Domenica sono stato a “Tierra Colorada”, una zona montuosa dove vive la nostra comunità di indigeni Tseltal. Si trova a un'ora e mezza di macchina dalla nostra parrocchia.

In comunità abbiamo parlato di promuovere la nostra presenza in mezzo a questo popolo indigeno, perché finora abbiamo praticamente fatto come con le altre cappelle e non si può continuare così: io ho già letto tre volte il Vangelo nella loro lingua (con il mio accento di Zaragoza) e loro ora leggono nella loro lingua, perché finora lo hanno sempre fatto in spagnolo.

Dopo l'Eucaristia ho avuto un incontro con loro in cui abbiamo parlato delle sfide che come comunità devono affrontare: una strada decente, il dramma dell'acqua, il basso livello di scolarizzazione, l'assenza di sistemi sanitari, lo sradicamento culturale (perché loro sono sfollati da Tenejapa, un comune di San Cristóbal de las Casas), la precarietà economica nonostante l'ottimo caffè che producono, il numero di persone senza documenti d'identità e certificati di nascita, la sfida ecologica (il luogo in cui vivono è una riserva naturale: da più di 30 anni stanno aspettando essere trasferiti altrove, ma senza successo).

Ma ciò che più mi ha colpito è stata la profonda divisione fra diversi gruppi religiosi: cattolici e protestanti in primis. La cosa è così grave che se l'Associazione dei Genitori era d'accordo a migliorare la strada, gli altri si opponevano per ragioni che non ho capito al di là delle profonde divisioni che vivevano.

Tra un paio di settimane terremo una riunione con i responsabili della nostra comunità e della parrocchia, affinché questa opzione per i nativi non appartenga ai Missionari ma a tutta la comunità. Vediamo se possiamo camminare insieme, sinodalmente.

Ieri mattina sono stato con il responsabile della pastorale degli indigeni della diocesi, che è membro della comunità Zoque, e si è rallegrato della nostra iniziativa perché dice che c'è poca sensibilità in questo senso. Camminare in comunione, lentamente ma intuendo la strada. 

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Ieri è stata una giornata importante per il nostro impegno nei confronti del popolo Tseltal della nostra parrocchia. Abbiamo avuto un primo discernimento comunitario sulla nostra presenza in questa comunità.

Erano presenti i leader della comunità Tseltal, anche colui che era stato loro presidente fino a un mese prima e una coppia Tseltal che vive nella città di Tuxtla ma originaria di questa comunità; c’era la moglie di uno dei leader della comunità, un responsabile della Pastorale sociale della parrocchia, il rappresentante del gruppo di studenti universitari e professionisti della parrocchia; abbiamo ottenuto anche la partecipazione del responsabile diocesano dei popoli nativi e poi c’eravamo il parroco e io.

Abbiamo cercato di sottolineare l'unicità della loro presenza nella nostra parrocchia e l’importanza che la loro cultura trovi uno spazio per esprimersi nella parrocchia e nella diocesi. Ci siamo scambiati idee su temi di formazione umana e cristiana e, in questo campo, il valore di avere colloqui differenziati per bambini, uomini e donne, per poter approfondire alcuni argomenti.

È stato un primo passo. Per il momento, sono presente in quella comunità la prima e la terza domenica del mese, ma la prospettiva è quella di arrivare a soggiorni più prolungati. È stato un piccolo passo per l'umanità, ma un primo grande passo per noi.

 

La comunità della parrocchia di San Miguel Arcángel, nella località di Yuto, provincia di Jujuy (nord dell’Argentina), è una missione marcata da una forte interculturalità. La maggior parte della terra produttiva di questa regione, popolata da poco più di ottomila abitanti che vivono distribuiti nei villaggi di El Bananal, El Talar, Vinalito e Caimancito, è destinata principalmente alla coltivazione di canna da zucchero, avocado e banane. 

Dove sono le popolazioni indigene?

Se c'è una cosa che identifica chiaramente i popoli indigeni è la profonda integrazione con il territorio nel quale vivono e dal quale traggono il loro sostento: l'attività produttiva, necessaria per vivere, non è separata dal loro essere.

Questa prospettiva è fondamentale per comprendere le trasformazioni e gli adattamenti che i popoli indigeni subiscono quando gli Stati avanzano e occupano i loro territori con coltivazioni di carattere industriale. In questo caso il lavoro produttivo non è più solo destinato alla sussistenza, come succede con gli indigeni, ma acquisisce le caratteristiche dello sfruttamento intensivo, segno distintivo dell'economia capitalista.  

Per questo, quando si visita questa regione, al principio è difficile notare la presenza di popolazioni native perché si percepisce a primo acchito una comunità popolata da "cittadini argentini" che vogliono e devono essere inseriti nelle strutture di protezione statale e di assistenza sociale. Eppure si tratta di una società che è ben lontana dall'essere omogenea; la popolazione comprende creoli, collas, guaraníes, wichis, ocloyas, churumatas, chanés, tulián, tobas, tapiete e quechuas (provenienti dal Perù), tutti gruppi etnici la cui presenza è stata registrata nei censimenti nazionali del 2001, 2010 e 2022.

