Il missionario della Consolata padre Rubén Horacio López è morto la mattina del 19 aprile 2024 a Buenos Aires, in Argentina. Aveva 63 anni, 39 di professione religiosa e 35 di sacerdozio. Il religioso ha vissuto la sua Pasqua ed è andato incontro a Dio, che ha amato e servito.

Il comunicato ufficiale dei Missionari della Consolata della Regione Argentina esprime i tanti sentimenti di dolore e di gratitudine che provengono da molti luoghi dove padre Rubén ha prestato servizio come missionario: "Oggi il nostro fratello ha terminato il suo pellegrinaggio sulla terra ed è andato alla casa del Padre. Ringraziamo Dio per la sua testimonianza, il suo ministero, la sua consacrazione e la sua dedizione alla missione ad gentes".

Nato a Buenos Aires il 21 luglio 1960, p. Rubén è entrato nel Seminario della Consolata e ha studiato filosofia in Argentina, poi si è trasferito in Colombia e a Bucaramanga ha fatto il noviziato ed emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985 per poi studiare teologia a Bogotá. Si è specializzato a Roma, in Italia, ed è stato ordinato sacerdote il 9 settembre 1988.

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Padre Rubén participa dell'Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá, Colombia nel 2018. Foto: Julio Caldeira

I suoi primi anni di missione li ha vissuti a Punín, in Ecuador, con le comunità indigene Kichwa Puruhá. Successivamente è tornato in Argentina, dove ha lavorato nelle parrocchie di Pirané (Formosa), San Salvador de Jujuy e Merlo (Grande Buenos Aires). Fu anche formatore dei giovani del seminario propedeutico e di quello filosofico di Buenos Aires e Jujuy. In vari periodi fu consigliere, vice-superiore e superiore regionale dei Missionari della Consolata in Argentina.

Non risparmiava alcuno sforzo per stare con la gente

Era conosciuto come "missionario in cammino", perché si sforzava di andare il più delle volte "a piedi" per incontrare le persone, le famiglie e le comunità. Era noto per la sua vicinanza, amicizia, semplicità e umiltà, ed era un grande consigliere, pastore e guida.

Di fronte al dolore per la sua partenza, abbiamo ricevuto diversi messaggi di ringraziamento che ricordano la testimonianza missionaria del padre Rubén López.

Sofía Rodríguez, formata nei gruppi giovanili della parrocchia di Nostra Signora di Pompei, a Merlo, ricorda che padre Rubén è stato "un grande amico, sacerdote, attento alla comunità, preoccupato per le case e le famiglie, formatore di molti che ora sono sacerdoti". Ricorda come ogni “mate”, chiacchierata, “empanada” o qualsiasi altro cibo di cui era ghiotto diventava anche una occasione per organizzare la celebrazione eucaristica o mostrare come essere comunità senza trascurare l'altro, anche se diverso da noi. “Ci insegnava a chiedere perdono anche se doveva accompagnarci per farlo; a risolvere situazioni difficili sempre con il dialogo e l’ascolto; a credere in chi diceva la verità, anche se non aveva tutti i documenti in regola. Lo ringraziamo per ogni battuta ironica che ci ha fatto pensare o racconto che lasciava sempre delle cose belle su cui riflettere”.

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XIII Capitolo Generale a Roma nel 2017. Foto: Jaime C. Patias

I migranti boliviani di Merlo, ricordando che "ha accompagnato la nostra comunità per molti anni con le sue messe e le sue preghiere, partecipando sempre nei nostri usi e costumi. Non dimenticheremo mai le volte che ha visitato le nostre case portando la parola e la benedizione di Dio. È stato parroco, amico e grande guida per tutti noi”.

Un missionario delle periferie e un viaggiatore

Il missionario laico della Consolata Mario Miranda, che ha vissuto e lavorato con padre Rubén per molti anni, dice che "era un grande missionario ovunque andasse, un amico intimo, sempre preoccupato per i più vulnerabili e bisognosi di conforto. Un missionario attento alle periferie e preoccupato di lasciare comunità ben organizzate e dedite alla missione e all'evangelizzazione. Era un uomo semplice, umile e missionario che camminava molto per visitare le famiglie e i malati. Siamo molto dispiaciuti per questa perdita, ma apprezziamo il messaggio che ci ha lasciato con la sua testimonianza".

