Una chiesa che adora e che serve

  • Mar 04, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Fratelli Cardinali, confratelli Vescovi e sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli, a conclusione di questo tratto di cammino che abbiamo percorso, è importante guardare al “principio e fondamento” da cui tutto comincia e ricomincia: amare. Amare Dio con tutta la vita e amare il prossimo come sé stessi. Non le nostre strategie, non i calcoli umani, non le mode del mondo, ma amare Dio e il prossimo: ecco il cuore di tutto. Ma come tradurre tale slancio di amore? Vi propongo due verbi, due movimenti del cuore su cui vorrei riflettere: adorare e servire. Amare Dio si fa con l’adorazione e con il servizio.

Il primo verbo, adorare. Amare è adorare. L’adorazione è la prima risposta che possiamo offrire all’amore gratuito, all’amore sorprendente di Dio. Lo stupore dell’adorazione è essenziale nella Chiesa, soprattutto in questo momento in cui abbiamo perso l’abitudine dell’adorazione. Adorare, infatti, significa riconoscere nella fede che solo Dio è il Signore e che dalla tenerezza del suo amore dipendono le nostre vite, il cammino della Chiesa, le sorti della storia. Lui è il senso del vivere.

Adorando Lui ci riscopriamo liberi noi. Chi adora Dio rifiuta gli idoli perché, mentre Dio libera, gli idoli rendono schiavi. Ci ingannano e non realizzano mai ciò che promettono, perché sono «opera delle mani dell’uomo» (Sal 115,4). La Scrittura è severa contro l’idolatria perché gli idoli sono opera dell’uomo e da lui sono manipolati, mentre Dio è sempre il Vivente. Questo è un rischio che possiamo correre sempre: pensare di “controllare Dio”, di rinchiudere il suo amore nei nostri schemi. Invece, il suo agire è sempre imprevedibile, va oltre, e perciò questo agire di Dio domanda stupore e adorazione. 

Sempre dobbiamo lottare contro le idolatrie; quelle mondane, che spesso derivano dalla vanagloria personale, come la brama del successo, l’affermazione di sé ad ogni costo, l’avidità di denaro – il diavolo entra dalle tasche, non dimentichiamolo –, il fascino del carrierismo; ma anche quelle idolatrie camuffate di spiritualità: la mia spiritualità, le mie idee religiose, la mia bravura pastorale... Vigiliamo, perché non ci succeda di mettere al centro noi invece che Lui.  La Chiesa sia adoratrice: in ogni diocesi, in ogni parrocchia, in ogni comunità si adori il Signore! Perché solo così ci rivolgeremo a Gesù e non a noi stessi; perché solo attraverso il silenzio adorante la Parola di Dio abiterà le nostre parole; perché solo davanti a Lui saremo purificati, trasformati e rinnovati dal fuoco del suo Spirito. 

Il secondo verbo è servire. Nel grande comandamento Cristo lega Dio e il prossimo, perché non siano mai disgiunti. Non esiste un’esperienza religiosa che sia sorda al grido del mondo. Non c’è amore di Dio senza coinvolgimento nella cura del prossimo, altrimenti si rischia il fariseismo. Essere Chiesa adoratrice e Chiesa del servizio, che lava i piedi all’umanità ferita, accompagna il cammino dei fragili, dei deboli e degli scartati, va con tenerezza incontro ai più poveri. 

Fratelli e sorelle, penso a quanti sono vittime delle atrocità della guerra; alle sofferenze dei migranti, al dolore nascosto di chi si trova da solo e in condizioni di povertà; a chi è schiacciato dai pesi della vita; a chi non ha più lacrime, a chi non ha voce. E penso a quante volte, dietro belle parole e suadenti promesse, vengono favorite forme di sfruttamento o non si fa nulla per impedirle. È un peccato grave sfruttare i più deboli, un peccato grave che corrode la fraternità e devasta la società. 

