“Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva”. Scrive il P. Gottardo Pasqualetti sul Beato Allamano. Leggi l'articolo completo.

“CUORE DI PADRE”

Padre Gottardo Pasqualetti

I caratteri forti e attivi suscitano ammirazione. Possono anche creare difficoltà, se non vi è in essi una accentuata componente di umanità, che fa loro comprendere le inevitabili debolezze, le diversità di carattere, le stanchezze e i condizionamenti della vita. Il dinamismo può esprimersi in comportamenti duri e intransigenti nei riguardi degli altri.

Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva. Duro quando parlava dell'attaccamento ai parenti, era il primo ad interessarsi delle condizioni dei familiari dei missionari, a soccorrerli nelle loro necessità, a inviare a trovarli quando ne avevano bisogno. Il suo metodo era «rigorosamente paterno, nel senso che pur esigendo l'esatta osservanza delle regole, aveva un governo paterno... Data la sua oculatezza e la sua posizione, sapeva pesare le persone; scopriva ed avvisava anche dei difetti, ma senza mai venir meno ai principi della carità. Anche quando aveva motivo di trovare a ridire di qualche persona, terminava il suo discorso con un sorriso, dimostrando che non aveva malanimo con nessuno, in modo che la sua conversazione lasciava il cuore perfettamente tranquillo» (E. Bosia). Così, quando doveva richiamare al dovere «sembrava un po’ rigido, ma congedava sempre con tratto gentile e caritatevole, così che lasciava sempre una impressione buona» (L. Coccolo).

Perciò, chi ne rievoca la figura ne mette soprattutto in risalto la paternità: «cuore amoroso, pieno di santa premura per i suoi figli»; «vero padre, tutto cuore pei suoi figli, che solo si dice felice quando li vede al sicuro»; «padre benevolo, cui si sentiva portati ad aprire completamente l'anima in piena e devota confidenza»; «era il padre. Ufficio che nessun altro, forse, con altrettanta bontà ha esercitato» 1. Fin dai primi anni di sacerdozio, quando fu Direttore spirituale in seminario, i giovani trovarono in lui «la buona mamma dei chierici», «l’angelo consolatore», colui «che teneva nelle sue mani i cuori, che son sempre la parte più delicata e arcana degli animi giovanili», Più che Superiore si dimostrava padre e tutto riusciva ad ottenere con la persuasione, con l'affabilità e la dolcezza. Secondo il sistema piuttosto rigido dei seminari del tempo, non lasciava passare nessuna trasgressione. Ma i giovani di allora dicevano di trattenersi anche dal commettere «quelle innocenti sciocchezze proprie della gioventù per non recargli dispiacere. Tanto era il rispetto e l'amore che avevano per il loro educatore. E pure alcuni che furono dimessi dal seminario, ebbero a dire: «ci ha licenziati in modo tale che ne siamo commossi e l'abbiamo ringraziato»2.

Così sempre. «A tempo opportuno sapeva fare anche la correzione severa, ma la terminava sempre con la parola benevola, tutta sua, che consolava» (G. Nepote).

A P. Borda Bossana racconta: «Il Teologo Comba, sacerdote pio e buono, ma assai eccentrico, venne rimproverato dal Servo di Dio per non so quale motivo. Nel riferire a me, che gli ero amico, la riprensione di cui era stato oggetto, non solo dimostrò di non esserne offeso, ma mi disse accennando al Servo di Dio: credo che abbiamo in mezzo a noi un vero santo! Quale delicatezza e quanta carità nelle sue riprensioni».

Ma oltre al comportamento, il forte senso di paternità dell'Allamano ha un altro segreto: l'interessamento di cui ognuno si sentiva oggetto. Di lui si ricordano spesso le grandi imprese, le iniziative, ma si dovrebbe soprattutto dire che la sua prima preoccupazione furono le persone. Le opere sbocciarono quasi come riflesso del suo interessamento per il bene delle persone. Entrato giovanissimo al santuario della Consolata, trovò muri cadenti, disordine e disorganizzazione. Ma il problema più spinoso proveniva dall'ambiente umano. Oltre a quattro anziani religiosi che officiavano come potevano il santuario, vi abitavano forzatamente dei preti anziani che non avevano altri mezzi di sussistenza. Erano alberi vecchi e stanchi —disse l'Allamano — che non potevano più essere raddrizzati, e che bisognava accontentarsi di tenerli come erano, con tutte le loro stranezze. Inoltre, vi aveva trovato posto un pensionato per chierici e giovani preti universitari, appartenenti a diverse Congregazioni religiose. Tutte queste persone facevano vita in comune. È comprensibile che vi regnasse un «sordo malumore». Il predecessore dell'Allamano dovette dare le dimissioni. Infatti, «posto a capo di un grande santuario e di un ospizio, tra un manipolo di più anziani e più destri di lui e un'accolta di preti che l'età e i malanni rendevano al governo malagevoli, si trovava veramente male; non era contento e non accontentava» (C. De Maria).

L'Allamano si curò anzitutto di questa situazione. «Cominciò a migliorare il vitto, che era assai scadente; circondò di ogni attenzione tanto i religiosi addetti al santuario quanto i sacerdoti vecchi che erano all'ospizio» (N. Baravalle). Riguardo a questi, confidava a L. Sales di non aver messo alcuna regola, anzi di aver tolto quelle che c'erano, limitandole a due: puntualità ai pasti e riunione serale per un po' di lettura spirituale. E quando quegli anziani non si facevano vedere, andava a trovarli in camera, portava loro il cibo, riordinava la stanza, «facendo da infermiere e un po' tutto». Trovò una sistemazione decorosa per i religiosi addetti al santuario, anch'essi anziani e malaticci, facendo attribuire loro una pensione mensile vita natural durante. Pensò quindi alla riapertura del Convitto per giovani sacerdoti. Anche questo era causa di tensioni e malumori. Il provvedimento dell'Arcivescovo aveva suscitato divisioni e polemiche. I convittori avevano dovuto ritornare in seminario e andavano a scuola dall'Arcivescovo. E scalpitavano. Per sanare questa situazione e immettere una ventata di aria fresca nel servizio del santuario della Consolata, l'Allamano si assunse il compito di far rivivere il Convitto secondo lo spirito del Cafasso. Non si limitò a risuscitare l'istituzione e a renderla rispondente alle nuove esigenze della formazione sacerdotale, convinto che nulla si dovesse omettere di quanto può rendere più efficace il ministero. Si preoccupò soprattutto dei singoli individui. «Conosceva tutti i convittori, li studiava attentamente nel carattere e nelle attitudini. Li correggeva con carità e con dolcezza, tenendo sempre fermo per il dovere... Per chi era ammalato, e per chi si trovava in condizioni disagiate, egli era veramente una tenera madre ed un padre provvidente» (N. Baravalle).

