo cammino viene richiesto, senza esclusione, di attenervisi con generosità anche oltre le debolezze e i fallimenti. Accanto alla volontà determinata il Beato Fondatore pone l’esigenza di ben conoscere sé stessi, in ciò che siamo in verità, senza esagerare in auto esaltazioni utopiche o senza angustiarsi in autolesioni depressive. Superare i confini della fragilità e con lucidità, semplicità e realismo, camminare nella verità davanti a Dio. In lui, più intimo a noi di noi stessi, troveremo il coraggio di accettarci come siamo, e diventeremo capaci di modellare il nostro temperamento. Gli eventi, a volte, ci impongono di camminare e crescere controcorrente. «(Siete) chiamati alla santità – insegna l’Allamano – e a una santità singolare. Fate dunque che tutte le cose, anche i difetti altrui, cooperino al vostro bene» (VS, 160).

L’ideale di santità missionaria continuamente presente nell’insegnamento del Padre Fondatore è Francesco Saverio, missionario santo per eccellenza (cfr. VS, 779-788): uomo tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di sé stesso. Sintesi perfetta di contemplazione e azione, di valori umani e di grazia, di intimità con Dio e di itineranza missionaria. Il suo stile di vita, la sua austera povertà nell’uso dei beni di questo mondo per il Vangelo, la sua preghiera intensa non sono ostacoli alla missione, quanto piuttosto il segreto della sua efficacia e del suo inesauribile zelo apostolico.

Qualità della vita

53. Nelle nostre recenti riflessioni, specialmente dopo l’ultimo Capitolo Generale, abbiamo parlato insistentemente di “qualità”. Ebbene, espressione più alta, in senso qualitativo, della nostra vita è la santità sublimata nella vita religiosa. Così concepita, la qualità mette in discussione, non il nostro “fare”, ma il nostro “modo di fare” senza radici, senza progetto, senza dinamismo comunitario, senza profondità di vita e, in definitiva, senza Dio. Esiste tra noi una difficoltà a rompere gli argini della mediocrità ambientale, del fare come tutti, del fare quello si è sempre fatto. Ci costa guardare oltre la conservazione del nostro presente, oltre le strutture costate sudore e fatica, oltre le forme di vita e di lavoro, ma dove lo spirito non trova più posto.

Rischiamo di giungere all’assolutizzazione dei mezzi e al culto dell’efficienza. Con frequenza deridiamo progetti e desideri di radicalità e in alcuni casi rischiamo di diventare dei “franchi tiratori” della missione. L’ideale resta: aprirsi alla gioiosa condivisione della vita e della santità, alla comunione fraterna come metodo di vita e di lavoro, cogliere l’obbedienza come totale disponibilità e definitivo sacrificio.

È vero: la missione è la ragion d’essere dell’Istituto, il nostro solo titolo di gloria, ma non va confusa con il fare a qualunque prezzo, anche a costo dei valori essenziali. Non può essere idolatria di se stessi, dei mezzi di cui disponiamo e che affannosamente ricerchiamo per fare e strafare. A questo tipo di missione si oppone la missione di qualità, dotata di intensità nell’essere, nella comunione, nel servizio generoso, nell’operare laborioso, nell’impegno attento al divenire della storia. Di recente la nostra spiritualità ci ha proposto, come anima della missione, l’amore compassionevole per i poveri, la promozione della giustizia e della pace, l’inculturazione. Sono sempre stati bagaglio della nostra identità di Missionari della Consolata ed elementi costitutivi della santità IMC di sempre, a cominciare da coloro che prima di noi si sono specchiati nel volto paterno dell’Allamano.

A tutti egli indica un solo inizio, una sola meta, un solo centro: Cristo, l’inviato del Padre; la missione come complemento della sua opera nel mondo. La santità segna il cammino lungo il quale si modella il nostro stile di vivere e di realizzare la missione.

Dio ci è testimone di quanto vorremmo essere noi i primi compagni di viaggio per un servizio che qualifichi la nostra missione.

Unità di intenti

 54. Non si può parlare di vita religiosa senza parlare di vita comunitaria. Essa è parte costitutiva della vita religiosa e della stessa Chiesa. Gesù manda gli Apostoli ad annunciare la Buona Novella della salvezza e a convocare i credenti a vivere come fratelli. Gli Atti degli Apostoli ci presentano i primi cristiani, uniti tra loro nella condivisione di ciò che hanno, nella partecipazione alla preghiera comunitaria, nell’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli (At 2, 42-47).

