Il 01 luglio 2024, il Santo Padre, Papa Francesco, ha annunciato la data prevista per la canonizzazione del Beato Giuseppe Allamano. Si tratta del 20 ottobre 2024. Sia la data che il mese in cui il Fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata sarà canonizzato sono di inestimabile importanza.

Ottobre, mese delle missioni e del rosario

Ottobre ha un significato speciale nella Chiesa: è il mese delle missioni e la missione è la ragion d'essere della Chiesa che esiste per evangelizzare. Durante il mese delle missioni si intensifica l'animazione missionaria, ci uniamo tutti in preghiera e facciamo sacrifici e donazioni per le missioni, perché vogliamo che il Vangelo sia annunciato in tutto il mondo.

Perché il Beato Giuseppe Allamano sarà canonizzato nel mese delle missioni? Egli fu un uomo di missione con la bocca, la mente e il cuore e promosse molto l'evangelizzazione dei popoli al di fuori della sua chiesa locale, del suo Paese e del suo continente. Convinto dell'importanza di questo compito, fondò i due istituti missionari al servizio dell'evangelizzazione prima in Africa e poi in altri continenti.

La sua canonizzazione, che proclama la santità di un sacerdote che ha promosso l'urgenza della missione nella Chiesa, è un'occasione preziosa per sensibilizzare sull'importanza della missione nella vita della nostra Chiesa.

A questo dobbiamo aggiungere che ottobre è anche il mese del rosario. Anche il beato Giuseppe Allamano, che era un devoto della Vergine Maria con il titolo di Consolata, aveva una forte devozione per il rosario. Del rosario diceva: “È la migliore meditazione sulla vita del Signore e di Maria” (Così vi voglio N. 169).

Il 7 ottobre 1990, 34 anni fa, il Beato Giuseppe Allamano veniva beatificato da Papa Giovanni Paolo II. Era un altro mese di ottobre e Giovanni Paolo II lo riconobbe con queste parole: “Santo della Consolata, padre provvidente, formatore e maestro del clero, sacerdote per il mondo” (Così vi voglio, pag. 20).

20 ottobre, Domenica Missionaria Mondiale

Il 20 ottobre la Chiesa celebrerà anche la Giornata Missionaria Mondiale: in questo giorno i fedeli sono incoraggiati a contribuire spiritualmente e materialmente all'opera di evangelizzazione della Chiesa. Il Beato Giuseppe Allamano ha trascorso gran parte della sua vita svolgendo questo lavoro con la sua chiesa locale di Torino, motivo per cui ha fondato i suoi due Istituti missionari. Canonizzarlo in occasione della Giornata Missionaria Mondiale significa riconoscere il suo contributo indelebile all'evangelizzazione dei popoli, e un'occasione per continuare a sensibilizzare la Chiesa sull'importanza della missione ad gentes oggi. L'urgenza di annunciare Gesù Cristo a persone che non lo conoscono o che sono indifferenti al suo messaggio di salvezza non è meno importante oggi di quanto lo fosse ai tempi del Beato Giuseppe Allamano.

Giuseppe Allamano, il santo della missione ad gentes

La missione ad gentes ha sempre caratterizzato il pensiero di Giuseppe Allamano. Ai suoi missionari, da lui fondati per l'evangelizzazione dei popoli, insisteva sul fatto che la santità era la ragion d'essere della loro vocazione missionaria e la “conditio sine qua non” per riuscire a evangelizzare secondo il cuore di Gesù: “Il fine primario dell’Istituto, è la santificazione dei membri e la conversione dei popoli (…) Sbaglierebbe chi dicesse: «Sono venuto per farmi missionario e basta!». No, non basta affatto. Non bisogna cambiare i termini: prima la nostra santificazione, poi la conversione degli altri (Così vi voglio N. 3). Grazie al carisma ad gentes che i Missionari e le Missionarie hanno ereditato dal loro santo Fondatore, oggi sono sparsi in varie parti del mondo e dal loro lavoro sono nate diverse chiese locali in Africa, America e Asia.

* Lawrence Ssimbwa, IMC, parroco di San Martin de Porres a Buenaventura, Colombia.

In continuità con il percorso spirituale proposto dalle due Direzioni Generali IMC - MC e in preparazione alla canonizzazione del Beato Giuseppe Allamano, pubblichiamo la seconda riflessioni dal titolo “Il Fondatore e l’Eucaristia”. L’invito è quello di “ascoltare un Padre che ama i suoi figli e figlie, seduti attorno a Lui, sentendolo vicino e presente nelle nostre vite e nei cammini della missione” in vista del grande evento il prossimo 20 ottobre 2024 a Roma e Torino.

