In un incontro del festival della missione sono state messe a confronto due figure apparentemente contrapposte, quella di una missionaria in Mali, al servizio di una comunità in buona parte islamica e poi anche vittima di un sequestro durato quasi 5 anni, con quella di un monaco che ha scelto di servire la comunità in modo molto diverso: due esperienze missionarie “poco convenzionali”, due presenze in frontiere distinte ma forse nemmeno così distanti.

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Suor Gloria Cecilia a Bogotá dopo la sua liberazione (Foto IMC) 

Gloria Cecilia Narváez, missionaria Francescana di Maria Immacolata.

Sono stata sequestrata il 7 febbraio 2017. Ero in Mali da circa sette anni; come missionaria Francescana di Maria Immacolata lavoravo in un piccolo centro sanitario (con anche un orfanotrofio dove ospitavamo bambini molto piccoli fino ai 4 anni d'età) e nella promozione della donna. Eravamo bene accetti nella comunità che ci ospitava: il 98% della popolazione era islamica e solo il 2% erano cattolici, ma la nostra relazione con le persone che ci stavano intorno era di molto rispetto e amicizia.

Improvvisamente sono arrivati nel salone della nostra comunità quattro uomini armati di Al Qaeda. Quando vidi che questi volevano sequestrare una delle mie consorelle giovani dissi loro che se dovevano portare via qualcuno era giusto che portassero via me che ero la responsabile del gruppo. E così è cominciata la mia passione come quella di Gesù: ho cominciato un cammino durato quattro anni ed otto mesi nel deserto del Sahara dove ho vissuto l'esperienza della misericordia di Dio, dell'amore, della pazienza e della speranza.

In questi lunghi mesi ho continuato ad essere una religiosa così che ogni giorno dedicavo tempo alla preghiera e lo facevo ricordando sempre i bisogni del mondo. Ogni mattina facevo la mia comunione spirituale che mi fortificava e mi dava pazienza per sopportare tutti i maltrattamenti, le parole che ferivano. 

Loro mi hanno maltrattato fisicamente in varie occasioni ma io facevo appello alla mia spiritualità francescana e ricordavo quanto Francesco diceva ai suoi fratelli: "quando siete fra i saraceni non mettetevi a fare discussioni, se vi frustano benedicili" e ricordavo anche le parole della nostra fondatrice, la madre Caridad, che diceva: "state zitte che Dio vi difende". Ho fatto silenzio interiore ed esteriore per disarmare la guerra. 

Ho vissuto questa esperienza con molta fede, pazienza, umiltà e fiducia in Dio. Tutto questo cammino vissuto nella sofferenza, nelle catene e nella preghiera aumentava ogni giorno la mia fede e davo grazie a Dio per il miracolo quotidiano di mantenermi in vita: di notte vivevo circondata da serpenti e formiche velenose, di giorno dovevo sopportare maltrattamenti fisici e dissetarmi con la poca acqua che mi concedevano magari mescolata con benzina.

Alle volte mi domandavo perché nel mondo c'è gente che fa del male. Ho visto con tristezza come molti bambini e giovani erano parte di questo gruppo terroristico: la loro unica strada era uccidere o essere uccisi. Eppure ho trovato anche li uomini buoni che mi tiravano ogni tanto qualche pezzo di pane e mi dicevano di cercare di liberarmi.

Mi sono sentita anche abbraccata dalla chiesa per mezzo della preghiera e posso dire che la mia vita in prigionia è stata una vita di speranza, amore e misericordia del Signore. 

Adesso sono libera per dire a tutti di avere sempre una parola di pace e riconciliazione: ho fatto l'esperienza della risurrezione e posso dire con fermezza che nessuno deve essere incatenato né per la sua religione, né per le sue ideologie. La mia anima canta il magnificat perché anche nella prigionia "Dio onnipotente ha fatto in me cose grandi". 

In questi quasi 5 anni ho fatto una specie di scuola di preghiera silenziosa nella quale chiedevo a Dio la conversione di questi persone e la libertà mia e di molte altre persone che erano sequestrate e spesso torturate nella notte; c'era molto pianto di gente che soffriva. Oggi la mia vita consacrata è una concreta esperienza della misericordia di Dio: continuo a pregare per tutti i sequestratori e per le persone che sono private della libertà. Mi sono sentita abbracciata dalla preghiera della chiesa e, dopo la liberazione, ho potuto trovare molte persone, che mi conoscevano e non mi conoscevano, e che mi hanno detto di aver pregato per me. 

Un sacerdote del mali, rettore di un seminario, che mi ha scritto dicendo che la chiesa del Mali è cresciuta, è diventata più unita e la fede è più grande perché abbiamo vissuto questa fraternità umana che ci ha unito. Le sorelle che erano con me hanno continuato il loro lavoro, i bambini sono sopravvissuti, le donne si sono organizzate meglio, sono state alfabetizzate. Anche il centro di salute è continuato e quindi devo ringraziare Dio che ha fatto tutto con la sua divina misericordia. Questi quasi cinque anni di sofferenza sono diventati una grazia e una benedizione per la chiesa del mali e anche per la mia congregazione.

