In un incontro del festival della missione sono state messe a confronto due figure apparentemente contrapposte, quella di una missionaria in Mali, al servizio di una comunità in buona parte islamica e poi anche vittima di un sequestro durato quasi 5 anni, con quella di un monaco che ha scelto di servire la comunità in modo molto diverso: due esperienze missionarie “poco convenzionali”, due presenze in frontiere distinte ma forse nemmeno così distanti.

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Suor Gloria Cecilia a Bogotá dopo la sua liberazione (Foto IMC) 

Gloria Cecilia Narváez, missionaria Francescana di Maria Immacolata.

Sono stata sequestrata il 7 febbraio 2017. Ero in Mali da circa sette anni; come missionaria Francescana di Maria Immacolata lavoravo in un piccolo centro sanitario (con anche un orfanotrofio dove ospitavamo bambini molto piccoli fino ai 4 anni d'età) e nella promozione della donna. Eravamo bene accetti nella comunità che ci ospitava: il 98% della popolazione era islamica e solo il 2% erano cattolici, ma la nostra relazione con le persone che ci stavano intorno era di molto rispetto e amicizia.

Improvvisamente sono arrivati nel salone della nostra comunità quattro uomini armati di Al Qaeda. Quando vidi che questi volevano sequestrare una delle mie consorelle giovani dissi loro che se dovevano portare via qualcuno era giusto che portassero via me che ero la responsabile del gruppo. E così è cominciata la mia passione come quella di Gesù: ho cominciato un cammino durato quattro anni ed otto mesi nel deserto del Sahara dove ho vissuto l'esperienza della misericordia di Dio, dell'amore, della pazienza e della speranza.

In questi lunghi mesi ho continuato ad essere una religiosa così che ogni giorno dedicavo tempo alla preghiera e lo facevo ricordando sempre i bisogni del mondo. Ogni mattina facevo la mia comunione spirituale che mi fortificava e mi dava pazienza per sopportare tutti i maltrattamenti, le parole che ferivano. 

Loro mi hanno maltrattato fisicamente in varie occasioni ma io facevo appello alla mia spiritualità francescana e ricordavo quanto Francesco diceva ai suoi fratelli: "quando siete fra i saraceni non mettetevi a fare discussioni, se vi frustano benedicili" e ricordavo anche le parole della nostra fondatrice, la madre Caridad, che diceva: "state zitte che Dio vi difende". Ho fatto silenzio interiore ed esteriore per disarmare la guerra. 

Ho vissuto questa esperienza con molta fede, pazienza, umiltà e fiducia in Dio. Tutto questo cammino vissuto nella sofferenza, nelle catene e nella preghiera aumentava ogni giorno la mia fede e davo grazie a Dio per il miracolo quotidiano di mantenermi in vita: di notte vivevo circondata da serpenti e formiche velenose, di giorno dovevo sopportare maltrattamenti fisici e dissetarmi con la poca acqua che mi concedevano magari mescolata con benzina.

Alle volte mi domandavo perché nel mondo c'è gente che fa del male. Ho visto con tristezza come molti bambini e giovani erano parte di questo gruppo terroristico: la loro unica strada era uccidere o essere uccisi. Eppure ho trovato anche li uomini buoni che mi tiravano ogni tanto qualche pezzo di pane e mi dicevano di cercare di liberarmi.

Mi sono sentita anche abbraccata dalla chiesa per mezzo della preghiera e posso dire che la mia vita in prigionia è stata una vita di speranza, amore e misericordia del Signore. 

Adesso sono libera per dire a tutti di avere sempre una parola di pace e riconciliazione: ho fatto l'esperienza della risurrezione e posso dire con fermezza che nessuno deve essere incatenato né per la sua religione, né per le sue ideologie. La mia anima canta il magnificat perché anche nella prigionia "Dio onnipotente ha fatto in me cose grandi". 