È questa, fratelli e sorelle, la Chiesa che siamo chiamati a sognare: una Chiesa serva di tutti, serva degli ultimi. Una Chiesa che non esige mai una pagella di “buona condotta”, ma accoglie, serve, ama, perdona. Una Chiesa dalle porte aperte che sia porto di misericordia. 

Fratelli e sorelle, si conclude l’Assemblea Sinodale. In questa “conversazione dello Spirito” abbiamo potuto sperimentare la tenera presenza del Signore e scoprire la bellezza della fraternità. Ci siamo ascoltati reciprocamente e soprattutto, nella ricca varietà delle nostre storie e delle nostre sensibilità, ci siamo messi in ascolto dello Spirito Santo. Oggi non vediamo il frutto completo di questo processo, ma con lungimiranza possiamo guardare all’orizzonte che si apre davanti a noi: il Signore ci guiderà e ci aiuterà ad essere Chiesa più sinodale e più missionaria, che adora Dio e serve le donne e gli uomini del nostro tempo, uscendo a portare a tutti la consolante gioia del Vangelo.

Fratelli e sorelle, per tutto questo che avete fatto nel Sinodo e che continuate a fare vi dico grazie! Grazie per il cammino fatto insieme, per l’ascolto e per il dialogo. E nel ringraziarvi vorrei fare un augurio a tutti noi: che possiamo crescere nell’adorazione di Dio e nel servizio al prossimo. Adorare e servire. Il Signore ci accompagni. E avanti, con gioia!

TESTO COMPLETO

Lettera al popolo di Dio

Lettera del Sinodo sulla sinodalità a tutta la chiesa, popolo di Dio 

Care sorelle, cari fratelli,
mentre si avviano alla conclusione i lavori della prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, vogliamo, con tutti voi, rendere grazie a Dio per la bella e ricca esperienza che abbiamo appena vissuto. Questo tempo benedetto lo abbiamo vissuto in profonda comunione con tutti voi. Siamo stati sostenuti dalle vostre preghiere, portando con noi le vostre aspettative, le vostre domande e anche le vostre paure. Sono già trascorsi due anni da quando, su richiesta di Papa Francesco, è iniziato un lungo processo di ascolto e discernimento, aperto a tutto il popolo di Dio, nessuno escluso, per “camminare insieme”, sotto la guida dello Spirito Santo, discepoli missionari alla sequela di Cristo Gesù.

La sessione che ci ha riuniti a Roma dal 30 settembre costituisce una tappa importante in questo processo. Per molti versi, è stata un’esperienza senza precedenti. Per la prima volta, su invito di Papa Francesco, uomini e donne sono stati invitati, in virtù del loro battesimo, a sedersi allo stesso tavolo per prendere parte non solo alle discussioni ma anche alle votazioni di questa Assemblea del Sinodo dei Vescovi. Insieme, nella complementarità delle nostre vocazioni, dei nostri carismi e dei nostri ministeri, abbiamo ascoltato intensamente la Parola di Dio e l'esperienza degli altri. Utilizzando il metodo della conversazione nello Spirito, abbiamo condiviso con umiltà le ricchezze e le povertà delle nostre comunità in tutti i continenti, cercando di discernere ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla Chiesa oggi. Abbiamo così sperimentato anche l'importanza di favorire scambi reciproci tra la tradizione latina e le tradizioni dell'Oriente cristiano. La partecipazione di delegati fraterni di altre Chiese e Comunità ecclesiali ha arricchito profondamente i nostri dibattiti.

La nostra assemblea si è svolta nel contesto di un mondo in crisi, le cui ferite e scandalose disuguaglianze hanno risuonato dolorosamente nei nostri cuori e hanno dato ai nostri lavori una peculiare gravità, tanto più che alcuni di noi venivano da paesi dove la guerra infuria. Abbiamo pregato per le vittime della violenza omicida, senza dimenticare tutti coloro che la miseria e la corruzione hanno gettato sulle strade pericolose della migrazione. Abbiamo assicurato la nostra solidarietà e il nostro impegno a fianco delle donne e degli uomini che in ogni luogo del mondo si adoperano come artigiani di giustizia e di pace.

