La lettera di saluto di Padre Stefano Camerlengo ai Missionari della Consolata alla fine del suo servizio come Superiore Generale

Come sono belli i piedi! «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”» (Is 52,7)

“Noi non dobbiamo avere la mania di possedere molti territori di missione, ma la preoccupazione di curarli molto!”. “Bisogna aver cura del buon nome dell’Istituto e dei suoi membri, facendo attenzione alle singole persone dei missionari come figli in casa propria e a proprio agio!” (Beato Giuseppe Allamano).

Missionari carissimi, al termine del mio mandato al servizio dell’Istituto, vorrei ringraziare tutti e ciascuno di voi per il cammino vissuto assieme e chiedere perdono per quello che non sono riuscito ad essere e a fare, per quello di cui non mi sono preso cura, per quello che ho trascurato, e infine per il fratello che non ho saputo accompagnare e abbracciare.

È stata una grande grazia poter servire il mio Istituto che amo. Ho ricevuto molto di più di quanto abbia potuto dare. Posso, sinceramente e onestamente, affermare di aver cercato di vivere il mio servizio intensamente e il meno indegnamente possibile. Ce l’ho messa tutta e quello che non è andato bene... “non è dipeso da una mia cattiva volontà”.

Ora si apre una nuova pagina della mia vita e mi permetto di farmi pellegrino, lasciando il già conosciuto per avventurarmi lungo nuovi sentieri, accettando di diventare straniero non solo rispetto agli altri, ma addirittura nei confronti di me stesso, dei miei progetti e delle mie attese e ricerche. Sarà una condizione difficile da vivere, ma salutare, perché mi costringerà a sgomberare il cuore per renderlo più disponibile e ospitale verso le sorprese di Dio, della stessa vita e della missione.

Mi permetto di citare gli ingredienti che un antico pellegrino medievale individuava come necessari per il cammino verso Santiago di Compostela. Egli parlava di sette ingredienti o, meglio, di sei più uno, in quanto il settimo non era da considerare l’ultimo ingrediente, ma il mezzo che permetteva di vivere bene i primi sei. Ecco i sei ingredienti: la pazienza di chi non ha fretta, il silenzio, la solitudine, lo sforzo, la sobrietà, la gratuità. Il settimo ingrediente o, meglio, il “più uno” è la “bellezza” che deve dare significato e colore a tutti gli altri. Tutti i sei ingredienti devono guidare verso la bellezza. Dunque, una vita bella, una bella esperienza di Dio, una bella preghiera, un cammino bello, una missione bella...

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Anche il pellegrinaggio che mi accingo a intraprendere deve portare i colori dei sei ingredienti citati sopra. Voglio incamminarmi con la pazienza di chi adotta il ritmo del passo dopo passo, senza bruciare troppo in fretta le tappe da percorrere. Con il silenzio di chi si pone in ascolto non soltanto per comprendere, ma anche per accogliere, ospitare e custodire. Con la solitudine di chi non si chiude nel proprio individualismo egoistico e autoreferenziale, ma sa mettersi in gioco in prima persona, con responsabilità e coerenza. Con lo sforzo di chi sa impegnare con intelligenza e creatività le energie che ancora esistono, senza trattenere per se quanto è da condividere con gli altri. Con la sobrietà di chi sa discernere per comprendere qual è il passo da fare sul momento e impara a distinguere che cosa mettere nello zaino, perché necessario, e cosa invece è da lasciare a casa, per evitare di caricarsi di una zavorra inutile. Con la gratuità di chi non cerca se stesso, ma il bene dell’altro, e non mira ad altro guadagno o successo che non sia una gioia condivisa. Sia chiaro non si intende qui una gioia qualsiasi, ma la gioia del Regno, la gioia dell’Evangelo, la gioia di quella bella e buona notizia che è Gesù, la gioia della sua Pasqua, della sua salvezza e della sua missione.

Desidero vivere tutto questo colorandolo di bellezza. Di certo non una bellezza meramente estetica, ma una bellezza che sia armonia, equilibrio, coerenza e fedeltà. Non basta cercare il bene, ma occorre tendere verso un bene che sia bello, e dunque attraente, persuasivo, consolante e, soprattutto, che sia in grado di emanare una luce che al tempo stesso rischiari e riscaldi. Vorrei vivere questo nuovo itinerario guidato e sostenuto da quei sei ingredienti nella speranza di essere illuminato dal magnetismo della missione, che per noi è vita e vocazione.