Talvolta si mettono in contrasto vita comunitaria e vita apostolica, sostenendo che la prima nuoce alla seconda. Se si vuole fare realmente missione – si argomenta – è meglio non essere legati da comunità, orari e regolamenti che finiscono per ostacolarla. O ancora: si afferma che la vita missionaria non offre il calore della vita comunitaria e non si sorregge sulle grucce del monastero. Questo è strutturalmente vero.

Certo, sbaglia chi riduce la vita comunitaria ad un orario, ad una regola o all’intimità di un piccolo gruppo. Non sono la regola o l’orario a formare la comunità, ma lo spirito del Vangelo, anche se regola e orario possono risultare utili in certi momenti. Si può vivere sotto lo stesso tetto, fedeli alla stessa regola e allo stesso orario, ma vagare ai margini della comunità.

La vita comunitaria vissuta da missionari è molto più esigente di quanto lo possa essere qualsiasi costituzione, regolamento o orario, perché significa essere animati, al pari dei primi cristiani, da “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32). E questo non si stabilisce per legge, ma per libera scelta. Per l’Allamano la nostra vita comunitaria sta nel vivere in “unità d’intenti”: annunciare le stesse cose, amare con lo stesso cuore, lavorare con lo stesso spirito per la realizzazione di comuni progetti. Vivere così è indubbiamente più esigente che sottoporsi ad una regola, ed è anche straordinariamente più efficace ai fini della testimonianza e della credibilità del Vangelo.

È solo raggiungendo l’“unità d’intenti” che realizzeremo la nostra vocazione-missione, poiché la missione non è nostra, ma è affidata alla Chiesa di Dio che è mistero di comunione.

Contemplativi nella missione

55. Abbiamo parlato di santità, di missione nella santità della vita, di qualità nell’essere e nel fare. Il nostro ultimo Capitolo Generale parla anche di contemplazione

«Qualità ancora auspicata di trasformarci in contemplativi della missione, come ci voleva il Padre Fondatore» (p. 8).

«Crediamo che la tensione alla santità indicataci dall’Allamano resta un impegno reale che passa attraverso l’esperienza di Dio, la centralità di Cristo, lo spirito di contemplazione, l’incarnazione nell’oggi e sfocia nella missione» (p. 49).

In alcuni di noi la parola “contemplazione” suscita timore e inalbera suscettibilità, “perché – si dice – non siamo contemplativi, ma missionari”, e così continuiamo a vivere un dualismo che ci impoverisce. Sembra che la paura di oltrepassare la soglia delle resistenze personali ci domini e ci impedisca di scendere alle radici del nostro progetto di vita per giungere al nucleo della santità. Cercare il volto di Dio vuole invece dire totalizzante unificazione della nostra vita nel suo progetto di Alleanza. E per noi Alleanza è la missione con i suoi molteplici comandamenti impressi nella pietra del quotidiano: preghiera personale e comunitaria, lavoro, solitudine, incontro con la gente, annuncio e servizio della carità, comunione, contemplazione.

Unificare la vita

56. Tutti conosciamo missionari che vivono questo patto d’amore. Molte delle insoddisfazioni e dei vuoti che avvertiamo nella nostra vita religiosa-missionaria provengono da tensioni irrisolte: tensione tra l’essere e il fare, privilegiando naturalmente il fare; tensione tra preghiera e pastorale a scapito di una vera evangelizzazione; tensione tra vita comunitaria ed esigenze di apostolato, a vantaggio di uno pseudo apostolato che non nasce da autentica comunione e non crea comunione; tensione tra l’uso e l’abuso dei mezzi che non prende a modello l’incarnazione di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero (cfr. 2Cor 8.9) per camminare a fianco della gente povera; tensione, in definitiva, tra vita religiosa e missione a scapito di entrambe.

Tutte queste tensioni, in ultima analisi, rivelano la mancanza in noi di un’autentica dimensione contemplativa e quindi l’assenza di una missione dal grande respiro spirituale che si integra e si disseta alla fonte della genuina esperienza di Dio.

Contemplazione e preghiera non si identificano, si integrano. La preghiera è il momento privilegiato nel quale, immersi nell’attività dissipante e dispersiva, giungiamo ad unificare la nostra vita in Dio.