«Trattava i convittori come un buon padre, interessandosi delle loro condizioni economiche, e riducendo la già tenue retta di pensione, e anche concedendone, a parecchi una totale dispensa. In casi pietosi sovveniva anche le stesse famiglie dei convittori» (F. Perlo). «Si interessava anche delle minime richieste; ascoltava tutte le difficoltà; era tutto per l'individuo con cui trattava; non dimostrava noia alcuna, non dimostrava preoccupazione di aver altro da fare, né paura di perder tempo, sembrava non avesse altro pensiero. Quando il visitatore gli aveva esposto il motivo della visita, egli rispondeva, dava il consiglio, la direzione, ma con un fare così paterno e persuasivo che si usciva dal colloquio con, la persuasione di essere stati compresi, e che la via tracciata era proprio quella da seguire, perché voluta da Dio, che aveva parlato per bocca del suo ministro» (G. Cappella).

I convittori, inseriti nel ministero sacerdotale, ritornavano ancora da lui, specialmente nei momenti di difficoltà. Ed egli continuava a seguirli, perché li aveva avuti con sé, e perché ebbe cuore di padre per i sacerdoti, che trattava con grande rispetto e carità. Aiutava materialmente quelli bisognosi, perché potessero vivere in modo dignitoso, li mandava dal suo sarto, pagava loro la retta, perché potessero partecipare agli esercizi, spirituali: «questi sono i primi poveri», diceva, ed erano da lui preferiti nella carità spirituale e materiale, perché più vicini al Signore. Aiutava gli scrupolosi, prendeva le difese di quelli ingiustamente calunniati. Sosteneva negli abbattimenti. Aveva cura dei malati, senza badare a spese. Attesta il Cappella: «Nel 1917 dovetti pormi a letto colpito da infermità, che il Dott. Ariotti diagnosticò polmonite. Disse che occorreva riscaldare la camera, e assicurare una assistenza continua. Tale relazione venne portata al Rettore dall'economo, il quale si permise di osservare che una polmonite poteva esigere un mese, ed anche più di degenza, con una spesa non indifferente per il riscaldamento e l'assistenza; aggiunse, come suggerimento: "perché non potrebbe essere mandato al Cottolengo? Là sarebbe assistito e curato". "No, no", rispose il Servo di Dio non dissimulando il suo stupore per tale proposta. "L'ammalato, da venti e più anni lavora al Santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità al Cottolengo, per risparmiare qualche migliaio di lire? No, no, si provveda quanto occorre; si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno ed una suora di notte per l'assistenza, e se anche il dottore chiedesse un consulto con qualche professore, lo si faccia venire subito; procurate che nulla manchi di quanto possa contribuire a superare questa malattia, onde questo sacerdote possa ritornare a riprendere presto il suo ufficio nel santuario". Tutti i giorni, e anche più volte al giorno, il Servo di Dio veniva a confortarmi durante la mia degenza a letto, che durò oltre un mese, finché, guarito, potei tornare alle mie consuete occupazioni».

Non trascurò neppure i Superiori, spesso i più soli nelle loro infermità. Attesta L. Sales: «Mi raccontava che Mons. Gastaldi, negli ultimi anni, per il male di cuore di cui soffriva, andava soggetto a crisi di malinconia, ed egli ciò sapendo, con una scusa o con un'altra si portava da lui per tenergli compagnia e confortarlo».

Uguale attenzione ebbe per il can. Soldati, Rettore del Seminario, quando fu esonerato dalla sua carica a causa di malelingue. Ne fu umiliato da morirne di crepacuore. Non trovava altra consolazione che andare «sovente alla Consolata per lenire in sante conversazioni il suo dolore e ricevere una buona parola» (E. Bosia). L'Allamano lo assistette con grande carità anche nell'infermità e ne raccolse l'ultimo respiro. Così fece per il Robilant e per altri.

Una cura particolare aveva per i sacerdoti in difficoltà vocazionali: erano da lui cercati o a lui mandati dai loro vescovi, per richiamarli al bene, ravvivando la fiammella fumigante che rischiava di spegnersi. «Durante la sua permanenza a Rivoli era continuamente visitato dai sacerdoti, i quali ricorrevano a lui per direzione, per consiglio e per conforto. Alcuni si trattenevano a lungo con lui, altri ne vidi uscire in lacrime. Egli stesso diceva che ne aveva sistemati e salvati parecchi, interessandosi ai loro casi, e rimettendoli sulla buona strada» (Sr. Emerenziana).

Così, durante gli esercizi a Sant'Ignazio, «nella sua stanza c'era sempre qualcuno, sì da dover attendere per potergli parlare. Ed è lì, nel segreto di quella camera, a tu per tu con le anime bisognose, che il Servo di Dio operò il maggior bene, noto solo a Dio» (L. Sales). Tra gli esercitandi attiravano le sue speciali e più premurose cure «i sacerdoti inviati dai propri Superiori a fare il ritiro obbligatorio. Sapeva comprenderli e confortarli; li assisteva paternamente e faceva sì che ritornassero dal ritiro del tutto migliorati nello spirito e nei propositi» (G. Cappella).

