Si ritorna in patria come pastori

  • Mag 19, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Il Santo Padre ha nominato Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maputo (Mozambico) il Rev. P. Osório Citora Afonso, Missionario della Consolata, finora Officiale presso il Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, assegnandogli la Sede titolare di Puzia di Numidia.

Curriculum vitae

S.E. Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è nato il 6 maggio 1972 a Ribaue (Nampula, Mozambico). Ha emesso la Professione Solenne il 17 giugno 2001 nell’Istituto Missioni Consolata a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo).

Dopo aver completato gli studi presso il Seminario Cristo-Rei a Matola, Maputo, ha studiato Filosofia al Seminario Maggiore Santo Agostinho di Matola e Teologia presso l’Institut Saint-Eugène de Mazenod a Kinshasa. È stato ordinato presbitero il 3 novembre 2002.

Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale ed Economo della Parrocchia St. Hilaire a Kinshasa (2002-2005); Consigliere Regionale per la Repubblica Democratica del Congo (2005-2006); Licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma (2006-2010); Studi presso la Hebrew University di Gerusalemme (2008-2009) e l’École Biblique et Archéologique di Gerusalemme (2010-2011); Formatore ed Economo del Seminario Teologico di Kinshasa e collaboratore  locale della Nunziatura Apostolica a Kinshasa (2011-2013); Superiore del Centro Missionario della Diocesi di Vittorio Veneto e della casa Milaico di Treviso (2014-2016); Consigliere Regionale per l’Italia (2016-2017); Formatore nel Seminario Teologico Internazionale di Bravetta, Roma (2016-2017). Dal 2017 finora è stato Officiale presso il Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari.

Un particolare ringraziamento anche da parte della redazione di questo sito per il quale Mons. Osorio ha redatto, negli ultimi due anni,  il commento settimanale alla liturgia della domenica.

Papa Francesco ha voluto riconoscere e distinguere padre Sandro Faedi, missionario della Consolata nativo di Gambettola, con la decorazione "Pro Ecclesia et Pontifice". La cerimonia di consegna della Medaglia d'onore al missionario,  si è svolta domenica 13 agosto a Zóbuè, nella diocesi di Tete, Mozambico, in occasione del Pellegrinaggio Diocesano al Santuario dell'Immacolata Concezione.

L'atto di consegna della Pergamena  e della Medaglia è stato presieduto da Mons.  Suman Paul Anthony, Incaricato d' Affari della Nunziatura Apostolica in Mozambico. Si tratta della più importante onorificenza  che la Chiesa cattolica conferisce  a sacerdoti e laici che si distinguono per la loro fedeltà e il loro servizio alla Chiesa.

Mons. Diamantino Antunes, Vescovo di Tete, ha presentato la vita e l'opera dell'insignito, che ha dato la sua vita alla missione in Venezuela prima, e in  Mozambico, in particolare nella diocesi di Inhambane e nella diocesi di Tete.

Padre Sandro Faedi è stato ordinato sacerdote a Gambettola nel 1972. Dopo il primo ministero  missionario durato 24 anni in Venezuela, dal 1998 svolge la sua missione in Mozambico: prima nella diocesi di Inhambane e, dal 2013, nella diocesi di Tete, dove è stato parroco della parrocchia di San Giuseppe, Amministratore Apostolico tra il 2017 e il 2019, e attualmente parroco della parrocchia di San Daniele Comboni, Economo Diocesano e Responsabile della Caritas Diocesana.

La dedizione alla missione di questo sacerdote, il suo instancabile impegno nell'evangelizzazione, nella promozione umana, nella liturgia e nella promozione delle vocazioni locali sono stati i motivi che hanno spinto il Santo Padre a concedergli l´ onorificenza pontifícia: pro ecclesia et pontifice.

* Mons. Diamantino Guapo Antunes è Missionario della Consolata e vescovo di Tete

CONCLUSIONE DELLA FASE DIOCESANA DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE DEI MARTIRI DI CHAPOTERA, DIOCESI DI TETE (MOZAMBICO).

Il 12 agosto, presso il Santuario diocesano di Zobuè, diocesi di Tete, si è svolta la cerimonia di conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione dei Servi di Dio João de Deus Kamtedza e Sílvio Alves Moreira, sacerdoti Martiri di Chapotera.