Su invito del Santo Padre, abbiamo dato uno spazio importante al silenzio, per favorire tra noi l'ascolto rispettoso e il desiderio di comunione nello Spirito. Durante la veglia ecumenica di apertura, abbiamo sperimentato come la sete di unità cresca nella contemplazione silenziosa di Cristo crocifisso. “La croce è, infatti, l'unica cattedra di Colui che, dando la vita per la salvezza del mondo, ha affidato i suoi discepoli al Padre, perché ‘tutti siano una sola cosa’ (Gv 17,21). Saldamente uniti nella speranza che ci dona la Sua risurrezione, Gli abbiamo affidato la nostra Casa comune dove risuonano sempre più urgenti il clamore della terra e il clamore dei poveri: ‘Laudate Deum!’ ”, ha ricordato Papa Francesco proprio all'inizio dei nostri lavori.

Giorno dopo giorno, abbiamo sentito pressante l’appello alla conversione pastorale e missionaria. Perché la vocazione della Chiesa è annunciare il Vangelo non concentrandosi su se stessa, ma ponendosi al servizio dell'amore infinito con cui Dio ama il mondo (cfr Gv 3,16). Di fronte alla domanda fatta a loro, su ciò che essi si aspettano dalla Chiesa in occasione di questo sinodo, alcune persone senzatetto che vivono nei pressi di Piazza San Pietro hanno risposto: “Amore!”. Questo amore deve rimanere sempre il cuore ardente della Chiesa, amore trinitario ed eucaristico, come ha ricordato il Papa evocando il 15 ottobre, a metà del cammino della nostra assemblea, il messaggio di Santa Teresa di Gesù Bambino. È la “fiducia” che ci dà l'audacia e la libertà interiore che abbiamo sperimentato, non esitando a esprimere le nostre convergenze e le nostre differenze, i nostri desideri e le nostre domande, liberamente e umilmente.

E adesso? Ci auguriamo che i mesi che ci separano dalla seconda sessione, nell’ottobre 2024, permettano a ognuno di partecipare concretamente al dinamismo della comunione missionaria indicata dalla parola “sinodo”. Non si tratta di un'ideologia ma di un'esperienza radicata nella Tradizione Apostolica. Come ci ha ricordato il Papa all'inizio di questo processo: «Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità (…), promuovendo il reale coinvolgimento di tutti» (9 ottobre 2021). Le sfide sono molteplici e le domande numerose: la relazione di sintesi della prima sessione chiarirà i punti di accordo raggiunti, evidenzierà le questioni aperte e indicherà come proseguire il lavoro.

Per progredire nel suo discernimento, la Chiesa ha assolutamente bisogno di ascoltare tutti, a cominciare dai più poveri. Ciò richiede da parte sua un cammino di conversione, che è anche cammino di lode: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» ( Lc 10,21)! Si tratta di ascoltare coloro che non hanno diritto di parola nella società o che si sentono esclusi, anche dalla Chiesa. Ascoltare le persone vittime del razzismo in tutte le sue forme, in particolare, in alcune regioni, dei popoli indigeni le cui culture sono state schernite. Soprattutto, la Chiesa del nostro tempo ha il dovere di ascoltare, in spirito di conversione, coloro che sono stati vittime di abusi commessi da membri del corpo ecclesiale, e di impegnarsi concretamente e strutturalmente affinché ciò non accada più.

La Chiesa ha anche bisogno di ascoltare i laici, donne e uomini, tutti chiamati alla santità in virtù della loro vocazione battesimale: la testimonianza dei catechisti, che in molte situazioni sono i primi ad annunciare il Vangelo; la semplicità e la vivacità dei bambini, l'entusiasmo dei giovani, le loro domande e i loro richiami; i sogni degli anziani, la loro saggezza e la loro memoria. La Chiesa ha bisogno di mettersi in ascolto delle famiglie, delle loro preoccupazioni educative, della testimonianza cristiana che offrono nel mondo di oggi. Ha bisogno di accogliere le voci di coloro che desiderano essere coinvolti in ministeri laicali o in organismi partecipativi di discernimento e di decisione.