Nel nostro mondo c'è bisogno che le persone vedano in noi la misericordia, la serenità e la tenerezza di Dio. Nelle nostre parole e nelle nostre azioni dobbiamo essere testimoni dell'amore e della misericordia di Dio, che ama, non maltratta, “non spezza una canna incrinata, né spegne uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3)

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Michael Davide Semeraro (Foto: diocesicremona.it)

Michael Davide Semeraro, monaco benedettino del monastero di Novalesa

Anche la mia vita viene dalla missione. Quando ero bambino corrispondevo con un Missionario della Consolata che era del mio paese e che ho scoperto, passando dalla Casa dei Missionari della Consolata di Torino, che è ancora vivo. Poi sono approdato dai Missionari Comboniani e mi entusiasmava il motto di Comboni: "o nigrizia o morte". Ai Comboniani devo moltissimo perché hanno completato la mia esperienza di fede, io che venivo da una esperienza legata molto alle devozioni. Nei tre anni nel loro seminario di Bari ho costruito amicizie solide e con molti di loro e mantengo ancora oggi corrispondenza con molti di loro in giro per il mondo. 

Ma poi le cose sono cambiate quando ho conosciuto l'esperienza di Charles de Foucauld, da poco canonizzato, e ho scoperto che la mia strada non era la missione ma la vita monastica.

Essere monaci non significa andare in chiesa a pregare come tutti pensano; il cuore della regola di San Benedetto è riconoscere la presenza di Dio nonostante il nostro assentarci dal flusso della vita come ci ricorda il salmo: "io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia. Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra" (Sal 73,22-23).

Questo assentarci non significa non dare il proprio contributo ma lasciare che la vita faccia, perché si vuole proclamare che la vita è più forte della morte e vive nonostante tutte le morti. Il monaco, la sera dopo compieta, quando comincia il grande silenzio della notte, fa questo atto di fede: "io sono già morto ma la vita vive".

Si tratta di portare questo alla propria esperienza rinunciando perfino a progettare e gestire la propria vita: San Benedetto diceva che, al momento della professione solenne, il monaco non è più padrone nemmeno del proprio corpo. Nessuno in realtà lo è ma il monaco vive questa esperienza prima che gli venga chiesto dalla vita stessa quasi per testimoniare che è possibile vivere questa povertà assoluta. 

Questa testimonianza della vita monastica non è esclusiva solo della vita monastica cristiana: è la testimonianza dei Sufi nell'Islam, dei maestri zen nel buddismo. Al mondo testimoniamo che la vita viene prima di noi e in qualche modo va oltre noi; insegnamo a stare più tranquilli e non darci nemmeno troppa importanza; ricordiamo alla propria umanità che la vita è un dono che dobbiamo restituire ogni giorno. 

La gente che bussa al monastero viene per un motivo molto semplice: perché sente che in monastero ci sono degli uomini e delle donne che sono là per  gestire il proprio dolore e vegliare sul dolore degli altri. Noi monaci, più che curare le ferite e le debolezze dell’umanità, come penso facciano i missionari, cerchiamo di gestire la nostra debolezza perché nessuno abbia vergogna della propria fragilità. Insegnamo a non aver paura,  soprattutto non avere paura di Dio.

Per troppo tempo e in troppe situazioni la gente si è sentita o si sente bacchettata, giudicata, criticata: in realtà quando il Signore Gesù vede le folle non dice "poveretti" ma "beati"; il suo sguardo è uno sguardo di ammirazione, ammira l'amore di cui sono capaci le persone che trova, anche se è un amore immaturo e sotto certi versi ancora fragile. Davanti alle folle stanche, oppresse e sfinite, Gesù intuisce che i discepoli devono diventare  apostoli, testimoni ed artefici di questa compassione che è la rivelazione del cuore profondo di Dio.

La chiesa da maestra deve diventare più Madre. L'umanità chiede alla chiesa uno sguardo più formato alla scuola del vangelo che prima di prescrivere sia capace di ammirare, prima di chiedere di migliorare sia capace di mettere in evidenza ciò che di buono le persone vivono. Ogni persona porta in se una sofferenza e la sofferenza è sempre rispettabile, e Gesù è stato il maestro di questo e la chiesa se vuole essere discepola e corpo mistico del Signore deve ammirare di più e solo dopo correggere di più.

Nel video tutti i contenuti dell'intervista

I padri Stefano Camerlengo e Godfrey Msumange, Consigliere Generale per l'Africa, hanno potuto finalmente visitare la nuova missione del Madagascar, dopo due anni di tentativi andati a vuoto a causa delle restrizioni molto rigorose messe in atto da parte del governo del paese. Nella grande isola rossa dell'Oceano Indiano, che con i suoi 587.000 km² è la quarta più grande del mondo, lavorano fin del 2019 tre Missionari della Consolata: Jared Makori, Jean Tuluba e Kizito Mukalaz.