Il processo è iniziato il 20 novembre 2021 con il giuramento dei membri della commissione d'inchiesta nominata dal Vescovo di Tete. Questa commissione, dal gennaio 2022 al giugno 2023, ha interrogato i testimoni che hanno conosciuto i Servi di Dio durante la loro vita e hanno informazioni sul loro martirio e sulla loro reputazione.

Dopo la raccolta di tutte le testimonianze, compresa la documentazione d'archivio, è stato preparato un dossier ben documentato sulla vita e il martirio dei due Servi di Dio (1500 pagine) che è stato consegnato dal Vescovo di Tete in scatole sigillate al responsabile della Nunziatura Apostolica in Mozambico, Mons. Paul Anthony, che lo invierà al Dicastero per le Cause dei Santi a Roma.

I Servi di Dio don João de Deus Kamtedza e Sílvio Alves Moreira, come ha sottolineato Mons. Diamantino Guapo Antunes nell'omelia della Messa di chiusura del processo diocesano, sono stati buoni pastori, hanno sofferto con il loro popolo, hanno sempre cercato la pace e la riconciliazione. Hanno messo le loro qualità umane e spirituali al servizio di Dio e degli uomini, vivendo il loro ideale missionario. Sono stati assassinati il 30 ottobre 1985 nei pressi della residenza missionaria di Chapotera, Missione di Lifidzi, in Angonia. I loro corpi sono stati ritrovati il 4 novembre e sono stati sepolti nel cimitero di Vila Ulongwe lo stesso giorno. Padre João de Deus Gonçalves Kamtedza, mozambicano, era nato ad Angonia, nella provincia di Tete (Mozambico), l'8 marzo 1930. È entrato nel Seminario dei Gesuiti nel 1948 e ha professato i voti religiosi nel 1953 a Braga (Portogallo). È stato ordinato sacerdote nella Missione di Lifidzi il 15 agosto 1964. Si è dedicato con tutto il cuore alla missionarietà del suo popolo, prima e per molti anni nella Missione di Msaladzi, poi nella Missione di Fonte Boa e a Satémwa. Era un uomo dinamico, intelligente, saggio, accogliente, impavido, gioioso, comunicativo e un grande apostolo. Amava il suo popolo, la sua cultura e la sua lingua. Alla fine del 1983, padre João de Deus Kamtedza fu trasferito a Chapotera per evangelizzare e assistere pastoralmente le missioni di Lifidzi e Chabwalo.

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Padre Sílvio Alves Moreira è nato a Rio Meão-Vila da Feira (Portogallo) il 16 aprile 1941. È entrato nel Seminario dei Gesuiti nel 1952 e ha professato i voti religiosi nel 1959. Ha studiato teologia all'Università Cattolica di Lisbona tra il 1968 e l 1972.  È stato ordinato sacerdote a Covilhã (Portogallo) il 30 luglio 1972. Ha iniziato il suo lavoro missionario nella diocesi di Tete, presso il Seminario di Zobuè e successivamente nella parrocchia di Matundo. Nel 1981 è stato trasferito a Maputo, lavorando principalmente nella parrocchia di Amparo, a Matola. Nel settembre 1984 è tornato nella diocesi di Tete, venendo assegnato a Satemwa, missione di Fonte Boa, e poi a Chapotera, missione di Lifidzi. Don Sílvio era un uomo libero, intelligente, coraggioso e intraprendente, che viveva con entusiasmo e gioia le fatiche e i rischi che la vita missionaria comporta.

Alla cerimonia che ha concluso la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione hanno partecipato molte centinaia di cattolici provenienti da tutte le parrocchie della diocesi di Tete che hanno preso parte al pellegrinaggio diocesano a Zobuè. È stata una giornata molto bella.