Non dimenticava coloro che avevano abbandonato il ministero, perché, diceva, «bisogna distinguere il carattere sacerdotale dalle miserie umane», e «cercava di far giungere loro una buona parola. E se venivano a lui, li riceveva con cuore di padre» (L. Sales).

La stessa fondazione dell'Istituto missionario ha le sue premesse nel desiderio di provvedere al bene delle persone. Lo si ricava dai numerosi documenti che dovette redigere in proposito. La spinta a quest'impresa egli afferma di averla avuta dalla constatazione che molte vocazioni alle missioni non si realizzavano per la mancanza di una istituzione idonea. Ve n'erano certamente. Ma i giovani non le trovavano rispondenti ai loro sentimenti, o troppo estranee alla loro origine. Oppure, come egli stesso aveva riscontrato in diversi casi, il bene spirituale delle persone veniva seriamente compromesso «per mancanza di una mano paterna che li dirigesse», o non si garantiva l'assistenza in caso di malattia, anzianità, impossibilità di continuare il lavoro missionario. Perciò, l'Allamano pensa a una schiera di missionari che operino soltanto per amore delle anime, «tutti uniti in un determinato territorio, in dipendenza di superiori propri, ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto, che mancano a persone disperse in diversi luoghi e sotto estranei superiori».

Quando potrà varare il suo progetto, una delle sue caratteristiche e insieme la maggiore preoccupazione del Fondatore sarà che risponda allo stile di una famiglia. È necessario che chi dà addio alla propria casa e alla propria patria trovi una nuova famiglia, in cui tutti si amano, si accolgono e si aiutano come fratelli. Una famiglia in cui tutto deve diventare comune, in cui, soprattutto, ci sia l'attenzione all'altro, alle sue gioie e sofferenze, come alle sue necessità e fatiche. Infatti, questa famiglia ha un padre, che «si preoccupava delle minime necessità, tanto materiali come spirituali di ognuno. Si interessava poi grandemente dei parenti dei membri dell'Istituto, specialmente delle loro mamme. E quando avvertiva qualche necessità, senza esserne pregato, sovveniva con larga generosità» (G. Barlassina). Quando la famiglia divenne più grande, seppe ugualmente seguire ognuno personalmente, per mezzo della corrispondenza epistolare.

Si interessava dei singoli missionari anche quando avevano raggiunto il luogo del loro lavoro. Si informava dei loro successi, delle necessità, delle stanchezze. Li seguiva attraverso i loro diari, si preoccupava che nulla mancasse loro di quanto era possibile provvedere. Era sempre lui a lenire la piaga quando nella famiglia del missionario succedeva qualche disgrazia.

Nelle direttive date alla giovane superiora, Sr. Margherita De Maria, è riflesso il suo spirito di padre: «abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo maternamente... Far coraggio a tutte... Raccomanda sempre grande carità, longanimità... Sostenere, animare, correggere, portarle all'altezza della loro missione». Saper pazientare, compatire, richiamare con dolcezza, curare il contatto personale, proporre ideali per essere all'altezza della propria missione: è il segreto della sua paternità.

Ognuno poteva rendersi conto del suo amore di padre nella trepidazione per i figli lontani, nel dolore per il distacco da loro, nella preoccupazione per i pericoli cui andavano incontro. Confessava di non aver mai perso il sonno per problemi di ordine materiale, pure gravi, ma per il pensiero delle persone, sì. La sua prima visita all'Istituto era per gli ammalati, che chiamava gli «incensieri della comunità». Si intratteneva con essi, li confortava, li raccomandava alle cure dell'infermiere. La partenza dei suoi missionari, cosa normale per un Istituto che ha per scopo le missioni estere, non era mai qualcosa di normale e scontato. Finché poté, li accompagnava alla stazione, li benediceva, e si allontanava silenziosamente, non nascondendo l'intima commozione. «Il cuore del padre non è acqua», diceva, perciò «si stacca una parte di me stesso», è uno «schianto», «è sangue» 4. Lo sosteneva soltanto il pensiero di seguire la volontà di Dio. Così, il periodo della guerra fu certamente il più doloroso per lui, a causa delle ristrettezze materiali, dell'arresto nel lavoro missionario, della requisizione dei locali della Casa Madre. Ma più di tutto, sentì «sanguinare il cuore» per la chiamata alle armi di studenti e missionari. Ne parla continuamente, scrive loro, invia aiuti, si dà da fare per anticiparne l'esonero. Ancora più delicata, fu l'opera di reinserimento dei reduci dalla guerra, stanchi, delusi e frustrati. In molti seminari, coloro che avevano affrontato intemerati le prove della guerra, non riuscirono a superare quelle dell'inserimento nel ritmo di vita seminaristica. Nell'Istituto, quasi tutti ce la fecero. L'Allamano ebbe pazienza, usò tolleranza per il loro comportamento a volte scanzonato a cui li aveva abituati la trincea, li incoraggiò a riprendere gli studi, diede loro incarichi di fiducia. Un testimone di quel periodo attesta: «Fu certamente l'amore del cuore paterno e materno allo stesso tempo del Padre, che rese più facile l'assorbimento alla vita di comunità di tutti quei giovani o quasi adulti, che tornavano da un ambiente così diverso da quello in cui erano cresciuti prima della guerra» (G. Bartorelli).

L'Allamano poteva dire, senza temere di essere smentito: «Il Signore poteva servirsi di un altro certamente, e che avrebbe fatto meglio di me. Avrebbe avuto più tempo di occuparsi di voi; ma un'altra persona che vi voglia più bene di me, non lo credo» Ecco perché a lui si ricorreva «come a un padre, mettendolo a parte delle pene, dubbi, timori». Ecco perché fu padre ascoltato: «ammaestrava, lavorava le anime in profondità, riscuotendo sempre ogni volta: ammirazione, confidenza e affetto maggiore» (T. Gays). Le sue conferenze erano attese con ansia, partecipate come «un incanto». Ma «la gioia di udire la sua voce, così paterna e suasiva», si trasformava nella «volontà di mettere in pratica i suoi insegnamenti» (B. Falda). Bastava anche una sola parola scritta su un'immaginetta, a ridare coraggio, a spronare a perseverare nella vocazione. È la forza della paternità.