"Per ora, ricorda il padre Godfrey Msumange, abbiamo una missione a Beandrarezona, nella regione di Sofia a 1.124 metri sul livello del mare. Siamo nella diocesi di Ambanja, a mille chilometri a nord della capitale, in una situazione di missione ad gentes e un luogo in buona parte di prima evangelizzazione". La popolazione è di circa 25 mila abitanti distribuiti in 20 villaggi. La comunità cristiana più lontana è a 70 km da Beandrarezona ma, a causa delle montagne e della mancanza di strade, ci vogliono quattro giorni di cammino per raggiungerla. Il gruppo etnico più numeroso della zona è quello degli Tsimihety, piccoli agricoltori che coltivano riso, tabacco, arachidi, fagioli, mais e allevano bestiame.

Presenza di Consolatazione

Padre Msumange ricorda che "dopo aver studiato il francese e il malgascio, la lingua locale, i tre sacerdoti arrivarono alla Missione dove andarono a vivere in una piccola casa in affitto in mezzo alla popolazione. Hanno iniziato a studiare come organizzare la vita nel villaggio, senza dimenticare i villaggi remoti, difficili da raggiungere a causa della precarietà delle strade. Nella regione, i cristiani rappresentano solo il 3% della popolazione. Il primo lavoro è la formazione delle comunità, degli animatori e dei catechisti, ma poi anche la promozione umana: i missionari stanno lavorando alla costruzione e gestione di una scuola secondaria che non è mai esistita nel villaggio. L’educazione diventa così non solo uno strumento di promozione umana ma anche un mezzo indispensabile per l'evangelizzazione"

Parlando della visita il padre Stefano Camerlengo ha sottolineato la bellezza del Madagascar e della sua gente. "Sono molto accoglienti e quando parlano si percepisce una bontà che viene da dentro, molto educata e presente. È un Paese che potrebbe svilupparsi bene attraverso il turismo perché è circondato da un mare meraviglioso, ma si trova in una situazione molto precaria. Il malgoverno è un problema molto diffuso, la gente vive poveramente, le autorità politiche e sociali sembrano più preoccupate dei loro interessi che del bene comune. La rete stradale è quasi inesistente e soprattutto durante la stagione delle piogge, che dura sei mesi all'anno, le strade sono letteralmente impraticabili... così che la vita, e lo sviluppo, si arresta completamente.

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La chiesa in Madagascar

In Madagascar ci sono 22 circoscrizioni ecclesiastiche: cinque archidiocesi e 17 diocesi. I vescovi in questo momento sono 28 e fra di loro anche un cardinale arcivescovo attivo: Mons. Désiré Tsarahzana. Le forza pastorali in campo non sono poche: ci sono 1.747 sacerdoti (892 clero secolare e 855 religiosi), 2 diaconi permanenti, 1202 seminaristi, 735 fratelli, 133 membri di istituti secolari, 1703 missionari laici, 5.006 religiose consacrate, 14.395 catechisti. Il cristianesimo è arrivato in Madagascar nel XVI secolo con i Padri Domenicani, seguiti dai Gesuiti e dai Lazzaristi e, nel secolo successivo, dai missionari di San Vincenzo de' Paoli.

Non si tratta quindi di un cammino recente eppure, commenta Padre Stefano, "il lavoro è ancora molto grande. Da quello che possiamo vedere, in tanti aspetti si stanno muovendo i primi passi: non c'è una catechesi ben organizzata o una preparazione al battesimo consolidata. I sacramenti sono poco celebrati e la  gente non sembra molto interessata alla vita della cominità cristiana. Con una popolazione approssimativamente 25 milioni di abitanti, solo il 10% è cristiano". c'è tanto da fare, ma tutto questo appartiene chiaramente al carisma di noi Missionari della Consolata.

Una situazione missionaria Ad Gentes

Il Padre Generale sottolinea che la Missione di Beandrarezona, dove si trovano i Missionari della Consolata, è molto bella e impegnativa. "È una missione ad gentes con circa 20 comunità (villaggi) e circa 25.000 abitanti che conta per la prima volta con una presenza stabile di sacerdoti; prima la comunità era visitata dalla parrocchia vicina. 

La situazione nella quale vivono le famiglie dei nostri villaggi è molto povera e spesso priva di servizi  basici. Se per la posizione geografica l’acqua è abbondante in cambio l'elettricità arriva con difficoltà e l’assistenza sanitaria è garantita solo da un piccolo centro medico servito da una sola dottoressa, in questi giorni assente perché in vacanza con la sua famiglia.  In caso di emergenza, l'auto della missione, la sola presente nel villaggio, diventa anche ambulanza. Anche in questo modo si cerca di fare un po’ di consolazione. 

Soprattutto i giovani sembrano un po' abbandonati al loro destino e per questo i missionari hanno iniziato a costruire una scuola superiore per dare qualche strumento in più ai ragazzi che vivono quasi senza nessuna opportunità.

Ci sono molte difficoltà, ma anche molta gioia nel sentirsi veramente utili, protagonisti di una missione che sta nascendo. 

In questo momento si deve ancora costruire una casa per i sacerdoti e una cappella un po’ più grande, l’attuale è fatta di fango ed è piccola. Sappiamo che una struttura valida e significativa aiuta ad attrarre le persone.

A Beandrarezona ci sono anche quattro Suore Francescane di Notre Dame che lavorano in tre scuole primarie e secondarie. Vivono in una casa costruita dal vescovo e aiutano nella missione.