* Mons. Diamantino Guapo Antunes è Missionario della Consolata e vescovo di Tete

 

Il gruppo dei Giovani Missionari della Consolata della Missione di Nzinje in Mozambico, è stato per noi missionari l’occasione di un nuovo inizio, una rinascita, una luce dentro e dopo l'esperienza dolorosa e oscura della pandemia. Il 23 marzo 2020 il governo del Mozambico aveva chiuso tutti i luoghi pubblici e religiosi come misura per contrastare l'estendersi della pandemia di Covid19. Sono stati cinque mesi di paura, dolore, dubbi per non sapersi opportunamente prevenire; abbiamo vissuto la morte di amici, familiari e conoscenti.

In tempi di crisi come quella il popolo trova consolazione nella sua dimensione spirituale e religiosa, si avvicina ai luoghi di culto e di devozione popolare, ma anche quella possibilità era stata negata dal diffondersi dalla pandemia.

Eppure Dio si rivela in ogni momento e in ogni tempo attraverso il suo Spirito che ci illumina e ci mostra le vie per rinascere: dobbiamo essere attenti e disponibili perché la sua grazia ci spinga avanti con nuove idee, nuovi progetti che diano sapore e ricchezza alla dinamica missionaria. I primi cinque mesi di reclusione ci hanno portato a pensare, interrogarci e riflettere: dopo tutto questo che è successo, che novità porteremo alla missione? Come rinascere?

Abbiamo iniziato la nuova esperienza con 23 giovani che venivano da un cammino fatto nell'infanzia e nell'adolescenza missionaria, tra i 15 e i 18 anni. Siamo partiti da una più profonda formazione cristiana, e abbiamo anche voluto dare un’impronta Allamaniana e Consolatina. Non si trattava solo di conoscere il carisma, ma anche viverlo e condividerlo con altri giovani, dando alla parrocchia un nuovo slancio dinamico e giovanile.

Dopo nove mesi di formazione settimanale il giorno della festa della Consolata del 2021 nella Chiesa delle Rocce del Santuario della Consolata di Massangulo, e con la benedizione del Vescovo della Diocesi di Lichinga, Mons. Atanasio Amisse Canira, nasce questa nuova luce, il primo gruppo giovanile di spiritualità consolatina della Regione del Mozambico.

La spiritualità allamaniana li ha portati a vivere uno spirito di famiglia in cui ciascuno si sente fratello contribuendo con la propria ricchezza umana e cristiana. Hanno un profilo definito nel loro manuale e una metodologia missionaria: settimanalmente fanno un incontro formativo il sabato pomeriggio; il mercoledì animano la messa con canti e letture; collaborano con lavori manuali in parrocchia ogni sabato mattina e mensilmente, nei quartieri della parrocchia, visitano i malati e aiutano qualche famiglia povera e bisognosa.

Questo gruppo è nato con 23 giovani e oggi, solo nella sede della parrocchia, sono 56; poi ci sono antri due gruppi in due comunità, tutti formati e accompagnati da loro stessi, raggiungendo in soli due anni il numero di 87 giovani che vivono e condividono il nostro meraviglioso carisma.

Non importa quanto siano difficili i tempi, non importa quanto siano bui i momenti, la luce della risurrezione e la forza dinamica del fuoco di Pentecoste saranno sempre più forti. Dobbiamo aprirci alla grazia di Dio che si rivela a noi e ci illumina in ogni momento. Il nostro carisma e il nostro modo di essere nella missione sono fonte di salvezza per le generazioni presenti e future.

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Costruttori di pace

Dal Mozambico, dove si trova in missione, il padre Edegard Silva, salettiano di origine brasiliana, risponde ad alcune domande sulla situazione della guerra nella Provincia di Cabo Delgado. "Non parlerò di numeri e statistiche. Dalla missione di Mieze, voglio solo raccontare come abbiamo vissuto questi ultimi tempi in questa conflittiva regione".

La guerra a Capo Delgado continua?

Sì, continua. Di solito dico che qui viviamo in una sorta di "scatola delle sorprese". In ogni "capitolo" di questa guerra, veniamo colti da un fatto inaspettato, che cambia l'agenda e lascia l'intera popolazione sbalordita. Per la comunità attaccata, l'azione terroristica è qualcosa di inaspettato. Per i terroristi si trattava probabilmente di un'azione pianificata.