La Chiesa ha particolarmente bisogno, per progredire nel discernimento sinodale, di raccogliere ancora di più le parole e l'esperienza dei ministri ordinati: i sacerdoti, primi collaboratori dei vescovi, il cui ministero sacramentale è indispensabile alla vita di tutto il corpo; i diaconi, che attraverso il loro ministero significano la sollecitudine di tutta la Chiesa al servizio dei più vulnerabili. Deve anche lasciarsi interpellare dalla voce profetica della vita consacrata, sentinella vigile delle chiamate dello Spirito. E deve anche essere attenta a coloro che non condividono la sua fede ma cercano la verità, e nei quali è presente e attivo lo Spirito, Lui che dà “a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (Gaudium et spes 22).

“Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” (Papa Francesco, 17 ottobre 2015). Non dobbiamo avere paura di rispondere a questa chiamata. La Vergine Maria, prima nel cammino, ci accompagna nel nostro pellegrinaggio. Nelle gioie e nei dolori Ella ci mostra suo Figlio e ci invita alla fiducia. È Lui, Gesù, la nostra unica speranza!
Città del Vaticano, 25 ottobre 2023 

Approfittiamo della visita a Roma di Mons Alain Clément Amiézi, da solo un anno vescovo della diocesi di Odienné e in visita “ad limina” a Roma per farci dire qualcosa della chiesa che sta accompagnando come pastore e dove anche i Missionari della Consolata sono presenti con tre parrocchie.

Devo cominciare con dire che io sono vescovo da solo un anno ed originario di un’altra regione, molto lontana da Odienné e lontana non solo geograficamente ma anche religiosamente e culturalmente. Nella mia terra d’origine le comunità cristiane sono fiorenti e la chiesa conta con una gran popolazione. Invece noi a Odienné abbiamo pochi cristiani che vivono assieme a una gran maggioranza di popolazione mussulmana. Almeno il 90% della popolazione è di religione islamica.

Insomma siamo la diocesi missionaria e di prima evangelizzazione della Costa d’Avorio e per questo lavoro, per me una sfida importante che il papa Francesco ha messo sul mio cammino –prima ero educatore in seminario–, abbiamo bisogno di missionari, pazienza e disponibilità al dialogo. 

Per fortuna, e a differenza di paesi poco più a nord del nostro, le relazioni con il mondo islamico sono armoniose e francamente buone. In un modo o nell’altro riusciamo a vivere come fratelli. Poi ci sono le famiglie che professano la religione tradizionale africana e con loro è più facile un processo di evangelizzazione, ma con tutti c’è dialogo, armonia e rispetto che è un indispensabile punto di partenza sul quale costruire qualsiasi processo di annuncio della Buona Notizia di Gesù.

Per questo diamo anche molta importanza alla cura delle situazioni umane in cui vivono le persone... per esempio voi in Dianrá Village, dove siete, avete aperto un piccolo ospedale per sopperire ai bisogni di salute della popolazione in questo senso abbastanza abbandonata dallo stato. La Pastorale Sociale vuole essere il nostro biglietto da visita e parla di cura, attenzione, preoccupazione, vicinanza.

Odienné ha un territorio immenso e quindi il lavoro sarebbe impossibile se non contiamo con la solidarietà di tante chiese che ci sono vicine. Ci accompagnano, spesso anche da molti anni, alcuni missionari di comunità religiose come voi o i missionari del Pime, dello Sma e i Saveriani, ma poi anche un certo numero di sacerdoti diocesani. Quando era stata creata la diocesi di Odienné, che oggi non conta con nessun sacerdote nativo di questa regione, c’era stato l’impegno formale delle altre diocesi di sostenere il lavoro missionario in questo immenso territorio. Forse con qualche difficoltà ma questo impegno è stato mantenuto o sono 16 i sacerdoti “fidei donum” che provengono da altre giurisdizioni della Costa d’Avorio. In sintesi l’evangelizzazione di questo territorio è un fatto potremmo quasi dire sinodale, un cammino fatto insieme con la solidarietà di altre chiese della Costa d’Avorio e di tutta la chiesa universale rappresentata dai missionari e dalla missionarie presenti da anni fa di noi. Di questo impegno dovrei ringraziare specialmente il vescovo Jean Salomon Lezoutié, della diocesi di Yopougon. Lui è stato mio predecessore ed è ancora particolarmente vicino a questa chiesa... e non ci ha lasciato mancare la collaborazione di sacerdoti e seminaristi. Era stato lui ad accogliervi quando eravate arrivati a questa zona del paese.