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Anche le popolazioni indigene sono in movimento

Secondo uno studio dell'Università di San Martín, la maggior parte della comunità indigena Guarani si è spostata negli ultimi 100 anni alla ricerca di un luogo che permetta loro di vivere secondo il loro peculiare stile di vita; si sono mossi alla ricerca di quello che chiamano “ñande reko”, la terra che permette loro di vivere in sintonia con la natura che li ha generati. 

Questa regione, originariamente caratterizzata da un fitto bosco di montagna con diversità di flora e fauna, aveva queste caratteristiche: consentiva caccia e raccolta, era attraversata da corsi d'acqua per la pesca e offriva anche terreni adatti alle coltivazioni.

La strategia di sopravvivenza dei Guaraní consisteva precisamente nell'addentrarsi sempre di più nella giungla per allontanarsi dalla frontiera tracciata dal disboscamento e dagli incendi. 

Questo non è più stato possibile quando lo sfruttamento della canna da zucchero ha ridotto drasticamente il terreno selvatico e boschivo, e a questo punto i Guaraní non hanno avuto altra alternativa che scambiare le loro terre con terreni prossimi alle incipienti città.

Riconosciamo il dolore che affligge queste persone, nella voce delle loro storie che abbiamo raccolto in un incontro con alcuni di loro: "non ci sentiamo Guaraní"; "ci vergogniamo e siamo feriti dall'abbandono"; "i datori di lavoro non ci danno il permesso di celebrare le nostre feste: non c'è tempo e a volte nemmeno il Comune ci concede uno spazio adeguato"; “abbiamo dovuto costringere i nostri figli a imparare lo spagnolo per superare molte barriere sociali; ora i nostri figli e nipoti riescono a malapena a parlare la nostra lingua".

Molte piccole persone, in piccoli luoghi, facendo piccole cose, possono cambiare il mondo (Galeano).

Nell'ultima conferenza dei Missionari della Consolata che lavorano in Argentina abbiamo sottolineato che uno spazio privilegiato “ad gentes” per la nostra comunità è il lavoro e l’impegno a favore dei popoli originari del paese. Per questo motivo è stata aperta la parrocchia di San Miguel Arcángel, con la sua peculiare e significativa composizione etnica. I padri Antonio Gabrieli, Antonio Merigo, Thomas Ishengoma, Pedro Togni, Roger Kiwuango, Juan José Olivarez e Iga, sono i missionari che hanno lavorato in questa missione.

Fare l'opzione preferenziale per i popoli nativi, è per noi un impegno qualificato che non significa abbandonare il resto della popolazione, ma crescere nell'interculturalità assumendo la differenza e la diversità.

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Linee pastorali

Attualmente, molto lentamente e con molti sforzi, stiamo passando da una missione "per" il popolo Guaraní a una "con" il popolo Guaraní. Insieme ai nostri collaboratori (catechisti e laici) vediamo la necessità di: 

- Fare processi di discernimento e riflessione per aprire spazi in cui la comunità e le persone si ritrovino in armonia con il Creatore, la Creazione e la Creatura.

- Impegnarsi in cammini di riconciliazione che rispondano all'alto tasso di suicidi di cui soffre la comunità. Cercare la riconciliazione con se stessi e con le famiglie.  

- Unire e armonizzare la fede con la vita quotidiana: vogliamo che la stessa catechesi per bambini rispetti il tempo necessario per un vero sviluppo spirituale. 

- Accompagnare i novenari dei defunti e rivalutare il ruolo della preghiera che, al momento della morte, è capace di celebrare la vita. 

Queste azioni sono il primo passo per un vero processo di evangelizzazione. Il carisma del beato Giuseppe Allamano ci invita ad accompagnare questi popoli in unità di intenti. Nel silenzio di chi non ha voce, possiamo imparare nuove parole per la vita. 

* Thomas Ishengoma e Juan José Olivarez sono missionari della Consolata in Argentina; Diana Sosa è insegnante

 

La nomina di Francia Márquez come vicepresidente della Colombia rappresenta un momento importante per il popolo afrodiscendente del paese e di tutto il continente. Francia è la prima donna di colore a diventare vicepresidente del suo Paese, la seconda in America Latina e la terza nel continente dopo Epsy Alejandra Campbell Barr, in Costa Rica, e Kamala Devi Harris, negli Stati Uniti. Pochi giorni dopo l’ingresso ufficiale del nuovo esecutivo, che si è tenuto a Bogotà il 7 agosto, Francia è stata protagonista di un nuovo ingresso, più di carattere culturale, nel quale ha ricevuto il bastone che rappresenta l’autorità ancestrale afro americana.