In sintesi, ricorda il padre Stefano, “questa è l'esperienza dei nostri missionari in Madagascar che vorrei condividere con voi, perché credo sia importante farla conoscere. Scrivendo all'amministratore della diocesi ho sottolineato che questa missione è un dono che abbiamo ricevuto e che vogliamo mantenere e curare. È davvero una missione che ci stimola e ci aiuta a essere sempre più disponibili e sensibili”.

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La prima visita canonica

Padre Jean Tuluba, che ha già lavorato a Roraima, in Amazzonia, è uno dei tre missionari della Consolata in Madagascar. Egli ritiene che “la visita canonica sia stata per noi un tempo di grazia, di incontro fraterno, di gioia, di rinnovamento, di condivisione delle gioie e dei dolori della missione; un tempo per progettare il nostro futuro sull'Isola Grande. Non è un mero adempimento formale, né un atto di controllo, ma un evento di grazia per tutti, un passaggio del Signore che viene a visitare il suo popolo per rivendicarlo e portarlo alla salvezza.

Abbiamo aspettato a lungo in questo momento, ma non è stato possibile a causa della pandemia di Covid-19. La gioia non era solo nostra, ma anche di tutta la gente della Missione di Beandrarezona che ha potuto vedere con i propri occhi il Padre Generale e la sua delegazione raggiungere questo territorio. Loro hanno visto  che i tre missionari non sono soli e che la Consolata è una grande famiglia presente in tutto il mondo”.

Il Madagascar

Con un’area di 587 mila Km2, il Madagascar è un'isola dell'Oceano Indiano con 4.800 km di costa marittima. Nel Paese si parla malgascio, francese e inglese. La sua capitale è Antananarivo, con 1,4 milioni di abitanti. L'aspettativa di vita è di 66,9 anni e nelle città vive il 26,81% della popolazione. Al di sotto della soglia di povertà vive cerca del 70% de la popolazione e l'acqua potabile è disponibile per il 10%.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Consigliere Generale per l'America.

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 Superiores regionais do Instituto Missionário da Consolata no continente africano estiveram reunidos no Quénia, para afinarem o projeto missionário continental e relançaram o trabalho de revitalização e reestruturação do Instituto a nível continental.

De 11 a 16 de maio realizou-se no Centro de Espiritualidade Bethany House de Sagana, no Quénia, a assembleia dos superiores do Instituto Missionário da Consolata (IMC) no continente africano: Quénia, Tanzânia, Congo, Costa do Marfim, Etiópia e África do Sul.
Além dos superiores regionais participaram no encontro os responsáveis dos secretariados regionais de Pastoral Ad Gentes e da Animação Missionária e Vocacional. No total eram duas dezenas de missionários orientados Conselheiro Geral para a África, o P Marco Marini.

Passos principais no caminho do Projecto Missionário de África: 2012-2015

Nos últimos quatro anos (2012-2015) houve cooperação entre os vários responsáveis de circunscrições e respectivos Conselhos a nível do continente. Coordenados pelo conselheiro continental, P. Marco Marini, os superiores de África reuniram-se a nível continental até hoje por quatro vezes: em Outubro de 2012 em Dar Es Salaam, Tanzânia; em 2013 em Sagana, Quénia; e em 2014 em Maputo, Moçambique e agora em Sagana, Quénia, de 11 a 16 de Maio de 2015.

Em todas estas reuniões tentou-se “sentir” a consciência continental, enfrentando os vários temas anunciados para os vários encontros.

Em 2012 procurou-se identificar e definir as prioridades do continente africano dentro do Projecto Missionário Continental devidamente contextuado, tratando de: Formação, Missão Ad Gentes, Animação Missionária e Vocacional, e Economia de Comunhão.

Em 2013 enfrentou-se o desafio do autossustento económico, com o objectivo de acabar com a situação de dependência que se acumulou durante as últimas décadas e reflectindo sobre os meios disponíveis para gerar receitas tanto a nível de circunscrição como de continente.

Em 2014 encarou-se o problema da Formação, com especial ênfase sobre os seus fundamentos. Era um assunto imperativo face ao consistente volume de candidatos que aqui se preparam em cada ano para se tornarem Missionários da Consolata e face aos desafios que este facto implica, não só a nível económico como a nível da identificação com o carisma IMC, com a Congregação como tal e com as exigências tradicionais da vida consagrada, sacerdotal e missionária. De entre todas estas, a maior talvez seja a tentação de homologar e importar um modelo formativo de vida e acção pastoral do tipo “clero diocesano”, em oposição ao modelo que as nossas Constituições exigem – ou seja, ad vitam, ad gentes (ou inter gentes), ad pauperes (por toda a vida, para os gentios para os pobres).

Encontro Continental de Sagana-2015.

Agora, em 2015, o encontro continental de Sagana teve como temas a Missão “Ad Gentes” e Animação Missionária Vocacional

O encontro teve como objetivo a elaboração de um Projeto Missionário para o continente. Os temas tratados foram os seguintes: restruturação do Instituto; o significado da missão ad gentes; a animação missionária.

O levantamento estatístico, preparado e apresentado, referente ao pessoal missionário, comunidades IMC e atividades realizadas (pastoral e promoção humana) em África demonstra como o processo de reestruturação dos Missionários da Consolata em África está já em curso.

