La Settimana si svolge nell’emisfero nord dal 18 al 25 gennaio, mentre nell'emisfero australe viene vissuta spesso intorno alla Pentecoste. Il tema però è comune e quest'anno si basa sul vangelo di Luca: "Amerai il Signore Dio tuo ... e il prossimo tuo come te stesso". I sussidi per la sua celebrazione, pubblicati dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani e dal Consiglio ecumenico delle Chiese, sono stati preparati da un gruppo del Burkina Faso, insieme alla Comunità Chemin Neuf

“Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè?”. “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (...) e ama il prossimo tuo come te stesso”. Gesù gli disse: “Hai risposto bene!” (Luca 10, 25-28) ]”

“Ama il Signore Dio tuo ... e ama il prossimo tuo come te stesso”. Sono queste parole, dette da Gesù ad un maestro della Legge, a cui segue la parabola del buon Samaritano che spiega chi è il prossimo, il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno. I testi di commento, le preghiere e le indicazioni su come vivere questo momento sono stati preparati da un Gruppo ecumenico del Burkina Faso, coordinato dalla Comunità locale di Chemin Neuf. Vivere questa esperienza di lavoro insieme, hanno riferito i componenti, è stato un vero cammino di conversione ecumenica che li ha portati a riconoscere che l’amore di Cristo unisce tutti i cristiani ed è più forte delle loro divisioni.

“Gesù domandò: “Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?”. Il maestro della Legge rispose: “Quello che ha avuto compassione di lui”. Gesù allora gli disse: “Va’ e comportati allo stesso modo.”

I cristiani del Burkina Faso

Non è facile la convivenza sociale in Burkina Faso, Paese dell’Africa occidentale abitato da 21 milioni di persone appartenenti ad una sessantina di etnie e dove circa il 64% della popolazione è musulmano, il 9% aderisce alle religioni tradizionali africane e il 26% è cristiano (20% cattolico, 6% protestante). Dopo il grave attacco jihadista del 2016, le condizioni di sicurezza e la coesione sociale nel Paese si sono drammaticamente deteriorate. La proliferazione di attacchi terroristici, di illegalità e di traffico di esseri umani hanno causato tremila morti e quasi due milioni di sfollati interni; migliaia di scuole e di centri sanitari sono state chiusi e distrutte gran parte delle infrastrutture socio-economiche. Le Chiese cristiane in particolare sono state oggetto di attacchi armati: sacerdoti, pastori e catechisti sono stati uccisi, altri rapiti. A motivo del terrorismo, la maggior parte degli edifici di culto cristiani nel nord, nell’est e nel nord-ovest del Paese sono stati chiusi. Le celebrazioni sono ancora possibili solo nelle grandi città e sotto la protezione della polizia.

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Celebrazione del Natale a Koudougou nel centro-ovest del Paese, 2022. Foto: Vatican Midea

Gli sforzi per la riconciliazione e per la pace

In questo contesto, nonostante tutto, sta crescendo una certa solidarietà tra le religioni e i loro leader si stanno impegnando a favore della riconciliazione e della coesione sociale. Un esempio è la Commissione per il dialogo cristiano-musulmano della Conferenza episcopale cattolica del Burkina Faso-Niger, che sta compiendo uno sforzo notevole per promuovere il dialogo e la cooperazione tra le diverse etnie. L’amore del prossimo al di là di ogni appartenenza comandato da Gesù, è messo a dura prova ma la testimonianza dei cristiani appare in quel Paese ancora più necessaria. Tra i cristiani del Burkina Faso vi è un vivo desiderio e la consapevolezza della necessità, si legge nel testo di presentazione della Settimana, di riscoprire la loro unità in Cristo e le comunità sono consapevoli che le divisioni tra i cristiani feriscono non solo la Chiesa, ma anche Cristo, e per questo hanno costruito ponti impegnandosi “in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica, ponendosi così all’ascolto dello Spirito del Signore”.