È un carisma personale. Però, l'Allamano vuole che qualcosa di esso permanga tra i suoi missionari: nel comportamento dei Superiori, nello spirito di famiglia, e anche nell'apostolato. A proposito dei catechisti, egli raccomandava ai missionari: «deve essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con studio e cura speciale alla stazione (missione) prima di inviarli al Collegio, e riavutili, amarli, facendo fare loro come vita di famiglia; istruirli con un po’ di conferenza giornaliera; entusiasmarli al loro ufficio, abituarli al resoconto serale, acciocché si tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui malati, i bambini, ecc.» 6. La spiritualità del missionario è spiritualità di presenza, di rapporti personali, di attenzione all'altro, con amore. È lo spirito dell'Allamano. Il senso di presenzialità che ebbe nei riguardi di Dio e delle cose di Dio, lo visse nei rapporti con gli altri, con la stessa attenzione e carica di amore. Per questo si poté dire di lui che «fu eminentemente padre» (E. F. Vacha).

1 Testimonianze di M. Mauro, B. Falda, G. Cappella, A. 'Cantono.

2 Testimonianze di C. De Maria, Mollar, P. Marchino, B. Stobbia, G. Bonada e altri.

3 Cf. Lettere del 6 aprile 1891 a C. Mancini e del 6 aprile 1900 al Card. A. Richelmy.

4 Cf. Conferenze, I, 500, 610.

5 Cf. ivi, I, 492.

6 Lettera circolare ai missionari del Kenya, 25 dicembre 1912. l VS, 315; Conferenze, I, 129

I Missionari della Consolata in Portogallo accoglieranno 140 pellegrini provenienti da circa 20 Paesi per la celebrazione delle “Giornate della Consolata” che precederanno la loro partecipazione alla GMG Lisbona 2023 che si aprirà ufficialmente il primo di Agosto.

Sono attesi giovani dall’Italia (22), gli Stati Uniti (19), il Brasile (16), Eswatini (16), Colombia (10), Sudafrica, Congo e Kenya (con 4 iscritti ciascuno), Mozambico (3), Argentina e Tanzania (2 ciascuno), Burkina Faso, Madagascar, Messico, Venezuela e Zimbabwe (tutti con un partecipante ciascuno).

Per il Portogallo, Paese anfitrione, i partecipanti saranno 32 e con questo gruppo, che rappresenta la Famiglia della Consolata nel mondo, saremo presenti alla GMG 2023. 

I “Giorni della Consolata”

L'incontro internazionale che precede la GMG avrà luogo presso le strutture della Consolata a Fatima e si svolgerà dal 26 al 30 luglio. In questi giorni sono previste diverse attività. Padre Simão Pedro, che conduce l'animazione missionaria della comunità IMC residente in quella città santuario, afferma entusiasta che il gruppo più numeroso dei giovani portoghesi iscritti proviene da Fatima e dai villaggi circostanti, e hanno svolto “un eccellente lavoro come ospiti di questo incontro: hanno dipinto, sistemato e allestito tutti gli spazi che accoglieranno gli altri giovani che arriveranno da varie parti del mondo.

“Vogliamo accogliervi, perché tutti si sentano a casa”, dice il coordinatore della Gmg dei Missionari della Consolata, padre Álvaro Pacheco, e poi aggiunge: “Non è solo la celebrazione della GMG ma anche l’incontro della grande Famiglia Consolata, e questo –conclude– crea un altro livello di affetto e relazione”.

Il programma di queste “Giornate Consolata” prevede diverse attività, come la visita guidata al Santuario e ai luoghi dei pastori, una giornata di spiritualità e anche una all'insegna della musica. Si tratta del “Festival Jovem” nel quale ciascuno dei gruppi di giovani partecipanti è invitato a comporre un brano originale, testo e melodia, ispirato al testo biblico guida di questa GMG: “Maria si alzò e andò in fretta”. La giornata si conclude con un grande concerto della band cattolica “Os Discipulos de Fátima”, progetto musicale nato nel 2017.

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I giorni della GMG Lisbona 2023

Padre Álvaro Pacheco, che ha fatto da tramite per stabilire contatti con i missionari della Consolata in tutto il mondo, racconta che all'inizio il progetto prevedeva riunire dai 100 ai 120 giovani nella comunità della Consolata a Cacém, ma col tempo si è visto necessario trovare uno spazio che potesse accogliere un numero maggiore di partecipanti. “Ho notato che c'era tanta voglia di esserci e di stare insieme, perché tutti siamo Consolata”.

Ed è così che, in un dialogo con il Dr. Manuel Girão, Direttore Generale della Santa Casa da Misericórdia da Amadora e dove la comunità della Consolata di Zambujal presta servizio pastorale, ha messo a disposizione gli spazi della Scuola Luís Madureira, una delle più grandi Case della Misericordia dal paese. Grazie a questo gesto di generosità l'organizzazione ha potuto pensare a un maggior numero di iscritti che ora raggiungono quota 140.

Padre Alvaro Pacheco spiega che quando tutti si saranno sistemati presso la Scuola Luís Madureira, ad Amadora, che accoglie i giovani Consolatini durante la GMG, si dedicherà una giornata per conoscersi meglio e un’altra per avvicinarsi alle attività del progetto Zambujal 360, Saranno guidati da Mário Linhares, dei Laici Missionari della Consolata e coordinatore del progetto, e si potranno visitare, sparsi nelle strade del Bairro do Zambujal, tutte le attività che si realizzano per promuovere lo sviluppo sostenibile delle persone di questo quartiere. 

E dopo?