O número de missionários, por exemplo, diminuiu de 360, em 1975, para 309 em 2015. Ao invés, os missionários da Consolata africanos, a maior parte deles a trabalhar no continente de origem, cresceram imensamente de sete, em 1975, para 280 em 2015.
A partir desta constatação, os participantes tentaram obter respostas para as seguintes questões: qual é o contributo ad gentes dos missionários africanos em África? De que modo a mudança geracional e de nacionalidade dos missionários em África implica alterações no modo de realizar a missão e a pastoral? Foram sublinhadas as quatro dimensões presentes na missão ad gentes: primeira evangelização, pastoral missionária, promoção humana e o diálogo inter-religioso.

Nas Igrejas locais de África, a animação missionária e vocacional é um campo aberto e que tem dado bons resultados. É necessário continuar com este empenho animando “ad intra” (dimensão missionária de cada batizado) e “ad extra” (participação na missão ad gentes) as igrejas locais, às quais somos chamados a oferecer um serviço qualificado de formação de todos os seus membros: sacerdotes, seminaristas, leigos.

Conferência Missionária Internacional

Os participantes do Conselho continental tomaram parte nos trabalhos da Conferência Missionária Internacional realizada entre 19 e 21 de Maio no anfiteatro da Universidade Católica da África Oriental, em Nairobi. Esta Conferência Missionária organizada pelos Missionários da Consolata, para celebrar os 110 anos da Conferência Missionária de Muranga. O tema do encontro – «Evangelizar em África: Comemorar e redefinir a nossa identidade e missão no mundo de hoje» – resume o conteúdo dos assuntos em debate. Como em Muranga, em 1904, os Missionários da Consolata sentiram a necessidade de definir uma estratégia missionária para melhor responder às exigências colocadas pela missão entre o povo Kikuyu, assim também hoje, a Igreja do Quénia e de África em geral, estimulada pela reflexão destes dias, foi ajudada a redefinir a sua missão de modo a responder aos desafios pastorais do mundo atual.

O encontro em Tuthu: ir às origens para construir o futuro

Depois das cerimónias da beatificação da Ir. Irene Stefani, os Missionários reuniram-se em Sagana no dia 25 de Maio em Sagana para a avaliar os trabalhos da Conferência Missionária Internacional de Nairobi e colher as propostas do Continente africano para o Projecto Missionário de revitalização e reestruturação do Instituto.

No dia 26 de Maio viajámos até Tuthu, passando por Muranga, percorrendo as pegadas dos primeiros missionários da Consolata que aqui chegaram em 29 de Junho de 1902. Os superiores das circunscrições de África reuniram-se com a Direcção Geral. O Superior Geral, P. Stefano Camarlengo, agradeceu o trabalho realizado em áfrica pelos missionários da Consolata nos diferentes países onde estão presentes. Hoje, mais do que nunca, o futuro do Instituto e da sua missão passa pela África e pelos missionários aqui presentes e espalhados pelo mundo. Foi uma ocasião para os presentes recordarem o compromisso de animar os missionários no estudo e implementação do projecto de revitalização e reestruturação do Instituto. Revitalizar a nossa identidade missionária não perdendo de vista a missão ad gentes, qualificar a formação nos seminários através de equipas formativas preparadas e consistentes e sobretudo animar os jovens em formação para a missão no continente asiático.

Partido da experiência missionária na missão de Tuthu, entre 29 de fevereiro a 3 de março de 1904, os primeiros missionários chegados ao Quénia elaboraram o método evangelizador «consolatino» que produziu frutos abundantes em África. Respondendo aos desafios do momento presente, os Missionários da Consolata são desafiados a realizar um projecto missionário adaptado à realidade sócio-pastoral da África de hoje. Que a visão e o espirito de missão dos nossos primeiros confrades nos inspire e anime. Na memória e na profecia.

E tu, Marandallah, terra do Bere,
de modo nenhum és a menor entre
as vilas africanas porque, do teu silêncio,
brota a música
que ecoa por toda a terra.”