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

I primi missionari/e sono senza dubbio il libro più eloquente che narra dell’Allamano come fondatore, padre e maestro. Vi presentiamo una breve biografia di Padre Ernesto Gilardino (1898 – 1937). Dai frutti conoscerete l’albero (cf. Mt 7, 16-20).

GILARDINO P. ERNESTO

Infanzia, gioventù e formazione alla missione

Ernesto Gilardino, ottavo figlio che venne a rallegrare la famiglia dei coniugi Carlo Gilardino e Teresa Torrione, nacque il 16 luglio 1898 a Corsila, Biella. Mentre frequentava assiduamente la parrocchia come chierichetto, sentì la voce del Signore che lo chiamava al Suo servizio. Diceva alla sua buona madre: « Mamma, voglio farmi prete »; ma la pia signora, che pur tanto avrebbe desi­derato di vedere un suo figliolo incamminarsi per la via del Santuario, triste doveva rispondere: « È impossibile, figliolo, siamo tanto poveri e chi ti potrà aiutare a pagare la retta in Seminario? ».

20240127ErnestoErnesto, al termine delle elementari, cercò quindi un impiego in una delle tante manifatture della sua Biella per essere di aiuto in qualche modo alla famiglia. All’età di 19 anni, infuriando la prima guerra mondiale, venne mobilitato e inviato in servizio al campo di aviazione di Venaria (Torino). «Non è che io facessi l’aviatore - diceva - non volo mai, non faccio che ripulire motori e caricare bombe ». Ma se egli non volava, nei giorni festivi sapeva scavalcare il muretto di cinta al campo per recarsi ad ascoltare la S. Messa e fare la Comunione. Alla chiesa poi si recava assiduamente nei tempi di libera uscita per passare lunghe ore dinnanzi al SS. Sacramento.

Al termine del conflitto, Ernesto tornò alla sua manifattura e venne incari­cato dell’assistenza ad una cinquantina di tessitrici: di lui il direttore dello stabi­limento si fidava. Il giovane assistente iniziò e svolse il suo lavoro come un vero apostolato. I1 suo cuore puro, che traspariva nello sguardo sereno, il suo comportamento modesto e dignitoso, le sue parole brevi: «Su, state buone,... abbiate pazienza,... perché parlate così?», dette con tanta convinzione, esercitavano un effetto magico e creavano nello stabilimento un’atmosfera nuova a cui nessuno poteva sfuggire.

Poiché la brama di essere sacerdote gli ardeva sempre in cuore, nei momenti liberi attendeva alla lettura di qualche buon libro o, dinnanzi ad un compagno condiscendente, si esercitava a leggere ad alta voce sunti di prediche, allo scopo di correggersi di un difetto di pronuncia, ben sapendo che l’esercizio del mini­stero sacerdotale è essenzialmente ministero di parola. Quando poi il gruzzolo raggranellato con i suoi risparmi gli parve sufficiente per pagarsi la retta in Semi­nario, cominciò a frequentarvi lezioni private serali su materie proprie del ginnasio, potendo poi meritare per la sua costanza ed impegno di esservi accettato il 14 ottobre 1922.

Si trovava da breve tempo in quel tanto bramato nido, quando al seminario di Biella arrivò un Missionario in cerca di vocazioni. Attratto dalla parola viva e persuasiva del P. Lorenzo Sales, Missionario della Consolata, il Gilardino sentì nascere in cuore il desiderio di lavo­rare per la conversione degli infedeli e pregò il Signore a fargli conoscere la sua volontà attraverso il Direttore Spirituale. Conosciutala, pronto alla chiamata, il 27 ottobre 1923 entrò nell’Istituto delle Missioni della Consolata.

Ernesto Gilardino con i suoi nuovi compagni aspiranti missionari continuò ed ultimò il biennio di Filosofia, e nell’ottobre 1924 fu ammesso al Noviziato che compì nella Casa di Pianezza sotto la guida del P. Giuseppe Nepote. Sotto la guida del Maestro, Gilardino approfondisce ulteriormente il suo rapporto con Dio, lo spirito dell’Istituto mettendo in pratica scrupolosamente gli insegnamenti del Fondatore. Lo stesso Maestro si accorge che Ernesto è portato sovente a manifestazioni di scrupolo che lo rendono dubbioso, titubante. L’ubbidienza pronta al Maestro gli permette di superare facilmente questo eventuale pericolo. È ammesso alla Professione Religiosa  e con gioia, il 15 ottobre 1925, emette i suoi voti. E da Pianezza passa al Seminario Maggiore a Torino, per lo studio della Teologia.