Padre Simão si dice fiducioso che la Gmg sarà “un formidabile momento di incontro per i nostri giovani” ma esprime anche quella che definisce “una speranza e una preoccupazione”. E spiega: “la mia preoccupazione è sapere cosa lascerà nella vita di questi giovani l'esperienza del giorni della Consolata e la GMG; la mia speranza è che si possa fare tesoro delle parole di Papa Francesco e che da quella esperienza nascano nuove linee guida e nuovi percorsi”.

Padre Álvaro dice che tutta la preparazione è stata impegnativa anche da un punto di vista burocratico per avere i visti di ingresso in Portogallo per questi giovani provenienti da diverse parti del mondo. Tuttavia, padre Álvaro non ha dubbi che l'incontro sarà “un successo”. Dice che durante tutto questo processo, e dopo tanti contatti e incontri on line con altri coordinatori in tutto il mondo, “è bello rendersi conto che la Consolata ci fa una grande famiglia”.

Alla domanda su cosa pensa di provare il 7 agosto, quando calerà il sipario, confessa di sperare solo di “provare gratitudine”, soprattutto perché “come Consolata abbiamo potuto vivere questa grande festa della gioventù e conoscere altre realtà ”. E auspica che “tutti i giovani partecipanti possano portare con sé lo spirito della GMG e –per quanto riguarda in particolare quelli della Consolata–consolidino il senso di appartenenza, sperimentando che siamo una famiglia diffusa in tutto il mondo”.

La Giornata Mondiale della Gioventù, considerata il più grande evento della Chiesa cattolica in quest’anno 2023, si svolgerà a Lisbona tra il primo e il 6 agosto. Si prevede la partecipazione di circa un milione di persone  e sarà presente Papa Francesco che si recherà anche a Fatima. Il testo del vangelo di  Luca “Maria si alzò e andò in fretta” (1,39) sarà l’orizzonte missionario di tutto l’evento.

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Nell'ambito del XIV Capitolo Generale, dal 17 al 21 giugno, i missionari capitolari hanno compiuto un pellegrinaggio alle fonti del carisma della loro comunità in Piemonte. I Missionari e le Missionarie della Consolata furono fondati dal Beato Giuseppe Allamano, rispettivamente nel 1901 e nel 1910, ai piedi del Santuario della Vergine della Consolata patrona della città di Torino.

Questa parentesi piemontese del Capitolo Generale é stata occasione per affidare l'Istituto alla protezione della Madonna Consolata e del Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano e per Rinnovare la vita e la missione alle fonti originarie del carisma.

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A Castelnuovo si conserva la casa dove nacque Giuseppe Allamano e poco distante (foto sotto) anche quella dove nacque San Giuseppe Cafasso che era suo zio materno

Castelnuovo

A 40 km da Torino si trova el paese di Castelnuovo. Anticamente chiamato Castelnuovo d'Asti oggi, in onore al più noto dei suoi santi, si chiama Castelnuovo Don Bosco e precisamente in quel paese dell’astigiano nacque, il 21 gennaio 1851, il beato Giuseppe Allamano.

La prima parte della visita è stata alla casa natale del Fondatore che si trova nella parte bassa del centro storico di Castelnuovo. Giuseppe Allamano era il quarto dei cinque figli del matrimonio di Giovanni Allamano e Maria Anna Cafasso, che vissero in quella casa nell'Ottocento. Oggi questa bella residenza di famiglia contadina è diventata meta di pellegrinaggi con un itinerario che riproduce in gran parte la vita dei primi anni di Giuseppe Allamano.

Situata in un piccolo vicolo lontano dal corso principale, troviamo una porta ad arco, tipica della campagna piemontese, che si apre sul cortiletto e la casa. Nel cortile c'è un pozzo e un piccolo giardino e sul fondo la casa di tre piani.

Al piano terra, a sinistra delle scale, si trova la cucina con il camino il cui fuoco, oltre a cucinare, serviva a riscaldare gli ambienti della casa e a destra, c’era la stalla che oggi è stata trasformata in cappella.

Al centro la scala conduce al piano successivo della casa, dove si trovavano le camere da letto. La prima stanza a destra è quella dove nacque Giuseppe Allamano ed è ancora arredata con mobili d'epoca. Poi in altre sale sono esposti alcuni oggetti usati da Giuseppe Allamano oltre ai resti della bara che ha custodito il suo corpo fino al 1990, anno della sua beatificazione. 

Nella parte altra della casa, come in tutte le case contadine dell’epoca, c'era il fienile. In questo spazio originariamente aperto sono allestite mostre fotografiche che illustrano la vita e la missione nei diversi continenti, nonché l'organizzazione della famiglia della Consolata. 

Nell'ultima stanza si trova la stanza dove soggiornava San Giuseppe Cafasso quando visitava la famiglia. La sua casa natale è poco distante, e la troviamo risalendo la piazza principale di Castelnuovo in direzione della chiesa parrocchiale: lui, zio materno di Giuseppe Allamano, nacque il 15 gennaio 1811

Questo santo sacerdote, definito da Pio XI "la perla del clero italiano", dedicò il suo ministero alla formazione dei giovani sacerdoti, all'insegnamento della teologia morale, alla pastorale tra i carcerati e i condannati a morte, e fu di supporto a varie iniziative sociali e pastorali della chiesa di Torino e del Piemonte in quegli anni. Morì a Torino il 23 giugno 1860, a soli 49 anni, e fu proclamato santo nel 1947.

L’ultima parte della Visita è stata fatta nella chiesa di Sant’Andrea, dove nel 1851 fu battezzato il beato Giuseppe Allamano, nello stesso fonte battesimale nel quale anni prima furono battezzati gli atri due santi dell’ottocento di Castelnuovo: Giovanni Bosco e lo zio Giuseppe Cafasso.

In questa stessa chiesa l'Allamano fece la sua prima confessione e comunione ed esattamente 150 anni fa, all'altare dell'Addolorata, celebrò la sua prima messa il 21 settembre 1873.

I capitolari, alla presenza di alcuni parenti e fedeli di Castelnuovo, hanno celebrato l’eucaristia presieduta da padre Michelangelo Piovano, Vice-Superiore Generale.