Muitas vezes, não temos consciência da força e do poder que pequenos objectos têm ao serviço do espírito humano. Uma caneta, um lápis, uma folha de papel... Poder inesgotável. Sem medida. Sem limites. Ou talvez não. Diante de mim, trava-se uma batalha inédita por um grupo de mulheres, na sua maioria vindas das comunidades rurais mais pobres do norte da Costa do Marfim, que agarram o giz com a mesma força com que agarram o cabo da enxada quando penetram ou rasgam a terra. Sobre um pedaço de madeira abrem sulcos, cavam covas, semeiam grãos. A cena é divertida mas também dramática. Faz rir e dá vontade de chorar. Desenham o limão mas não sabem que é um “o”; desenham o pilão mas não sabem que é um “l”; desenham o grão de milho mas não sabem que é a ponta do “i”; desenham a metade da cabaça, mas não sabem que é o “c”, ou o “u” ou... A sua alegria por esboçar uns sarrabiscos torcidos é imensa. Parecem crianças exaltadas, empurrando-se umas às outras para mostrarem a todos as letras deformadas, acabadas de sair do forno das suas habilidades. Ao olhá-las, sinto um aperto imenso no estômago por me dar conta que, a maioria delas, nunca aprenderão a ler e a escrever mesmo que a sua vontade seja tanta. Foram convocadas para um encontro de sensibilização e formação de três dias sobre a importância da alfabetização para o seu próprio desenvolvimento. A festa culmina com a celebração do dia mundial da mulher, cuja tradução em língua local está a ser ensaiada. A maioria delas é a primeira vez na vida que se sentam numa cadeira com um lápis e um caderno nas mãos. Mas a vida está cheia de mistérios. Quando um grupo de mulheres se encontram, o resultado e as consequências podem ser imprevisíveis O que está a acontecer aqui neste momento, na sua forma rude e simples, pode ter na vida destas mulheres o mesmo impacto que teve para a humanidade a descoberta do fogo, da roda ou do espaço. O caminho a percorrer é também ele longo e árduo mas é possível Não sabem ler nem escrever mas têm consciência que, a alfabetização, é o remédio contra a cegueira que as domina, essa doença social causada pela indiferença e agravada pelo egoísmo. Não pedem muito. Pedem apenas que alguém lhes dê um pouco de atenção e as ajude a desenhar, pelo menos uma vez na vida, as letras que compõem os seus nomes: “Soro”, “ Yeo”, “Tuyo”. Uma vez na vida.

Marandallah, esta pequena vila do outro lado do mundo onde os credos e as raças se misturam numa convivência pacífica, é uma terra abençoada. Cada parcela de terra onde há vida é sempre abençoada mas aqui, a vida é abundante. Expande-se sem limites, multiplica-se sem cessar. É uma maternidade a céu aberto. Mas esta vida que cresce e se multiplica, que é abençoada, é também ameaçada. As razões são muitas e todas justificadas. São internas e externas. Humanas e sociais. Geográficas e históricas. Políticas e religiosas. A maioria das pessoas não conhece uma letra. A sua escola é a terra e os seus mestres são as abelhas, os pássaros e as formigas. O instinto de defesa e a necessidade de sobrevivência impõem leis associadas ao clima. Fraternas e amigáveis quando a chuva é abundante, rudes e agressivas quando os poços secam. A autoridade local, exercida por chefes tribais e religiosos perdidos no tempo, concentra-se nos “Timoté” e nos “Teoté”, detentores de rituais e tradições antigas em pleno acasalamento com as motas, os telefones celulares e a energia eléctrica recém chegada. Não imaginam o dia em que nasceram mas tem a certeza que o seu funeral será grandioso. A atmosfera que envolve esta parcela do mundo, aparentemente calma, está carregada de forças invisíveis que arrastam as pessoas para barrancos onde as trevas devoram a luz e a razão é tragada pelo medo. A religião predominante é o Islão e convive, sem esforço, com o sincretismo e todo o tipo de celebrações onde se canta e dança. As mezinhas e raízes, sem necessidade de receitas, passam ao lado do centro de saúde e esticam a vida até onde podem. A astúcia rivaliza com a honestidade e, os mais esclarecidos, fazem-se honrar e pagar pelos bons conselhos que dão ao povo. A cadeira do Chefe do Cantão é um monumento e a sua palhota uma aula magna onde os saberes se misturam. Todos lá vão parar: Imanes, pastores, adivinhos, médicos tradicionais, curandeiros, charlatães, comandantes, perfeitos e sub-perfeitos. Todos homens. Que riqueza. Mas a riqueza deste povo são as mulheres. Sabem rir e chorar, servir e não servir-se, sofrer e amar e sabem também sorrir e brincar porque a vida, sobre tudo por aqui, é demasiado curta para não ser levada a sério.

Não é aconselhável chegar a Marandallah sem se apresentar e partir sem se despedir. Seria como um desprezo, uma indelicadeza, quase um insulto à natureza, aos espíritos dos antepassados, às instituições presentes. Passar por Marandallah quer dizer, tomar consciência da própria existência. Ser apresentado, escutado, cumprimentado. Para uns, a coreografia pode parecer insólita, exagerada ou até mesmo cómica, para outros, simplesmente “surpreendente”, “estupenda”. As perguntas que compõem o ritual são baldeadas de pessoa para pessoas segundo a categoria e quase todas simples e inofensivas. Não é necessário espantar-se se algum dos chefes locais perguntar se a França fica na América ou se os brancos são todos inteligentes. A inocência aqui é mesmo pura. O mundo existe até onde chegam os olhos e, para o chefe muçulmano local, o seu rosto é o de uma criança quando exibe aos estrangeiros o presente que recebeu à mais de 30 anos duma maquete em ferro fundido da “Notre- Dame” de Paris e o mesmo lhe passa quando nos convida à mesquita e nos pede para rezar e abençoar toda a assembleia.