La proposta di testi per una celebrazione in comune

Dopo il processo iniziale di stesura, un gruppo internazionale nominato congiuntamente per parte cattolica dal Dicastero per la promozione dell'unità dei cristiani e dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese si è riunito a Roma nel settembre 2022, per revisionare e redigere, insieme al gruppo di redazione locale, la stesura finale dei testi per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno, ora pubblicati e disponibili per i cristiani di tutto il mondo. In essi la proposta di otto schemi di celebrazione della Parola di Dio, pensati per favorire la preghiera comune insieme ai fratelli e alle sorelle delle diverse Confessioni presenti nei vari territori.

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Cristiani protestanti sfollati fuggiti da Dablo, partecipano ad una funzione nella città di Kaja

Un cammino non facile

Gesù ha pregato che i suoi discepoli fossero tutti una cosa sola, ma la strada non è facile: “la reciproca mancanza di conoscenza tra le Chiese - si legge nel sussidio preparato per la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità - e il mutuo sospetto indeboliscono l’impegno nell’intraprendere la strada ecumenica. Alcuni possono temere che l’ecumenismo porti ad una perdita di identità confessionale e impedisca la ‘crescita’ della loro Chiesa”. Per percorrere la via dell’ecumenismo c’è bisogno di fiducia e di speranza. Ed è necessario, si legge ancora, “che le Chiese includano sempre più iniziative ecumeniche nei loro piani pastorali e promuovano la formazione ecumenica tra gli operatori pastorali e tutti i fedeli. Una vera conversione spirituale, pastorale ed ecclesiale senza proselitismo è essenziale per un vero dialogo ecumenico. L’unità dei cristiani è una grazia da chiedere a Dio nella preghiera”.

La ricerca dell’unità: essenziale la preghiera

La data tradizionale, riguardo all'emisfero settentrionale, per la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che va dal 18 al 25 gennaio, viene proposta nel 1908 da padre Paul Wattson - che in quella data celebra per la prima volta a Graymoor (New York), un “Ottavario di preghiera per l’unità” - perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo e riveste quindi un significato simbolico. Nel 1935 sarà l’abate Paul Couturier, in Francia, a promuove la “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” basata sulla preghiera per “l’unità voluta da Cristo". Nel 1964, a Gerusalemme, Papa Paolo VI e il patriarca Athenagoras I pregheranno insieme la preghiera di Gesù “che siano tutti una cosa sola” e, nello stesso anno, il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II sottolineerà che la preghiera è l’anima del Movimento ecumenico, incoraggiando l’osservanza della Settimana. Nel 2021 Papa Francesco invita tutti i battezzati ad intraprendere un cammino insieme per costruire una Chiesa sinodale e nella Veglia ecumenica del 30 settembre, alla vigilia della prima fase della XVI Assemblea del Sinodo dei vescovi osserva: "Il silenzio è essenziale nel cammino di unità dei cristiani. É fondamentale infatti per la preghiera, da cui l’ecumenismo comincia e senza la quale è sterile". 

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Leader delle Chiese cristiane con il Papa alla Veglia ecumenica del 30 settembre 2023

Chemin Neuf: facciamo insieme tutto quello che possiamo

La Comunità cattolica Chemin Neuf, formata da laici e religiosi, è nata nel 1973 a Lione (Francia), ad opera del padre gesuita Laurent Fabre. Oggi conta circa 2000 fratelli e sorelle in una trentina di Paesi. E’ una realtà ecclesiale a forte vocazione ecumenica. “Osiamo credere nell’unità visibile della Chiesa – è scritto nelle sue Costituzioni - e riceviamo come missione di lavorare per essa con tutte le nostre forze avendo il desiderio di fare nostra la preghiera di Gesù che è il primo a pregare per l’unità”. Proprio il gruppo locale di Chemin Neuf ha sostenuto i cristiani del Burkina Faso nella preparazione dei testi per la celebrazione della Settimana di preghiera per l'unità di quest'anno.

Fonte: Vatican News

Incontro ecumenico e interreligioso (3 settembre)

Permettetemi di rivolgermi a voi così, come fratello nella fede con i credenti in Cristo e come fratello di tutti voi, in nome della comune ricerca religiosa e dell’appartenenza alla stessa umanità. L’umanità, nel suo anelito religioso, può essere paragonata a una comunità di viandanti che cammina in terra con lo sguardo rivolto al cielo. La Mongolia ricorda il bisogno, per tutti noi, pellegrini e viandanti, di volgere lo sguardo verso l’alto per trovare la rotta del cammino in terra.