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Alpignano

Una parte importante della visita si è svolta ad Alpignano, a 20 km da Torino, dove si trova la casa dei missionari anziani e bisognosi di cure mediche. In questa comunità risiede un gruppo di 28 missionari che hanno lavorato in diverse missioni in Africa, America ed Europa.

Momento centrale dell'incontro è stata la celebrazione eucaristica, presieduta dal nuovo Superiore Generale, P. James Lengarin, che ha ringraziato Dio per il dono di questi uomini che ora accompagnano l’impegno missionario con la preghiera, che è la parte essenziale dell’Evangelizzazione.

È stato bello condividere il pane eucaristico con questi missionari che con la loro vita hanno marcato la storia delle nostre missioni e continuano ad essere fonte di ispirazione per continuare a costruire con fedeltà e audacia la storia del nostro impegno missionario.

Torino, Casa Madre

A Torino, in corso Ferrucci, c'è la Casa Madre, dove i capitolari hanno avuto la possibilità di condividere con i missionari residenti e in visita la gioia della missione e la bella storia del loro impegno missionario.

I Missionari della Consolata, fondati il 29 gennaio 1901, ebbero come prima sede un edificio sito al civico 49 di Corso Duca di Genova, che allora era familiarmente conosciuto con il nome di “Consolatina" ma pochi anni dopo l'edificio divenne troppo piccolo per accogliere le numerose vocazioni e così nel 1905 fu costruita la nuova "Casa Madre" che poteva ospitare 150 studenti, tra seminario minore, noviziato e seminario maggiore.

In parte di questo edificio originale operano ancora oggi vari servizi: la rivista Missioni Consolata, fondata dai Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa nel 1899; il Museo Etnografico IMC e il nuovo Centro di Missione e Cultura; l'accoglienza dei missionari che vengono a “bere alle sorgenti del carisma”. In questa stessa casa si trova la sede della Regione Europa.

Nello stesso isolato si trova anche la Casa Madre delle Missionarie della Consolata, che furono fondate il 29 gennaio 1910. Anche loro ebbero come prima sede la "Consolatina", divenuta in poco tempo insufficiente per ospitare tutti, e allora nel 2014 iniziò la costruzione della loro Casa Madre nel lotto che era rimasto vuoto a nord della casa dei Missionari e che era utilizzato come orto.

In questa casa si mantiene viva gran parte della storia del Fondatore e della missione delle Missionarie: alcuni luoghi emblematici sono la “stanza verde”, dove il Fondatore parlava personalmente con ogni suora, e l'auditorium, dove la domenica mattina teneva le suggestive conferenze.

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La cappella del Beato Giuseppe Allamano nella Casa Madre

Nella Cappella Beato Giuseppe Allamano, situata nella parte meridionale della Casa Madre, sono conservate le tombe del Beato Giuseppe Allamano e del cofondatore Giacomo Camisassa, nonché le reliquie delle beate Missionarie della Consolata Irene Stefani e Leonella Sgobarti.

Giuseppe Allamano morì il 16 febbraio 1926 e il suo corpo fu allora sepolto nella cripta riservata ai canonici. Fu nel 1938 quando venne trasportato nell’attuale cappella a lui dedicata in Casa Madre dove lo raggiunsero, nel 2001, i resti del suo collaboratore Giacomo Camisassa. Con la sua beatificazione nel 1990 questo è diventato un luogo di pellegrinaggio dove il suo esempio irradia un rinnovato fervore nella fede e nella missione.

Giuseppe Allamano, sacerdote diocesano di Torino e rettore del Santuario della Consolata per 46 anni, si è dedicato a “essere straordinario nelle cose ordinarie”. Ha trasformato la routine quotidiana del suo ministero sacerdotale in un cammino di santità, essendo strumento di consolazione per tutti coloro che cercavano la via del ritorno a Dio.

Allo stesso tempo, si occupava di promozione sociale e culturale, compresi i media. Animato da una viva coscienza della missione universale della Chiesa, fondò i Missionari della Consolata per portare al popolo la vera "consolazione": Gesù, figlio di Maria.

Il santuario della Consolata

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Il santuario della Consolata e, sotto, una immagine della processione dello scorso 20 giugno

Il giorno della festa della Consolata, il 20 giugno, i capitolari hanno celebrato la mattina nella chiesa del Beato Allamano e il pomeriggio nel Santuario della Consolata. Entrambe le celebrazioni sono state presiedute dal Superiore Generale, P. James Lengarin, con la partecipazione di decine di missionari, laici e devoti della Consolata.

Nel pomeriggio si è svolta una massiccia processione per le vie del centro di Torino, accompagnata da canti, preghiere e anche la proclamazione di pensieri scritti da Giuseppe  Allamano in onore di Maria Consolata. Situato nella "via consolata" il Santuario è uno dei luoghi di culto più antichi e frequentati di Torino e del Piemonte.

Giuseppe Allamano fu rettore del Santuario della Consolata dal 1880 fino alla sua morte avvenuta nel 1926. Coltivò personalmente e nei fedeli che frequentavano il santuario una grande devozione a Maria, una devozione che diffuse grandemente anche fuori del Santuario stesso. Ai suoi missionari ha lasciato questa eredità spirituale: “Dobbiamo sentire il santo orgoglio che il nostro Istituto è “della Consolata”. Sforziamoci di meritarci sempre di più il bel titolo che ci è stato dato: siamo  della Consolata. Dobbiamo ritenerci fortunati a portare questo nome”.

“La Vergine è una sola anche se ha molti titoli ma noi siamo specialmente devoti del titolo di Consolata. Lei è la nostra tenerissima Madre, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ha concepito il nostro Istituto, che lo sostiene materialmente e spiritualmente anno dopo anno; sempre pronta a soddisfare tutte le nostre esigenze. La nostra vera Fondatrice è la Consolata”.

“Dobbiamo rivolgerci a lei durante questa festa come ci si rivolge a una madre. Se celebriamo con intenso amore tutte le feste della Vergine, dobbiamo fare molto di più in questa che è la “nostra” festa, nostra in modo specialissimo”.