Il giorno in cui verrà dichiarata "ufficialmente" la fine di questa guerra, i postumi del "dopoguerra" diventeranno una sfida e un lento processo di ricostruzione (umana e fisica) delle comunità. E in questo processo entra in gioco la nostra presenza come Chiesa in queste terre. Sarebbe esagerato dire che "ricominceremo da zero", ma la ripresa del processo di evangelizzazione in questa regione sarà impegnativa.

Ci sono nuovi scenari?

In tutto questo tempo, abbiamo visto che questa guerra è stata caratterizzata da azioni differenziate. Inizialmente, l'uso di machete per decapitare le persone; poi, attacchi a mezzi di trasporto, incendio di case, rapimenti, fino ad arrivare all'uso di armi pesanti e di grosso calibro. Queste azioni non sono improvvisate. Al contrario, si tratta di attacchi pianificati, probabilmente con indicazioni preventive sulle tattiche e i mezzi da utilizzare.

Non si parla molto di questa guerra. Le persone si sono abituate alla guerra?

L'espressione "abituarsi alla guerra" è molto crudele. Chi è mosso da compassione e umanità non può accettare questa posizione di passività. Questa espressione non può far parte del nostro vocabolario. Tuttavia, questa guerra va avanti da cinque anni, il primo attacco è avvenuto nell'ottobre 2017. Il fatto che si svolga nel continente africano non sembra suscitare alcun interesse da parte di molte persone, né dei media tradizionali; per questo motivo, rischia di cadere nel dimenticatoio.

Questo mi ricorda il testo di Marina Colasanti, scrittrice italo brasiliana, che si intitola "So ma non devo", che dice: "Ci si abitua ad aprire il giornale e a leggere della guerra. Quando accettiamo la guerra, accettiamo i morti e che ci possono essere e, accettando i numeri, si accetta di non credere ai negoziati di pace, si accetta di leggere ogni giorno della guerra, dei numeri, della lunga durata". Non possiamo abituarci alla guerra, né alle barbarie che l'umanità e la creazione possono subire!

A Cabo Delgado "respiriamo" ogni giorno questo clima di guerra, gli sfollati sono ovunque. Che ci piaccia o no, accompagniamo con ansia questa via crucis che sembra non avere fine.

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Ci sono stati nuovi attacchi?

In realtà gli attacchi non si sono mai fermati. Quelli di maggiore intensità o impatto rimangono nella memoria della stragrande maggioranza delle persone: il giorno dell'attacco, la fuga nella boscaglia, la distruzione del villaggio, tutto questo è registrato nella storia della vita di ogni persona. In molte di questi villaggi che sono stati attaccati non resta più nulla da distruggere. Inoltre, alcuni villaggi del nord, che non erano stati attaccati, sono stati successivamente conquistati dai terroristi.

La "novità" di questi ultimi giorni sono gli attacchi nella regione meridionale della Provincia, precisamente nel distretto di Ancuabe, dove sono stati distrutti alcuni villaggi: questo ha innescato un nuovo ciclo di fuga, la popolazione locale è stata colta dal panico che ha scombussolato l'intera regione.

Questa notizia si è diffusa molto velocemente...

Anche se quasi nessuno ha accesso alla radio, alla televisione o ai social, la notizia si è diffusa in modo fulmineo. La popolazione, in generale, dispone di telefoni cellulari, molto semplici, ma ricaricabili con piccole piastre solari; possiamo comunicare in modo veloce attraverso questi dispositivi, si stabilisce una sorta di "rete di comunicazione" molto efficiente perché ogni famiglia ha parenti o conoscenti distribuiti in geografie molto ampie, uno avverte l'altro a grande velocità. Evidentemente non si può controllare quali informazioni siano vere e quali no, e le fake news si verificano in modo incontrollato in questo contesto di guerra.

Quando si viene a sapere di un attacco, cerchiamo di entrare in contatto con diverse fonti (le équipe missionarie, gli animatori delle comunità o qualche organizzazione), persone che possano garantire la veridicità di queste informazioni.

Ad ogni modo c'è la sensazione che i villaggi siano totalmente abbandonati e la paura si impossessa della gente.

Quale è la situazione della gente?