Il Ch. Gilardino di fisico robusto, di indole mite, seria e fattiva, non si distingueva per l’intelligenza vivace, ma per l’attenzione e l’impegno di rendersi conto di tutto e di approfondire il senso delle cose e delle parole. Poiché la memoria non lo favoriva, studiava con “ostinazione” e, con frequenza fino a tarda notte, potendosi servire della luce che proveniva da una lampada della strada, senza essere di disturbo ai compagni nella camerata.

Era sempre pronto ad offrirsi spontaneamente ad ogni fatica, e a questa generosità univa un’osservanza religiosa delicata, una vita di preghiera intensa. Alla scuola del Fondatore, Can. Giuseppe Allamano, che imparò subito ad amare ed apprezzare, si trovava pienamente a suo agio. Però quella vicinanza al Fondatore durò poco perché il Signore lo chiamò a sé il 16 febbraio 1926.

Nel secondo anno di Teologia venne incaricato dell’assistenza dei Fratelli Coadiutori. Attese all’ufficio con grande interessamento, ma soprattutto con grande amore. Partecipava alla vita dei Coadiutori, ai loro lavori, gioie e pene, aveva occhio ai loro bisogni, li assisteva infermi, li istruiva con parole buone e semplici, instillando l’amore a Dio e alla vocazione, li correggeva. « Preferisco un rimprovero dall’Assistente - diceva uno di essi - che una lode da un altro ».

Il 17 gennaio 1929 scrive finalmente ai suoi di casa: “Papà, fratelli e sorelle carissimi, notifico a voi tutti, carissimi, la lieta notizia: il 27 gennaio corrente, riceverò l’Ordinazione Sacerdotale. Inutile che esprima la mia felicità dopo tanti anni di attesa e di sospiri… Già, quanti anni? Più di venti, una vita! Comunicatelo agli zii, alle zie, ai cugini e parenti questa fausta notizia. Non vi nascondo però la mia titubanza nel vedermi dal Signore eletto a sì eccelsa vetta. E come non sgomentarmi, riflettendo alle parole di San Paolo che afferma dover essere il sacerdote un altro Gesù Cristo? La dignità è grandissima, la responsabilità ancora maggiore. Per questo, carissimi, oggi più che mai mi raccomando vivamente alle vostre preghiere, al fine di ottenere dal Signore la grazia di rendermi meno indegno di salire il santo altare”.

Ed i buoni Fratelli Coadiutori, che tanto amavano il loro Assistente, come gioirono il 27 gennaio quando nella chiesa di Gesù Nazareno a Torino, lo videro ordinato sacerdote per le mani di Mons. Ermenegildo Pasetto! Lo videro ancora in mezzo a loro per altri due anni, fino al giorno in cui tutto contento potrà finalmente annunziare: « Partirò presto: sono destinato alla Prefettura del Kaffa ».

Ormai alla vigilia della partenza, P. Gilardino dovette sottostare a una crisi non indifferente: sono io adatto alla missione? Potrò io affrontare le difficoltà di un nuovo ambiente, di una nuova lingua? Forse che la mia vocazione non sia la vita contemplativa? Questi dubbi non li chiuse in se stesso ma li rivelò al suo Padre Spirituale, P. Sandrone. Il Padre spirituale che lo conosceva bene lo rassicurò: va avanti sereno, questa è la tua vita e la tua strada!

La Missione

Ernesto con i Padri Colombo Cristoforo e Ricci Antonio lascia l’Italia con la nave ‘Genova’ il 4 ottobre 1931. Non dimentica che è la festa del Santo di Assisi e sotto la sua protezione affida il viaggio e la sua missione. Su quel viaggio, P. Gilardino lascia alcune pagine di ‘Note’ che fissano bene le impressioni, la sua gioia nel vedere l’Africa, i contatti con i passeggeri e le persone nei porti. Giunto finalmente sul campo, trascorre alcuni mesi alla Procura di Addis Abeba per una prima ‘climatizzazione’ alla vita africana e di missione, e poi passa alla residenza di Gouder a 144 km da Addis Abeba. Qui P. Gilardino trascorreva le sue giornate vicino alla mola del mulino e nello studio della lingua. Il 17 marzo 1932 viene nominato Superiore della Missione di Ghimbi, nel Wollega, dove rimane fino al 1° novembre 1935.