Suor Nair Sassi, missionaria della Consolata, ha ricordato il suo periodo di servizio alle suore anziane in Argentina: "padre Rubén veniva ogni giorno a celebrare la Messa. Pioggia, sole, freddo o caldo, veniva sempre camminando per quasi cinque chilometri. Non misurava sforzi per partecipare a riunioni o per la celebrazione eucaristica e le feste; quando una sorella era malata veniva subito a darle l'unzione degli infermi, ad ascoltare la sua confessione, a parlare con lei e a darle una benedizione. Per noi è sempre stato un vero fratello missionario della Consolata. le siamo eternamente grate per tutto quello che ha fatto per noi”.

Anche la parrocchia di Nostra Signora di Pompei di Merlo ha inviato una nota di cordoglio: "Oggi è con profondo dolore e tristezza che diamo l'addio a una persona che è stata una parte molto importante della nostra parrocchia, il nostro parroco Rubén López, che è stato più di un parroco: era un amico e una grande guida per tutti, soprattutto per i più giovani. Accompagniamo nella preghiera la sua famiglia e tutti coloro che hanno conosciuto il nostro caro padre Rubén, che oggi è tra le braccia del Padre Celeste".

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Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá

Breve biografia

Figlio di Manuel Antonio López e Irma Rosa Esnoz, padre Rubén Horacio López è nato il 21 luglio 1960 a Buenos Aires, in Argentina. È entrato nel seminario dei Missionari della Consolata in Argentina, dove ha studiato filosofia. In Colombia ha vissuto l'anno di noviziato a Bucaramanga, dove ha emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985, per poi trasferirsi a Bogotá perla teologia.

Dopo la teologia si è trasferito in Italia, a Roma, dove si è specializzato in Storia della Chiesa, e nel 1988 ha emesso la professione perpetua (25 marzo); è stato ordinato diacono (16 aprile) e, in Argentina, sacerdote (9 settembre). La sua vita missionaria cominciò l’anno dopo e queste sono state le sue attività:

1989-1995: Vicario e parroco a Punín, Chimborazo (Ecuador).
1995-1999: Vicario e parroco a Pirané, Formosa (Argentina).
1996-1999: Consigliere regionale dei Missionari della Consolata (Argentina).
2001-2003: Parroco ed economo a Jujuy (Argentina).
2002-2005: Consigliere regionale dei Missionari della Consolatain Argentina
2003-2007: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires
2005-2008: Superiore regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires.
2008-2015: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires.
2010-2019: Vicario e parroco a Merlo, Buenos Aires.
2016-2019: Vice-Superiore regionale dell'Argentina.
2019-2024: Vicario, superiore locale e formatore a San Salvador de Jujuy, (Argentina)
2024: assegnato alla Casa Regionale di Buenos Aires per cure mediche, dove è morto la mattina del 19 aprile.

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I missionari della Consolata argentini Mauricio Guevara e Rubén López a Bogotá, Colombia.

La Messa funebre è stata celebrata nella cappella della Casa Regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires la mattina del 20 aprile e il nostro caro Padre Rubén López è stato sepolto nel Cimitero di Luján.

* Padre Julio Caldeira, IMC, è missionario nell'Amazzonia brasiliana.

Custode non proprietario!

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (SECONDA PARTE)

In questi anni non ho mai voluto essere proprietario della missione o il classico superiore che domina. Invece ho voluto essere il custode di un vocazione che ci accomuna, di un carisma che ci fa fratelli, di una missione che ci spinge a sognare le stesse cose. C'è uno slogan che ho attaccato alla mia scrivania ed è li da anni: un aforisma di Bertolt Brecht e dice “ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”; solo chi non trova un comodo posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

La responsabilità 

Un'altra frase che mi ha accompagnato in questi anni l’avevo trovata in un libro di meditazioni. Diceva qualcosa di simile: "se per caso dalla vita dei missionari sparisse la parola amore oggi dobbiamo rimpiazzarla con responsabilità. Il nuovo nome dell'amore è la responsabilità. 