Il luogo di questa celebrazione è stato il centro sportivo municipale del municipio di Suárez (al sud occidente del paese, nella regione del Cauca), luogo dove è nata la nuova vicepresidente colombiana. Erano presenti diversi sindaci dei comuni vicini, il governatore della provincia e delegazioni di organizzazioni sociali, indigena, afro e contadine oltre che parenti e amici.

Al centro dell’arena del campo sportivo era stata preparata la Mandala, lo spazio sacro e il luogo della spiritualità: un cerchio fatto di semi di riso, mais e fagioli, che rappresentava  Mesoamerica; le lenticchie come simbolo di prosperità dell'universo arabo; il sale come simbolo di incorruttibilità e buon governo. Nella parte centrale della Mandala tutta la frutta che rappresenta la ricchezza di questa terra: avocado, pannocchie, papaie, arance, zapote, frutti della passione, banane e platani e un grande tamburo, un Yembé, simbolo di tutti i tamburi e del legame ancestrale con l'Africa. Su di lui un vaso di terracotta che ricordava le parole di San Paolo: “abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2 Cor 4,7).

Padre Venanzio Mwangi, Missionario della Consolata e delegato della Pastorale Afro dell’Archidiocesi di Cali, accompagnato da diversi agenti pastorali, ha presieduto questo momento di spiritualità.

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padre Venancio benedice Francia Márquez

Dopo aver introdotto solennemente Francia Márquez al centro del Mandala, Padre Venancio ha spiegato che quest’atto è un atto simbolico, spirituale e ancestrale nel quale si vuole evocare la memoria delle eroine e degli eroi che hanno attraversato la storia e il dolore del popolo afro: Wiwa, Benkos Biojó, Juan José Nieto, la guerriera Casilda Cundumí, Nelson Mandela. 

Ha poi ricordato una frase che appartiene alla saggezza africana: "Io sono perché noi siamo". Nel ruolo protagonista di Francia Márquez sono comprese persone, terra, acqua, aria, fuoco, vento e memoria. “Oggi siamo ciò che siamo grazie alla lotta e alla resistenza dei nostri antenati, che si incarnano nella persona di Francia”.

Nel rituale si è ringraziato l'Essere Supremo, il Datore di vita, e al popolo che ha visto crescere Francia Márquez. Si è chiesto alla Madre Terra di ascoltare il grido di un popolo con troppi "solchi di dolore", lei è testimone privilegiata di tanto spargimento di sangue, lei stessa è vittima quando viene disboscata e destabilizzata a beneficio di pochi. 

Per mezzo di questo rituale sono stati compiuti i primi passi per guarire e riconciliarsi con la natura ferita e si è chiesto di dare alla vicepresidente la forza per "curare altre ferite e per aprire strade di libertà per tutti i popoli".

L'acqua del fiume Ovejas, che attraversa il villaggio di Yolombó dove Francia Márquez è nata e cresciuta, è stata versata a terra come offerta di pace e impegno e lo stesso è stato fatto con semi provenienti da vari luoghi della regione.

Per concludere, al suono di tutti i tamburi presenti, è stato consegnato alla Vicepresidente un bastone come simbolo dell’autorità ottenuta. Intagliata nel legno, nella parte superiore,  una figura di una donna con una grande treccia che porta incrostati semi di senape. La figura femminile è seduta su un trono, che è raffigurato da uno sgabello di origine africana. che si appoggia a sua volta su una canoa carica di grani d'oro e dipinta con i colori del panafricanismo. Sotto la barca un tamburo che rappresenta la voce di chi non ha voce, e più in basso un “chumbe”, tessuto caratteristico dei popoli indigeni, che rappresenta la storia di tutti loro tutti i popoli originari alla ricerca della solidità e armonia. Nell’estremo inferiore c'è una gonna che rivela i piedi di una camminatrice.

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I semi di senape, incastonati nella parte superiore del bastone, sono un primo riferimento biblico, che descrive il Regno di Dio: piccolo ma è chiamato a crescere per dare rifugio a tutti gli uccelli del cielo (cfr. Mt 13,32). Sull’altro estremo, i piedi della camminatrice ricordano il profeta Isaia: "è bello vedere i piedi del Messaggero di pace che scendono dalla montagna" (52,7). Padre Venancio ha unto il bastone con olio e lo ha consacrato come segno di protezione e saggezza, affinché il vicepresidente sappia guidare la Colombia sui sentieri della pace.

L'evento è culminato con lo slogan "finché la dignità non diventerà una consuetudine", così sia!

Traccia di lavoro per l’Assemblea Plenaria
Roma, Pontificio Consiglio della Cultura, 4 – 7 febbraio 2015

Premessa

«Sono convinta che la specie ‘umana’ si sviluppa come specie doppia ‘uomo’ e ‘donna’; che l’essenza dell’essere umano, cui non deve mancare alcun tratto, sia nell’uno che nell’altra si manifesta in un duplice modo; e che l’intera struttura dell’essenza mette in evidenza questa specifica impronta» (Edith Stein, La donna. Questioni e riflessioni, Roma 2010, pp. 227–228).

