In questa pubblicazione portiamo alla vostra attenzione alcune testimonianze sull'influsso del cardinal Guglielmo Massaia (1809 - 1889) sull'Allamano inclusa la fondazione dell'Istituto.

INFLUSSO DEL CARD. MASSAIA SULL'ALLAMANO

Testimonianza di P. Lorenzo Sales

Il P. Lorenzo Sales, nei suoi appunti in preparazione alla deposizione in tribunale, scrive alcune interessanti espressioni al riguardo, facendo notare che la figura del Massaia influì sull'Allamano fin da quando era chierico in seminario:

«1. Un altro fatto che sta a provare come fin d'allora fosse vivo in lui lo spirito missionario… e come Iddio l'andava preparando a quello che voleva da lui.

2 . Alludo al fatto, da lui stesso attestatomi, che fin dai primi anni di seminario s'era provveduto e aveva letto con vera passione l'Opera del Card. Massaia: I miei 35 anni di Missione: opera che poi conservò, passandola poi all'Istituto [esiste nella biblioteca generale di Torino].

3 . La lettura degli scritti del Massaia lasciò nel suo spirito un'impressione profonda e incancellabile:

- di AMMIRAZIONE per il Massaia (più tardi e a più riprese egli stesso esorterà i Padri Cappuccini a non lasciar perdere la memoria ma a introdurre la causa di beatificazione).

- di RINCRESCIMENTO per il fatto che, dopo l'espulsione del Massaia, il campo d'apostolato che aveva raccolto i suoi sudori e così ricco di speranze per la Chiesa, fosse stato definitivamente abbandonato (Più tardi egli insisterà presso presso i Padri Cappuccini perché vi ritornino).

4. Che anzi, in questo fatto noi possiamo scorgere uno dei moventi prossimi della fondazione dell'Istituto: il desiderio cioè di non lasciar perire il frutto delle fatiche del Massaia.

- Lo prova il fatto che il prima campo d'apostolato richiesto dall'Allamano a P. F. è precisamente quello del Massaia; e che pur non avendo allora potuto mandare i suoi Missionari per ragioni politiche, non si diede pace, finché più tardi vi riuscì» (P. L. Sales, Appunti dattiloscritti…, non datati, Archivio generale IMC).

L'ALLAMANO E IL CARD. MASSAIA

Conferenza di P. F. Pavese a Bravetta, 21 maggio 2010

La figura del grande apostolo card. Guglielmo Massaia (1809-1889), da Piovà (AT), paese vicino a Castelnuovo, ha avuto un notevole influsso sull'ideale missionario del nostro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano. Merita dire qualcosa sul rapporto tra i due, perché ha importanza per la nascita e lo spirito missionario del nostro Istituto.

Come si sono incontrati

20240212AllamanoIl Massaia era di 42 anni più anziano dell'Allamano. Essi hanno percorso strade diverse (uno Cappuccino e l'altro sacerdote diocesano). Si sono incontrati poche volte, ma l'influsso del Massaia sull'Allamano è stato forte.

Il primo incontro è avvenuto nel giugno del 1864, quando l'Allamano frequentava l'Oratorio di Don Bosco. Quell'incontro ha inciso profondamente nell'animo del giovane Allamano, se a 52 anni di distanza, l'ha ricordato nella deposizione durante il processo di beatificazione di Don Bosco: «Ho visto il Card. Massaia, quando era Vicario Apostolico dei Galla, venire all'Oratorio, ricevutovi con grande onore, accompagnato dal Can. Ortalda, Direttore dell'Opera della Propagazione delle Fede in Torino» (Deposizione al Processo apostolico, sessione 297 del 7 dicembre 196).

Un secondo incontro avvenne a Roma il 29 dicembre 1887, quando si è recato in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII. Nel suo diario l'Allamano annotava: «Visita a Mons. Iacobini, Segretario di Propaganda, Card. Simeoni Prefetto e Mons. Massaja». Di quale tema avrà parlato con il Massaia? È facile immaginarlo.

C'è di più. Il vero incontro tra i due riguarda la qualità della loro intesa. Si sa che gli scritti del Massaia contribuirono a far crescere nell'Allamano, fin dal tempo del seminario, l’amore alle missioni. Egli stesso «assicurò di avere letto con vera passione “I miei 35 anni di Missione”, opera che conservò sempre, passandola poi alla biblioteca dell’Istituto dei missionari», dove è attualmente conservata.