* P. Julio Caldeira IMC, padre capitolare, è missionario nell'Amazzonia brasiliana, al servizio della Rete Ecclesiale Panamazzonica – REPAM.

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“Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio.” (2 Cor 1,3-4)

Carissimi confratelli, consorelle, laici missionari, familiari, amici e benefattori,

La Festa della Consolata, sempre bella per tutti noi, quest’anno ha un sapore ed una grazia particolari. La celebreremo a Torino, quasi a conclusione del XIV Capitolo Generale, presso i luoghi della nostra storia e memoria ed in particolare al Santuario della Consolata. Possiamo dire che è in questo luogo speciale che siamo stati pensati, generati e formati dal cuore sacerdotale e missionario del Beato Allamano che battendo con il cuore di Maria ha accolto ogni sua ispirazione e desiderio. Il Fondatore, contemplando la Consolata ed il Figlio che porta in braccio, fatto carne e adorato nell’Eucarestia, ha accolto il carisma che ha dato vita alla nostra famiglia missionaria.

Che cosa ci siamo detti e chiesti in questi giorni di riflessione, scambio, preghiera e celebrazione? Ci siamo detti che abbiamo bisogno di ritornare a bere alla fonte del nostro carisma per poter essere fedeli alla missione che ci è stata affidata ed essere presenza e testimonianza di consolazione in questo mondo ferito, affamato e assetato di giustizia e di pace, portando Gesù e la vita nuova e bella del Vangelo.

Come discepoli e missionari, anche noi alla luce della Parola, abbiamo compreso che nulla può fermare la forza del Vangelo che siamo chiamati ad annunciare. Anche se le situazioni e realtà i cui viviamo sono difficili e noi stessi ci scopriamo deboli e fragili, non possiamo fermarci perché sappiamo che non contiamo solo sulle nostre forze, ma soprattutto su quella di Gesù e del suo Spirito.

Anche Papa Francesco, che abbiamo incontrato con le Missionarie della Consolata, con poche parole, ci ha lasciato un mandato: “Vi incoraggio a camminare sempre con gioia nelle vie del Signore” che per noi sono le vie della missione e della consolazione. Ci è sembrato di sentire le parole del Fondatore quando diceva: “Coraggio e avanti in Domino!”.

Più volte ci siamo detti che questo cammino non lo facciamo da soli, ma come comunità e come famiglia, con quello spirito che il Fondatore ci ha chiesto fino alla morte; tra di noi, con le Missionarie della Consolata e tutti quei laici missionari che condividono il nostro carisma. Questa vita fraterna e di famiglia, vissuta in comunità arricchite dalle più varie culture, è il primo annuncio e testimonianza missionaria che possiamo dare.

Ci recheremo in pellegrinaggio al Santuario per ringraziare, per celebrare e poi per ripartire perché la Consolata è già là, in ogni continente, che ci aspetta e precede, passeremo per dirle che rinnoviamo davanti a Lei il nostro proposito di amare, servire e consolare l’umanità con il suo cuore, con le sue mani e con le parole del Figlio suo.

Presso la Consolata il Beato Allamano ha celebrato l’invio in missione di tanti missionari e missionarie, oggi continua ad inviare anche ognuno di noi. Lui, con la mente ed il cuore, partiva con loro, oggi continua a partire attraverso ognuno di noi e ci ripete: “Gesù ha conferito il mandato ai missionari. Vedete che consolazione! Il Signore in quel momento ha pensato a ciascuno di noi. Si vedeva che gli stava tanto a cuore la sua Chiesa”. (25 ottobre 1918 – Celebrazione per la partenza per l’Africa).

Affidiamo alla Consolata quanto lo Spirito ci ha indicato in questo XIV Capitolo Generale e la nuova Direzione Generale che servirà e animerà la nostra famiglia missionaria in questo sessennio.

Ci affidiamo all’intercessione delle Beate Irene Stefani e Leonella Sgorbati e, in particolare, del Beato Giuseppe Allamano del quale in questo sessennio celebreremo il centenario della morte facendo anche di questo momento una occasione di rinnovamento nel carisma che ci ha trasmesso.

Ad ognuno, e in particolare ai missionari anziani ed ammalati, il nostro saluto chiedendo alla Consolata che tutti benedica e consoli.

Riflessioni sui 18 gli anni di servizio come Superiore Generale (PRIMA PARTE)

Esiste in Messico, precisamente nella zona del Chiapas ma non solo, una pietra preziosa chiamata Ambra. Secondo la leggenda gli abitanti della regione credono che quando Dio mandò il diluvio universale per punire i peccatori e le piogge caddero per 40 giorni e 40 notti, tutti piangevano dalla disperazione. Le loro lacrime cadevano nelle acque della piena e si trasformavano in Ambra. L’Ambra pura e trasparente si formava dalle lacrime degli innocenti, quella più scura e velata dalle lacrime delle persone cattive e dei beoni. Nel Chiapas (Messico) e nel Tibet, molti bambini portano al collo un pezzo di ambra, per tenere lontano il malocchio. Sin da tempo immemorabile si credeva che l'Ambra avesse proprietà magiche e medicamentose. Veniva utilizzata come incenso durante i rituali e come disinfettante per combattere le malattie infettive. Gli amuleti d'Ambra avrebbero dovuto proteggere chi li indossava dalle forze maligne ed assicurare loro fertilità e successo nella caccia, mentre i gioielli d'ambra adornavano il corpo sia in vita che dopo la morte, con lo scopo di sottolineare lo stato sociale della persona. L'ambra, sostanza mistica che brilla alla luce del sole attraverso ombre d'oro e miele, è leggera, infiammabile, sempre calda al tatto e con proprietà elettrostatiche. È inoltre in grado di influire sulla bioelettricità del corpo, per semplice contatto esterno o ingerita in polvere. In quest'ultimo caso l'incorruttibilità dell'Ambra le permette di superare indenne tutto il tratto digestivo portandoci la sua azione curativa. La proprietà dell'Ambra di rilasciare elettroni si applica negli ambienti bruciandola come incenso. 

