“Il monte, luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo, è anche il posto dove Gesù trascorse ore e ore in preghiera (cfr. Mc 6, 46), a unire terra e Cielo, noi suoi fratelli al Padre. Che cosa dice a noi il monte? Che siamo chiamati, nel silenzio, nella preghiera, ad avvicinarci a Dio e agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti”. (Papa Francesco, Omelia per la Giornata Missionaria Mondiale, 20 ottobre 2019)

L’equilibrio tra assiduità con il Signore e missione verso gli uomini è delicato, e a esso occorre prestare continuamente attenzione, come a un equilibrio instabile che deve essere ogni giorno re-instaurato. Gli Atti degli apostoli ci testimoniano che gli apostoli stessi ben presto si resero conto di una patologia che minacciava gravemente il loro ministero:

“I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è bene che noi trascuriamo la Parola di Dio per servire alle tavole. Dunque, fratelli, cercate tra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6,2-4).

Preghiera come vicinanza a Dio e alla gente 

Alcuni, per pregiudizi spiritualisti, pensano che la preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare. Al contrario nella vicinanza a Dio noi rafforziamo la vicinanza alla nostra gente; e viceversa, nella vicinanza alla gente viviamo anche la vicinanza al Signore. 

La preghiera del missionario si nutre e si incarna nel cuore dei popoli con cui condivide la vita, porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta ogni giorno davanti al Signore. Un missionario deve avere un cuore “allargato” da fare spazio al dolore e a tutta la miseria del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. 

Preghiera di intercessione 

Nell’intercessione, il missionario porta davanti a Dio i cristiani della comunità, le persone in difficoltà e i bisogni dei popoli e dell’umanità, come parte integrante del servizio missionario. 

Davvero, dunque, la preghiera per gli altri è esercizio di sollecitudine e responsabilità e lotta contro la nostra indifferenza nei confronti della realtà dell’altro, una tentazione che l’avanzare degli anni rende più concreta e forte.

Ce lo ricorda il papa Francesco: "La preghiera non è un rinchiudersi con il Signore per truccarsi l'anima: no, questo non è preghiera, questa è finta di preghiera. La preghiera è un confronto con Dio e un lasciarsi inviare a servire i fratelli. Il banco di prova della preghiera è l'amore concreto per il prossimo. E viceversa: i credenti agiscono nel mondo dopo aver prima taciuto e pregato; altrimenti la loro azione è impulsiva, è priva di discernimento, è un correre affannoso senza meta. I credenti si comportano così, fanno tante ingiustizie, perché non sono andati prima dal Signore a pregare, a discernere cosa devono fare". (Papa Francesco, Udienza, 7 ottobre 2020)

La preghiera missionaria

Ma, esiste una preghiera tipicamente missionaria? E se esiste, quali potrebbero esserne i tratti caratteristici? Non cambiano i contenuti teologici, ma è il contesto, la prospettiva e l’orizzonte che differenziano la preghiera “tradizionale” da quella missionaria. 

Nella preghiera tradizionale, il contesto è dato dalla mia situazione, dal mio stato d’animo, dai miei bisogni; la prospettiva è data dall’ambiente prossimo che mi circonda; l’orizzonte è costituito dalla porzione di chiesa a cui appartengo. 

Nella preghiera missionaria il contesto è determinato dalle situazioni dell’altro in quanto altro, diverso da me, dai suoi bisogni e dalle sue speranze; la prospettiva è il mondo intero, con tutte le sue sfide, contraddizioni e aspirazioni di pace, equità e giustizia; l’orizzonte è il Regno, fattosi carne in Gesù Cristo, ma non ancora compiuto. 

In altre parole, è preghiera missionaria:

1. quella preghiera in cui vi si trova descritta la vita delle persone, luogo in cui riconoscere l’impronta misteriosa e operante di Dio;

2. quella preghiera che continuamente educa a dilatare gli spazi del cuore e della mente; preghiera che diventa incessante esercizio di ascolto, di contemplazione, ma anche di apertura e di azione nella storia;

3. quella preghiera in cui trovano spazio i gemiti, i lamenti, le gioie e le speranze degli uomini e donne di oggi e di sempre; in cui il grido dei poveri, degli oppressi, dei migranti di questo nostro mondo è tenacemente portato al cospetto di Dio;

4. quella preghiera che sa riconoscere, anche in mezzo alle tempeste della vita e agli orrori del mondo, l’azione dello Spirito; che ne coglie la forza anche nella debolezza, che rafforza la sua fede donandola;

5. quella preghiera che ardentemente spera contro ogni umana speranza, che invita ad assumere le proprie responsabilità e a tradurle in un impegno concreto di cambiamento per il bene comune.