Su questo punto dobbiamo battere molto: molti problemi che abbiamo sono legati spesso a una mancanza di responsabilità e su questo mi è sembrato importante chiamare l’attenzione di tutti i missionari. Essere responsabili significa prendersi a cuore le cose che facciamo; rispondere delle comunità o degli impegni che sono stati a noi affidati. Non si tratta di far sentire uno colpevole o innocente ma di richiamare ciascuno alla propria responsabilità: non possiamo rinunciare a questo se vogliamo vivere la nostra vocazione da adulti e non da bambini.

Non fare ma essere missionari

Un altro aspetto importante è quello di spostare la nostra consacrazione dal fare all’essere. La nostra vita è sempre stata molto attiva ma non possiamo lasciarla agganciata al fare. In questi giorni, con il corso per i missionari anziani, uno psicologo diceva precisamente questo: il problema dell'età avanzata diventa tale se ci siamo agganciati troppo al fare e poco all'essere. Quando le forze non ci sono più allora i missionari entrano in crisi se sotto non c'è un essere consistente. Se invece è importante l'essere, anche se sei anziano, potrai sempre trasmettere qualcosa.

Le situazioni che mi hanno segnato

Ce ne sono davvero tante, provo a riassumerle citando tre esperienze che mi hanno marcato nella relazione con missionari, tre con le comunità e tre con l’Istituto in generale

1. Relazioni con i missionari

Una esperienza davvero forte fatta abbastanza recentemente è quella con l'ex padre Giuliano. Lui già un bel po’ di anni fa, in Venezuela, ha lasciato l'Istituto e messo su famiglia. Io tutte le volte che andavo in Venezuela lo cercavo. Poi proprio nel periodo più brutto di questo paese, con la crisi che si era aperta dopo la morte di Chávez, quando era diventato perfino difficile mettere qualcosa sotto i denti, mi arriva la notizia che Giuliano si era ammalato di un cancro all'esofago. In Venezuela, in quelle condizioni, era davvero destinato a morire. Mi è sembrato che non potevamo far finta di niente, lui era stato uno di noi, e allora l'ho fatto arrivare ad Alpignano dove è rimasto fino alla morte. Mi ha lasciato scritto delle cose molto belle, ha fatto veramente una esperienza mistica ad Alpignano. Poi abbiamo fatto venire anche le figlie quando era quasi alla fine; il cancro gli impediva di parlare ma scriveva ancora su un foglio. Alla fine è morto degnamente ed è stata per lui e anche per noi una esperienza di grande consolazione. Un caso analogo è stato quello del padre Giorgio, anche lui uscito tanti anni fa. Si era ridotto a vivere, cieco, in un appartamento da solo e così anche lui l'abbiamo portato ad Alpignano. 

Poi stiamo accompagnando un padre che ha abbandonato l’Istituto con 72 anni, dopo una esperienza che non era mai stata affrontata per più di venti o trent'anni e che faceva star male sia il padre che la comunità. Adesso sta bene, è contento, ma con settanta due anni e non lo possiamo lasciare solo e quindi anche lui dobbiamo accompagnare.

È parte della vita e del servizio che mi è stato affidato dalla comunità: stare vicini a missionari che vivono esperienza forti. Per ultimo il caso del padre Rocco che a Milano che stava lentamente morendo di cancro, in età ancora abbastanza giovane e che, fino a poco prima, era ancora nel pieno delle sue attività. Che difficile trovare le parole giuste per dire a un confratello con il quale hai convissuto e fatto un cammino assieme “guarda, umanamente parlando la situazione che stai vivendo ha una sola uscita e quella è la morte, la medicina non può fare più niente per te”. Quando riesci a trovare le parole giuste allora senti il suo ringraziamento e quello della sua famiglia. Ho scritto loro quattro righe e queste sono state pubblicate nell’immagine ricordo che è stata distribuita in paese in occasione del suo funerale. È stata anche quella una esperienza di profondo dolore e di profonda consolazione.