Sono dunque felice di essere con voi in questo importante momento di incontro. Il fatto di essere insieme nello stesso luogo è già un messaggio: le tradizioni religiose, nella loro originalità e diversità, rappresentano un formidabile potenziale di bene a servizio della società. Se chi ha la responsabilità delle nazioni scegliesse la strada dell’incontro e del dialogo con gli altri, contribuirebbe certamente in maniera determinante alla fine dei conflitti che continuano ad arrecare sofferenza a tanti popoli.

È bello ricordare la virtuosa esperienza dell’antica capitale imperiale Kharakhorum, al cui interno si trovavano luoghi di culto appartenenti a diversi “credo”, a testimonianza di una encomiabile armonia. Armonia: vorrei sottolineare questa parola dal sapore tipicamente asiatico. Essa è quel particolare rapporto che si viene a creare tra realtà diverse, senza sovrapporle e omologarle, ma nel rispetto delle differenze e a beneficio del vivere comune. Mi chiedo: chi, più dei credenti, è chiamato a lavorare per l’armonia di tutti?

Fratelli, sorelle, da quanto riusciamo ad armonizzarci con gli altri pellegrini sulla terra e da come riusciamo a diffondere armonia, lì dove viviamo, si misura la valenza sociale della nostra religiosità. Ogni vita umana, infatti, e a maggior ragione ogni religione, è tenuta a “misurarsi” in base all’altruismo: non un altruismo astratto, ma concreto, che si traduca nella ricerca dell’altro e nella collaborazione generosa con l’altro. 

L’altruismo costruisce armonia e dove c’è armonia c’è intesa, c’è prosperità, c’è bellezza. Anzi, armonia è forse il sinonimo più appropriato di bellezza. Al contrario, la chiusura, l’imposizione unilaterale, il fondamentalismo e la forzatura ideologica rovinano la fraternità, alimentano tensioni e compromettono la pace. La bellezza della vita è frutto dell’armonia: è comunitaria, cresce con la gentilezza, con l’ascolto e con l’umiltà. 

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L’Asia ha moltissimo da offrire in tal senso e la Mongolia, che di questo continente si trova al cuore, custodisce un grande patrimonio di sapienza, che le religioni qui diffuse hanno contribuito a creare e che vorrei invitare tutti a scoprire e valorizzare. Mi limito a citare, senza approfondirli, dieci aspetti di questo patrimonio sapienziale: il buon rapporto con la tradizione; il rispetto per gli anziani e gli antenati;  la cura per l’ambiente, nostra casa comune; il valore del silenzio e della vita interiore; un sano senso di frugalità; il valore dell’accoglienza; la capacità di resistere all’attaccamento alle cose; la solidarietà; l’apprezzamento per la semplicità; la tenace ricerca del bene del singolo e della comunità.

L’umanità riconciliata e prospera, che come esponenti di diverse religioni contribuiamo a promuovere, è simbolicamente rappresentata da questo stare insieme armonioso e aperto al trascendente, in cui l’impegno per la giustizia e la pace trovano ispirazione e fondamento nel rapporto col divino. Qui, cari sorelle e fratelli, la nostra responsabilità è grande, specialmente in quest’ora della storia, perché il nostro comportamento è chiamato a confermare nei fatti gli insegnamenti che professiamo; non può contraddirli, diventando motivo di scandalo. Nessuna confusione dunque tra credo e violenza, tra sacralità e imposizione, tra percorso religioso e settarismo. La memoria delle sofferenze patite nel passato –penso soprattutto alle comunità buddiste– dia la forza di trasformare le ferite oscure in fonti di luce, l’insipienza della violenza in saggezza di vita, il male che rovina in bene che costruisce. Così sia per noi, discepoli entusiasti dei rispettivi maestri spirituali e servitori coscienziosi dei loro insegnamenti, disposti ad offrirne la bellezza a quanti accompagniamo, come amichevoli compagni di strada. in società pluralistiche e che credono nei valori democratici, come la Mongolia, ogni istituzione religiosa ha il dovere e in primo luogo il diritto di offrire quello che è e quello che crede, nel rispetto della coscienza altrui e avendo come fine il maggior bene di tutti.