Il lavoro della Plenaria, con il contributo prezioso dei Membri e Consultori, attraverso quattro tappe tematiche, cercherà di cogliere alcuni aspetti delle culture femminili per individuare dei possibili percorsi pastorali, affinché le comunità cristiane siano in grado di ascoltare e dialogare con la contemporaneità anche su questo ambito. L’espressione “culture femminili” non significa dividerle da quelle maschili, ma manifesta la consapevolezza che esiste uno “sguardo” sul mondo e su tutto ciò che ci circonda, sulla vita e sull’esperienza, che è proprio delle donne. Tendenzialmente presente nel tessuto di tutte le culture e le società, possiamo cogliere questa singolare prospettiva nella famiglia e nel lavoro, nella politica e nell’economia, nello studio e nelle situazioni decisionali, nella comunicazione e nella letteratura, nell’arte e nello sport, nella moda e nella cucina, ecc. Questo testo, elaborato da un gruppo di donne alla luce delle considerazioni pastorali inviateci dai Membri e Consultori, ci guiderà nelle riflessioni.

All’alba della storia umana, le società dividevano ruoli e funzioni tra maschio e femmina in modo rigoroso. Ai maschi spettava la responsabilità, l’autorità e la presenza nella sfera pubblica: la legge, la politica, la guerra, il potere. Alle donne apparteneva la riproduzione, l’educazione, e la cura della specie umana nell’ambito

domestico. Nel mondo antico europeo, nelle comunità del continente africano, in civiltà antichissime come quelle sviluppatesi nell’ “universo” asiatico, le donne, dunque, esercitavano i propri talenti nell’ambito della famiglia e delle relazioni personali, mentre non frequentavano la sfera pubblica, o ne erano escluse. Le regine e le imperatrici ricordate nei libri di storia sono notevoli eccezioni alla regola.

Dalla metà dell’Ottocento in poi, soprattutto in Occidente, sono rimesse in discussione sia la divisione tra “spazi” maschili e femminili, sia la sua normalità. Le donne rivendicano uguaglianza; non accettano più il ruolo di deuxième sexe, ma stessi diritti, come il diritto di voto, l’accesso all’istruzione superiore e alle professioni. Così, la strada è aperta verso la parità tra i sessi.

Questo passaggio non è stato e non è privo di difficoltà. Infatti, nel passato (ma solo nel passato?) le donne hanno dovuto lottare per poter esercitare professioni o assumere ruoli decisionali che apparivano esclusivamente destinati alla parte maschile. Così, gli ambiti di riflessione si estendono in modo planetario nelle differenti culture, si trasformano e si presentano con sfumature diverse, talvolta intrecciandosi anche con movimenti politici e fortemente ideologizzati. In questo orizzonte globalizzato e fortemente dialettico l’esigenza di trovare delle risposte diventa sempre più urgente. La nostra Plenaria è impegnata a cogliere e comprendere la specificità femminile nel considerare temi come funzione, ruolo, dignità, uguaglianza, identità, libertà, violenza, economia, politica, potere, autonomia ecc. 


 TEMA I. Tra uguaglianza e differenza: alla ricerca di un equilibrio

Vi sono delle differenze

Oggi, generalmente parlando, le donne cercano forme di conciliazione tra la vita professionale e gli impegni familiari. Possono rinunciare alla maternità ma, se hanno figli, non evitano l’impegno di allevarli, educarli e proteggerli. Se non sono sposate e non hanno figli, le donne, in ogni modo, accolgono, includono, si adoperano per la mediazione, sono capaci di tenerezza e di perdono molto più degli uomini. Oltre al diverso modo di essere genitori, vi è una differenza tra femminile e maschile nelle tecniche di risoluzione dei problemi, nella percezione dell’ambiente, nei modelli di rappresentazione e cicli di riposo, per citare solo alcune categorie. Cancellare le differenze significa impoverire l’esperienza personale. In questo senso è giusto non accettare una neutralità imposta ma valorizzare la differenza.

L’onda ugualitaria, però, è continua, tocca tutti gli ambiti della vita sociale e quasi tutte le istituzioni umane e le culture. È così forte che, negli ultimi anni, in Occidente, si è giunti ad affermare che non esista alcuna differenza: il soggetto è neutro, sceglie e costruisce da sé la propria identità; è proprietario di sé e risponde in primo luogo a se stesso. Tuttavia, nel rivendicare parità, raramente le donne rinunciano alla propria differenza. Un esempio tratto dalla realtà può illustrare molto bene l’affermazione. Il coordinatore di una conferenza internazionale presenta il primo relatore: è Michelle, nata 65 anni fa in un paese europeo; in patria, è stata una delle prime donne a laurearsi in fisica e la prima donna Rettore di Università; da alcuni anni è presidente di una delle più importanti associazioni accademiche europee; il coordinatore le chiede quale dei tanti titoli che ha conseguito preferisca; la risposta di Michelle è: il titolo che preferisco è “nonna “ e vorrei farlo più spesso di quanto riesca. Anche se Michelle non può fare la nonna quanto vorrebbe, questo “titolo” fa parte integrante della sua identità di persona e le permette di auto– definirsi. L’interrogativo, allusivamente pungente, che rimane sotteso all’esempio citato è: la medesima situazione, con protagonista maschile, avrebbe avuto la stessa risposta?