Non abbiamo lasciato molto spesso l'area in cui svolgiamo la nostra missione. Migliaia di famiglie continuano a vivere in case di parenti, o in insediamenti con condizioni precarie. Come missionari cerchiamo di promuovere azioni che siano alla nostra portata. Abbiamo progetti piccoli e puntuali, soprattutto con i nostri animatori che sono in queste aree ma è una realtà impegnativa e troppo grande per le nostre risorse umane e finanziarie. Anche le organizzazioni umanitarie sono presenti. 

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Che analisi fai della guerra?

Ho trovato interessante un articolo di un responsabile dell'Unione Europea presente in Mozambico che è stato pubblicato di recente. Parla delle tante iniziative intraprese, ma dice che "ci vorrà ancora molto tempo prima che la situazione sia completamente sotto controllo".

È in corso un'azione congiunta tra le Forze armate del Mozambico, le Forze armate della Ruanda e la Missione della Comunità di sviluppo dell'Africa australe. Sono stati compiuti passi significativi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che anche gli insorti hanno le loro tattiche, e stanno dimostrando un addestramento molto consolidato e probabilmente anche sufficienti finanziamenti.

Come state voi missionari e come stanno le famiglie?

Noi Missionari salettiani, su richiesta dello stesso Vescovo della Diocesi di Pemba, Mons. Antonio Juliasse, continuiamo ad essere un "punto di riferimento" per le comunità di Muidumbe. Non sono in grado di parlare di quel che succede in ogni distretto dove sono pur presenti altre comunità. A Muidumbe la gente ci cerca, ci chiama e molti animatori sono vicini.

Abbiamo informazioni che in molti distretti hanno iniziato a ripulire l'area, con la riconquista di alcune località e questo ha scatenato nella popolazione un grande desiderio di ritorno. Comprendiamo, umanamente parlando, la nostalgia della casa e della comunità. Ci sono molti fattori ma credo che il più forte sia il desiderio di fare ritorno a casa.

Una volta un animatore mi ha detto: " Se devo soffrire nel mio villaggio o soffrire dove mi sono rifugiato... prefersico soffrire nel mio villaggio". Non è una decisione comune fra tutti gli sfollati. In alcuni casi il padre di famiglia fa un sopralluogo per vedere come stanno le cose lasciando indietro inizialmente moglie e figli. Altri preferiscono aspettare un po' anche a causa di continue notizie di nuovi attacchi o addirittura presenza di terroristi. Per dare una idea nel il distretto di Muidumbe ci sono 26 villaggi. In 13 di loro alcune persone, non la totalità della popolazione del villaggio, sono tornate alle loro case.

Noi stiamo anche organizzando, insieme alla diocesi di Pemba, l'invio di materiale agli animatori per realizzare la Celebrazione della Parola. Anche quello un piccolo segno di ritorno alla normalità.

Che significa essere missionari in questo contesto di guerra?

I missionari sono esseri umani e ognuno vive in modo diverso questa emergenza. Non siamo né superuomini, né superdonne!

Non possiamo negare che proviamo paura, che la struttura fisica delle case in cui viviamo spesso ci preoccupa, che dobbiamo fare i conti con una possibile fuga. Sono situazioni che ci riguardano. Il processo di discernimento di fronte alla decisione "partire/restare" è molto difficile.

Ma in tutto questo continuiamo ad essere pastori delle comunità che ci sono state affidate, abbiamo una responsabilità e un impegno, il si aspetta una parola di fiducia e di speranza. 

È di estrema importanza sapere cosa dire ed essere prudenti con le informazioni che vengono trasmesse. La testimonianza e la presenza amorevole tra la gente in questo momento sono molto importanti. 

Poi ci è sempre stato chiesto di non stancarci di pregare e chiedere la pace e, visto come vanno le cose nel mondo, non solo in Mozambico. Come seguaci e missionari di Gesù dobbiamo poter entrare ovunque per dire "Pace a questa casa" (Lc 10,5)... venite, unitevi a noi, siamo sognatori, esecutori e costruttori di pace!

* Padre Edegard Silva Júnior, missionario salettiano di origine brasiliana è in missione nella parrocchia di Nostra Signora del Monte Carmelo, Mieze, diocesi di Pemba.

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