Su questo punto, se devo essere sincero, sono anche abbastanza ottimista: anche se i cristiani siamo ancora pochi, ho visto nelle mie visite famiglie cristiane solide e capaci di testimonianza, da queste famiglie nascono e nasceranno le future vocazioni della chiesa di Odienné. In questo momento abbiamo un seminarista che persevera nel suo processo di discernimento e di consacrazione, spero, anzi sono sicuro, che ne verranno degli altri. 

Ad ogni modo voglio ribadire il mio ringraziamento ai Missionari della Consolata che da anni ci stanno accompagnando. Il papa Francesco nell’incontro che abbiamo avuto in questa visita Ad Limina... ci ha invitati a rinnovare l’impegno a favore delle vocazioni, tutte le vocazioni, perché assieme faremo e saremo chiesa.

 

Papa Francesco ha voluto riconoscere e distinguere padre Sandro Faedi, missionario della Consolata nativo di Gambettola, con la decorazione "Pro Ecclesia et Pontifice". La cerimonia di consegna della Medaglia d'onore al missionario,  si è svolta domenica 13 agosto a Zóbuè, nella diocesi di Tete, Mozambico, in occasione del Pellegrinaggio Diocesano al Santuario dell'Immacolata Concezione.

L'atto di consegna della Pergamena  e della Medaglia è stato presieduto da Mons.  Suman Paul Anthony, Incaricato d' Affari della Nunziatura Apostolica in Mozambico. Si tratta della più importante onorificenza  che la Chiesa cattolica conferisce  a sacerdoti e laici che si distinguono per la loro fedeltà e il loro servizio alla Chiesa.

Mons. Diamantino Antunes, Vescovo di Tete, ha presentato la vita e l'opera dell'insignito, che ha dato la sua vita alla missione in Venezuela prima, e in  Mozambico, in particolare nella diocesi di Inhambane e nella diocesi di Tete.

Padre Sandro Faedi è stato ordinato sacerdote a Gambettola nel 1972. Dopo il primo ministero  missionario durato 24 anni in Venezuela, dal 1998 svolge la sua missione in Mozambico: prima nella diocesi di Inhambane e, dal 2013, nella diocesi di Tete, dove è stato parroco della parrocchia di San Giuseppe, Amministratore Apostolico tra il 2017 e il 2019, e attualmente parroco della parrocchia di San Daniele Comboni, Economo Diocesano e Responsabile della Caritas Diocesana.

La dedizione alla missione di questo sacerdote, il suo instancabile impegno nell'evangelizzazione, nella promozione umana, nella liturgia e nella promozione delle vocazioni locali sono stati i motivi che hanno spinto il Santo Padre a concedergli l´ onorificenza pontifícia: pro ecclesia et pontifice.

* Mons. Diamantino Guapo Antunes è Missionario della Consolata e vescovo di Tete

Il 22 luglio si celebra la festa di Santa Maria Maddalena, la prima testimone della Risurrezione di Gesù e colei che fu chiamata dalla chiesa primitiva “Apostola degli Apostoli”. Papa Francesco nel 2016 ha stabilito che la sua memoria liturgica fosse elevata alla categoria di festa. Ha voluto che questa donna così ammirata e amata, soprattutto da tante donne, aiutasse a riflettere “in modo più profondo sulla dignità della donna, nella nuova evangelizzazione…”.