2. Relazioni con le comunità

Nelle comunità la consolazione è essenzialmente presenza, stare con, condividere e sporcarsi le mani con le situazioni che vivono i confratelli. Non finirò mai di ringraziare il Padre Eterno per tutta la esperienza che ho avuto modo di accumulare in questi anni spesi accompagnando i confratelli. È stato un dono e una bellezza incredibile.

Potrei ricordare il caso di Dianrá, quando la guerra civile della Costa d’Avorio stava volgendo al termine ma il paese continuava ad essere diviso e i nostri missionari del nord da mesi non vedevano nessuno. Sono arrivato in Costa d'Avorio con il primo viaggio organizzato dall'estero e devo essere stato il primo bianco ad attraversare quella frontiera interna che la guerra aveva marcato. È stata una vera avventura fatta spesso con mezzi di fortuna e spostandosi come si sposta la gente. Quando arrivai là che festa è stato quell’incontro e anche che mal di pancia... mi hanno dato da mangiare una specie di topo e ho vomitato l’anima, pensavo di morire.

Un’altra esperienza di vicinanza a missionari particolarmente provati è stata quella del Venezuela, ho accompagnato i confratelli durante una delle molteplici crisi che ha attraversato il paese, quando in strada c’era un sacco di gente arrabbiata e non si sapeva nemmeno bene che intenzioni avessero.

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Altro ricordo: la missione di Luacano, in Angola. Una missione remota dove non c’era mai stata presenza missionaria prima di noi. Per arrivarci bisognava volare due ore dalla capitale fino a una città dalla quale partiva una ferrovia che portava, dopo otto ore di viaggio e attraversando zone paludose, fino a Luacano. Il treno era l’unico mezzo di trasporto, non c’erano strade per motivo della topografia della regione e sul treno viaggiava proprio di tutto. Se non compravi il biglietto con abbastanza anticipo non trovavi nemmeno un buco per metterti.

Un’ultimo ricordo, il viaggio da Toribío a Cali, con mezzi pubblici, per accompagnare un poco il padre Tarcisio Mayoral che era rimasto solo nella parrocchia del Santo Evangelio.

Un segno dell’attenzione comunitaria rivolta alle persone e alla comunità è stata la grandissima corrispondenza. Quanto non ho dovuto scrivere in questi anni! Forse il Superiore Generale che verrà dopo di me sarà una persona che utilizzerà altri modi di comunicazione, magari più audiovisuali, ma nel caso mio i messaggi scritti sono stati davvero tanti. Oltre alla corrispondenza personale –tante cose moriranno con me– le lettere ai missionari in occasione della professione perpetua e il diaconato e in occasione di eventi giubilari (anniversari di ordinazione e professione). Poi per la comunità i messaggi in occasione dell’anniversario della fondazione, la festa del Fondatore, la Pasqua, la festa della Consolata, la commemorazione dei defunti e il Natale. Le lettere alle distinte circoscrizioni alla fine delle visite canoniche o in circostanze particolari. Se dovessi raccogliere tutto, magari sarebbe bene farlo, ci sarebbe davvero un buon materiale per la riflessione e anche abbastanza voluminoso.

Tutto questo io l'ho vissuto e sperimentato come un gesto di consolazione.

Lo stesso profilo Facebook l'ho aperto e mi è servito per conservare contatti con tante persone, spesso giovani o ex giovani, che in questi anni ho accompagnato, incontrato, sentito, ascoltato in tanti modi e nelle più distinte comunità e luoghi geografici. Si ricordano, si creano agganci, ci si scambia saluti... cercare di rispondere a tutti questi  messaggi, soprattutto in occasione delle feste, diventa quasi una impresa ciclopica ma è anche parte di un servizio bello prestato alle persone. 

3. La relazione con tutto l’Istituto

In questi anni è stato grande lo sforzo di organizzare meglio questo Istituto. Probabilmente non ci sono riuscito come avrei voluto e arriviamo a questo capitolo con molte delle domande che ci accompagnano quasi da decenni. Questa fatica io la vedo abbastanza legata alla identità del nostro Istituto, siamo molto più dediti al fare che al pensare ma questo ci ha impoverito moltissimo. Non sempre siamo disposti a metterci in gioco per pensarci, pensare diversamente il nostro futuro e costruire l’Istituto che lasceremo in eredità a quanti verranno dopo di noi. D'altra parte spesso ci avviciniamo a situazioni nuove con una mentalità un po' vecchia e questo certamente non aiuta.