Isaia proclama: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio!” (Is 52,7). Piedi stanchi e sofferenti per il lungo cammino, eppure piedi belli. Piedi belli perché disposti ad annunciare il perdono, la misericordia e la salvezza. Tali furono i piedi di Gesù. Tali sono i piedi di ogni vero pellegrino, che osa farsi straniero persino a stesso, per portare ad altri la pace.

Camminiamo nella vita per aprirci con fiducia e con sorpresa ad una missione che sia “nella testa, sulle labbra e nel cuore”, come ci ha insegnato il nostro amato Fondatore, il beato Giuseppe Allamano, e come l’hanno vissuta tutti i vari testimoni e la nostra cara Consolata, confidando sempre e senza tentennamenti perché...”il meglio deve ancora venire!”

Concludendo vorrei porgere il mio augurio più sincero e fraterno al nuovo Superiore Generale che la Provvidenza di Dio ci ha donato e con lui anche a tutta la sua squadra che lo Spirito Santo ha scelto per prendersi cura della famiglia del nostro Istituto. Più che alle difficoltà e ai problemi che ci sono, vi invito a guardare al bene, al vero e al buono, alla persona del missionario, alle comunità che accompagniamo, alla grandezza e profondità della missione che serviamo, al tanto amore, bontà e “generatività” che esiste. Essere Missionari della Consolata ci mette in condizione di “essere santi”! “Che il Signore rivolga il suo sguardo su di noi, ci mostri il suo volto e ci dia pace!"

A tutti e a ognuno: GRAZIE! CORAGGIO E AVANTI IN DOMINO! 

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Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (TERZA PARTE)

Tutte le sfide che abbiamo davanti, nuove o non più nuove, tutto ci parla dell’urgenza della formazione: se come Istituto vogliamo andare avanti dobbiamo metterci tutti in formazione, incluso a costo di chiudere le missioni. Se passa questo messaggio credo che potremmo dire di avere raggiunto un obbiettivo importante, forse il più importante.

Poi c’è anche un altro aspetto organizzativo che preoccupa ed è quello della economia. In questo campo è particolarmente importante il tema della responsabilità. È necessario capire con chiarezza che in missione non siamo andati a far soldi e che quelli che la provvidenza mette nelle nostre mani sono per la buona realizzazione della missione e non per altre cose.

Una parola per i giovani

Ho tante cose da dire ai giovani per l’affetto che ho per loro e riconoscendo la difficoltà di donarsi al Signore e alla missione nel momento attuale. Principalmente mi sento d’indicare TRE esigenze, percorsi e cammini che considero fondamentali per aiutare la persona a donarsi, l’Istituto ad avere un senso, la grande famiglia della Consolata una credibilità di vita e di testimonianza.

1. IL CAMMINO DI CONVERSIONE. La prima di queste urgenze è quella di un reale cammino di conversione, un andare avanti sulle tracce di Cristo, senza mai sentirsi pienamente arrivati. Prima di ogni missione, di ogni diaconia, prima delle opere, è necessario un ritorno a Dio, un cambiamento di vita, una conversione sempre in atto. Giorno  dopo giorno, dobbiamo essere disposti ad accettare la precarietà degli assetti rinnovando ogni giorno la decisione di amare l'altro senza reciprocità e incontrando gli uomini, gli ultimi, che si vogliono servire. Se un giovane entra in formazione e non si lascia convertire non ha futuro. Non si tratta semplicemente di una pia esortazione. Sulla piena disponibilità a questa conversione sta o cade la consacrazione alla missione. Vivere i voti è difficile. Piantiamola con il dire che nella vita consacrata e missionaria tutto è bello, quasi che non ci fosse un prezzo da pagare. Certe seduzioni creano facili entusiasmi che, alle prime difficoltà svaniscono come la neve al sole. La disponibilità all'azione dello Spirito Santo esige una lotta spirituale continua. Non ci può essere una consacrazione alla missione senza rinuncia, senza patire delle mancanze, senza soffrire. Per questo è fondamentale accogliere la conversione come una grazia, una purificazione, un cammino di vita. 

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2. LA PIENA UMANIZAZZIONE. Questo cammino di conversione dev'essere, però, accompagnato da una piena umanizzazione. Non dimentichiamolo mai: la consacrazione per la missione è vita umana, vissuta da persone che cercano di innestare la loro umanità nell'umanità di Gesù. È un innesto tutt'altro che semplice. Può avvenire solo attraverso un'arte del vivere, che esige spoliazione semplificazione, unificazione, ricerca di ciò che è essenziale per l'uomo d'oggi. 