Na maioria das viagens que faço à capital e outras vilas maiores, quando falo de Marandallah, as pessoas perguntam: “Mara..o.. quê?” ou, “Onde é isso?”. Ao escutar tais perguntas, a resposta que me sai espontânea é: “se tu soubesses...!». No tempo que levo com esta gente, quase quatro anos, não parei de aprender e, de uma forma ou de outra, estou marcado. As marcas são invisíveis, mas não por isso menos intensas e profundas. Para conhecer um povo, é necessário amá-lo mais que compreendê-lo e, para amá-lo, é necessário escutá-lo e contemplá-lo. É necessário diluir-se no seu ser, correr nas suas veias, morrer e ressuscitar na sua alma. Mas amar, é também deixar-se amar. No “Jardim da Amizade”, ícone natural da fraternidade que cresce nesta terra, o silêncio da Virgem de Fátima que contempla o tronco de madeira onde Jesus se dá a todos de braços abertos, é a imagem que melhor se ajusta a este povo: não um povo esquecido ou desconhecido, mas um povo que existe e se comunica através do silêncio. O silêncio é uma atitude humilde e nobre ao mesmo tempo. A dor manifesta-se pelo grito como direito à própria existência; o sofrimento, pelo silêncio como transcendência dessa mesma existência. Por isso mesmo, o sofrimento deste povo não é triste. Se o sofrimento de Maria que contempla o seu filho neste jardim está animado pela dança de árvores exóticas ao ritmo do canto exuberante dos pássaros, o sofrimento deste povo está animado pela dança interminável ao ritmo de vozes misteriosas. Tal como as árvores e os pássaros, dançam e cantam apenas por puro deleite.

 São elas, as mesmas mulheres que há algumas horas atrás pareciam crianças a exibirem as suas primeiras letras sobre um pedaço de madeira, que agora cantam e dançam consoladamente à volta duma árvore imensa onde a Virgem de Fátima construiu o seu ninho. Em compasso, deslizam à direita e à esquerda, rodopiam e, passando á frente da Virgem, levantam para ela os braços e lhe dizem “Ninguém é pobre quando tem uma mãe como tu!”. Dentro de algumas horas, regressarão a si mesmas a pé ou transportadas por uma moto-triciclo em que cada buraco da pista será motivo de tantas gargalhadas. Para trás, ficarão momentos únicos de alegria por terem tido a oportunidade de se encontrarem durante o dia, de se olharem ao espelho durante a noite e de saberem que há um dia por ano para as mulheres. A partir de agora, o pedaço liso de madeira será substituído pelo campo áspero e sem limites, o pau de giz pelo cabo da enxada, o limão voltará a ser limão e o mesmo se passará com o pilão, o grão de milho ou a metade da cabaça. Já não terão mais tempo para o jogo do sapo, do futebol ou para os passeios pelas ruas da vila sem fardos à cabeça. Tudo será esquecido rapidamente. Tudo, excepto o que não se pode esquecer.

Aquilo que é autêntico, jamais poderá ser esquecido e, muito menos, gravado sobre um pedaço de madeira: pertence ao silêncio e, o silêncio, não se diz nem se escreve. Ninguém é mais do que ninguém só porque ensina nas universidades ou recebeu o prémio Nobel por desvendar a cadeia do ADN ou a composição dos anéis gelados de Saturno. Este povo e, sobre tudo, estas mulheres, nunca foram à escola mas estão cheias de dignidade, de sabedoria, de segredos infinitos. Para os desvendar, é necessário aprender uma nova linguagem que não pode ser escrita nem pronunciada, mas apenas sentida pelo coração daqueles que acreditam. A fé tem muito poder. O poder deste povo, destas mulheres, é a sua fé, o seu silêncio. É esse silêncio que elas guardam que um dia gostariam de nos comunicar. Oxalá as pudéssemos escutar.

Marandallah, 13 Março de 2015

Os participantes do 4º Simpósio de Missiologia que acontece esta semana em Brasília (DF), voltaram um olhar para a África. O evento faz memória dos 50 anos do Decreto conciliar Ad Gentes sobre a missão e sua recepção na diversidade dos continentes. Para apresentar a caminhada pós-conciliar na África, o Simpósio recebeu, na manhã desta quarta-feira, 25, dom Luiz Fernando Lisboa, bispo brasileiro da diocese de Pemba, Província de Cabo Delgado, região norte de Moçambique.

 “África não é só pobreza. É neste continente que se encontram os vestígios da humanidade. O povo é forte e culturalmente rico e com uma história apreciável. A terra è riquíssima em recursos naturais e a Igreja tem grandes santos e doutores, além de milhares de mártires”, afirmou dom Luiz Fernando, CP, missionário Passionista, em Moçambique desde 2001. Natural de Valença (RJ), ele voltou ao Brasil em 2009 e, em junho de 2013, foi nomeado bispo de Pemba, diocese de 82.000 Km2, com 22 paróquias e mais de 800 comunidades. Lá atuam 115 missionários entre padres, religiosas, religiosos, leigos e leigas com formação.

Ao apresentar a realidade africana o bispo observou que quando se fala da África, normalmente o continente é visto como um único país. No entanto, trata-se de 55 países com uma variedade de povos e culturas. “A Europa simplesmente repartiu o vasto território entre alguns de seus países. A grande maioria dos países africanos alcançou a sua independência nas décadas de 1960, 1970 e 1980. São todos estados novos e cheios de riquezas naturais e, ao mesmo tempo, com os maiores índices de pobreza do mundo”.