Uguali e diverse, insieme?

In una modernità dove il lavoro è la via maestra e la più solida per evitare la povertà e l’esclusione, le donne chiedono lavoro, talvolta anche una carriera, e il riconoscimento di questo impegno in termini di status e di denaro pari agli uomini. 

Reclamano spazio nella sfera pubblica uguale a quello concesso agli uomini. Domandano di essere considerate persone nella propria interezza, non solo subalterne. Moltissimi paesi del mondo hanno addirittura modificato i propri sistemi giuridici per riconoscere l’equilibrio e la condivisione delle responsabilità tra moglie e marito, madre e padre.

All’inizio del terzo millennio la soggettività femminile tendenzialmente si esprime nell’armonia tra questi due punti. Nel mondo esistono molte culture femminili ognuna delle quali, con modi, forme e tempi propri, è impegnata nell’individuare una proporzione, anche per evitare due estremi rischiosi di questo processo: l’uniformità, da un lato e, dall’altro, l’emarginazione. La differenza e l’uguaglianza delle donne non è contro, ma con, perché l’esperienza storica della condizione femminile ha insegnato alle donne che la neutralità è in realtà una forma di dispotismo, e ci fa uscire dall’umano.

  • La differenza (tra uomo e donna) ha generato una radicale disuguaglianza. Dove cercarne le radici: nell’antropologia culturale? Nella detenzione del potere, saldamente nelle mani di chi (uomini) è tradizionalmente riconosciuto più abile nel comando?
  • La questione di “genere” (gender), può essere legata, in qualche maniera, a questa visione “disuguale” tra uomo e donna, da cui deriva la pretesa di crearsi una identità “culturale”? Può esserci qualche nesso soprattutto a livello di tensioni sociali?
  • Le categorie della “reciprocità” e della “complementarietà” possono essere una chiave di lettura e un possibile percorso di vita, oppure si devono individuare altre categorie?
  • L’uguaglianza come persone umane necessita della differenza per dare pienezza alla Parola di Dio che crea: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza ... E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,26–27). Quale linguaggio usare, oggi, per rendere comprensibile questa Parola alle persone? La narrazione biblica conserva ancora un’intrinseca forza argomentativa?  

 

TEMA II. La “generatività” come codice simbolico

Le numerosissime indagini di carattere etico prima ancora che giuridico ci hanno convinto che il tema della generatività sia uno dei più dibattuti e controversi nell’attuale orizzonte culturale, sociale e politico dell’Occidente, ma non solo (basti pensare a questioni come maternità surrogata, utero in affitto, fecondazione medicalmente assistita omologa ed eterologa, ecc.). Da questa consapevolezza è maturata la scelta di leggere la categoria in chiave simbolica, evitando la complessità di una lettura sociologica, giuridica e bioetica che avrebbe richiesto ben altra analisi e tempi molto più lunghi per la ricerca e il confronto.

Ricorrendo a qualche semplificazione, possiamo affermare che un percorso generativo si divide in quattro momenti: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura e, infine, lasciar andare. Dunque, una generatività che, in quanto atto antropologico originario e come codice simbolico, si manifesta anche negli spazi pedagogici (educazione alla fede, attività pastorale, formazione scolastica), nel dare vita a strutture sociali, culturali ed economiche ispiratrici di valori, idee, principi e prassi orientati al bene comune, allo sviluppo integrale dell’uomo e all’impegno solidale.

Punto di partenza di ciascun essere umano

La generatività ruota, imprescindibilmente, intorno ai corpi delle donne. È l’universo femminile, infatti, che – per una predisposizione naturale, spontanea, si potrebbe dire bio-fisiologica – da sempre, custodisce, conserva, accudisce, sostiene, crea attenzione, consenso e cura intorno a colui che viene concepito, si sviluppa, nasce e deve crescere. La fisicità delle donne – che rende il mondo vivo, longevo, capace di estendersi – nel grembo materno trova la sua massima espressione. Il corpo della donna è il punto di partenza di ciascun essere umano, la fonte prima della risposta all’angoscia di morte. Nel corpo della donna ha luogo la vita prenatale: essa ha un valore e un’importanza fondamentale perché lascia un’impronta iniziale nel corpo e nel cervello in formazione del bambino.

Far venire al mondo un essere umano, dunque, è molto più che generarlo o partorirlo, implica aiutarlo a sviluppare il proprio potenziale per realizzarsi e vivere una vita piena, in cui le crisi e le difficoltà possano essere affrontate con risorse intra e inter personali. In questo orizzonte generativo, la mens (le neuroscienze insegnano) emerge dalle attività del cervello le cui strutture e funzioni sono direttamente influenzate dalle esperienze interpersonali, a partire dalla vita prenatale. Si tratta di un processo biologico, quello dell’integrazione, che viene stimolato da relazioni fondate sulla sicurezza, l’empatia, la sintonizzazione emotiva, la cooperazione e la comprensione.