Molto spesso, ciò che ostacola la realizzazione sia personale come comunitaria, è la scarsa qualità umana. Il vero problema di tante comunità è la carenza di umanità: si ha a che fare con esistenze vissute senza passione, senza convinzioni profonde, senza sensibilità, senza bellezza, senza libertà interiore. Ma senza libertà, si diventa schiavi. Bisogna avere il coraggio di dircelo e di dirlo ai giovani: o la nostra vita di consacrati per la missione è un cammino di umanizzazione, diversamente non riusciamo a viverla. Come la conversione, anche l'umanizzazione è un cammino faticoso che attraversa tutte le fasi della vita.

3. LA VITA FRATERNA ESSENZA DELLA CONSACRAZIONE PER LA MISSIONE. Sia il cammino di conversione che quello di una piena umanizzazione, non possono non tendere alla comunione. Proprio il celibato chiede di essere vissuto in una vita di comunione, li dove l'amore fraterno sa anche vivere di distanza, di discrezione, di sobrietà, il rispetto della libertà di ciascuno, una vita che già di per sé è una profezia in atto. La vita fraterna è il fine e la ragion d'essere degli stessi voti religiosi. Nella misura in cui vuole essere memoria reale e concreta della comunità vissuta da Gesù, la vita fraterna diventa il dono per eccellenza dello Spirito. Anche se questa comunione comporta il mettere in comune i propri beni, l'abitare e il pregare insieme, significa soprattutto lotta contro l'individualismo o contro una vita comune che obbedisce a regole mondane. Una vera vita di comunione è una vita strutturata e regolata e dev'essere pensata in primo luogo come servizio reciproco, dove la prima opera è amarci gli uni gli altri perché solo allora Dio dimora in noi. In questo modo saremo riconosciuti come discepoli di Gesù con la missione nel cuore!!!

Guardando a futuro

Proprio pensando al futuro, sarebbe opportuno, di tanto in tanto, guardare indietro, non dimenticando quel passo straordinariamente eloquente con cui Isaia si rivolge ai suoi figli (discepoli): «Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il suo volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui. Ecco, io e i figli che il Signore mi ha dato, siamo segni e presagi per Israele da parte del Signore degli eserciti, che abita sul monte Sion» (8,17-18). 

Non dobbiamo temere. Ogni comunità può essere segno e presagio. Anche se l’Istituto sarà ridotto ad un piccolo “resto”, continuiamo a non temere. Sempre Isaia ci assicura che se anche restasse soltanto un ceppo, perché l'albero è abbattuto e tutti i rami e anche il tronco sono a terra, quel ceppo, dice Isaia, è un “ceppo santo” che continuerà a gettare virgulti e sarà “seme santo” (6,13)». Come il Signore non è mai venuto meno alla sua fedeltà nel passato, così sarà anche nel futuro. Ecco, è questa la consolazione!

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La consolazione è utile anche per le nostre fragilità

Consolazione è fare i conti anche con le nostre fragilità e questo lo vediamo spesso quando ci avventuriamo nella missione. Ricordo un viaggio al nord dell'Argentina, nel periodo di Natale, che nell’emisfero sud è il periodo più caldo dell’anno e la temperatura era quasi insopportabile. Il viaggio era stato lunghissimo in parte perché l'Argentina è grande ma anche perché la strada era stata chiusa in più di una occasione da picchetti per qualche tipo di manifestazione.

Dopo ben 20 ore di viaggio ho raggiunto la parrocchia dove lavorava il padre Juan Domingo Varela e ci siamo preparati per celebrare il Natale in un villaggio chiamato “el pozo del tigre”. Sono venute sette persone in tutto; non c’erano nemmeno le suore che in quei giorni avevano la visita della superiora. Quando il giorno dopo sono andato a salutarle... nell’atrio della casa mi accolse una gigantografia di Ernesto Che Guevara.

Nella parrocchia vicina la nostra presenza è stata più utile perché il sacerdote incaricato della comunità non aveva celebrato la messa di Natale per andare a far festa con la sua famiglia. In cambio in quella chiesa abbiamo potuto contare con la presenza preziosa di una comunità di suore che giustamente a Natale ci hanno fatto cantare “tu scendi dalle stelle... e vieni in una grotta al freddo e al gelo!”.

Vorrei terminare questa mia riflessione con una riflessione di Marco Guzzi, tratto dal libro “Darsi pace”, titolato “Infinita consolazione”. Dice bene quello che ho vissuto o cercato di vivere in questi 18 anni di servizio all’Istituto.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno di consolazione, anzi di un’infinita consolazione.