6. quella preghiera che non fa ripiegare mai su sé stessi, non fa attorcigliare sull’io, ma apre a prospettive nuove: invita ad andare sempre “oltre”, ad altri villaggi, ad altri bisogni, ad altre incarnazioni, ad altri rischi di novità.

La narrazione che trasforma

Padre Clovis Audet, Missionario della Consolata, è nato nel 1935 in Quebec (Canada); ha emesso la prima professione religiosa nel 1959 ed è stato ordinato sacerdote nel 1963. La sua vocazione missionaria l’ha portato a lavorare 22 anni in Colombia; altri 17 in Africa (fra Costa d'Avorio e Congo) e poi, inarrestabile, in anni recenti ha raggiunto il Messico dove si trova tutt’oggi. Un mese fa ha pubblicato in Canadà il suo libro di memorie “Qui m’a appelé. Une vie missionnarie” (Chi mi ha chiamato. Una vita missionaria). Pubblichiamo un estratto del prefazio di questo libro, firmato dal padre Stefano Camerlengo, superiore Generale dei Missionari della Consolata, che fa una lettura del significato della missione nella vita di un missionario.

La missione lascia un segno nella vita

Molte volte mi sono domandato come la mia esperienza missionaria abbia influito sul mio modo di percepire gli altri, sul mio rapporto con il mondo delle cose, sulla mia relazione con Dio. Detto in altro modo: quali percorsi mi hanno condotto a essere quello che sono? In quale modo i contatti con gente di diversa cultura e sensibilità mi hanno cambiato? In che modo la vita in comune con confratelli, segnati da esperienze positive ma anche tragiche, mi ha cambiato? Come situazioni dense e difficili hanno affinato la mia sensibilità missionaria?

Nel racconto che fa padre Clovis della sua vita e missione ho trovato risposte interessante a queste domande. Leggendo il suo racconto conosciamo la missione non come qualcosa di perfetto e stupendamente unico, ma come un camminare passo dopo passo con l’umiltà di quello che siamo, la voglia di non mollare, il desiderio di andare avanti.

Raccontare la missione non è allora solo riportare fatti e problematiche missionarie e non si tratta nemmeno di esporre "criteri missionari" che forse solleticano la mente ma non il cuore. Raccontare la missione è soprattutto "ricordare" gli eventi fondanti che hanno segnato la vita, nel senso più ampio del termine e nei quali ci siamo sentiti accarezzati dalla mano invisibile di Dio. Lo ricorda anche il Papa Francesco quando dice che solo grazie all'incontro con l'amore di Dio siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall'autoreferenzialità; solo quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi, giungiamo ad essere pienamente umani oltre che disposti ad annunciare l'amore che ridona valore alla nostra stessa vita. (cf EG 8)

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Il padre Clovis in una foto recente, con un carissimo amico dei  Missionari della Consolata: Jacques Pelletier

Dimensioni fondamentali del nostro vivere missionario

Nel libro di padre Clovis mi sembra si possano identificare tre tipi di eventi che sono quasi paradigmatici e diventano insegnamento perché esprimono le costanti, gli atteggiamenti e le dimensioni fondamentali del nostro vivere la missione.

1. La narrazione dei dettagli della sua vocazione e del suo impegno missionario: i posti dove ha vissuto, le persone con cui ha condiviso. Nel suo suo racconto si mettono in evidenza azioni che, per quanto apparentemente insignificanti, innescano trasformazioni e mettono in movimento persone che, a loro volta, diventano strumenti di cambio. Le situazioni e le persone che si intrecciano con la missione di tutti i giorni, e la fanno crescere nella dimensione dell’annuncio, descrivono perfettamente la missione che non ci appartiene mai pienamente perché è di Dio.

2. La narrazione delle sconfitte, gli sbagli, le difficoltà. Questa è pure missione! Questa è la difficile strada della vita, e lui la presenta così com’è senza camuffare o barare! Ecco allora un richiamo a ritornare all’essenziale, a “Colui che ci ha chiamati". Anche la tragedia, le sconfitte, la perdita, l’annullamento delle nostre certezze mondane diventano appello alla conversione, si trasformano in eventi fondanti che ci riportano alle radici della nostra identità e missione.