In tal senso io vorrei confermarvi che la Chiesa cattolica vuole camminare così, credendo fermamente nel dialogo ecumenico, nel dialogo interreligioso e nel dialogo culturale. La sua fede si fonda sull’eterno dialogo tra Dio e l’umanità, incarnatosi nella persona di Gesù Cristo. Il dialogo non è antitetico all’annuncio: non appiattisce le differenze, ma aiuta a comprenderle, le preserva nella loro originalità e le mette in grado di confrontarsi per un arricchimento franco e reciproco. 

Fratelli e sorelle, il nostro trovarci qui oggi è segno che sperare è possibile. In un mondo lacerato da lotte e discordie, ciò potrebbe sembrare utopico; eppure, le imprese più grandi iniziano nel nascondimento, con dimensioni quasi impercettibili. 

Coltiviamo la speranza. Le preghiere che eleviamo al cielo e la fraternità che viviamo in terra nutrano la speranza; siano la testimonianza semplice e credibile della nostra religiosità, del camminare insieme con lo sguardo rivolto verso l’alto, dell’abitare il mondo in armonia come pellegrini chiamati a custodire l’atmosfera di casa, per tutti. Grazie.

Discorso completo

In vista del viaggio apostolico del Papa nel Paese asiatico, dal 31 agosto al 4 settembre, l'intervista ai media vaticani del cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar e missionario della Consolata. "Questa visita - afferma - servirà anche a rafforzare i già buoni rapporti tra la Santa Sede e lo Stato”. L’arrivo del Pontefice preceduto dal pellegrinaggio, in tutte le comunità cattoliche, della statua della Vergine trovata in una discarica

Eminenza, cosa s’aspetta da questo viaggio del Papa che ha come tema "Sperare insieme"?

Credo che aiuterà soprattutto i fedeli cattolici mongoli a sentirsi veramente nel cuore della Chiesa. A noi, che viviamo geograficamente in una zona del mondo molto periferica, la presenza del Papa ci farà sentire non lontani ma vicini, al centro della Chiesa. E poi sarà importante per il rafforzamento dei rapporti tra la Santa Sede e lo Stato mongolo, che già sono buoni.

La Chiesa come si è preparata ad accogliere il Pontefice?

Questa visita per noi è molto importante e per questo l’abbiamo voluta far precedere dal pellegrinaggio della statua della Vergine Maria che fu trovata, qualche tempo fa, in una discarica del nord del Paese da una donna povera e non cristiana. Questa statua, che è la nostra patrona, sta visitando le varie comunità cattoliche.

(video di Gianni Valente, Agenzia Fides)

Quali sono le dimensioni della Chiesa che il Santo Padre verrà a visitare?

La chiesa mongola è composta da un gregge molto esiguo: millecinquecento battezzati locali radunati in otto parrocchie ed una cappella. Cinque di esse si trovano nella capitale e le altre in zone più remote. E’ una comunità piccola ma molto viva.

Quali sono le principali attività ecclesiali?

La Chiesa è impegnata per il settanta per cento delle sue attività in progetti di promozione umana integrale: dall’educazione alla sanità, passando per la cura delle persone più fragili. Ma si occupa anche della vita di fede che si concretizza con il pre-catecumenato, con il catecumenato, con la vita liturgica e con la catechesi continua. E’ una pastorale che cerca di concentrarsi soprattutto sulla qualità della scelta di fede delle persone. 

La Chiesa in Mongolia quali sfide deve affrontare?

La prima, quella più importante, è vivere secondo il Vangelo. La grande sfida per ogni comunità è quella di essere discepoli e missionari. E questa coerenza di vita si traduce nella necessità di un radicamento sempre maggiore nella società mongola, con la speranza di una più forte coesione della Chiesa particolare intorno ad un progetto comune. Un’altra sfida è quella dell’inculturazione, che ha bisogno di tempi lunghi perché accompagna la maturazione della fede in un determinato contesto culturale. Infine, c’è la sfida della formazione dei catechisti locali, degli operatori pastorali e, ovviamente, del clero locale ed internazionale.