La missione di Ghimbi era situata in una zona fertile e salubre, sopra i 1500 metri, anche se risentiva ancora degli influssi malarici delle zone basse e paludose. Qui i missionari della Consolata, fin dal loro arrivo nella zona (1918), pensarono di farne un punto strategico per la loro presenza. La missione venne posta sotto la protezione di S. Michele Arcangelo. A poco a poco, attorno alla piccola cappella eretta in onore dell’Arcangelo, i missionari radunarono le prime famiglie cristiane. All’arrivo di P. Ernesto, P. Quaglia offre volentieri la conduzione della missione al neo arrivato e parte subito per un nuovo compito. La lingua ancora non gli viene bene, ma P. Ernesto non si scoraggia. Fin dai primi giorni il suo unico intento è quello di annunciare Cristo e curare il gregge che gli è affidato. E si mette subito di buzzo buono ad andare incontro alla gioventù, avviare nuove scuole, visitare gli ammalati, curare l’istruzione dei catecumeni. Nei momenti liberi si dedica volentieri a tanti lavoretti per i miglioramenti della missione.

Bertone prima e poi P. Farina giungono ad aiutarlo. Ed è proprio P. Farina a raccontare tanti aneddoti sulla vita della missione di Ghimbi e di P. Gilardino che P. Giuseppe Mina raccoglierà nelle 200 pagine del libro-biografia del confratello: “A ognuno la sua stella”. Anche un veloce accenno ad essi comporterebbe troppo spazio. Soltanto due esempi dello “stile missionario Gilardino” che caratterizza la sia vita: “Padre Gilardino ha la sensazione profonda di quello che è il compito del missionario: irradiare luce. Per questo egli predica tanto volentieri, anche se il ministero della parola è per lui grave fatica. Ma per predicare – in forma vera e propria – non è sempre possibile, è sempre possibile parlare di Dio alle anime che si incontrano lungo il cammino.

Si tratta di sapere cogliere l’occasione, e a padre Ernesto le occasioni non mancano mai. Le trova al mulino, nell’incontro fortuito lungo la carovaniera. L’uomo che sale alla collina in cerca di lavoro, il povero che gli stende la mano, il fanciullo che gli corre incontro, il pagano che siede dinnanzi alla capanna, il negoziante di ‘tief’, tutti gli servono per gettare un ponte, stabilire un contatto di vita! Dolcemente, con quel sorriso buono che spiana la via, tronca le prevenzioni, suscita desideri di bene e lascia nell’animo di chi lo incontra un richiamo salutare” (pp. 83-84).

“Quei semi gettati con tanto amore, germogliano, crescono, si sviluppano al calore della grazia divina. I catecumeni aumentano di anno in anno e le feste vengono rese più belle dal conferimento dei Battesimi solenni: alla vita terrena che sfugge, sono aperte le vie dell’eterno gioire. Monsignor Luigi Santa, il nuovo Prefetto Apostolico, viene per amministrare la Cresima dopo una preparazione che s’è prolungata per mesi. Oltre cinquanta giovinezze devono essere segnate col Crisma della Forza, Soldati di Gesù. Quanto è bello mirare quel gruppo di biancovestiti attorno a Monsignore! Padre Gilardino tiene l’ultima istruzione ed è presente pure il Superiore: ora egli non ha più bisogno di leggere la predica, e i suoi accenni si fanno teneri, scuotono ed appassionano, commuovono: c’è chi piange. Effusione dello Spirito, quella! Anche Monsignore è commosso” (p. 89).

Ecco altro passo del libro, quanto mai eloquente nell’illustrare lo “stile missionario Gilardino”: “O l’Africa ti brucia o tu bruci l’Africa, dice un missionario. Padre Gilardino ‘brucia l’Africa’ perché ha incontrato Colui che ‘ha portato fuoco sulla terra’. Lo Spirito Santo, quando trova un’anima docile, se ne impossessa e soavemente la guida. Padre Ernesto è uno di quelli cui fa da guida il Signore. Al Malca Hola aveva trovato un ambiente difficile, freddo, con appena un centinaio di cristiani. Poco alla volta egli riverbera l’onda del fervore vissuto ed il bene germoglia: i cristiani salgono ora a trecento e nuove messi maturano lentamente ma sicuramente”  (p. 117).