Em sua análise, o bispo de Pemba destacou os grandes desafios enfrentados pelas populações africanas, como a qualidade da educação e saúde, a falta de água e saneamento, a desnutrição e as doenças, entre as quais, a malária, AIDS, dengue e ebola. Lembrou também, dos conflitos. “As influências do Estado Islâmico e a onda de fundamentalismo são evidentes em muitos países do norte”. Segundo dom Luiz Fernando, as condições de desenvolvimento humano em África estão melhorando, mas há muitos países atrasados. “A pobreza está gradualmente a diminuindo com melhoras na educação e na saúde, mas a exclusão persiste, resultando num acesso desigual às oportunidades econômicas e sociais”.


 O assessor recordou as migrações forçadas e citou o caso de Lampedusa, na Itália, onde “o papa Francisco disse ao mundo, que é urgente e necessária uma proximidade aos imigrantes que buscam uma vida melhor, que fogem de seus dramas. Ao acolher os habitantes da Ilha de Lampedusa dão um exemplo ao mundo”.

Dom Luiz Fernando sublinhou o esforço do Decreto conciliar Ad Gentes na valorização das Igrejas locais nas diversas culturas. “É necessário que em cada grande espaço sociocultural, se estimule uma reflexão teológica... As tradições particulares e qualidades próprias de cada nação, esclarecidas pela luz do Evangelho, serão assumidas na unidade católica” (AG 22).

Para mostrar que desde o início do cristianismo a África teve uma participação significativa nomeou doutores e escritores africanos dos primeiros séculos: Orígenes, Santo Atanásio, São Cirilo (Escola Alexandrina), Tertuliano, São Cipriano e Santo Agostinho que nasceu em Tagaste, hoje Argélia. “A Igreja já teve três papas africanos: Victor I, Melquíades e Gelásio I”, completou o bispo para, na sequência constatar que a reflexão teológica sobre a Igreja em África se intensificou no período pós-independência de seus países, a maioria a partir de 1960 e, sobretudo, com as novidades eclesiológicas geradas pelo Concílio Vaticano II.


 A Igreja na África realizou dois sínodos, ambos em Roma. O primeiro foi em 1994 como o tema, “A Igreja em África e a sua missão evangelizadora rumo ao ano 2000”. O outro aconteceu em 2009 e versou sobre a reconciliação, justiça e paz. A Exortação Apostólica pós-sinodal Africae Munus afirma que “é preciso reservar uma atenção preferencial ao pobre, ao faminto, ao doente, ao prisioneiro, ao migrante, ao refugiado, ao desalojado” (AM 27). Propõe também, “que cada um se torne cada vez mais apóstolo da reconciliação, da justiça e da paz” e que a Igreja em África seja “um dos pulmões espirituais da humanidade”, sublinhou dom Luiz Fernando.

Segundo ele, a Igreja na África é ainda muito “dependente, romanizada e estrangeira”. A diocese de Pemba, por exemplo, tem 35 seminaristas e depende da ajuda que vem de fora para suas necessidades administrativas. “Contudo, há alguns passos de africanidade na reflexão teológica, na liturgia e na inculturação da fé, apesar do longo caminho a percorrer”, ressaltou.

Para mostrar a recepção do Concílio em Moçambique, dom Luiz Fernando resgatou as decisões das três assembleias nacionais de Pastoral realizadas no país. A primeira, em 1977, propôs “uma Igreja não mais triunfalista, mas despojada e pobre, em renovação interior, de base e de comunhão, inserida nas realidades humanas e fermento da sociedade; uma Igreja que opta pelas Pequenas Comunidades Cristãs; uma Igreja que se propõe a desenvolver uma comunhão eclesial em todos os níveis e principalmente uma Igreja ministerial”.

A segunda Assembleia de Pastoral aconteceu em 1991 e reafirmou a ministerialidade. Pediu também, uma passagem do modelo colonial piramidal e clerical para um modelo circular e participativo. Por fim, em 2005, a terceira Assembleia escolheu como prioridades, “a formação dos agentes de pastoral, a Pastoral Juvenil, a Pastoral Litúrgica, a Pastoral da Família, as Pequenas Comunidades Cristãs, inculturação do Evangelho e autonomia Econômica”.


 Dom Luiz Fernando louvou a presença de missionários e missionárias brasileiros na África. Em Moçambique, em particular, estes já representam o maior número de missionários estrangeiros. Contudo, há uma preocupação para qualificar melhor essa presença.

Como proposta, dom Luiz Fernando pede uma maior cooperação entre países, Igrejas, universidades e não uma nova colonização. “Uma Igreja ‘em saída’ que partilha e recebe, disposta também ao sacrifício. Uma Igreja com os pés descalços para tocar a cultura, aprender a língua, disposta a recomeçar; que dialoga sem superioridade, mas como igual. Missão é sair e isso significa ter compaixão, partilhar, aprender e crescer”, completou o bispo.

Promovido pelo Centro Cultural Missionário (CCM) e a Rede Ecumênica Latino-americana de Missiólogos e Missiólogas (RELAMI) o evento reúne 55 pessoas entre, docentes, teólogos, pesquisadores, representantes de instituições missionárias e agentes de pastoral do Brasil e convidados de Moçambique e do México. A programação que começou nesta terça-feira, 23, se estende até sexta-feira, 27.

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