Abbiamo sempre bisogno di essere consolati, confortati nella nostra sofferenza strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria giornata terrena. Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione. 

Tutto dovrebbe essere finalizzato a questo scopo: il lavoro, la sapienza, ogni forma di compassione e di amore, siano modi per consolare, per dire all’essere umano: tu hai un grande valore. Non temere, non sei solo, e questa scarpata ripida e dolorosa ti sta portando sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE

Custode non proprietario!

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (SECONDA PARTE)

In questi anni non ho mai voluto essere proprietario della missione o il classico superiore che domina. Invece ho voluto essere il custode di un vocazione che ci accomuna, di un carisma che ci fa fratelli, di una missione che ci spinge a sognare le stesse cose. C'è uno slogan che ho attaccato alla mia scrivania ed è li da anni: un aforisma di Bertolt Brecht e dice “ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”; solo chi non trova un comodo posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

La responsabilità 

Un'altra frase che mi ha accompagnato in questi anni l’avevo trovata in un libro di meditazioni. Diceva qualcosa di simile: "se per caso dalla vita dei missionari sparisse la parola amore oggi dobbiamo rimpiazzarla con responsabilità. Il nuovo nome dell'amore è la responsabilità. 

Su questo punto dobbiamo battere molto: molti problemi che abbiamo sono legati spesso a una mancanza di responsabilità e su questo mi è sembrato importante chiamare l’attenzione di tutti i missionari. Essere responsabili significa prendersi a cuore le cose che facciamo; rispondere delle comunità o degli impegni che sono stati a noi affidati. Non si tratta di far sentire uno colpevole o innocente ma di richiamare ciascuno alla propria responsabilità: non possiamo rinunciare a questo se vogliamo vivere la nostra vocazione da adulti e non da bambini.

Non fare ma essere missionari

Un altro aspetto importante è quello di spostare la nostra consacrazione dal fare all’essere. La nostra vita è sempre stata molto attiva ma non possiamo lasciarla agganciata al fare. In questi giorni, con il corso per i missionari anziani, uno psicologo diceva precisamente questo: il problema dell'età avanzata diventa tale se ci siamo agganciati troppo al fare e poco all'essere. Quando le forze non ci sono più allora i missionari entrano in crisi se sotto non c'è un essere consistente. Se invece è importante l'essere, anche se sei anziano, potrai sempre trasmettere qualcosa.

Le situazioni che mi hanno segnato

Ce ne sono davvero tante, provo a riassumerle citando tre esperienze che mi hanno marcato nella relazione con missionari, tre con le comunità e tre con l’Istituto in generale

1. Relazioni con i missionari

Una esperienza davvero forte fatta abbastanza recentemente è quella con l'ex padre Giuliano. Lui già un bel po’ di anni fa, in Venezuela, ha lasciato l'Istituto e messo su famiglia. Io tutte le volte che andavo in Venezuela lo cercavo. Poi proprio nel periodo più brutto di questo paese, con la crisi che si era aperta dopo la morte di Chávez, quando era diventato perfino difficile mettere qualcosa sotto i denti, mi arriva la notizia che Giuliano si era ammalato di un cancro all'esofago. In Venezuela, in quelle condizioni, era davvero destinato a morire. Mi è sembrato che non potevamo far finta di niente, lui era stato uno di noi, e allora l'ho fatto arrivare ad Alpignano dove è rimasto fino alla morte. Mi ha lasciato scritto delle cose molto belle, ha fatto veramente una esperienza mistica ad Alpignano. Poi abbiamo fatto venire anche le figlie quando era quasi alla fine; il cancro gli impediva di parlare ma scriveva ancora su un foglio. Alla fine è morto degnamente ed è stata per lui e anche per noi una esperienza di grande consolazione. Un caso analogo è stato quello del padre Giorgio, anche lui uscito tanti anni fa. Si era ridotto a vivere, cieco, in un appartamento da solo e così anche lui l'abbiamo portato ad Alpignano. 

Poi stiamo accompagnando un padre che ha abbandonato l’Istituto con 72 anni, dopo una esperienza che non era mai stata affrontata per più di venti o trent'anni e che faceva star male sia il padre che la comunità. Adesso sta bene, è contento, ma con settanta due anni e non lo possiamo lasciare solo e quindi anche lui dobbiamo accompagnare.