Ernesto non si arroga mai la pretesa di fare tutto da solo. Cerca, ovunque possibile, dei collaboratori: P. Farina, le Suore, i catechisti, i capi villaggio. Li rende responsabili affidando loro mansioni alla loro portata e non superiori alle loro forze. P. Farina si assume la responsabilità della scuola dei ragazzi e le Suore quella delle ragazze. La formazione morale e spirituale la riserva a se stesso. Per la visita ai villaggi si alterna con P. Farina.

Dove P. Ernesto trovasse la forza per portare avanti un ritmo così intenso di evangelizzazione, è facile indovinarlo. Basta vedere come impostava le sue giornate. Al mattino lunghe soste davanti al tabernacolo precedono la celebrazione dell’Eucaristia. Altrettanto alla sera, dopo una cena veloce, eccolo dirigersi furtivo verso la chiesa. E ora il tempo è tutto suo per un colloquio prolungato con il suo “amico” Gesù.

Nel 1935 scrive in Italia al fratello Teodoro: “La mia occupazione è sempre quella che sapete: catechismi, scuola, visite ai malati, preghiera”. Il 15 agosto segna una svolta nella missione di Ghimbi. Giunge l’ordine perentorio alle Suore missionarie di partire subito per la capitale, perché l’Italia è entrata in guerra con l’Abissinia. Anche i due missionari si tengono preparati per una ormai non lontana partenza dalla missione. Affidano alle persone più fidate la missione, rimandano a casa gli allievi e le allieve, preparano le comunità cristiane…

La partenza dei missionari è per fine ottobre. A nostri due si uniscono altri missionari della zona e la meta è Asmara per aggirare pericoli di imboscate. Il viaggio è lungo e dura un mese e mezzo perché devono passare attraverso il Sudan e raggiungere l’Eritrea. Le peripezie e gli intoppi durante il viaggio non si contano. Il 19 dicembre giungono ad Asmara, dopo un viaggio di 2.800 km percorsi in 49 giorni. Da Asmara i nostri missionari proseguono per Addis Abeba e, dopo alcuni giorni di riposo, vengono subito tutti arruolati come cappellani militari delle truppe italiane di occupazione.

Gilardino, sebbene a disagio con il nuovo compito per il fatto di essere al servizio delle truppe di occupazione, si butta a capofitto nel lavoro che gli è più congeniale, la cura pastorale delle persone. Messe e confessioni, aiuto ai feriti negli ospedali, disponibilità a recarsi anche in luoghi disagiati dove si incontrano le truppe. Nei soldati P. Ernesto non vede uomini di guerra, ma dei poveri giovani, lontani dalla patria e dalla famiglia, che non comprendono nulla di quella guerra, che sentono il bisogno di contattare le loro famiglie lontane e sovente non ne sono in grado. Padre Ernesto fa di tutto per dare loro una mano, sovente prendendosi lui stesso l’impegno di scrivere ai parroci in Italia per avere notizie dei familiari dei soldati, oppure nel fare lunghe code per sbrigare pratiche negli uffici governativi al loro posto.

Gilardino viene poi nominato cappellano dell’Ospedale Italiano, adiacente alla Casa Procura dei missionari, che rigurgita di ammalati, sia italiani che indigeni. Qui, in mezzo ai malati, trascorre gran parte delle sue giornate: consola, rinfranca gli scoraggiati, ma soprattutto cerca di riconciliarli con Dio. A lui interessa soprattutto la salute spirituale di quei poveri infermi.

Anche le carceri degli indigeni divengono presto una porzione del suo servizio pastorale. Riesce a comunicare con molti carcerati, grazie alla sua conoscenza della lingua oromo. Molti di loro invece parlano amarico che lui non conosce. Eccolo allora dedicarsi con impegno allo studio di questa difficile lingua, aiutato in questo da P. Bruno Michele. E proprio qui, in mezzo ai suoi carcerati, contrarrà il tifo petecchiale, che in breve tempo lo porta alla tomba.

L’eroicità del missionario

Il P. Gilardino nel periodo del suo apostolato africano, come già aveva fatto in Italia, agì con la diligenza e costanza tenace di chi vuole compiere a perfe­zione il suo dovere. Dapprima si applicò con tutta la sua energia allo studio della lingua indigena per poter capire gli africani e per poter dire loro quello che gli ardeva in cuore.