L'influsso concreto del Massaia nella fondazione dell'IMC

Stando ai documenti ufficiali, si deve partire dalla lettera dell'Allamano, del 6 aprile 1891 al p. Carlo Mancini, dei Missionari di S. Vincenzo de’ Paoli, suo interlocutore a Roma. L’Allamano faceva un primo passo, informandosi, per interposta persona, per conoscere il gradimento di Propaganda Fide per un nuovo Istituto Missionario e, in particolare, se avrebbe assegnato ad esso un territorio particolare proposto dall'Istituto stesso. Ecco le parole dell'Allamano: «Occorrerebbe fin d’ora sapere in qualche modo se la S. Congregazione di Propaganda Fide gradirebbe questo tentativo, e se mi vorrà assegnare la regione che ho preso di mira come più opportuna per i soggetti di questo Istituto» (Lettere, I, 295). Poi continuava descrivendo il territorio, che era appunto quello del Kaffa, abitato dai Galla, evangelizzato dal Massaia (Cf. Lettere, I, 296).

20240212Massaia6Sappiamo che le difficoltà di entrare in Etiopia hanno consigliato di ripiegare temporaneamente nel Kenya, come trampolino per poi risalire verso il Kaffa. Più tardi, quando le circostanze sembravano favorevoli, l'Allamano si rivolse direttamente a Propaganda Fide, ritornando sulla richiesta dello stesso territorio. Ecco quanto scrisse al Card. Girolamo Gotti il 16 maggio 1912: «L'Istituto della Consolata per le Missioni Estere nell'intenzione del sottoscritto e dei suoi più insigni benefattori, si propose fin da suo nascere di ripigliar l'opera di evangelizzazione del compianto Card. Massaia nel Kaffa, fra quelle stesse popolazioni Galla ove fu più fruttuoso il suo mirabile apostolato. […]. Mosso da queste considerazioni sia sugli urgenti pericoli che, per la religione, minacciano le popolazioni a sud ovest dell’Abissinia, sia sulla quasi impossibilità in cui si trova il loro Vicario Apostolico di porvi riparo, […] il sottoscritto fa umile istanza perché di quella regione sia creata una distinta Prefettura Apostolica, e questa venga affidata all’Istituto della Consolata di Torino per le Missioni Estere» (Lettere, VI, 130, 135).

Questa è stata una domanda molto coraggiosa, che dimostra quanto all'Allamano stesse a cuore continuare l'opera del Massaia, che, in certo senso, sentiva come responsabilità propria. Domanda coraggiosa perché l'Allamano non aveva poi tutte le forze sufficienti per iniziare una tale impresa, se non sacrificando le opere già iniziate in Kenya. Ecco il suo commento alla comunità, durante la cerimonia della vestizione chiericale di un gruppo di allievi, il 1° ottobre 1913: «Si vede che il Signore benedice questo piccolo Seminario di missionari, che vuol bene al nostro Istituto, ed alle nostre Missioni. È aumentato il bisogno di missionari e Dio si prepara nuovi alunni. Non abbiamo ancora sufficienti confratelli nel vicariato del Kenya, […], ed ecco che il Santo Padre Pio X, che tanto ci ama, ci affidò in quest’anno una nuova missione molto più estesa della prima; come tutta l’Italia, il Kaffa» (Conf. IMC, I, 586).

Dalla storia conosciamo le difficoltà che dovette superare questa nuova missione, e che qui non riportiamo (Per la storia della Prefettura del Kaffa, e poi del Vicariato Apostolico di Gimma, cf. CRIPPA GIOVANNI, I Missionari della Consolata in Etiopia - Dalla Prefettura del Kaffa al Vicariato di Gimma (1913 – 1943), ed. Missioni Consolata, pp.751; BONA CANDIDO, La Fede e le Opere - Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, ed. Missioni Consolata, Torino 1989, pp. 70ss). Propaganda Fide, dunque, decise la creazione della nuova “Prefettura Apostolica del Kaffa”, affidandola all’Istituto dell’Allamano. Il p. Gaudenzio Barlassina, da dieci anni missionario in Kenya, fu nominato prefetto apostolico l’8 maggio 1913.

Qualche riflessione conclusiva

Dal Massaia certamente l'Allamano ha preso l'idea di evangelizzare quel particolare territorio. Leggendo però i suoi scritti, l'Allamano ha pure attinto la necessità che i missionari dovessero essere dotati di uno spirito energico, capace di adattarsi alle situazioni più ardue, sia di povertà che di lavoro e fatica.

Ecco alcune sue espressioni ai suoi giovani: «Un padre che è nel Gikuju da 2 anni è sempre stato impiegato nel caffè. Il Cardinal Massaia si rattoppava la roba e vaccinava, etc. Girolamo Emiliani per andar a far il Catechismo andava a tagliare il fieno; non bisogna aver paura di sporcarsi. Aver paura bisogna di non imparare abbastanza le arti, servire» (Conf. IMC, I, 493; cf. 306; cf. III, 465).