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La maggioranza della popolazione si dichiara buddista. Per la Chiesa locale, quanto è importante il dialogo interreligioso?

Il dialogo interreligioso da sempre ha segnato l’esperienza ecclesiale in Mongolia. La Chiesa si trova ad essere, anche per necessità, in una situazione di assoluto bisogno di relazioni con i fedeli di altre tradizioni religiose. E’ una dimensione fondamentale che ci ha sempre accompagnato e che, negli ultimi anni, si è intensificata a tal punto che gli incontri tra i leader religiosi, che prima avvenivano annualmente, ora si organizzano ogni due mesi. 

La Chiesa della Mongolia come sta vivendo il cammino sinodale?

Quasi spontaneamente, perché la dimensione della sinodalità fa parte della nostra esperienza ecclesiale. La dinamica della consultazione di tutte le componenti ecclesiali appartiene alla prassi di questa Chiesa. È bello sentirsi in piena sintonia con tutto il mondo cattolico in questa fase in cui la Chiesa universale si ferma a riflettere maggiormente sulla sinodalità.

Qual è oggi la situazione sociale nel Paese?

La società mongola è in una fase di grande trasformazione. C’è una rincorsa veloce a modelli sociali e culturali che sono nuovi rispetto alla tradizione. E’ una nazione in fermento la cui crescita economica sta imponendo un cambiamento anche negli stili di vita che stanno diventando più aperti alla globalizzazione. Questo rapido sviluppo comporta delle opportunità ma anche dei rischi, come quello di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo oppure quello di indebolire alcune tradizioni locali che invece favoriscono una maggiore coesione sociale. 

Ascolta l'intervista completa

Pregare insieme per la pace

Ricorre proprio in questi giorni, precisamente il 27 luglio,  il 70° anniversario della firma dell’armistizio che ha posto fine alla sanguinosa guerra della Corea (1950-53). L’armistizio è però un accordo piuttosto precario, perché non è mai stato raggiunto un vero e proprio trattato di pace. Così, a seconda dei “momenti” politici, le due Coree continuano o a cercare un qualche dialogo ed accordo, o a guardarsi in cagnesco, accusandosi mutuamente di fomentare la divisione e il pericolo di una nuova guerra.  Lo scenario politico internazionale poi, con la diretta ingerenza di Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, in realtà non promette nulla di buono per quanto riguarda l’ideale sognato di un vero e proprio trattato di pace tra le due Coree.

Eppure le religioni del Paese non si danno per vinte, e continuano a sognare un prossimo futuro in cui non ci siano più armi nucleari nei due Paesi, le famiglie rimaste divise dalla guerra (rimangono ancora più di 40.000 persone) possano tornare a ritrovarsi e riconoscersi, l’unità di tutto il popolo Coreano sia ristabilita… e così hanno dato vita quest’anno, assieme ad altre associazioni civili, a una raccolta di firme per spingere il governo a fare di tutto affinché ci possa essere la pace nella penisola coreana. 

Accompagnano questa iniziativa con una serie di altre iniziative, come incontri interreligiosi di preghiera per la pace, simposi e conferenze sulla situazione della pace nel Paese. 

A Daejeon nel locale ramo del KCRP (Conferenza Coreana delle Religioni per la Pace), la maggiore delle organizzazione “ufficiali” di dialogo interreligioso, abbiamo organizzato in città un Incontro di Preghiera per la Pace, a carattere interreligioso, la domenica 23 luglio, alle 4.00 del pomeriggio, nella sede centrale del Buddismo-won.

Avevamo fatto un paio di riunioni per preparare l’evento, e alla fine si era deciso di assegnare ad ogni religione un quarto d’ora di tempo per pregare “secondo la propria tradizione”. Le religioni che avevano deciso di partecipare sono state i Protestanti, i Cattolici, e il Buddismo-won (una religione autoctona della Corea). I Buddisti, disgraziatamente, non si trovavano in questo momento pronti per partecipare, e le altre piccole religioni non hanno voluto avere un tempo particolare assegnato loro, e la loro partecipazione è stata solo a livello individuale.  