Sapeva che la bontà è la prima e più potente arma che fa breccia sul cuore dell’uomo e l’usò con tutte le persone che incontrò sul suo cammino: indigeni, soldati, ufficiali, ammalati, prigionieri. Per gli indigeni era il «Padre buono », per gli altri una « Mamma » un « vero sacerdote » sempre pronto a dare con i doni spirituali, una buona parola, un sorriso, l’aiuto di piccoli servizi.

Amò tanto il prossimo, perché tanto amava Dio al quale si teneva unito con continua preghiera. La S. Messa era per lui il momento più bello della giornata il « suo Tabor » come diceva.Quando si recava da un posto all’altro, seminava di Ave Maria il suo cammino; e a sera riprendeva il colloquio con il suo Signore, protraendolo per lunghe ore nella notte: diverse mattine fu trovato addormentato ai piedi del Tabernacolo.

Egli insegnava che « le anime si comprano a prezzo di sacrifici. Non si fa mai troppo per esse, se pensiamo a Gesù che per salvarle è morto in croce ». Per maggiormente rassomigliare al Divino Maestro e meritare le sue benedizioni, era amante del lavoro che gli si presentava nella giornata e lo impreziosiva con non poche mortificazioni e vere penitenze corporali. « Padre buono, abbiatevi riguardo... Che cosa faremo noi se vi ammalate? Per amore dei nostri figli abbiatevi riguardo ».Egli ascoltava commosso questa supplica dei suoi cristiani di Ghimbi, li ringraziava, ma non poteva promettere: « Voi, miei buoni anziani, avete ragione, ma io sono missionario!».

Gilardino avrebbe voluto far di più ancora per il Signore, rinchiudendosi in una trappa per fare vita esclusivamente di preghiera e di penitenza; ma rinunciò anche a questo desiderio in perfetta ubbidienza a chi in nome di Dio gli aveva detto: « L’Africa è la sua trappa ». Era questo « l’ultimo consiglio » che ricevette dal Padre Barlassina, Superiore Generale, al quale aveva esposto il suo desiderio quando all’Asmara veniva nomi­nato cappellano militare.

Sul letto di morte il 3 gennaio 1937 poteva quindi esprimergli, sereno e contento, la sua sentita riconoscenza: un vero canto di trionfo del religioso gene­roso e ubbidiente: « Dal letto, morente, invio a V. S. Rev.mo questo breve scritto, ma quando a V. S. giungerà io non sarò più tra i mortali, ma tra le braccia del mio amato Dio. Rinnovo i miei santi Voti. Deo gratias della Sua speciale bontà per me e dei Suoi sapienti consigli, specie dell’ultimo. Arrivederci nel bel Paradiso ».

Padre Giuseppe Mina, nel libro « Ad ognuno la sua stella », con stile vivo e piacevole, narra con ampiezza di particolari la vita, la serena morte e la trionfale sepoltura del P. Ernesto Gilardino e riporta pure le nume­rose testimonianze di stima con cui il Confratello fu ricordato dopo il suo trapasso.

Tra le tante citiamo le seguenti. Il P. Gaudenzio Barlassina, Superiore dell’Isti­tuto e, un tempo, Prefetto Apostolico del Kaffa, ha scritto. « Dal suo primo arrivo in Missione, padre Gilardino rivelò essere dotato di carattere dolce, mite, paziente. Era laborioso, non perdeva tempo, non si risparmiava nella fatica, non attirava gli sguardi, non parlava dei suoi affari, dei suoi meriti; sempre pronto a fermarsi, ad ascoltare tutti senza distinzione, pronto a cambiare impiego o lavoro su due piedi, senza lamenti, rimbrotti e critiche. Fu un adoratore del SS. Sacramento, un uomo che vive di Dio e ne zela la gloria e gli interessi sino al sacrificio. P. Gilar­dino non fece della politica, e nel silenzio raggiunse lo scopo ».