È quello che è successo con il tema della Continentalità: come spirito abbiamo fatto molti passi in avanti, ma come organizzazione con certa consistenza giuridica ed organizzativa non siamo stati capaci di arrivare fin dove avremmo voluto. Tanti missionari si sono impegnati in tutto questo ma non so fino a che punto ci abbiamo creduto davvero. 

 

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (PRIMA PARTE)

Esiste in Messico, precisamente nella zona del Chiapas ma non solo, una pietra preziosa chiamata Ambra. Secondo la leggenda gli abitanti della regione credono che quando Dio mandò il diluvio universale per punire i peccatori e le piogge caddero per 40 giorni e 40 notti, tutti piangevano dalla disperazione. Le loro lacrime cadevano nelle acque della piena e si trasformavano in Ambra. L’Ambra pura e trasparente si formava dalle lacrime degli innocenti, quella più scura e velata dalle lacrime delle persone cattive e dei beoni. Nel Chiapas (Messico) e nel Tibet, molti bambini portano al collo un pezzo di ambra, per tenere lontano il malocchio. Sin da tempo immemorabile si credeva che l'Ambra avesse proprietà magiche e medicamentose. Veniva utilizzata come incenso durante i rituali e come disinfettante per combattere le malattie infettive. Gli amuleti d'Ambra avrebbero dovuto proteggere chi li indossava dalle forze maligne ed assicurare loro fertilità e successo nella caccia, mentre i gioielli d'ambra adornavano il corpo sia in vita che dopo la morte, con lo scopo di sottolineare lo stato sociale della persona. L'ambra, sostanza mistica che brilla alla luce del sole attraverso ombre d'oro e miele, è leggera, infiammabile, sempre calda al tatto e con proprietà elettrostatiche. È inoltre in grado di influire sulla bioelettricità del corpo, per semplice contatto esterno o ingerita in polvere. In quest'ultimo caso l'incorruttibilità dell'Ambra le permette di superare indenne tutto il tratto digestivo portandoci la sua azione curativa. La proprietà dell'Ambra di rilasciare elettroni si applica negli ambienti bruciandola come incenso. 

Ma cos’è la missione?

Oggi, in un mondo in continuo mutamento, potremmo sicuramente dire che la missione è preziosa come l’ambra chiara; ha il volto della consolazione per un mondo dilaniato e sofferente; ha bisogno delle lacrime della gente ed anche di quelle di noi missionari. Il mondo, per ritrovare speranza e gioia di vivere, ha bisogno della purezza e preziosità di tante lacrime che si solidificano e diventano curative, così come l’ambra, secondo le antiche culture del continente americano.

La missione non ha niente a che fare con la passività, l’insediamento, la paura o il mettersi alla difensiva; questi sono segni che indicano che lo Spirito è stato offuscato (cfr. Ts 5,19) e non è stato atteso o ricevuto.

La missione nella sequela di Gesù è cambiamento, apertura alla novità, ricerca inquieta e di speranza. Richiede rotture e rinunce, ma suscita e genera anche molta gioia ed entusiasmo e manifesta tutto il suo fascino. Avviene a noi come a quel tale che “trovato” un tesoro nel campo, lo nascose e per la gioia vendette tutto quello che aveva per comperarlo. (Matteo 13,44). La missione, aperta alla novità dello Spirito che è sempre libero, creativo e persino sconcertante, crea e ricrea, trasforma e fa nuove tutte le cose, appassiona per Cristo e il suo Regno.