A me è toccato presiedere il tempo assegnato alla Chiesa cattolica.

L’incontro di preghiera si è svolto nella grande sala di meditazione del Buddismo-won, alla presenza di un centinaio di persone (la pioggia insistente dell’attuale stagione monsonica ha certamente “frenato” una partecipazione maggiore) e si è svolta per un’ora e mezza, secondo il programma stilato precedentemente. 

I Protestanti hanno invitato uno dei loro pastori, che è un artista, a cantare un paio di canzoni con la chitarra, e offerto varie preghiere.

Il Buddismo-won ha proclamato alcuni insegnamenti del fondatore della religione sulla pace, intercalati da momenti di silenzio meditativo. 

Noi abbiamo proclamato due letture bibliche, seguite da un breve commento sulla “pace nella Bibbia”, e all’invito a scambiarci il “dono della pace” tra tutti i presenti (e questo è stato uno dei momenti più partecipativi ed emotivi dell’incontro), concluso con una bellissima preghiera per la pace di Papa Francesco, che tutti coloro che volevano potevano leggere nel libretto-guida dell’incontro. 

Alla fine, tre rappresentanti delle religioni hanno letto una “dichiarazione ufficiale” della campagna di raccolta di firme per la pace, nella quale si chiede al governo a nome di tutti i cittadini del Paese di fare tutto il possibile per arrivare ad un Trattato di Pace. Non sarà certamente facile visto che l’attuale governo di destra, è più propenso al “muro contro muro” che al dialogo con la Corea del Nord.

Oltre all’incontro di preghiera, sono previste anche un’attività specifica di raccolta firme il 27 di luglio, e una Tavola Rotonda sulla Pace il 6 agosto.

A volte sentiamo la lamentela che non comunichiamo molto all’Istituto di quanto stiamo facendo nel campo del Dialogo Interreligioso in Corea. Ma almeno questa volta, e grazie a questo evento abbastanza particolare, vogliamo testimoniare che  l’impegno nel dialogo interreligioso da parte di noi Missionari della Consolata, a Daejeon è continuo e diretto, anche se spesso oscuro e rutinario… 

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C’è un pensiero –da qualche tempo mi è venuto in mente– che voglio condividere con voi e ha un po’ a che vedere con i miei 50 anni di sacerdozio che il prossimo mese di settembre celebrerò. Sono nato in un paese della provincia di Caldas in Colombia che era composto quasi nella sua totalità da cristiani cattolici, in una famiglia di persone molto devote educate, fin da piccole, nei principi della religione cattolica. 

Era inevitabile che la mia formazione fosse eminentemente cattolica: sacramenti a suo dovuto tempo; battesimo, cresima, prima comunione e, in questo contesto, anche il desiderio di essere sacerdote e missionario. In una prospettiva di fede dovremmo dire che Dio ci ha quasi portato  per mano, è intervenuto in modo determinante nella storia di ognuno di noi. Personalmente ho sempre considero un privilegio non solo essere un cristiano cattolico, ma anche essere un sacerdote missionario.

Ora mi chiedo, se invece di essere nato in Colombia e in America Latina fossi nato in India o in Pakistan, in Giappone o in Cina, come sarei in questo momento? Potrei essere musulmano, buddista, animista o confuciano? E se così fosse questo che significato avrebbe per me e per la mia vita? Forse, ma in tutt’altra prospettiva, direi lo stesso che ho appena affermato, che sarebbe un privilegio essere... e che anche lì Dio mi ha fatto diventare ciò che sono.

Sarà possibile che tutti quelli che appartengono ad altre culture ed altre religioni debbano essere in qualche modo infelici per il semplice fatto che io mi senta fortunato per essere nato in condizioni diverse e lontane? 

Diciamo giustamente che la buona notizia di Gesù è così valida e buona che dovrebbe arrivare fino ai confini della terra in modo che tutti possano entrare a far parte dell'ovile della nostra comunità cristiana... eppure quella meta sembra ogni giorno più lontana per le concrete condizioni e possibilità della chiesa oggi. Ci sono milioni di persone che probabilmente non avranno la possibilità di ascoltarla la buona notizia di Gesù, o anche solo comprenderla. Cosa vorrà Dio per loro?