È parte della vita e del servizio che mi è stato affidato dalla comunità: stare vicini a missionari che vivono esperienza forti. Per ultimo il caso del padre Rocco che a Milano che stava lentamente morendo di cancro, in età ancora abbastanza giovane e che, fino a poco prima, era ancora nel pieno delle sue attività. Che difficile trovare le parole giuste per dire a un confratello con il quale hai convissuto e fatto un cammino assieme “guarda, umanamente parlando la situazione che stai vivendo ha una sola uscita e quella è la morte, la medicina non può fare più niente per te”. Quando riesci a trovare le parole giuste allora senti il suo ringraziamento e quello della sua famiglia. Ho scritto loro quattro righe e queste sono state pubblicate nell’immagine ricordo che è stata distribuita in paese in occasione del suo funerale. È stata anche quella una esperienza di profondo dolore e di profonda consolazione.

2. Relazioni con le comunità

Nelle comunità la consolazione è essenzialmente presenza, stare con, condividere e sporcarsi le mani con le situazioni che vivono i confratelli. Non finirò mai di ringraziare il Padre Eterno per tutta la esperienza che ho avuto modo di accumulare in questi anni spesi accompagnando i confratelli. È stato un dono e una bellezza incredibile.

Potrei ricordare il caso di Dianrá, quando la guerra civile della Costa d’Avorio stava volgendo al termine ma il paese continuava ad essere diviso e i nostri missionari del nord da mesi non vedevano nessuno. Sono arrivato in Costa d'Avorio con il primo viaggio organizzato dall'estero e devo essere stato il primo bianco ad attraversare quella frontiera interna che la guerra aveva marcato. È stata una vera avventura fatta spesso con mezzi di fortuna e spostandosi come si sposta la gente. Quando arrivai là che festa è stato quell’incontro e anche che mal di pancia... mi hanno dato da mangiare una specie di topo e ho vomitato l’anima, pensavo di morire.

Un’altra esperienza di vicinanza a missionari particolarmente provati è stata quella del Venezuela, ho accompagnato i confratelli durante una delle molteplici crisi che ha attraversato il paese, quando in strada c’era un sacco di gente arrabbiata e non si sapeva nemmeno bene che intenzioni avessero.

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Altro ricordo: la missione di Luacano, in Angola. Una missione remota dove non c’era mai stata presenza missionaria prima di noi. Per arrivarci bisognava volare due ore dalla capitale fino a una città dalla quale partiva una ferrovia che portava, dopo otto ore di viaggio e attraversando zone paludose, fino a Luacano. Il treno era l’unico mezzo di trasporto, non c’erano strade per motivo della topografia della regione e sul treno viaggiava proprio di tutto. Se non compravi il biglietto con abbastanza anticipo non trovavi nemmeno un buco per metterti.

Un’ultimo ricordo, il viaggio da Toribío a Cali, con mezzi pubblici, per accompagnare un poco il padre Tarcisio Mayoral che era rimasto solo nella parrocchia del Santo Evangelio.

Un segno dell’attenzione comunitaria rivolta alle persone e alla comunità è stata la grandissima corrispondenza. Quanto non ho dovuto scrivere in questi anni! Forse il Superiore Generale che verrà dopo di me sarà una persona che utilizzerà altri modi di comunicazione, magari più audiovisuali, ma nel caso mio i messaggi scritti sono stati davvero tanti. Oltre alla corrispondenza personale –tante cose moriranno con me– le lettere ai missionari in occasione della professione perpetua e il diaconato e in occasione di eventi giubilari (anniversari di ordinazione e professione). Poi per la comunità i messaggi in occasione dell’anniversario della fondazione, la festa del Fondatore, la Pasqua, la festa della Consolata, la commemorazione dei defunti e il Natale. Le lettere alle distinte circoscrizioni alla fine delle visite canoniche o in circostanze particolari. Se dovessi raccogliere tutto, magari sarebbe bene farlo, ci sarebbe davvero un buon materiale per la riflessione e anche abbastanza voluminoso.

Tutto questo io l'ho vissuto e sperimentato come un gesto di consolazione.

Lo stesso profilo Facebook l'ho aperto e mi è servito per conservare contatti con tante persone, spesso giovani o ex giovani, che in questi anni ho accompagnato, incontrato, sentito, ascoltato in tanti modi e nelle più distinte comunità e luoghi geografici. Si ricordano, si creano agganci, ci si scambia saluti... cercare di rispondere a tutti questi  messaggi, soprattutto in occasione delle feste, diventa quasi una impresa ciclopica ma è anche parte di un servizio bello prestato alle persone. 