In questi quasi 5 anni ho fatto una specie di scuola di preghiera silenziosa nella quale chiedevo a Dio la conversione di questi persone e la libertà mia e di molte altre persone che erano sequestrate e spesso torturate nella notte; c'era molto pianto di gente che soffriva. Oggi la mia vita consacrata è una concreta esperienza della misericordia di Dio: continuo a pregare per tutti i sequestratori e per le persone che sono private della libertà. Mi sono sentita abbracciata dalla preghiera della chiesa e, dopo la liberazione, ho potuto trovare molte persone, che mi conoscevano e non mi conoscevano, e che mi hanno detto di aver pregato per me. 

Un sacerdote del mali, rettore di un seminario, che mi ha scritto dicendo che la chiesa del Mali è cresciuta, è diventata più unita e la fede è più grande perché abbiamo vissuto questa fraternità umana che ci ha unito. Le sorelle che erano con me hanno continuato il loro lavoro, i bambini sono sopravvissuti, le donne si sono organizzate meglio, sono state alfabetizzate. Anche il centro di salute è continuato e quindi devo ringraziare Dio che ha fatto tutto con la sua divina misericordia. Questi quasi cinque anni di sofferenza sono diventati una grazia e una benedizione per la chiesa del mali e anche per la mia congregazione.

Nel nostro mondo c'è bisogno che le persone vedano in noi la misericordia, la serenità e la tenerezza di Dio. Nelle nostre parole e nelle nostre azioni dobbiamo essere testimoni dell'amore e della misericordia di Dio, che ama, non maltratta, “non spezza una canna incrinata, né spegne uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3)

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Michael Davide Semeraro (Foto: diocesicremona.it)

Michael Davide Semeraro, monaco benedettino del monastero di Novalesa

Anche la mia vita viene dalla missione. Quando ero bambino corrispondevo con un Missionario della Consolata che era del mio paese e che ho scoperto, passando dalla Casa dei Missionari della Consolata di Torino, che è ancora vivo. Poi sono approdato dai Missionari Comboniani e mi entusiasmava il motto di Comboni: "o nigrizia o morte". Ai Comboniani devo moltissimo perché hanno completato la mia esperienza di fede, io che venivo da una esperienza legata molto alle devozioni. Nei tre anni nel loro seminario di Bari ho costruito amicizie solide e con molti di loro e mantengo ancora oggi corrispondenza con molti di loro in giro per il mondo. 

Ma poi le cose sono cambiate quando ho conosciuto l'esperienza di Charles de Foucauld, da poco canonizzato, e ho scoperto che la mia strada non era la missione ma la vita monastica.

Essere monaci non significa andare in chiesa a pregare come tutti pensano; il cuore della regola di San Benedetto è riconoscere la presenza di Dio nonostante il nostro assentarci dal flusso della vita come ci ricorda il salmo: "io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia. Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra" (Sal 73,22-23).

Questo assentarci non significa non dare il proprio contributo ma lasciare che la vita faccia, perché si vuole proclamare che la vita è più forte della morte e vive nonostante tutte le morti. Il monaco, la sera dopo compieta, quando comincia il grande silenzio della notte, fa questo atto di fede: "io sono già morto ma la vita vive".

Si tratta di portare questo alla propria esperienza rinunciando perfino a progettare e gestire la propria vita: San Benedetto diceva che, al momento della professione solenne, il monaco non è più padrone nemmeno del proprio corpo. Nessuno in realtà lo è ma il monaco vive questa esperienza prima che gli venga chiesto dalla vita stessa quasi per testimoniare che è possibile vivere questa povertà assoluta. 

Questa testimonianza della vita monastica non è esclusiva solo della vita monastica cristiana: è la testimonianza dei Sufi nell'Islam, dei maestri zen nel buddismo. Al mondo testimoniamo che la vita viene prima di noi e in qualche modo va oltre noi; insegnamo a stare più tranquilli e non darci nemmeno troppa importanza; ricordiamo alla propria umanità che la vita è un dono che dobbiamo restituire ogni giorno. 