«Pensare che anche lavorando si giunge alla perfezione […]. Mons. Massaia diceva una volta: Queste scarpe me le son fatte io. Sicuro! Tutto è nobile, niente eccettuato... » (Conf. IMC, II, 807).

«È come in Africa, c'è sempre bisogno di pianete, ma il Signore provvede. Più aumentano le stazioni, più la provvidenza ci pensa a mandare. Tra tutti si fa tutto. Mons. Massaia quando ebbe da consacrare Mons. De Jacobis non aveva il Pastorale, e dovette usare una canna» (Conf. IMC, II, 232).

«S. Francesco Zaverio lavorava sempre, faceva di tutto, lavava persino la roba degli altri. Ed il Cardinal Massaia? Rappezzava persino le scarpe di corda di coloro che voleva evangelizzare, perché in quel momento stavano lì e lui ne approfittava per insegnare un po' di catechismo. Ed ha fatto anche altro, sapete, per catechizzare» (Conf. SMC, II, 629).

Una lettera edificante

Mons. F. Perlo, che era stato coinvolto in questo progetto dall’Allamano stesso, volle tentare una “spedizione esplorativa” con lo scopo di capire quali fossero i passi da fare e le vie migliori per entrare nel Kaffa. Organizzò una spedizione di tre missionari, con a capo p. Angelo Dal Canton che, «con un viaggio di oltre 700 km, di cui 200 senza traccia di acqua», come scrisse l'Allamano a Propaganda Fide (Cf. Lettere, VI, 666), entrasse in Etiopia dal sud, con la qualifica di “mercanti”, e si spingesse fino alla cittadina di Burgi. La spedizione, partita da Nyeri nel novembre del 1914, fallì avendo trovato difficoltà di ogni genere e, alla fine, i missionari furono imprigionati. Solo l’anno successivo vennero liberati e poterono fare ritorno in Kenya per la stessa via.

L’Allamano seguì con apprensione questo calvario dei suoi figli e chiese preghiere a quelli che erano in casa madre: «La cosa è più difficile di quanto si crede. […]. Siamo stati troppo tranquilli finora, credevamo che tutto fosse fatto. Cominciando da domani, diremo di nuovo la “Salve Regina”, finché riceveremo la notizia che sono entrati definitivamente nel Kaffa» (Conf. IMC, II, 247). In più, l’Allamano non era soddisfatto che i tre missionari della spedizione si fossero dovuti presentare come “mercanti”: «Finora i nostri laggiù si sono fatti passare come mercanti, ma ora voglio che entrino con la testa alta come missionari. I Lazzaristi ed i Cappuccini francesi sono entrati così, e perché gli italiani no?» (Conf. SMC, I, 153).

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Dal Canton venne imprigionato e, il 7 agosto 1915, scrisse all'Allamano questa lettera edificante: «Sono persuaso che le farà molto piacere avere nostre informazioni. Come vede le scrivo da Abara di Sidamo, dove sono tenuto prigioniero. Non importa però, sono prigioniero per una causa santa e in tutte le mie pene ho questo di conforto, il Crocifisso, l’unico oggetto caro che posseggo e che io tengo ben stretto al cuore. Non posso celebrare e questo è il mio dolore maggiore. La corona del Rosario e le giaculatorie sono le mie preghiere continue. Ho il mio breviario, ma anche questo lo posso solo dire a pezzi. Sono sempre sotto la veste di mercante e nessuno finora conosce il mio stato. Temono che io scappi e ho 4 soldati e 1 ufficiale che continuamente mi guardano. Che male ho fatto, qual delitto ho commesso? Io lo ignoro e neppure il capo che mi ha fatto prigioniero vuole dirmelo. Forse egli nei primi giorni ha fatto per intimorirmi e ottenere da me qualche centinaio di talleri. Ma io sono povero, e attualmente non tengo neppure un centesimo. Sono parecchi mesi che non ricevo posta né da Moyale, né da Addis Abeba. Se non fosse per la carità d’un armeno io sarei morto di fame. […].

Dei miei genitori e parenti è qualche anno che non so più niente, io prego sempre per loro e questa volta le includo una lettera. Se crede inviarla e scrivere anche lei a loro qualche parola di conforto mi farà una vera carità. Nel resto farà il Signore, perché la mia vita io l’ho donata a lui, a lui quindi devo prima servire con tutte le mie forze e talenti. Preghi sempre, o Padre, che non mi renda indegno delle grazie ricevute e che possa essere sempre degno figlio della Consolata. Con tutto l’affetto del cuore» (Lettere, VII, 148 – 154).

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