Ebbene, io penso che quello che Dio vuole è che siano brave persone, secondo le convinzioni che hanno, e che cerchino di vivere nel migliore modo possibile: in armonia, in pace, in unione, in solidarietà, in collaborazione e servizio. Molte religioni condividono fra di loro principi e orientamenti analoghi e propongono cammini di vita buona per i loro fedeli. Sono convinto che questo è ciò che Dio vuole per ogni essere umano.

Il lavoro missionario in questo senso cambia profondamente: bisogna lasciarsi alle spalle tanto proselitismo, smettere di qualificare i missionari in base al numero dei battesimi che hanno celebrato, dimenticare la massima del medioevo "extra ecclesiam nulla salus", fuori dalla Chiesa non c'è non salvezza.

Oggi il senso del nostro impegno missionario sarebbe certamente diverso. Nella nostra comunità IMC abbiamo alcune esperienze che ci possono guidare: il lavoro con gli indigeni Yanomami in Brasile dove non sono mai stati celebrati battesimi; quello delle missionarie della Consolata nei Paesi asiatici dove hanno aperto missioni con magre o incluso inesistenti comunità cristiane; quella che con loro stesse condividiamo in Mongolia dove la missione si è configurata come una testimonianza discreta, vicine alle persone, trattando di vivere come discepoli di Gesù Cristo.

Il dialogo religioso, interreligioso e spirituale potrebbero definire i nuovi orizzonti della missione. Vivere la misericordia cristiana con i più poveri sarebbe anche un aspetto importante del nostro stare in mezzo ai popoli non cristiani. E poi lasciare che lo Spirito di Dio faccia il resto.

Ci stiamo avvicinando a un nuovo Capitolo Generale e dobbiamo rivedere il senso del nostro carisma di fronte a queste sfide che appartengono propriamente alla sensibilità religiosa del nostro mondo moderno. L'ad gentes, come proposto da Giuseppe Allamano a suo tempo è stato molto puntuale, preciso e chiaro nei suoi destinatari che erano i non cristiani dei popoli dell'Africa. Circostanze successive ci hanno portato in America Latina, che era un continente già largamente evangelizzato.

Dopo il capitolo del 1999 e nei capitoli successivi, abbiamo visto come gli orizzonti del nostro annuncio si sono progressivamente allargati verso altri areopaghi, accogliendo e coprendo tante situazioni umane di povertà. La domanda “ma cosa dobbiamo fare” ci ha accompagnato da allora in tutti i successivi capitoli generali e si è presentata nuovamente anche nella preparazione di questo che è prossimo a celebrarsi.

Bisognerà forse ritornare ad un ad gentes più delimitato come quello che proponeva il Fondatore ai suoi primi missionari oppure dobbiamo continuare a guardare con attenzione e speranza i segni dello Spirito che indicheranno i luoghi dove oggi noi siamo chiamati a seminare la speranza cristiana?

Nel documento di lavoro del Capitolo diciamo che il Beato Allamano, se fosse vivo, si impegnerebbe anche lui sulla strada del discernimento per dare indicazioni per continuare a spendersi nella missione ad gentes. 

Reinterpretare il pensiero del Fondatore secondo questo mondo che ci interpella è forse la cosa più importante che dobbiamo fare nella nostra assemblea capitolare. E poi rivitalizzare la nostra vocazione, la nostra testimonianza, il nostro ministero è anche garanzia di fecondità e occasione per formulare proposte attraenti per i giovani ai quali dobbiamo offrire un progetto con novità e futuro.

Sono molto fiducioso che il capitolo faccia passi in questa direzione e la mia speranza è che, giungendo alle conclusioni finali del nuovo capitolo, si possano scoprire modi rinnovati per continuare a testimoniare Cristo nella missione.

*Orlando Hoyos è Missionario della Consolata, lavora a Bogotá (Colombia) e ha partecipato al corso dei Missionari con 50 anni di ordinazione e professione religiosa appena da poco concluso a Roma.

 

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