3. La narrazione delle tensioni, dei cambi, dei problemi, dei conflitti. Anche tutto questo fa parte della missione, del camminare lento e quotidiano alla ricerca del meglio che sta sempre più avanti.

Il conflitto non si dissimula; tanto meno vi si rimane prigionieri gettando sugli altri le proprie “confusioni e insoddisfazioni”; semplicemente si accetta, si risolve, ci trasforma. Va affrontato nell’orizzonte della propria identità carismatica e missionaria e a partire dal criterio dell’accettazione dell'altro. Così le occasioni di conflitto sono trasformate in potenzialità a vantaggio della missione. 

Il libro di padre Clovis chiede a tutti noi, nessuno escluso, di far fruttare questo talento: fare della comunicazione, del racconto, uno strumento per costruire ponti, per condividere la bellezza dell'essere fratelli in un tempo segnato da contrasti e divisioni. I primi destinatari di un messaggio così impegnativo siamo noi, Missionari della Consolata come lui.

* p. Stefano Camerlengo è Superiore Generale dei Missionari della Consolata.

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Clovis bambino e la sorella Rita nella terra di famiglia a Maria, suo paese natale.

Nelle svolte storiche, nei periodi di crisi profonda i grandi problemi si pongono in modo inedito. Nell'at­tuale sconvolgimento di quadri culturali e religiosi, il problema della morte si impone all'attenzione di tutti in maniera continua. A riproporre il problema non so­no solo le immagini di violenza e di morti che sempre più spesso i mezzi di comunicazione diffondono nel mondo, ma anche tutte le esperienze personali e so­ciali di fallimento e di dolore, di tradimento e di scon­fitta. L'impotenza delle organizzazioni internazionali dinanzi alla violenza che si scatena tra nazioni e popo­li diversi, l'incapacità di alimentare la speranza, che appare sempre più ridicola a fronte della malizia e dei sotterfugi dei malvagi, sembrano conferire alla morte il carattere di destino assoluto della storia, compagna crudele del nostro cammino. La morte sembra rende­re vano ogni ideale e sterile ogni amore dell'uomo..

La morte destino dell'uomo

Ma in realtà queste esperienze frequenti e univer­sali mettono in luce una componente essenziale e una insopprimibile condizione della nostra esistenza. Noi siamo accompagnati sempre dalla morte perché è il traguardo del nostro cammino. La morte è il nostro destino. Essa non è un incidente nel nostro percorso storico, ma ragione ultima di ogni impresa vitale. Noi siamo in questa fase di esistenza per diventare capaci di uscirne. Per questo motivo la morte è criterio supremo della vita, e solo l'esperienza di un amore in­condizionato rende sopportabile la nostra condizione di condannati. Solo quando nell'amore si percepi­sce in concreto la forza della vita, si è in grado di accogliere senza dubbi le sue promesse e di abbando­narsi senza resistenze ai suoi ritmi. Non ci è imposto di attendere il futuro per capire il senso di tutta l'esi­stenza, perché nella stessa accoglienza della nostra condizione di morte si svela il suo valore. Come avvie­ne per il feto nel seno materno. Egli vi resta finché di­venta capace di uscirne in modo vitale. La sua nascita è la fine di uno stadio vitale. Il che significa che tutto ciò che capita al feto è valutabile secondo il rapporto che ha con la fine che lo attende. Ciò che favorisce la sua uscita dal seno materno è bene per lui. Ciò che invece la impedisce è un male. Analogamente noi sia­mo in una situazione destinata a finire. Ciò che nella vita ci consente di finire bene è salutare; ciò che inve­ce ci impedisce di morire bene è un male per noi. Ma noi non sappiamo cosa possa significare morire bene o male come invece riusciamo a capire ora che signi­fichi per il feto essere o non essere pronto a nascere. Conosciamo solo gli atteggiamenti necessari per vive­re la morte secondo le sue esigenze. Prepararsi a vive­re la morte implica quindi accogliere queste esigenze per essere in grado di assumere gli atteggiamenti ne­cessari. La morte allora diventa il criterio supremo di vita: si comincia a capire la vita solo quando si impara ad utilizzare i criteri indicati dalla morte. Importante perciò è sapere che cosa la morte chiederà per essere vissuta.