Ci sono troppi uomini e donne schiavi delle strutture, che si accontentano di “eseguire” gli ordini, come qualsiasi esecutore rassegnato. Oggi abbiamo bisogno di uomini e donne che si muovano con passione nella mistica della vita, che sappiano ascoltare la voce del silenzio, che camminano nella carovana di tutti gli uomini e donne del loro tempo e che con entusiasmo spingano avanti e assumano nel quotidiano non solo le opzioni e le motivazioni, ma anche i sentimenti di Cristo ( Efesini 2,5) e diventino testimoni mediante la giustizia, la libertà, la riconciliazione, la misericordia e la tenerezza, la solidarietà e la gratitudine, la bellezza e la gioia.

Come sono stati questi 18 anni al servizio dell’Istituto?

C’è una frase del fondatore che mi ha accompagnato in questi 18 anni e ha orientato il mio servizio all’Istituto: “il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere!”.

Un missionario della Consolata non può non pensare alla Consolata e alla consolazione nel suo servizio missionario e tanto più se è un superiore. Quindi al centro di questo cammino pluriennale c’è il progetto della consolazione che ho imparato con la guida di tre maestri: la stessa madonna Consolata evidentemente, la nostra mamma; il Fondatore Giuseppe Allamano e anche tutta l’umanità in diverso modo bisognosa di consolazione.

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Come ho esercitato il ministero della consolazione nell’Istituto?

Prima di tutto per mezzo del dialogo con le persone; è stata l’esperienza più bella fatta in questi anni. Accompagnare i missionari, li ho incontrati tutti in più di una occasione e in diverse circostanze; dialogare con persone che ti aprono il loro cuore è una cosa bellissima e sempre molto arricchente. Mi ha aiutato il dono della memoria che il Signore mi ha concesso: ricordavo spesso dettagli di tanti incontri che ho avuto con i missionari e loro erano molto contenti quando tu ricordavi aspetti della vita di ciascuno, si sentivano valorizzati nella loro missione o nel loro particolare incarico o lavoro.

In questi anni ho visitato davvero tutte le missioni. Me ne è mancata solo una ed è la parrocchia che è stata aperta poco più di un anno fa nella città di Madrid... questa davvero credo che non la potrò visitare, ma è l'unica eccezione. Visitare le missione, e anche più volte, ti aiuta ad avere una certa prospettiva storica e a creare una relazione spesso profonda con chi ti trovi lì. Forse non parli nemmeno la lingua ma si stabilisce una specie di feeling, una vicinanza che fa bene a tutti: a noi missionari come alle persone che hai modo di visitare anche a distanza di anni.

Ho trovato tanti missionari che hanno saputo dire quanto questo che ci abbia tenuto uniti. Pochi giorni fa un missionario di passaggio mi ha chiesto se avevo un minuto per dialogare e quando è venuto nel mio ufficio era per ringraziami per quello che avevo fatto per lui. Un altro missionario mi ha scritto chiedendomi perdono perché "non sempre mettiamo in pratica quello che scrivi".

Alla fine tutto questo è stato un cammino fatto assieme, potremmo anche dire che una consolazione reciproca: non si tratta affatto di essere giudici implacabili, ma fratelli che fanno assieme un cammino.

Poi un secondo spazio dove ho esercitato la consolazione è stato l'incontro con le comunità. Era un aspetto importante della visita perché aiutava a mettere in pratica il discernimento fatto con le persone. Magari in altri tempi il superiore vistando le comunità si soffermava molto su temi di carattere morale o disciplinare, legati alla vita dei missionari. Non ho voluto lasciare indietro queste cose ma ho dato amplio spazio alla condivisione, la riflessione e lo studio sulla missione. la riflessione sulla missione che ognuno stava portando avanti era un aspetto di primaria importanza.

Ho sempre cercato di vedere il senso di quello che stavamo facendo; se stavamo in una parrocchia per esempio chiedevo di conoscere il progetto pastorale. Ho sempre considerato importante che i missionari sapessero che il superiore si preoccupava di chiedere dove mettevano il loro accento, come spendevano il loro tempo, lo spazio che la missione avesse nel loro impegno quotidiano.

In questi anni forse potranno accusarmi di tanti sbagli, in tante cose certamente avrei potuto fare meglio, ma certamente non potranno mai dirmi che non sono stato sincero... ho sempre detto quello che sentivo dentro, tanto alle persone come alle comunità; ho cercato di evitare giustificare situazioni che avessero bisogno di una correzione e questa ho sempre cercato di realizzarla con rispetto e buone maniere. 