La gente che bussa al monastero viene per un motivo molto semplice: perché sente che in monastero ci sono degli uomini e delle donne che sono là per  gestire il proprio dolore e vegliare sul dolore degli altri. Noi monaci, più che curare le ferite e le debolezze dell’umanità, come penso facciano i missionari, cerchiamo di gestire la nostra debolezza perché nessuno abbia vergogna della propria fragilità. Insegnamo a non aver paura,  soprattutto non avere paura di Dio.

Per troppo tempo e in troppe situazioni la gente si è sentita o si sente bacchettata, giudicata, criticata: in realtà quando il Signore Gesù vede le folle non dice "poveretti" ma "beati"; il suo sguardo è uno sguardo di ammirazione, ammira l'amore di cui sono capaci le persone che trova, anche se è un amore immaturo e sotto certi versi ancora fragile. Davanti alle folle stanche, oppresse e sfinite, Gesù intuisce che i discepoli devono diventare  apostoli, testimoni ed artefici di questa compassione che è la rivelazione del cuore profondo di Dio.

La chiesa da maestra deve diventare più Madre. L'umanità chiede alla chiesa uno sguardo più formato alla scuola del vangelo che prima di prescrivere sia capace di ammirare, prima di chiedere di migliorare sia capace di mettere in evidenza ciò che di buono le persone vivono. Ogni persona porta in se una sofferenza e la sofferenza è sempre rispettabile, e Gesù è stato il maestro di questo e la chiesa se vuole essere discepola e corpo mistico del Signore deve ammirare di più e solo dopo correggere di più.

Nel video tutti i contenuti dell'intervista

Alcune riflessioni di Mons. Roberto Repole, l’arcivescovo di Torino e teologo, in dialogo con la biblista Rosanna Virgili nel Festival della Missione di Milano, a proposito del tema della fraternità.

Per troppo tempo noi abbiamo creduto che dei paesi cristiani portassero il vangelo a dei paesi non cristiani, quasi che i primi non avessero bisogno del vangelo e il bisogno ce l'avessero solo gli altri. 

Noi dobbiamo andare più in profondità: non solo abbiamo a volte portato il vangelo con uno stile violento, per cui alla fine non abbiamo portato il vangelo, ma ci siamo anche illusi che il vangelo riguardasse solo degli altri come se i recettori della missione fossero altri e non più noi. Qui c'è una provocazione molto seria. In che misura possiamo dire di essere veramente evangelizzati e soprattutto possiamo pensare che l'evangelizzazione sia qualcosa di statico, avvenuto una volta e poi non avremmo più bisogno di evangelizzazione e neppure di conversione.

Ricordo il teologo Ives Congar che, nei lavori conciliari, disse qualcosa di molto vero: "c'è sempre una parte di noi non evangelizzata". Forse oggi dovremmo prendere confidenza con il fatto che l'europa cristiana non lo è più nemmeno numericamente. Milano e Torino... sono città di missione. Occorre ritornare ad offrire l'annuncio evangelico. Illudersi che viviamo in un contesto cristianizzato è precisamente questo: un'illusione.

Come cristiani abbiamo una certa difficoltà ad abitare lo spazio pubblico con la piena fiducia nel vangelo. È più facile vedere la nostra presenza pubblica spesso mettendo tra parentesi alcune delle cose fondamentali che ci identificano; invece la grande sfida è la capacità di fare del vangelo anche una proposta per la vita e le nostre relazioni nel mondo civile.

Un filosofo francese, Marcel Gauchet, in un suo libro fa una interessante osservazione e dice che “le democrazie nascono come esito ultimo del processo di secolarizzazione dove si mette tra parentesi l’assoluto e il sacro e le società si costituiscono sulla base del consenso degli aderenti. Ma il loro paradosso è che nascono facendo fuori i valori assoluti ma senza qualcosa di sacro sembrano non sapere vivere”.

Per questo penso che non dobbiamo avere paura a portare nella vita civile i nostri valori e fare si che le comunità cristiane concorrano al buon funzionamento del sistema democratico che si basa sulla conoscenza delle identità paritaria degli uomini e delle donne. Ma come farlo?