La morte chiederà a tutti almeno cinque cose:

- di avere consolidato la propria identità al punto da saper abitare il proprio nome senza dover ricorrere a riferimenti esteriori;

- di avere imparato ad amare in modo autentico, co­sì da interiorizzare gli altri senza possederli;

- e in modo oblativo da sapersi donare interamente senza rimpianti;

- di avere acquisito un distacco tale dalle cose da sa­per partire senza portare nulla con sé;

- e infine di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla.

Per il cristiano queste richieste sono apparse con chiarezza nell'esperienza di Gesù e nel suo insegna­mento. La croce per lui è diventato il segno concreto di come la morte possa essere criterio di fedeltà alla vita. 

Chi sei?

L'identità della persona umana non sta all'inizio del suo cammino, ma alla fine. Alla nascita l'uomo si iden­tifica con il tutto ed è un complesso di possibilità aper­te ad innumerevoli sbocchi. L'identificazione della persona avviene progressivamente attraverso le scelte, che rendono attuali solo alcune possibilità, annullandone altre. Ogni decisione, soprattutto se importante, qualifica la persona in un particolare modo annullan­do molte altre possibilità ugualmente reali. L'identificazione personale avviene, perciò, attraverso piccole morti quotidiane, che però consentono la nascita de­finitiva dell'uomo interiore. Per questo ogni scelta comporta l'esperienza di una perdita e quindi antici­pa, in certo modo, l'angoscia della morte. Finché l'i­dentità personale non è consolidata, ci si designa at­traverso realtà più o meno esteriori: il luogo e la data di nascita, i genitori, la residenza, i titoli di studio, la pro­fessione, ecc. E ci si identifica con le cose possedute, il lavoro compiuto, le relazioni vissute. La crescita per­sonale esige l'abbandono progressivo di questi riferi­menti, per acquisire la forma ultima, fissata dalla inte­riorità. La morte ci chiederà appunto di aver raggiunta una presenza a noi stessi che non esiga altri riferimenti per sentirci vivi e per abitare in modo definitivo il proprio nome.

In prospettiva cristiana, l'identità richiesta dalla mor­te è quella dei figli di Dio, quella cui corrisponde, se­condo Gesù, un nome scritto nei cieli (cf Lc 10,20). Abitare il proprio nome è entrare nella forma definitiva di vita propria dell'uomo interiore che cresce lun­go i cammini del tempo.

Imparare a partire sospinti dall'amore

Ogni tappa dell'esistenza umana implica partenze e abbandoni sempre più impegnativi. Le partenze ini­ziano con la nascita, che è, a suo modo, l'uscita da una forma di vita e l'ingresso in un'altra. Crescendo l'uo­mo deve progressivamente lasciare forme immature di esistenza per entrare in modalità diverse: lascia la casa per andare a scuola, lascia i genitori per incontrare al­tri, lascia il gioco per iniziare il lavoro, lascia la famiglia di origine per costruirne una nuova, ecc. Le diverse partenze diventano possibili in virtù dell'amore da cui l'uomo è spinto a crescere e quindi in virtù della inte­riorizzazione dei doni vitali che altri vanno facendo. Inizialmente qualcuno ci conduce per mano nelle di­verse tappe della vita, poi le strutture personali si con­solidano e rendono possibili solitudini sempre più ra­dicali e quindi partenze per nuove avventure vitali sempre più libere e impegnative. La morte rappresenta l'ultima partenza nell'attuale forma di esistenza ed esi­ge la capacità di solitudine totale. Essa è resa possibile in virtù delle progressive interiorizzazioni di persone che, amandoci, stabiliscono in modo definitivo la loro presenza dentro di noi. La morte, perciò, quando la vita è stata nutrita dall'amore, è una solitudine abitata da molte presenze. Esse rendono possibile la partenza in piena solitudine senza la necessità di condurre nes­suno per mano lungo i sentieri del futuro ignoto. An­che per questo aspetto solo l'esperienza di un amore incondizionato rende possibile la serena accoglienza della morte come solitudine abitata da presenze amo­rose e come partenza verso ignoti traguardi.

Nella prospettiva di fede, l'esperienza dell'incontro con Dio rende ragione e fonda il senso di ogni amore incondizionato della storia, per il cammino verso l'i­gnoto. Non possiamo sapere che cosa ci attende, ma ci è chiesto di partire ugualmente, certi che dove perve­niamo un amore compie le sue promesse. 