3. La relazione con tutto l’Istituto

In questi anni è stato grande lo sforzo di organizzare meglio questo Istituto. Probabilmente non ci sono riuscito come avrei voluto e arriviamo a questo capitolo con molte delle domande che ci accompagnano quasi da decenni. Questa fatica io la vedo abbastanza legata alla identità del nostro Istituto, siamo molto più dediti al fare che al pensare ma questo ci ha impoverito moltissimo. Non sempre siamo disposti a metterci in gioco per pensarci, pensare diversamente il nostro futuro e costruire l’Istituto che lasceremo in eredità a quanti verranno dopo di noi. D'altra parte spesso ci avviciniamo a situazioni nuove con una mentalità un po' vecchia e questo certamente non aiuta.

È quello che è successo con il tema della Continentalità: come spirito abbiamo fatto molti passi in avanti, ma come organizzazione con certa consistenza giuridica ed organizzativa non siamo stati capaci di arrivare fin dove avremmo voluto. Tanti missionari si sono impegnati in tutto questo ma non so fino a che punto ci abbiamo creduto davvero. 

 

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (PRIMA PARTE)

Esiste in Messico, precisamente nella zona del Chiapas ma non solo, una pietra preziosa chiamata Ambra. Secondo la leggenda gli abitanti della regione credono che quando Dio mandò il diluvio universale per punire i peccatori e le piogge caddero per 40 giorni e 40 notti, tutti piangevano dalla disperazione. Le loro lacrime cadevano nelle acque della piena e si trasformavano in Ambra. L’Ambra pura e trasparente si formava dalle lacrime degli innocenti, quella più scura e velata dalle lacrime delle persone cattive e dei beoni. Nel Chiapas (Messico) e nel Tibet, molti bambini portano al collo un pezzo di ambra, per tenere lontano il malocchio. Sin da tempo immemorabile si credeva che l'Ambra avesse proprietà magiche e medicamentose. Veniva utilizzata come incenso durante i rituali e come disinfettante per combattere le malattie infettive. Gli amuleti d'Ambra avrebbero dovuto proteggere chi li indossava dalle forze maligne ed assicurare loro fertilità e successo nella caccia, mentre i gioielli d'ambra adornavano il corpo sia in vita che dopo la morte, con lo scopo di sottolineare lo stato sociale della persona. L'ambra, sostanza mistica che brilla alla luce del sole attraverso ombre d'oro e miele, è leggera, infiammabile, sempre calda al tatto e con proprietà elettrostatiche. È inoltre in grado di influire sulla bioelettricità del corpo, per semplice contatto esterno o ingerita in polvere. In quest'ultimo caso l'incorruttibilità dell'Ambra le permette di superare indenne tutto il tratto digestivo portandoci la sua azione curativa. La proprietà dell'Ambra di rilasciare elettroni si applica negli ambienti bruciandola come incenso. 

Ma cos’è la missione?

Oggi, in un mondo in continuo mutamento, potremmo sicuramente dire che la missione è preziosa come l’ambra chiara; ha il volto della consolazione per un mondo dilaniato e sofferente; ha bisogno delle lacrime della gente ed anche di quelle di noi missionari. Il mondo, per ritrovare speranza e gioia di vivere, ha bisogno della purezza e preziosità di tante lacrime che si solidificano e diventano curative, così come l’ambra, secondo le antiche culture del continente americano.

La missione non ha niente a che fare con la passività, l’insediamento, la paura o il mettersi alla difensiva; questi sono segni che indicano che lo Spirito è stato offuscato (cfr. Ts 5,19) e non è stato atteso o ricevuto.

La missione nella sequela di Gesù è cambiamento, apertura alla novità, ricerca inquieta e di speranza. Richiede rotture e rinunce, ma suscita e genera anche molta gioia ed entusiasmo e manifesta tutto il suo fascino. Avviene a noi come a quel tale che “trovato” un tesoro nel campo, lo nascose e per la gioia vendette tutto quello che aveva per comperarlo. (Matteo 13,44). La missione, aperta alla novità dello Spirito che è sempre libero, creativo e persino sconcertante, crea e ricrea, trasforma e fa nuove tutte le cose, appassiona per Cristo e il suo Regno.

Ci sono troppi uomini e donne schiavi delle strutture, che si accontentano di “eseguire” gli ordini, come qualsiasi esecutore rassegnato. Oggi abbiamo bisogno di uomini e donne che si muovano con passione nella mistica della vita, che sappiano ascoltare la voce del silenzio, che camminano nella carovana di tutti gli uomini e donne del loro tempo e che con entusiasmo spingano avanti e assumano nel quotidiano non solo le opzioni e le motivazioni, ma anche i sentimenti di Cristo ( Efesini 2,5) e diventino testimoni mediante la giustizia, la libertà, la riconciliazione, la misericordia e la tenerezza, la solidarietà e la gratitudine, la bellezza e la gioia.