Ma cos’è la missione?

Oggi, in un mondo in continuo mutamento, potremmo sicuramente dire che la missione è preziosa come l’ambra chiara; ha il volto della consolazione per un mondo dilaniato e sofferente; ha bisogno delle lacrime della gente ed anche di quelle di noi missionari. Il mondo, per ritrovare speranza e gioia di vivere, ha bisogno della purezza e preziosità di tante lacrime che si solidificano e diventano curative, così come l’ambra, secondo le antiche culture del continente americano.

La missione non ha niente a che fare con la passività, l’insediamento, la paura o il mettersi alla difensiva; questi sono segni che indicano che lo Spirito è stato offuscato (cfr. Ts 5,19) e non è stato atteso o ricevuto.

La missione nella sequela di Gesù è cambiamento, apertura alla novità, ricerca inquieta e di speranza. Richiede rotture e rinunce, ma suscita e genera anche molta gioia ed entusiasmo e manifesta tutto il suo fascino. Avviene a noi come a quel tale che “trovato” un tesoro nel campo, lo nascose e per la gioia vendette tutto quello che aveva per comperarlo. (Matteo 13,44). La missione, aperta alla novità dello Spirito che è sempre libero, creativo e persino sconcertante, crea e ricrea, trasforma e fa nuove tutte le cose, appassiona per Cristo e il suo Regno.

Ci sono troppi uomini e donne schiavi delle strutture, che si accontentano di “eseguire” gli ordini, come qualsiasi esecutore rassegnato. Oggi abbiamo bisogno di uomini e donne che si muovano con passione nella mistica della vita, che sappiano ascoltare la voce del silenzio, che camminano nella carovana di tutti gli uomini e donne del loro tempo e che con entusiasmo spingano avanti e assumano nel quotidiano non solo le opzioni e le motivazioni, ma anche i sentimenti di Cristo ( Efesini 2,5) e diventino testimoni mediante la giustizia, la libertà, la riconciliazione, la misericordia e la tenerezza, la solidarietà e la gratitudine, la bellezza e la gioia.

Come sono stati questi 18 anni al servizio dell’Istituto?

C’è una frase del fondatore che mi ha accompagnato in questi 18 anni e ha orientato il mio servizio all’Istituto: “il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere!”.

Un missionario della Consolata non può non pensare alla Consolata e alla consolazione nel suo servizio missionario e tanto più se è un superiore. Quindi al centro di questo cammino pluriennale c’è il progetto della consolazione che ho imparato con la guida di tre maestri: la stessa madonna Consolata evidentemente, la nostra mamma; il Fondatore Giuseppe Allamano e anche tutta l’umanità in diverso modo bisognosa di consolazione.

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Come ho esercitato il ministero della consolazione nell’Istituto?

Prima di tutto per mezzo del dialogo con le persone; è stata l’esperienza più bella fatta in questi anni. Accompagnare i missionari, li ho incontrati tutti in più di una occasione e in diverse circostanze; dialogare con persone che ti aprono il loro cuore è una cosa bellissima e sempre molto arricchente. Mi ha aiutato il dono della memoria che il Signore mi ha concesso: ricordavo spesso dettagli di tanti incontri che ho avuto con i missionari e loro erano molto contenti quando tu ricordavi aspetti della vita di ciascuno, si sentivano valorizzati nella loro missione o nel loro particolare incarico o lavoro.

In questi anni ho visitato davvero tutte le missioni. Me ne è mancata solo una ed è la parrocchia che è stata aperta poco più di un anno fa nella città di Madrid... questa davvero credo che non la potrò visitare, ma è l'unica eccezione. Visitare le missione, e anche più volte, ti aiuta ad avere una certa prospettiva storica e a creare una relazione spesso profonda con chi ti trovi lì. Forse non parli nemmeno la lingua ma si stabilisce una specie di feeling, una vicinanza che fa bene a tutti: a noi missionari come alle persone che hai modo di visitare anche a distanza di anni.

Ho trovato tanti missionari che hanno saputo dire quanto questo che ci abbia tenuto uniti. Pochi giorni fa un missionario di passaggio mi ha chiesto se avevo un minuto per dialogare e quando è venuto nel mio ufficio era per ringraziami per quello che avevo fatto per lui. Un altro missionario mi ha scritto chiedendomi perdono perché "non sempre mettiamo in pratica quello che scrivi".

Alla fine tutto questo è stato un cammino fatto assieme, potremmo anche dire che una consolazione reciproca: non si tratta affatto di essere giudici implacabili, ma fratelli che fanno assieme un cammino.

Poi un secondo spazio dove ho esercitato la consolazione è stato l'incontro con le comunità. Era un aspetto importante della visita perché aiutava a mettere in pratica il discernimento fatto con le persone. Magari in altri tempi il superiore vistando le comunità si soffermava molto su temi di carattere morale o disciplinare, legati alla vita dei missionari. Non ho voluto lasciare indietro queste cose ma ho dato amplio spazio alla condivisione, la riflessione e lo studio sulla missione. la riflessione sulla missione che ognuno stava portando avanti era un aspetto di primaria importanza.

Ho sempre cercato di vedere il senso di quello che stavamo facendo; se stavamo in una parrocchia per esempio chiedevo di conoscere il progetto pastorale. Ho sempre considerato importante che i missionari sapessero che il superiore si preoccupava di chiedere dove mettevano il loro accento, come spendevano il loro tempo, lo spazio che la missione avesse nel loro impegno quotidiano.

In questi anni forse potranno accusarmi di tanti sbagli, in tante cose certamente avrei potuto fare meglio, ma certamente non potranno mai dirmi che non sono stato sincero... ho sempre detto quello che sentivo dentro, tanto alle persone come alle comunità; ho cercato di evitare giustificare situazioni che avessero bisogno di una correzione e questa ho sempre cercato di realizzarla con rispetto e buone maniere. 

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