Altri contesti della “libertà generativa”

Così, poiché ogni relazione ha un impatto sul cervello e la mente, la generatività si può esprimere in ogni relazione, in ogni momento della vita, declinandosi in molte forme. Allora, promuovendo la vita buona, di fatto si diventa generativi, imprimendo la propria firma nell’esistenza di coloro che ci sono affidati. Questo può avvenire in molteplici contesti, dalla famiglia ai luoghi dell’educazione, della cura, dell’informazione e alle aziende. Donne imprenditrici e manager, ad es., che coltivano processi gestionali fondati sul rispetto, l’accoglienza, la valorizzazione delle differenze e delle competenze, generano e proteggono la vita esprimendo fecondità. Tali processi sono alla base di un futuro pienamente umano, baluardo contro una involuzione della specie umana, rischio possibile laddove si coltivino in modo disarmonico le logiche della competizione e del potere.

  • Il primo contatto col mondo e il primo sguardo sulla vita ogni essere umano li riceve al femminile. C’è un sufficiente riconoscimento del valore delle donne in questo segmento imprescindibile della vita umana?
  • Il ruolo centrale delle donne che accompagnano verso la pienezza dell’umano è riconosciuto nelle società e anche nella Chiesa a tutte le latitudini?
  • Il «lavoro di cura» è ancora ritenuto una “questione di donne” (angeli del focolare)? Viene riconosciuto anche economicamente? Come traduciamo questa espressione a livello sociale? E nella Chiesa?
  • La nascita di nuovi modalità e spazi generativi (relazioni, amicizie, sostegno, solidarietà, condivisione, ecc.) può essere facilitata anche dalla rete virtuale. Quale spazio trovano le donne, nel mondo delle comunicazioni sociali, per esprimersi?

 

TEMA III. Il corpo femminile: tra cultura e biologia

Il corpo femminile

Il corpo per la donna – come per altro accade anche nell’esperienza maschile – rappresenta, in senso culturale e biologico, simbolico e naturale, il luogo della propria identità. Esso è soggetto, mezzo, spazio dello sviluppo e dell’espressione dell’io, luogo di convergenza di razionalità, psicologia, immaginazione, funzionalità naturali e tensioni ideali. Il corpo femminile, dunque, si pone quale filtro di comunicazione con l’altro, in uno scambio, continuo e inevitabile, tra individuo e contesto. Così l’identità femminile si trova ad essere il punto di convergenza delle fragilità quotidiane, delle vulnerabilità, della mutabilità, del molteplice, tra vita emotiva interiore e fisicità esteriore.

La chirurgia estetica può essere inquadrata come una tra le tante possibili manipolazioni del corpo che ne esplorano i limiti rispetto al concetto di identità. Una specificità che nel mondo contemporaneo è sottoposta a pressioni fino al punto da

provocare patologie (dismorfofobia, disturbi alimentari, depressione...) o “amputare” le possibilità espressive del volto umano così connesse con le capacità empatiche. La chirurgia estetica, quando non è medico-terapeutica, può dunque esprimere aggressione all’identità femminile, mostrando il rifiuto del proprio corpo in quanto rifiuto della “stagione” che si sta vivendo.

Se dunque il corpo è il “luogo di verità” dell’io femminile, nell’imprescindibile intreccio tra cultura e biologia, esso è anche il luogo del “tradimento” di questa verità. L’uso indiscriminato e indifferenziato che la comunicazione, in tutte le sue declinazioni, dalla pubblicità (allusione sessuale e svilimento del ruolo) ai media, ha operato del corpo femminile, ne è un esempio incontestabile. Nessuna battaglia politica o sociale è riuscita a scardinare un meccanismo così profondamente radicato quale quello dello sfruttamento del corpo femminile a fini commerciali.

L’aggressione del corpo della donna

Secondo le stime dell’Onu, al mondo, più del 70 per cento delle persone che vivono nell’indigenza, sono donne: donne povere, incolte, in condizioni di sfruttamento, di pericolo, di sudditanza, di difficoltà, cioè in situazioni che limitano profondamente le loro possibilità di conoscenza, informazione, emancipazione e liberazione; donne menomate dalla depressione che le rende imbelli, prive di coraggio, asservite agli uomini; donne che accettano una loro presunta inferiorità e che sono condizionate dalle consuetudini culturali delle società nelle quali vivono. Quindi, la povertà è sia causa sia conseguenza della violenza sulle donne.