O padre Eugénio Butti é o superior da comunidade de Fátima há sete anos. Com 63 de idade e 42 de consagração, é natural de Valmadrera, diocese de Milão, em Itália. Pedimos-lhe uma partilha sobre a sua vocação à vida religiosa.

Quero iniciar o relato da minha experiência vocacional recordando um momento muito importante da minha infância e que reconheço estar na origem da minha vocação. No dia da Primeira Comunhão, depois de ter recebido Jesus Eucaristia, minha mãe sugeriu-me que fizesse esta oração: “Se quiseres, Jesus, podes chamar-me para ser um teu sacerdote”. Sem entender plenamente o sentido de tudo isso, mas em obediência à minha mãe, fiz com toda a sinceridade o pedido a Jesus.

E foi aos 16 anos, através de uma experiência rica e memorável com o grupo de adolescentes e jovens do Oratório da minha paróquia de origem, que aquele pedido foi atendido e a voz de Deus começou a falar alto no meu coração.

Durante uma semana de férias nas montanhas, fiquei fascinado pela beleza da criação que nos envolvia a todos, mas também pela beleza do espírito de fraternidade vivido no grupo. É a partir desta experiência de vida em grupo na paróquia, alimentada pela oração, sob a orientação espiritual do sacerdote que nos acompanhava, e também graças ao testemunho de um nosso conterrâneo e jovem sacerdote, missionário da Consolata que foi às missões de Roraima, Brasil, que foi delineando-se com cada vez mais clareza a minha vocação missionária.

Antes de ingressar no seminário dos Missionários da Consolata, de dia trabalhava numa fábrica de máquinas para padarias e, à noite, frequentava o curso profissional de desenhista mecânico. Dentro do meu coração, porém, a voz de Deus que me convidava a entregar-lhe totalmente a minha vida fazia-se sempre mais forte. Ajudado no meu discernimento espiritual pelo sacerdote que nos acompanhava na paróquia, mas também pela coragem de uma minha irmã mais velha que tomou a decisão de entrar num convento, cheguei à conclusão de que devia eu também decidir-me e dar a minha resposta ao Senhor que me chamava. Não foi fácil: devia renunciar à possibilidade de exercer a profissão de desenhista, mas também ao desejo de um dia tornar-me maquinista de comboios, que sempre, desde criança, se aninhava no meu coração.

A voz de Deus, porém, foi mais forte; com 18 anos de idade, ingressei no Instituto dos Missionários da Consolata. Terminados os anos da formação e dos estudos da filosofia e teologia, fui ordenado sacerdote na pequena paróquia de Vallo Torinese, perto da cidade de Turim e, seis meses após a ordenação sacerdotal, fui enviado para o Brasil, onde fiquei 30 anos inesquecíveis.

Resumi-los em poucas linhas, não me é fácil: 10 anos dedicando-me à formação de jovens seminaristas da Consolata, na região de Rio Grande do Sul e Paraná; 10 Anos na atividade pastoral direta, como pároco em São Paulo e Cascavel (Paraná); 10 anos ao serviço do Instituto como ecónomo da nossa província brasileira.

Do Brasil, voltei para a Europa, para Portugal, onde há 7 anos estou em Fátima como superior da comunidade dos Missionários da Consolata.

Foram 37 anos de vida missionária: vividos em diferentes latitudes e em contacto com diferentes realidades; alimentando, com o anúncio da Palavra e a oferta do Pão da Vida, muitas comunidades; vivendo muitos momentos de alegria, mas também passando por tempos de grandes desafios e provações; enxugando as lágrimas de muitos irmãos, mas também enriquecendo-me de muitos valores que eles me comunicavam com seu exemplo de fé e perseverança nas dificuldades.

Mas, acima de tudo, anos que me permitiram descobrir ainda mais a grandeza do amor de Deus e do imenso dom da fé em Jesus Cristo, que recebi no seio da minha família e da minha comunidade paroquial de origem.

 

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