La prima riflessioni pubblicata il 16 giugno ci invitava a meditare sul Fondatore e la “sua Consolata”. La meditazione per il 16 luglio 2024, a sua volta, evidenzia l'amore del Beato Allamano per l'Eucaristia.

“Chi conosceva l’Allamano non poteva non meravigliarsi per la dedizione ed amore con cui celebrava l’Eucaristia e faceva le visite al SS. Sacramento. Uno dei primi missionari della Consolata formati dall’Allamano, padre Lorenzo Sales scrisse: «se si volesse materializzare la cosa, direi che spremendo il cuore e l’anima dell’Allamano in ciò che riguarda la sua vita spirituale, ne sarebbe uscita un’ostia consacrata»” (Positio super virtutibus, Roma 1986, nota 47, p. 229).

Di seguito il testo integrale della riflessione proposta dalle due Direzioni Generali.

Percorso spirituale 16 luglio 2024: “Il Fondatore e l’Eucaristia”

La Corte di Giustizia dello Stato del Paraná (Brasile) ha tenuto dal 3 al 5 luglio l'incontro sulla Giustizia Riparativa e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. La prof.ssa Diana Sosa, che appartiene al gruppo “Consolata Intergentes” delle Missionarie della Consolata in Argentina, spiega la relazione tra la giustizia riparativa e la “pedagogia allamaniana” (il carisma).

Questo evento è stato organizzato con la finalità di celebrare un decennio di esistenza della Giustizia Riparativa nel sistema giudiziario dello stato brasiliano del Paraná. La sua celebrazione ha messo in evidenza il contatto che esiste fra Giustizia Riparativa e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile stabiliti nel 2015 dalle Nazioni Unite.

Hanno partecipato importanti specialisti internazionali come le professoresse Grazia Mannozzi (Italia), Diana Sosa (Argentina) e la dott.ssa Katie Masfield (Stati Uniti) insieme a ricercatori e specialisti brasiliani che hanno prodotto un amplio scambio di esperienze e conoscenze.

La prof.ssa Diana Sosa –che appartiene alla Piattaforma “Consolata Intergentes” promossa dalle Missionarie della Consolata dell'Argentina a favore delle Politiche Sociali– è stata invitata ad aprire il Congresso con una conferenza con il seguente titolo: “Tre formule, tre forme e tre dimensioni necessarie per pensare alla Giustizia Riparativa”.

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Nella sua presentazione ha messo in evidenza come i concetti di “sostenibile” e “riparativo” hanno rotto molte delle logiche tradizionali legate allo sviluppo e la giustizia e offrono la novità di soluzioni proattive e creative a molti dei problemi che l'umanità soffre oggi. Il punto di fusione di questi nuovi paradigmi, che implicano fondamentalmente responsabilità e solidarietà, è la “cura” che si esprime in diversi modi come la “cura di sé”, la “cura dell'altro” e la “cura dell'ambiente”. La “etica della cura” diventa indispensabile e necessaria se si vogliono promuovere pratiche riparative e i progetti (dello Stato e di organizzazioni religiose e della società civile) devono essere pianificati rispettando tre dimensioni: la partecipazione; l’impegno in diversi fronti (come educazione, disuguaglianze, genere, popolazioni indigene, città sostenibili, ecc.) e le buone pratiche nelle relazioni interpersonali.

Prof.ssa Diana Sosa, cos'è la giustizia riparativa e come può contribuire agli obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite?

La giustizia riparativa è uno strumento importante per la trasformazione sociale e per la costruzione di comunità più giuste e connesse. Attraverso l'ascolto attivo, promuove il dialogo, incoraggia la responsabilità e crea spazi in cui tutte le voci sono ascoltate e valorizzate. Le pratiche riparative cercano di riparare i danni subiti da reati o crimini, ripristinando il tessuto sociale colpito.

Nel paradigma della giustizia riparativa, questo processo è conosciuto con il nome delle “tre erre”: Responsabilizzare, Riparare/Ripristinare e Reintegrare. Curiosamente, anche lo sviluppo sostenibile può essere espresso con tre erre: Ridurre, Riutilizzare e Riciclare.

Credo che le “tre erre” della Giustizia Riparativa siano del tutto equivalenti alle “tre erre” dello Sviluppo Sostenibile.

Ridurre significa utilizzare la minor quantità di risorse naturali per preservarle per le generazioni future, è un'azione di prevenzione, insomma è la Responsabilità nel linguaggio della Giustizia Riparativa.

Lo stesso accade con il Riutilizzo, che implica dare un nuovo valore alle risorse per poterle utilizzare nuovamente e prolungarne la vita utile; anche nella Giustizia Riparativa i legami ripristinati acquisiscono un nuovo valore, generando nuove relazioni e ricostruendo la fiducia: questo è ciò che significa Riparare e Ripristinare.