Qui arriviamo a un punto particolarmente impegnativo precisamente perché abbiamo fatto fatica come chiesa ad abitare il contesto democratico e corriamo il pericolo di dire che lo facciamo solo offrendo valori condivisi da tutti. Ma noi abitiamo lo spazio pubblico semplicemente perché vogliamo essere alfieri di alcuni valori condivisi da tutti a prescindere del vangelo o perché crediamo che nel vangelo, che non viene da noi, ci sono dei valori che riteniamo umanizzanti per noi e anche per gli altri? 

E quali sono i valori che vogliamo offrire? Sono soltanto il valore della vita o di una morte che non ci appartiene? ma la misericordia per esempio può essere negoziabile per noi cristiani? Io penso di no, se no togliamo qualcosa di fondamentale per il vangelo. Lo stesso, la possibilità di essere ricreati con il perdono? Può essere negoziabile?

La sfida che abbiamo è quella di portare delle ragioni che mostrino la forza umanizzante del vangelo e dei valori che lo compongono. Offrire ad altri che non si identificano con la fede cristiana la possibilità di riconoscere che questo fa bene all'umanità di tutti, credenti e non credenti. 

Evidentemente offrire ragioni non può essere solo un fatto intelletualistico, per questo il valore della fraternità deve essere  prima vissuta fra di noi. Se il perdono reciproco e la misericordia hanno senso nel nostro vivere comunitario... solo così abbiamo qualcosa da proporre per la vita comunitaria e democratica.

Probabilmente la risposta ce la da il cammino di sinodalità e di fraternità che ci propone Papa Francesco: se sappiamo prenderci cura uno dell'altro senza rivendicazioni, potremmo essere un piccolo segno nelle nostre società per costruire una fraternità più grande e una democrazia che faccia crescere la società con dinamismi più fraterni... potrebbe essere un apporto bello della chiesa alla società civile.

C’è un’immagine che appartiene ai padri della chiesa che mi sembra molto bella: “la chiesa è come quella tunica di Gesú crocefisso che non è tagliata ma è fatta di tantissimi colori: quelli di una umanità variata ma condivisa”. Quando la domenica andiamo a messa nel credo la prima cosa che professiamo della chiesa è la sua unità che non si rompe anche se è composta da uomini e donne provenienti da mondi e culture spesso molto diverse. Essere credenti e pensare di non avere a che fare con il mussulmano, con il diversamente credente, con l'ateo è non aver assimilato il DNA del cristianesimo e quando ci sono cristiani che pensano di difendere la loro identità tagliando ponti e non aprendosi al dialogo credo che abbiamo a che fare con cristiani con una identità molto debole. 

Evidentemente la fraternità non è facile: vivere insieme ad altri ha la sua fatica. Per quello è bene ricordare che la fraternità è un dono, è un sogno ma anche un compito faticoso. Alla fine la sfida di una fraternità reale e appassionata è un cammino concreto di evangelizzazione e anche lo spazio giusto che, come cristiani, possiamo occupare in questo mondo per farlo crescere in umanità.

* Roberto Repole è vescovo di Torino e Susa

Nel video tutti i contenuti dell'intervista

La missione è questione di partenza per paesi esteri ma anche di ritorno a casa. Una volta rientrati si può ancora vivere con stile missionario o essere nuovamente inviati, magari “a Km0”? 

Il Festival della missione sarà l’occasione per conoscere diverse esperienze avviate in Italia, incontrare chi ne è anima e trovare momenti di approfondimento e riflessione comune. Di creare quella rete, tessuto di una vera sinodalità e capace di osare nuove vie.

Diverse sono le esperienze nate su iniziativa di laici, preti o consacrati rientrati in Italia portando con sé il desiderio di poter ancora donare il proprio tempo agli altri e di restituire la ricchezza vissuta ad gentes: famiglie che abitano in canonica, consacrati/e che abitano in quartieri difficili; esperienze di vita comune o di accoglienza dei più fragili; realtà lavorative che promuovono il lavoro etico ed inclusivo o sostengono progetti missionari; iniziative pastorali nuove per creatività, multiculturalità, modalità di collaborazione con il territorio.