Perché? Molti consideravano Maria Maddalena una donna perdonata e guarita; altri come una donna attiva, inquieta, generosa, amata e amante. Secondo la tradizione ortodossa, Maddalena faceva miracoli nella vita di tutti i giorni. E ora, dovremmo riconoscerla tutti come una santa? Mi sono presto ricordata che quando mia nonna raccontava storie di santi e sante, io mi dicevo a bassa voce: “Non voglio essere santa. Che orrore, tutta la sua vita in silenzio, con le mani giunte, incapace di correre o giocare!”.

Oggi mi chiedo come presentare Maria Maddalena in modo che aiuti a riflettere sulla dignità della donna. Qual è stata la vera vita di questa donna?

Nei vangeli troviamo la prima menzione di Maria Maddalena in Lc 8,1-8, dove si afferma che «sette demoni erano usciti» da lei e che «insieme ad altre donne aiutarono Gesù e i discepoli con i beni che avevano». Poi, nei quattro vangeli, compare sempre tra le donne di Galilea presenti al momento della crocifissione, sepoltura e risurrezione di Gesù. Quando si menzionano i nomi di alcune di queste donne, il primo nome è quello di Maria Maddalena, tranne che nella crocifissione in Giovanni, dove compare per prima “la madre di Gesù”. (Mt 27,55-56,61; 28,1-11. Mc 15,40-41.47; 16,1; 16,9-11. Lc 23,49.55-56; 24,9-11. Gv 19,25; 20,1-2; 20). Anche Giovanni narra magnificamente come Maria incontra e riconosce Gesù nel giardino della risurrezione quando sente il suo nome: lei è la prima persona che incontra il Risorto e riceve anche la responsabilità di dire a ciascuno di noi: «Ho visto il Signore» (Gv 20,11-18).

Affermare che da Maria Maddalena «erano usciti sette demoni» (Lc 8,2) è un'espressione simbolica. I numeri, come sappiamo, non hanno solo valore numerico; dire che da Maria fossero usciti “sette demoni” potrebbe dire di lei che era una donna straniera, malata, con un difetto fisico, lebbrosa, nubile, vedova, senza figli. La domanda che mi pongo è perché sosteniamo che Maria Maddalena fosse una prostituta. Forse ogni prostituta è una donna posseduta da un demone? E allora come mai nessun uomo guarito da Gesù e presentato come indemoniato è mai stato presentato negativamente con connotazioni morali o sessuali.

Un'altra possibile interpretazione sarebbe quella di sospettare che Maria Maddalena abbia infastidito alcuni perché aveva una forte personalità e valori non consoni a una donna, secondo la mentalità dal patriarcato storico e dal maschilismo. Secondo questa ipotesi Maria poteva essere era una donna libera, potente, indipendente, leader e che disponeva di risorse economiche

Poi da dove proveniva? Nel contesto culturale del tempo Gesù era riconosciuto come un uomo della città di Nazaret. Maria invece era detta “Maddalena” perché, non avendo un padre,  un marito o un figlio maschio; allora era conosciuta dal luogo da cui proveniva. 

Doveva essere così per la donna cananea (Mt 15,22), o la samaritana (Gv, 4,1-45) e quindi anche questa donna di Magdala, la nostra Maria Maddalena. 

Il nome di questa località chiamata Magdala deriva da Migdal in ebraico, o Magdala in aramaico, e significa fortezza o torre; un tempo era conosciuta come Tarichea, il nome greco di una ricca città sulla rotta commerciale fra l’Egitto e la Siria. Magdala era una città della Galilea, sorgeva sulle rive del lago di Tiberiade ed era edificata in un amplia pianura ricca d’acqua. In quella cittadina si commerciavano pesce salato, prodotti agricoli e tessuti tinti grazie all’abbondanza di acqua.