Distacco dalle cose

Mentre le persone debbono essere interiorizzate per saper partire, le cose debbono essere consegnate perché servano ad altri. Ogni attacco alle cose diventa un osta­colo per morire. La vita perciò richiede che si impari a fare a meno di tutto, per concentrare tutta l'attenzione all'essenziale, che consiste nella interiorità. La morte chiede di avere raggiunto un tale distacco dalle cose da essere capaci di lasciare tutto senza portare nulla con noi. Se non raggiunge questa disposizione oblati-va, l'uomo subisce la morte come il furto, che gli sot­trae le cose che egli ritiene sue. In realtà nulla appartiene all'uomo se non il suo nome, quello che fissa la sua identità definitiva: il nome scritto nei cieli. Ma que­sta convinzione non si acquisisce se non attraverso l'esercizio di amore gratuito e disinteressato. La mortechiede ad ogni uomo di avere imparato l'insufficienza delle cose e di saper consegnare, quindi, tutto ciò che la vita ci ha consegnato..

Imparare ad amare in modo oblativo

La morte chiede a tutti di consegnarsi totalmente perché la vita fluisca. Essa perciò chiede ad ogni uo­mo di avere imparato ad amare al punto da non trat­tenere nulla per sé, neppure il proprio corpo e da sa­pere, quindi, consegnarsi interamente. L'esistenza per­ciò è palestra per imparare ad amare in modo così oblativo da diventare capaci, nella morte, di offrire senza riserve ciò che la vita aveva consegnato. La vita chiede a tutti questa disposizione come prima condi­zione perché essa possa continuare a diffondersi sulla terra. Se ogni persona, ogni gruppo sociale, ogni po­polo non consegnasse nella morte quello che ha ap­preso o accumulato, la vita finirebbe ben presto. L'a­more oblativo, perciò, non è semplice imposizione mo­rale, ma esigenza fondamentale della vita stessa. L'amore è la reazione all'attrattiva esercitata sull'uo­mo dal Bene, dal Vero, dal Giusto e dal Bello, è la for­za vitale che spinge a stabilire rapporti e a sviluppare perciò la capacità di consegnare vita secondo le esi­genze della persona in crescita.

Il dono della vita, infatti, non perviene ad alcuno se non attraverso l'azione amorosa di altre persone. Tut­ti, per crescere, abbiamo bisogno di ambienti vitali, co­stituiti dalle strutture comunitarie, da intrecci di rapporti. Gli ambienti vitali non sono stabiliti dalla sem­plice presenza delle persone, ma dalle dinamiche di amore che li uniscono. L'amore nell'uomo, quindi, non è semplice esecuzione di un dovere, o puro risul­tato di una necessità istintiva, ma è urgenza vitale che sollecita la libertà, per la crescita personale e per il cammino dell'umanità nella storia. Ma non ogni for­ma di amore è sufficiente a far crescere persone: più la persona è vuota, più esige un amore oblativo capace cioè di offerta senza aspettative, ricatti o condizioni.

Tutti nascono possessivi e incapaci di oblatività, ma a tutti la vita chiede di diventare capaci di offrirla sen­za riserve. Quando vengono vissuti con dinamiche oblative, i rapporti costituiscono un notevole stimolo per la crescita delle persone. Quando invece i rappor­ti sono stabiliti solo per interesse, per convenienza, per appagamento dei propri istinti, per autogratificazio­ne, non costituiscono ambiti di crescita perché svilup­pano dinamiche di possesso. Se tutti amassero in modo possessivo, la vita si fermerebbe perché nessuno la of­frirebbe ad altri.

La vita stessa, perciò, per poter continuare nel tem­po esige l'oblatività. La vita, cioè, per non esaurirsi e per potersi diffondere, sollecita atteggiamenti oblativi, chiede cioè che almeno alcuni siano capaci di offerte libere e non interessate. Nella famiglia, ad esempio, i figli iniziano a vivere i rapporti con dinamiche neces­sariamente possessive dato che, venendo al mondo, non possono fare altro che esigere offerte vitali, senza essere in grado per il momento di ricambiarle. E sufficiente però che i genitori abbiano amore oblativo per­ché i rapporti fra loro e i figli siano fecondi e creatori, costituiscano cioè quel clima che consente la crescita di persone autentiche. Quando ciò si verifica, i figli diventano capaci di amare, come riflesso dell'amore che li investe e, se non trovano altri ostacoli, crescono fino a raggiungere forme di oblatività personale. Questa se­conda dimensione dell'amore comincia a svilupparsi quando si diventa strumenti della vita per gli altri, quando si è accoglienti in modo tale da consentire che la vita diventi dono.