In uno scenario simile, il corpo delle donne può divenire luogo simbolico del “nulla”, dell’essere “oggetto”, attraverso il nascondimento, la mutilazione e la costrizione del corpo, fino ad arrivare all’eliminazione di ogni soggettività, di qualunque espressione di vita e di pensiero. In questo senso la prostituzione può essere considerata la più diffusa forma di “schiavitù”, anche nelle società civili e democratiche. Quando si parla della violenza perpetuata sulle donne – a cominciare dalle bambine – si parla, anche e soprattutto, della violazione dei principi e dei valori sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e dai successivi atti nazionali ed internazionali in difesa e a tutela dei diritti umani (che evocano immediatamente il comando biblico di non opprimere l’orfano e la vedova (cf Es. 22,21). Se è vero, infatti, che tutti gli individui godono di uguali diritti in quanto esseri umani, nessun alibi – sia esso culturale o sociale – dovrebbe mai essere impiegato per legittimare, minimizzare o addirittura tollerare la violenza di genere. Ma questo accade ancora oggi in considerazione dal fatto che, proprio nella discriminazione e negli stereotipi legati ai ruoli, la violenza sulle donne affonda le sue radici più profonde.

Il femminicidio è l’omicidio della donna “in quanto donna”, per impadronirsi di qualcosa che viene ritenuto un diritto esclusivo, ricorrendo all’umiliazione e alla violenza, sia fisica sia psicologica. Così, l’aborto selettivo, l’infanticidio, le mutilazioni genitali, i delitti d’onore, i matrimoni obbligati, il traffico delle donne, le molestie sessuali, gli stupri – che in alcune zone del mondo diventano perfino di massa ed etnici – sono alcune tra le ferite più profonde quotidianamente inflitte all’anima del mondo, passando per il corpo delle donne e delle bambine, rese vittime silenziose e invisibili. Va potenziata, allora, la formazione di quanti vivono a stretto contatto con la violenza, ma va anche promossa una cultura della convivenza tra donne e uomini, nella consapevolezza che il mondo è affidato alle une e agli altri in egual misura.

La «violenza domestica» – quella inflitta dagli uomini di casa, anche padri o fratelli – è la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni. La fredda statistica ci pone due domande: Perché una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato, spesso compagni o ex compagni di anni di vita, padri di figli cresciuti insieme? Perché una donna al primo spintone, o anche alle prime parole selvagge, non allontana da sé per sempre l’uomo che la minaccia, brucia l’amore coniugale, lo stravolge, lo profana fino all’estremo? 

  • “La chirurgia estetica è come un burqa di carne”. Questa la definizione molto pertinente, anche se sferzante, data da una donna. Lasciata la libertà di scelta a tutti, non è che siamo sotto il giogo culturale del modello femminile unico? Pensiamo alle donne usate nella pubblicità e nella comunicazione di massa?
  • Da generatori di vita a produttori? L’orizzonte scientifico ci interpella: lo scenario del generare a prescindere dal corpo, soprattutto femminile, la chiamata all’esistenza di un essere umano avulsa dalla relazione dei genitori prima e tra la madre e il figlio poi non significa andare verso la deriva di un corpo–produttore e non più generatore? Possiamo trascurare la sofisticata interazione tra cultura, biologia e tecnologia?
  • Il corpo esprime l’essere di una persona, più che una dimensione estetica fine a se stessa: come evitare un approccio puramente funzionale (seduttività, mercificazione, uso a fini di marketing) al corpo delle donne? 

 

TEMA IV. “Le donne e la religione: fuga o nuove forme di partecipazione alla vita della Chiesa?”.

Dalle donne emergono domande sofferte e sincere. Cerchiamo di ascoltare il loro disagio plurale di fronte a una iconografia femminile un po’ obsoleta nella quale fanno fatica a rispecchiarsi e riconoscersi. Potremmo aprire questa ultima sessione di lavoro con una serie di interrogativi: quale annuncio kerigmatico per le donne, che non sia confinato in una visione moralistica? Quali indicazioni per una rinnovata prassi pastorale, per un cammino vocazionale verso il matrimonio e la famiglia, verso la consacrazione religiosa, in considerazione della nuova coscienza di sé che le donne hanno acquisito? Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del loro corpo, dell’amore fisico, ai problemi della maternità responsabile? Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? Nella prassi pastorale, perché attribuire alla donna solo quei compiti che uno schema, forse, un po’ irrigidito da residui ideologici e ancestrali le attribuisce?

Ieri. «Ma viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora nella quale la donna acquista nella società una influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo, in un momento in cui l’umanità conosce una così grande trasformazione, che le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere» (Messaggio del Concilio alle donne). E ancora: «[Uomini e donne] apportino la ricchezza del proprio dinamismo alla costruzione del mondo», perché «oggi è urgente, sia nella società civile che nella Chiesa, un lavoro di risveglio e di promozione femminile. Si tratta di proteggere la dignità della donna, rispettando sempre ciò che è genuinamente femminile (è questa la vera uguaglianza), ed evitando che la donna, nel suo sforzo legittimo per far riconoscere la sua uguaglianza di dignità con l’uomo, nello sforzo per inserirsi responsabilmente in una società marcatamente maschilista, perda la sua femminilità. Nel rispetto di questa originalità della donna si basa il vero sviluppo della posizione femminile» (Commissione di Studio sulla donna nella società e nella Chiesa). Attraverso questa concisa evocazione del Concilio Vaticano II e del lavoro della Commissione succitata, chiudiamo il nostro sguardo al recente passato, che tutti ricordiamo.