Grazie alla ricerca storica e all'archeologia sappiamo molte cose su questa importante città: al tempo di Alessandro Magno, quando il greco era la lingua internazionale parlata lungo le rotte commerciali, a Tarichea c’erano lussuose case che contrastavano con le povere abitazioni del villaggio di Cafarnao, menzionato nel Vangelo, a soli otto chilometri da li. Durante la dominazione romana si ricorda la ribellione dell’anno 54 aC, come reazione alla esose imposte con le quali i romani opprimevano le provincie dell’impero, quando un contadino occupò la città di Tarichea-Magdala. finché i romani non sedarono la rivolta. Anni dopo fu nota la violenza di Erode il Grande, nominato re dai Romani nel 37 aC: nella regione dei monti di Arbela, vicino a Magdala, lui fece incendiare le caverne dove si sarebbero nascosti i ribelli considerati nemici dei romani e banditi.

Sorprendentemente nel Nuovo Testamento non ci sono testi che fanno riferimento a Maria Magdalena il cui nome è molto noto nella narrazione evangelica: dov'era Maddalena quando negli Atti degli Apostoli si raccontano i meriti degli uomini? Solo l'apostolo Paolo menziona una Maria (Rm 16,6), non riconosciuta come la nostra Maria Maddalena. Invece troviamo molte altre storie fra gli scritti apocrifi, testi “segreti e riservati” nei quali si valorizza Maria Maddalena in modo concreto e intrigante. I documenti rinvenuti a Nag Hammadi, nel 1945, nell'Alto Egitto, meritano uno studio approfondito.

La storia successiva afferma che Maria Maddalena, nel 200 dC, era conosciuta come seguace di Gesù e propagatrice del vangelo di Gesù. Sant'Ippolito di Roma (170-235), teologo e martire, la proclamò “Apostola degli Apostoli” e fu così riconosciuta dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa. 

Invece, più di 300 anni dopo, papa Gregorio Magno (540-604) propagò l'idea che fosse una prostituta interpretando in quel modo il testo che fa riferimento ai sette demoni (Lc 8,2) e forse anche Lc 7,36-50 che menziona una peccatrice che unge i piedi di Gesù. Molti storici affermano che non è possibile accettare un atto di malafede da parte di Papa Gregorio Magno e invece, in atteggiamento di pastore, aiutava ad affrontare i disordini e le violenze della fine dell'Impero Romano ricordano la certezza del perdono di Dio e l'accoglienza di ogni peccatore. 

Le diverse interpretazioni a proposito di Maria Maddalena si sono poi consolidate dopo lo scisma tra la chiesa ortodossa d’oriente e quella romana d’occidente avvenuto nel 1054: nel culto delle chiese orientali si distinguevano le tre donne: la peccatrice anonima presentata da Luca, Maria Maddalena e Maria di Betania. Nella chiesa occidentale si consolidava l’immagine della prostituta pentita e perdonata che sintetizzava le tre donne.

In una settimana di studio dedicata a Maria Maddalena abbiamo concluso l'incontro con una Celebrazione della Vita, proclamando il testo di Gv 20,11-18. Mentre il lettore stava ancora leggendo: “va’ dai miei fratelli e di’ loro” una giovane donna si alzò e gridò: “ho visto il Signore!” E fissando gli occhi su diverse persone della comunità, le indicava con il dito e ripeteva: “ho visto il Signore quando davi da mangiare agli affamati! Ho visto il Signore in una giornata calda, quando davi da bere a quelli che avevano sete nei campi! Ho visto il Signore quando hai accolto quella famiglia migrante nella tua casa! Ho visto il Signore quando voi mamme avete organizzato una bazar per vestire i nudi! Ho visto il Signore ogni volta che tu, tu e tu consolavate e visitavate un malato! Ho visto il Signore ogni giorno quando andavi a insegnare ai carcerati. Ho visto il Signore!”... e allora la comunità si alzò e si abbracciò. Ancora una volta i poveri e gli impoveriti mi hanno insegnato a capire la Bibbia!

* Mercedes de Budalles Diez, è Master in Scienze Religiose presso l'Università Metodista di São Paulo. Articolo pubblicato su: www.cebi.org.br

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