Ogni egoismo provoca deterioramento del clima vi­tale, distruzione delle energie necessarie alla crescita di tutti.

La morte porta il segno di questa ambiguità dell'a­more umano. Ogni morte ingiusta è il segno di un amore che non è giunto ancora alle forme oblative. Gli emarginati, gli oppressi, i poveri, i morti per vio­lenza, sono l'espressione del peccato delle comunità umane: dell'egoismo, della pigrizia, della indifferenza.

Finché i poveri non vengono sollevati dalla loro con­dizione di emarginazione e di oppressione, le comunità che li hanno provocati soffriranno del male di co­loro che esercitano violenza ed operano discriminazione. 

Fidarsi della Vita

La morte chiederà di avere appreso a fidarsi così del­la vita da saperla consegnare interamente per ritrovar­la in modo nuovo e insospettato. Gesù diceva che chi vuole conservare la vita per sé la perde per sempre; so­lamente chi impara ad offrirla è in grado di ritrovarla e per sempre (cf Mt 16,21; Lc 17,33; Gv 12,25). Ma ab­bandonare la vita è possibile solo quando si è in grado di abbandonarsi alla Vita, di fidarsi cioè così dell'A­more, da rimettere la propria esistenza nelle sue mani (cf Lc 23,46).

Quella fede per cui il piccolo, appena nato, si ab­bandona senza riserve fra le braccia di chi lo ama, si svi­luppa progressivamente nell'esistenza fino a scoprire l'Amore fontale e il fondamento di ogni speranza.

Quando si è appreso questo atteggiamento, si sco­pre la gioia di essere Figli, gioia che nessuno è più in grado di distruggere.

La morte allora acquista un significato nuovo: è l'at­tesa gioiosa del segreto che la vita non ha potuto ancora rivelare, ma che ha lasciato intravedere nei rifles­si gioiosi delle anticipazioni della storia. 

 

La morte di Gesù

Nella sua esperienza e nel suo insegnamento Gesù è stato il segno concreto del valore della morte come cri­terio di vita. La «sua ora», come in Giovanni Gesù chia­ma la sua morte, ha orientato tutti i suoi passi ed è di­ventata la ragione delle sue scelte. Per questo Gesù è stato l'espressione concreta delle esigenze della vita nella fedeltà della morte. La croce, luogo della sua fe­deltà, è diventata il simbolo di chi vive fino alla pie­nezza.

Nella morte egli ha raggiunto la sua identità di Fi­glio ed è stato costituito Messia e Signore per noi. Sul­la croce Egli «è stato esaltato e gli è stato dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9) .

Nella croce egli ha mostrato la forza dell'insegna­mento che egli aveva dato sulla povertà. Egli chiedeva di distaccarsi completamente dalle cose: «Chi non ri­nunzia ai suoi beni non può essere mio discepolo» (Lc 14,33). Egli infatti sapeva che: «Non si può servire due padroni» (Mt 5,34; 19,21.26); perché «dove è il... teso­ro, là sarà anche il... cuore» (Lc 12,34); o si è servi di Dio e si diventa vivi o si è schiavi delle cose e si perde la vita. Quando ci è chiesta la vita, non possiamo offrire le cose. La vita può essere offerta solo da coloro che non l'hanno affidata agli idoli.

Nella croce Gesù ha mostrato la forza dell'amore di Dio che diventa offerta ai fratelli. Gesù nel suo insegnamento ha unito il comandamento dell'amore di Dio, che è accogliere la sua azione, al comandamento dell'amore per gli altri, che è donare la sua azione. Non sono due comandamenti diversi, ma due mo­menti dello stesso processo vitale. In questo senso il ri­ferimento a Gesù è per noi straordinariamente effica­ce, perché attraverso Gesù abbiamo scoperto a che co­sa conduce la fedeltà al progetto di Dio.