Come sono stati questi 18 anni al servizio dell’Istituto?

C’è una frase del fondatore che mi ha accompagnato in questi 18 anni e ha orientato il mio servizio all’Istituto: “il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere!”.

Un missionario della Consolata non può non pensare alla Consolata e alla consolazione nel suo servizio missionario e tanto più se è un superiore. Quindi al centro di questo cammino pluriennale c’è il progetto della consolazione che ho imparato con la guida di tre maestri: la stessa madonna Consolata evidentemente, la nostra mamma; il Fondatore Giuseppe Allamano e anche tutta l’umanità in diverso modo bisognosa di consolazione.

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Come ho esercitato il ministero della consolazione nell’Istituto?

Prima di tutto per mezzo del dialogo con le persone; è stata l’esperienza più bella fatta in questi anni. Accompagnare i missionari, li ho incontrati tutti in più di una occasione e in diverse circostanze; dialogare con persone che ti aprono il loro cuore è una cosa bellissima e sempre molto arricchente. Mi ha aiutato il dono della memoria che il Signore mi ha concesso: ricordavo spesso dettagli di tanti incontri che ho avuto con i missionari e loro erano molto contenti quando tu ricordavi aspetti della vita di ciascuno, si sentivano valorizzati nella loro missione o nel loro particolare incarico o lavoro.

In questi anni ho visitato davvero tutte le missioni. Me ne è mancata solo una ed è la parrocchia che è stata aperta poco più di un anno fa nella città di Madrid... questa davvero credo che non la potrò visitare, ma è l'unica eccezione. Visitare le missione, e anche più volte, ti aiuta ad avere una certa prospettiva storica e a creare una relazione spesso profonda con chi ti trovi lì. Forse non parli nemmeno la lingua ma si stabilisce una specie di feeling, una vicinanza che fa bene a tutti: a noi missionari come alle persone che hai modo di visitare anche a distanza di anni.

Ho trovato tanti missionari che hanno saputo dire quanto questo che ci abbia tenuto uniti. Pochi giorni fa un missionario di passaggio mi ha chiesto se avevo un minuto per dialogare e quando è venuto nel mio ufficio era per ringraziami per quello che avevo fatto per lui. Un altro missionario mi ha scritto chiedendomi perdono perché "non sempre mettiamo in pratica quello che scrivi".

Alla fine tutto questo è stato un cammino fatto assieme, potremmo anche dire che una consolazione reciproca: non si tratta affatto di essere giudici implacabili, ma fratelli che fanno assieme un cammino.

Poi un secondo spazio dove ho esercitato la consolazione è stato l'incontro con le comunità. Era un aspetto importante della visita perché aiutava a mettere in pratica il discernimento fatto con le persone. Magari in altri tempi il superiore vistando le comunità si soffermava molto su temi di carattere morale o disciplinare, legati alla vita dei missionari. Non ho voluto lasciare indietro queste cose ma ho dato amplio spazio alla condivisione, la riflessione e lo studio sulla missione. la riflessione sulla missione che ognuno stava portando avanti era un aspetto di primaria importanza.

Ho sempre cercato di vedere il senso di quello che stavamo facendo; se stavamo in una parrocchia per esempio chiedevo di conoscere il progetto pastorale. Ho sempre considerato importante che i missionari sapessero che il superiore si preoccupava di chiedere dove mettevano il loro accento, come spendevano il loro tempo, lo spazio che la missione avesse nel loro impegno quotidiano.

In questi anni forse potranno accusarmi di tanti sbagli, in tante cose certamente avrei potuto fare meglio, ma certamente non potranno mai dirmi che non sono stato sincero... ho sempre detto quello che sentivo dentro, tanto alle persone come alle comunità; ho cercato di evitare giustificare situazioni che avessero bisogno di una correzione e questa ho sempre cercato di realizzarla con rispetto e buone maniere. 

Ed è proprio così! perché qui si usa il calendario amarico. Sto parlando dell’Etiopia dove i Missionari della Consolata giunsero per la prima volta nell’anno 1913, per continuare il lavoro apostolico del missionario cappuccino il Cardinale Massaia per il quale il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata, nutriva una profonda simpatia. 

Il lavoro che i missionari hanno fatto nell’arco di questo tempo è stato davvero grande: soprattutto nei territori missionari del Kaffa e Meki oltre che nella capitale Addis Ababa. Oggi siamo ad Addis Abeba e nelle missioni di Gambo, Weragu, Modjo, Minne e Shambu.