Nel Riciclaggio si prendono le risorse scartate e si trasformano e si reinseriscono nel circuito produttivo; lo stesso con la giustizia riparativa: le persone che hanno commesso crimini/reati, una volta assunte le proprie responsabilità e riparato il danno, possono reintegrarsi in modo costruttivo alla società".

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Perché il paradigma della giustizia riparativa è così vicino alla pedagogia allamaniana (il carisma)?

La pedagogia allamana fa parte di una pedagogia affettiva e basta leggere alcune lettere dell'Allamano per scoprire, nella gestione dei problemi e nel rapporto con i suoi missionari, le note di una prassi riparativa: instaura dialoghi e trattative, riconosce il valore del conflitto, cerca di responsabilizzare gli offensori (Lettera del 7 dicembre 1908 a padre Giovanni Battista Rolfo, vol. V, p. 154-155, n. 570); incoraggia la reciprocità, aiuta il recupero dell'altro (Lettera del 7 febbraio 1906 a Fratel Benito Falda, vol. IV, p. 490-491, n. 456); cerca il ripristino dei legami e risolve guardando al futuro (Lettera del 18 maggio 1919 a Mons. Gaudenzio Barlassina e ai Fratelli del Kaffa, vol. VIII, p. 365, n. 1282), cerca di riallacciare i rapporti con la famiglia e la comunità (Lettera del 17/09/1908 al seminarista Mauricio Domingo Ferrero, vol. V, p. 137, n. 561).

Con il criterio “occhio per occhio e dente per dente” finiremo ciechi e sdentati. La punizione, in tutte le sue espressioni, non sembra essere una strada che ha portato felicità al mondo e spesso non ha nemmeno prodotto giustizia. Sicuramente i principi della giustizia riparativa possono illuminare i nostri modi di vivere e di relazionarci con gli altri per rendere reale il nuovo comandamento che Gesù ci ha lasciato: “amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,37-39).

* Padre Donald Mwenesa, Equipe di comunicazione IMC dell’Argentina.

L'11 maggio 1925 padre Giuseppe Allamano scrisse una lettera ai suoi missionari che erano sparsi in diverse missioni. A quel tempo i missionari della Consolata erano già in Kenya, Tanzania, Etiopia e Mozambico. Il Fondatore era quasi alla fine della sua vita terrena e l'anno successivo si sarebbe avviato verso il paradiso.

In quella lettera, padre Allamano esprimeva la sua gioia per la beatificazione di suo zio padre Giuseppe Cafasso, che lui considerava un dono speciale per l'Istituto a causa della sua vita esemplare di servizio.

Padre Allamano scriveva: "Sento il bisogno di aprirvi il mio cuore, pieno come è di profonda consolazione per la solenne beatificazione del nostro padre Cafasso". Era chiaro che padre Allamano era pieno di esultanza, visto lo sforzo che aveva messo per vedere beatificato padre Cafasso. Per questo il Fondatore scriveva: "Voi sapete quanto ho desiderato questo giorno e quanto ho fatto per renderlo possibile. Finalmente, dopo 30 anni di cure e di lavoro, ho potuto vederlo, e nella pienezza della mia gioia devo manifestare i miei sentimenti a voi, che siete la mia corona e avete sempre condiviso tutte le mie pene e le mie gioie" (cf. Lettere X, 284-285). Le parole del Fondatore rivelano non solo la sua gioia per il glorioso evento, ma anche l'affetto per i suoi missionari, ai quali si riferisce come "la sua corona".

Oggi, 99 anni dopo, siamo in trepidante attesa della canonizzazione del Fondatore, che avrà luogo il 20 ottobre 2024, egli che considerava la beatificazione dello zio come una profonda consolazione del suo cuore. Ogni missionario e missionaria della Consolata si sente come si sentì il Fondatore dopo quel grande evento. La sua celebrazione dell’evento della beatificazione di padre Cafasso era un'espressione del suo desiderio di vederlo canonizzato. Naturalmente, il Fondatore sapeva che ciò sarebbe stato impossibile durante la sua vita. Per questo parlava della beatificazione come di una consolazione. Era un passo che confermava tutto quello che aveva detto per anni: che padre Cafasso era un modello di santità.

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Zio e Nipote: San Giuseppe Cafasso e il Beato Giuseppe Allamano

Per noi, ancor prima della sua canonizzazione, la notizia dell'approvazione del miracolo che avrebbe portato alla sua canonizzazione era già un grande evento. Ecco perché senza dubbio ci sentiamo consolati già prima dell'evento.

Nella epistola di san Giovanni leggiamo: "Amati, noi siamo già figli di Dio. Ma ciò che saremo in futuro non è ancora stato rivelato. Sappiamo bene, però, che quando apparirà, saremo simili a lui perché lo vedremo come realmente è” (1 Gv 3,2).