Gesù è stato costituito Messia e Signore, per la fe­deltà con cui ha amato anche quando intorno l'odio e la violenza lo uccidevano. Egli ci ha rivelato la legge fondamentale dell'amore che salva: per rendersi salvatore Dio deve farsi carne. Il dono di Dio, infatti, non può emergere nella storia se non attraverso l'azione amorosa degli uomini. Dio non può operare salvezza che attraverso gesti storici di uomini amanti. L'uomo infatti non è in grado di accogliere l'azione salvifica di Dio se non gli perviene attraverso strumenti umani. Dio perciò non ha la possibilità di mostrare il suo amo­re agli uomini se non esistono persone che lo rendano visibile. Per questo la rivelazione di Dio non è manifestazione di idee, ma serie di eventi che interpellano l'uomo e lo sollecitano a decisioni di vita.

Gli atteggiamenti indicati da Gesù per essere suoi di­scepoli sono necessari a tutti per divenire uomini. Essi, infatti, corrispondono alle esigenze che la morte porrà ad ogni vivente per essere vissuta. Infatti la fiducia to­tale nella Vita così da saperla perdere, l'ascolto fedele della Parola in modo da compiere sempre il volere di Dio, il distacco completo dalle cose così da saperle consegnare tutte, l'amore oblativo che consente alla vita di offrirsi senza ricatti, sono attitudini necessarie per svi­luppare gli atteggiamenti profondi della persona o per far crescere l'uomo interiore fino alla statura di figlio di Dio. Sono le condizioni imprescindibili per rag­giungere la vita eterna, cioè per vivere intensamente ogni giorno così da pervenire ad acquisire il nome che è riservato nei cieli (cf Lc 10,10).

Questi atteggiamenti sono necessari a tutti per vivere in­tensamente. Le modalità per raggiungere questo stato sono varie e le pratiche per svilupparne le dinamiche sono diverse, ma la sostanza è universale. La vita esige da tutti l'acquisizione di questi atteggiamenti perché essi sono le condizioni assolutamente necessarie per saper morire e quindi per vivere intensamente. Ma per acquisirli ciascuno deve modificare la condizione ini­ziale della sua esistenza. Noi infatti nasciamo centrati sulle persone, mossi dagli istinti, guidati dal bisogno al possesso delle cose. Per giungere a maturità è ne­cessario perciò cambiare stile di vita e operare conti­nue conversioni. Questa è la rinuncia a se stessi e alle cose che Gesù chiedeva ai suoi quando diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso» (Lc 9,23); «Chi non odia perfino la propria vita non può essere mio discepolo» (Lc 14,26); «Chi vuole con­servare la propria vita la perderà» (Lc 9,23).

Questo in sostanza significa «portare la croce», che è una condizione per seguire Gesù: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può esse­re mio discepolo» (Lc14,17; Mt 10,38). Rinunciare a se stessi significa non seguire i propri istinti che riflettono il passato immaturo, e lasciarsi guidare dalle esigenze della vita per crescere come figli di Dio. Queste indicazioni sono per tutti, perché riguardano gli atteggia­menti necessari per raggiungere la maturità o sviluppare la dimensione interiore di ogni persona, quella che Gesù chiamava anche la vita eterna.

Quando l'uomo prende coscienza di essere creatura e di essere sempre sotto la pressione dell'azione divina, egli avverte che il suo amore è sollecitato da un Bene sommo, che la sua ricerca è stimolata da una Verità ine­sauribile, che la sua esigenza di equità è suscitata da una Giustizia rigorosa, che la stia esaltazione estetica è alimentata da una Bellezza senza canoni, e che il suo bisogno di gioia è risonanza di una Vita che si offre.

Conseguente a questa scoperta è l'abbandono fidu­cioso, l'attesa del dono quotidiano, l'accoglienza e l'e­pifania dell'amore. Sono appunto questi atteggiamen­ti interiori che consentono all'uomo di consegnarsi al­la morte in attesa del compimento delle promesse che la Vita ha formulato lungo il cammino. Egli non sa che cosa l'attende, ma è ormai certo dell'amore di chi lo chiama.

(La vita del credente, Elledici, pp. 80-91)

Fonte: http://www.notedipastoralegiovanile.it/

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Mozambico. Non è mediatica, ma è una guerra

Una regione del Paese africano alla mercé della guerriglia islamista C’era ottimismo a Maputo, la capitale mozambicana. La guerriglia a Cabo...

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