Una prima cosa per la quale vale la pena ringraziare Dio è che oggi possiamo contare con ventinove figli di questa terra che hanno consacrato la loro vita alla missione come Missionari della Consolata. Anche in questo modo questa chiesa contribuisce all’apostolato missionario.

Una visita breve ma significativa

La nostra visita è stata breve ma intensa e significativa: ci siamo fermati in Etiopia, con il padre Stefano Camerlengo, Superiore Generale, di ritorno dalla visita canonica in Madagascar. 

Al nostro arrivo abbiamo anche potuto condividere il momento difficile che missionari presenti nel paese stava vivendo: la notte del 7 luglio, nella missione di Shambu, il padre Johannes Michael Haro è stato sequestrato dai ribelli e portato nella zona boschiva della regione; per fortuna il sequestro è durato solo un'ora e poi il padre è stato rilasciato. 

Per sicurezza il giorno seguente il padre insieme con due missionarie della Consolata, Bachew e Edilisia, si sono allontanati dalla missione e attualmente si trovano ad Addis Ababa. Tutto questo è conseguenza della guerra interna che da mesi sta vivendo il paese. 

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Abbiamo avuto modo di visitare le missioni di Gambo, dove accompagniamo un lebbrosario e le attività di una parrocchia, e di Modjo, dove funziona un’altra parrocchia e anche un centro di spiritualità, formazione e animazione missionaria.

Poi è stata la volta della visita resa alle autorità ecclesiastiche: Mons. Antoine Camilleri, nunzio in Etiopia e Gibuti, rappresentante speciale del Pontefice presso l’Unione Africana e delegato apostolico in Somalia; sua eminenza Berhaneyesus Demerew Souraphiel, cardinale e arcieparca di Addis Abeba; Mons Varghese Thottamkara, Vicariato Apostolico di Nekemte dove si trova la missione di Shambu e il vicario generale del vicariato di Meki.

* Godfrey Msumange è Consigliere Generale per il continente africano

TESTO IN INGLESE

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03-03-2024 Missione Oggi

In memoria di padre Josiah K'Okal

A due mesi dalla morte del missionario della Consolata, padre Josiah K'Okal, lo ricordiamo con alcuni interventi significativi. Nato in Kenya...

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La croce di Cristo scandalo-stoltezza, ma anche potenza e sapienza di Dio

03-03-2024 I Nostri Missionari Dicono

La croce di Cristo scandalo-stoltezza, ma anche potenza e sapienza di Dio

“Non voglio utilizzare le mie parole, ma voglio fare cantare soltanto la Parola di Dio”. Con questa motivazione, il biblista...

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Mons. Joya: “Nella missione evitate la sindrome dei figli di Zebedeo”

01-03-2024 Missione Oggi

Mons. Joya: “Nella missione evitate la sindrome dei figli di Zebedeo”

Parlando ai missionari della Consolata che lavorano in Kenya e Uganda riuniti a Sagana per la loro 13 Conferenza Regionale...

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Card. Marengo: “Donne Chiesa Mondo”. Pregare insieme nella ger

01-03-2024 I Nostri Missionari Dicono

Card. Marengo: “Donne Chiesa Mondo”. Pregare insieme nella ger

Sul numero di febbraio del mensile de L'Osservatore Romano, la testimonianza del cardinale Giorgio Marengo, IMC, prefetto apostolico di Ulaanbaator...

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Amazzonia: un luogo teologico missionario

29-02-2024 Missione Oggi

Amazzonia: un luogo teologico missionario

Il Vicariato Apostolico di Puerto Leguizamo - Solano in Colombia sta svolgendo un corso di introduzione per i missionari che...

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Kenya: "Siate i nuovi Mosè dei nostri giorni", dice il vescovo di Murang'a

29-02-2024 Missione Oggi

Kenya: "Siate i nuovi Mosè dei nostri giorni", dice il vescovo di Murang'a

Il vescovo della diocesi di Murang'a, in Kenya, Mons. James Maria Wainaina Kung'u, ha invitato i missionari della Consolata a...

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Burkina Faso, il vescovo di Dori: “Al sangue dei terroristi rispondiamo con l’amore”

29-02-2024 Notizie

Burkina Faso, il vescovo di Dori: “Al sangue dei terroristi rispondiamo con l’amore”

Dopo l’attacco ad una parrocchia costato la vita ad una decina di persone, il titolare della diocesi colpita e presidente...

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