Dobbiamo vivere la nostra vita cristiana come partecipi del banchetto celeste dell'Agnello. In altre parole, la nostra vita non deve essere una felicità rimandata. Anche se aspettiamo il compimento del regno di Dio nei cieli, la nostra vita dovrebbe riflettere la gioia di coloro che stanno già godendo di essere figli e figlie di Dio. È questo che intendeva il nostro Fondatore quando diceva: "Insegnate alle persone una religione che, oltre a promettere il paradiso, renda felice la loro vita in questo mondo". Il Fondatore stesso viveva questa massima. La santità era la sua seconda natura.

Le parole di padre Allamano su quanto ha fatto per vedere realizzata la beatificazione dello zio, riflettono lo sforzo che molti missionari hanno fatto in tutto ciò che è stato compiuto nel processo di canonizzazione. Come padre Allamano desiderava vedere la beatificazione di suo zio Cafasso, anche noi desideriamo vederlo canonizzato. Come lui, abbiamo pregato, meditato e anche condiviso la sua spiritualità con altre persone nelle missioni. Nel nostro sforzo di farlo conoscere e di far sì che il nostro carisma continui a plasmare la vita dei figli di Dio, abbiamo incorporato i missionari laici della Consolata come parte della più grande famiglia della Consolata. Tutto questo è una rappresentazione della nostra convinzione della sua santità, così come lui era convinto della santità di padre Cafasso.

Come padre Allamano ha emulato la vita santa dello zio, noi suoi figli e figlie abbiamo un motivo in più per emulare la sua vita santa. Qui prendono vita le parole che padre Gottardo Pasqualetti scrisse il 29 gennaio 1993. Tre anni dopo la beatificazione del Fondatore, avvenuta nel 1990, il postulatore di allora padre Pasqualetti scriveva: "Non basta la beatificazione del Fondatore. È necessario che le sue intuizioni evangeliche, le sue parole e il suo esempio di santità guidino la crescita nella vita spirituale e nel dinamismo missionario". Queste parole devono galvanizzare il nostro proposito di camminare negli atteggiamenti di santità del padre Allamano. Le attività molto coinvolgenti che stiamo allestendo in preparazione al giorno della canonizzazione non devono terminare con la canonizzazione. Dovrebbero essere uno stimolo ad imitare le sue intuizioni spirituali che dimostrano un modo particolare di seguire nostro Signore Gesù Cristo.

* Padre Jonah M. Makau, IMC, frequenta il corso in Cause dei Santi, a Roma.

In una edizione speciale interamente dedicata alla figura di Giuseppe Allamano, la rivista “Dimensión Misionera” curata della Regione Colombia, esplora varie dimensioni della sua eredità esistenziale, carismatica e missionaria.

La copertina presenta un'opera di padre Carlos Zulaga (CAZ), in cui il Padre Fondatore è presentato con linee geometriche sul volto. Secondo l'artista, si tratta del “kipará”, che nella lingua "êpera Pedea" del popolo Emberá, gruppo etnico della Colombia, designa una pittura del viso e del corpo di profondo significato nella loro struttura cosmologica.

Padre Salvador Medina, direttore della rivista “Dimensión Misionera”, afferma che questa figura non solo ispira, ma incoraggia la vita, la contemplazione e l'azione, sottolineando che "in un mondo segnato da sfide e disuguaglianze, la sua eredità ci ricorda l'urgenza della missione evangelizzatrice, la necessità di costruire ponti di dialogo tra le culture e l'importanza di lavorare instancabilmente per un mondo giusto e fraterno".

Secondo Santiago Quiñonez, giornalista e direttore di questa pubblicazione monografica, la 349ª edizione si presenta come “un pellegrinaggio nel cuore dell'Allamano, guidato da chi conosce bene questo luogo, lo frequenta e lo vive: la sua famiglia, i missionari e le missionarie della Consolata”.

La pubblicazione accenna anche al fatto che, parlando dei missionari e missionarie, ogni articolo vuol offrire “…diverse sfaccettature, alcune già note e altre molto nuove, del loro essere, capire e operare  missionario: la passione per l'evangelizzazione, l'impegno per la giustizia sociale, l'amore profondo per i più bisognosi, l'interesse per i media e l'instancabile lavoro per costruire il Regno di Dio, già su questa terra”.

“Dimensión Misionera” aspira ad essere uno spazio di incontro e di riflessione per tutti coloro che si sentono chiamati alla missione. In questa nuova fase, la rivista intende continuare a offrire contenuti di qualità che alimentino la nostra fede, rafforzino il nostro impegno missionario e ci ispirino ad andare avanti nella costruzione di "un altro mondo possibile".

Leggi qui la versione digitale della rivista Dimensión Misionera

* Equipe di comunicazione IMC Regione Colombia.

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