Realtà animate da uomini e donne che cercano di dare una forma missionaria alla vita ordinaria, convinti che si può abitare, lavorare, educare, vivere compiti e ruoli nella chiesa con uno stile di vita mosso dal coraggio e dall’entusiasmo della missione.

Vie nuove della missione che appaiono ancora più preziose in un tempo liquido in cui anche le geografie del mondo sono cambiate, in cui sono cresciute le periferie esistenziali oltre a quelle urbane e, per tanti motivi, è sempre più difficile distinguere il nord e il sud del mondo.

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Nella Basilica di Sant’Eustorgio a Milano circa 170 giovani con i loro amici, parenti ed educatori, si sono raccolti attorno al Vicario Generale della diocesi di Milano, mons. Franco Agnesi, aiutati, nella preghiera, dalle melodie missionarie del Coro dei giovani amici dei Missionari della Consolata di Bevera.

A ricevere il mandato erano presenti diversi gruppi: c’erano i giovani dell’oratorio di Cernusco sul Naviglio che andranno in Mozambico, i numerosi volontari dei Cantieri della Solidarietà di Caritas che svolgeranno servizio presso campi di lavoro in Italia e all’estero e i giovani dei cammini formativi del PIME anche loro in procinto di partire per esperienze in Asia, Africa e Italia. Presenti anche i giovani volontari che partiranno con i missionari Saveriani per la Thailandia. Tra i gruppi presenti spiccano le camicie azzurre degli scout di Brugherio che questa estate raggiungeranno i Fidei Donum in Perù. 

Al richiamo di vivere un’estate con e per gli altri, hanno risposto anche gruppi più piccoli, come le cinque universitarie che andranno in una missione delle salesiane in Camerun o come Giulia ed Alice che raggiungeranno una missione Comboniana in Chad. Infine erano presenti anche tutti i giovani del cammino diocesano "Senza Indugio" proposto da Pastorale Giovanile.

Il percorso sfocia in una missione che parte, che si fa più forte e più presente nel quotidiano, nel loro impegno lavorativo e universitario, nella loro appartenenza alle realtà ai gruppi ecclesiali alle realtà parrocchiali da cui provengono.

Alzare, ascoltare, amare

La serata è stata scandita da tre verbi "alzare, ascoltare, amare", uniti dal brano di Vangelo dell’incontro tra Gesù e Zaccheo. Tre le voci che hanno regalato riflessioni e testimonianze sul valore di queste azioni: la prima è quella di Tommaso Alberti, volontario di Caritas che ha invitato ad alzare lo sguardo per scorgere lo sguardo degli altri e farsi vicino alle loro necessità; la seconda è l’autorevole riflessione su Zaccheo di Mons. Agnesi e la terza è la testimonianza di Maristella Tommaso, giovane volontaria e formatrice di pastorale missionaria della Diocesi di Torino e di Missio Italia. La sua riflessione sul verbo “amare” parte da esperienze di accoglienza e di servizio vissute con i missionari in tanti posti del mondo.

I tanti giovani provenienti dalle diverse zone della diocesi sono chiamati a “partire” dando inizio, in modi diversi, a un’esperienza da discepoli missionari. I giovani, accompagnati dall’affetto degli amici, dei sacerdoti e delle suore che li hanno seguiti durante il percorso, hanno ricevuto, dopo la preghiera di Mandato, un quaderno e una biro, strumenti utili per comporre un diario della loro esperienza che potrà quindi essere riletta e condivisa per diventare parte fondamentale della loro esperienza missionaria.

La presenza del Vicario generale dell’arcidiocesi di Milano sottolinea che questi giovani non ricevono un mandato a titolo personale ma a nome di tutta la comunità diocesana: uniti dall’unico desiderio di incontrare, ascoltare e amare come Gesù.

IL FESTIVAL DELLA MISSIONE SI AVVICINA

Questo articolo è tratto dalla pagina del Festival della Missione. Una occasione missionaria da non perdere, a Milano dal 29 settembre al due ottobre. Potete scaricare il pieghevole QUI

 

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