La morte

Il lavoro nelle carceri di Addis Abeba porta P. Gilardino a contatto con tanti ammalati colpiti da malattie infettive. Lui però non si ferma quando si tratta del bene spirituale di quelle persone. Si china su di loro, passa ore ed ore in mezzo a loro. Si sente stanco, ma il Natale è alle porte e sempre richiede un cumulo di impegni pastorali, a cui P. Ernesto non si sottrae. Il 28 Dicembre si attarda nel lavoro presso l’Ospedale, rincasa tardi. È stanco, molto stanco. Si mette a letto e per alcuni giorni alterna la celebrazione della Messa con il riposo. La comunità intanto si preoccupa del suo stato di salute. Si fanno alcuni esami e l’esito è purtroppo “tifo petecchiale”. P. Gilardino e P. Occelli colpito dallo stesso male vengono ricoverati nell’ospedale e messi nella stessa stanza. La situazione di salute di P. Ernesto peggiora velocemente. Riceve l’unzione degli infermi e il viatico. Ha il presentimento chiaro che non guarirà e che presto morirà. L’attesa della morte è però accompagnata da serenità e la speranza. Sa che lo attende il Paradiso. I confratelli si alternano al suo capezzale e sono in continua preghiera. P. Ciravegna che lo assiste durante la notte viene richiesto dal malato di aiutarlo a scrivere alcuni biglietti per i parenti lontani.

È P. Gilardino stesso che tenta di vergare alcune righe, aiutato dal confratello. Il primo scritto è per il suo Superiore: A.A. 3-1-37

Veneratissimo Padre, dal letto, morente, invio a V.S. Rev.ma questo breve scritto, che quando a V. S. giungerà io non sarò più tra i mortali, ma tra le breccia del mio amato Dio. Rinnovo i miei santi Voti. Deo gratias della sua speciale bontà per me e dei Suoi sapienti consigli, specie dell’ultimo. Arrivederci nel bel Paradiso.

Umilissimo figlio, P. Ernesto Gilardino. Non dimentica i parenti lontani: “Carissimi fratelli, sorelle e parenti, Vi saluto, vi benedico tutti in quest’ora della mia agonia.Per carità, pensate ad allevare bene i piccoli, non tralasciate mai di mandarli alla chiesa, all’oratorio. Vi attendo tutti in Paradiso con me.

A.A. 3-1-1937,  Vostro aff.mo Ernesto

Il 12 gennaio 1937 è sabato, giorno della Madonna. Una processione di confratelli, consorelle, operai, ammalati passato davanti al suo letto per un ultimo saluto. Anche Mons. Santa, il Prefetto apostolico, è presente e gli sussurra: “Si ricordi di noi, dell’Istituto, delle Missioni, dei confratelli, delle consorelle!”. Riesce ancora a muovere il capo per un assenso e poi è la morte.

La salma di P. Gilardino, conforme al desiderio da lui espresso, anziché nel campo per i militari, viene sepolta accanto ai suoi Confratelli, ed ancor oggi riposa nel cimitero di Addis Abeba. Dopo la morte, hanno scritto di lui confratelli, consorelle, conoscenti. Qualche esempio.

Mons. Luigi Santa, Vicario Apostolico del Gimma, che vide e seguì il P. Gilardino nel suo apostolato, specie negli ultimi tempi: « La morte del Giusto, preziosa agli occhi di Dio, ha coronato quella vita di pietà, di zelo, di sublime semplicità evangelica, che tutti potemmo ammirare nel carissimo Confratello... Non mi stupirei che su quella tomba fiorisse il miracolo!... ».

Il Superiore dell’Istituto P. Barlassina che fu prefetto del Kaffa afferma: “Dal suo primo arrivo in Missione, padre Gilardino rivelò essere dotato di carattere dolce, mite, paziente. Era laborioso, non perdeva tempo, non si risparmiava nella fatica, non attirava gli sguardi,, non parlava dei suoi affare, dei suoi meriti; sempre pronto a fermarsi, ad ascoltare tutti senza distinzione, pronto a cambiare impiego o lavoro su due piedi, senza lamenti, rimbrotti, critiche. P. Gilardino non fede della politica e nel silenzio raggiunse lo scopo!”

Il Dott. Borra che lo ebbe in cura: “Come operino i santi è difficile descriverlo, ma penso che non possano agire in modo diverso da come egli ha agito. […] Il suo sangue succhiato dai pidocchi a goccia a goccia non sarà meno glorioso di quello dei martiri versato per un colpo di spada”.

Cfr. Biografia: “Ad ognuno la sua stella”, di P. Giuseppe Mina, 1951.

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