Oggi. Lo sguardo al presente ci fa correre il rischio della retorica o dei luoghi comuni. Sono le donne le prime che hanno creduto, sono loro le prime testimoni. Ed è proprio a loro, alle mamme e alle nonne in primis, che Papa Francesco ha chiesto di continuare a portare l’annuncio di speranza e di risurrezione. Le donne, infatti, rappresentano da sempre per la Chiesa una sorta di fortezza silenziosa della fede, a loro è da sempre demandato il compito di educare i bambini alla vita da credenti. Un esercito di maestre, catechiste, mamme e nonne che però a ben guardare la realtà della Chiesa di oggi sono figure che sembrano appartenere a un piccolo mondo antico che va sempre più scomparendo. Infatti, è proprio a partire dalle giovani che la crisi sta prendendo piede. In occidente, le donne che hanno tra i 20 e i 50 anni vanno di meno a Messa, scelgono di meno il matrimonio religioso, pochissime ancora seguono una vocazione religiosa, e più in generale esprimono una certa diffidenza verso la capacità formativa degli uomini di religione. Che cosa non funziona, oggi, dal momento che l’immagine di donna che gli uomini di Chiesa in genere conservano non corrisponde più alla realtà? Oggi le donne non trascorrono più i pomeriggi a recitare il rosario o a prendere parte alle varie pratiche religiose, sono spesso donne lavoratrici, non di rado top manager impegnate quanto e più degli uomini, perché molte volte su di loro ricade anche la cura della famiglia. Sono donne che hanno raggiunto, magari con fatica, posti di prestigio all’interno della società e del mondo del lavoro a cui non corrisponde alcun ruolo decisionale e di responsabilità all’interno della comunità ecclesiale. Non si discute qui di sacerdozio femminile che peraltro, stando alle statistiche interessa pochissimo le donne. Se, come dice Papa Francesco, le donne hanno un ruolo centrale nel Cristianesimo, questo ruolo deve trovare una corrispondenza anche nella vita ordinaria della Chiesa.

Uno sguardo al futuro. Il terreno, si sa, è minato da pregiudizi e arroccamenti su posizioni ancestrali e alimentate con il combustibile della tradizione e di un eccesso di presenza maschile spesso refrattaria a qualsiasi confronto. Non è più il tempo di un automatico incasellamento di ogni richiesta femminile nel grande contenitore del femminismo, nel quale convivono spesso rivendicazioni più o meno condivisibili. Ogni epoca storica è segnata da conflitti e aspettative, che oggi ci rivelano inderogabile la complementarietà tra uomo e donna. Un terreno difficile da arare ma che darebbe frutti in abbondanza, anche alla stessa Chiesa.

Non si tratta di attuare una rivoluzione contro la tradizione. In altri termini le voci femminili del buon senso non pensano e non vogliono strappare vesti e poltrone agli uomini, attuando un ribaltamento di potere tra i sessi né, tantomeno, indossare qualche berretta color porpora, a scapito del riconoscimento delle donne con tutte le loro peculiarità femminili. L’obiettivo realistico potrebbe essere quello di aprire alle donne le porte della Chiesa affinché offrano il loro contributo in termini di competenze ma anche di sensibilità, intuito, passione e dedizione, nella piena collaborazione e integrazione con la componente maschile.

  • Quali spazi vengono proposti alle donne nella vita della Chiesa? Le accogliamo tenendo conto delle specifiche e mutate sensibilità culturali, sociali e di identità? Forse, proponiamo modalità di partecipazione a partire da schemi maschili che a loro non interessano?
  • Ci siamo mai chiesti quale tipo di donna è necessario alla Chiesa oggi? La loro partecipazione la pensiamo e la elaboriamo insieme con loro? Oppure consegniamo dei modelli preconfezionati, che non incontrano le loro aspettative o rispondono a interrogativi ormai superati?
  • Le donne fuggono dalla Chiesa? Forse in alcune aree culturali questo è vero, altre zone geografiche potrebbero suggerire elementi preziosi da proporre e nuovi orizzonti verso cui volgere lo sguardo. Il dibattito pastorale tra esperienze diverse, in cui le donne hanno la possibilità di far sentire la loro voce e di offrire la loro disponibilità al servizio, non potrebbe diventare una modalità “sinodale” di vivere la fede e di “abitare” nella Chiesa?

Quali sono le caratteristiche della presenza delle donne nelle diverse società e culture, da cui potremmo trarre ispirazione per un rinnovamento della pastorale così da consentire una loro più attiva partecipazione alla vita della Chiesa?

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