Le nostre responsabilità

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Il nostro tempo continua ad essere funestato dalla tragedia, dalle stragi. Assistiamo impotenti, spettatori, forse colpiti da un sussulto di ribellione, di colpevolezza e da un sentimento di pietà, in una platea d’indifferenza, di ipocrisia, di crudeltà consapevole di fronte alla spaventosa catena di eccidi di massa (genocidi), praticati e generati.

Il problema all’origine di questo esodo - inedito per i numeri e per le caratteristiche - è fondamentalmente causato dal crescente divario fra ricchezza e povertà. Il divario crescente fra Paesi ricchi e Paesi poveri, eredità del colonialismo anche economico, legato ai conflitti e ad altri fattori che conosciamo, è un problema gigantesco. Per tentare di risolverlo dovremmo mettere in discussione, con tempi piuttosto lunghi, un sistema politico-economico planetario. Oggi, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione, in qualunque villaggio sperduto dell’Africa, del Medio Oriente o di altre zone povere del mondo, arrivano notizie e informazioni, e si conosce il tenore di vita dei Paesi cosiddetti sviluppati. La modernizzazione ha portato a una relativa velocità di spostamento, aprendo anche ai migranti la possibilità di un viaggio, il cui triste esito è sotto i nostri occhi.

Il Mediterraneo è ormai una catacombe, una fossa comune di tanti miserabili che pensavano di liberarsi dall’orrore della morte della guerra e l’hanno trovata in fondo al Mare nostrum; il nostro tempo ci costringe ad essere testimoni di una nuova apocalisse (sopportare l’insopportabile), significato distorcente rispetto a quello della tradizione cristiana di “rivelazione” della “speranza. Noi non possiamo di dire che non sapevamo. La storia futura sarà “giudice severa” della nostra consapevole inerzia.

Scrive Claudio Magris sul Corriere (20 aprile): “Ogni volta la tragedia è più grande — e lo sarà sempre più — e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo. E che è vicino il momento in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori. Invece con ogni probabilità continuerà, se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo sgomento del mondo — di noi tutti — si accenderanno, sinceri e inutili, a ogni nuovo episodio di barbarie. Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze”

Scrive Roberto Saviano su “la Repubblica” (20 aprile 2015): “ Il Mediterraneo trasformato in una fossa comune. Oltre novecento morti. Morti senza storia, morti di nessuno. Scomparsi nel nostro mare e presto cancellati dalle nostre coscienze. È successo ieri, un barcone che si rovescia, i migranti — cioè persone, uomini, donne, bambini — che vengono inghiottiti e diventano fantasmi. Ma sappiamo già che succederà anche domani. E tra una settimana. E tra un mese. Spostando la nostra emozione fino all’indifferenza. Ripeti una notizia tutti i giorni, con le stesse parole, gli stessi toni, anche accorati e dolenti, e avrai ottenuto lo scopo di non farla ascoltare più. Quella storia non avrà attenzione, sembrerà sempre la stessa. Sarà sempre la stessa. “Morti sui barconi”. Qualcosa che conta per gli addetti ai lavori, storia per le associazioni, disperazione invisibile. Adesso, proprio adesso, ne stiamo parlando solo perché i morti sono 900 o forse più: cifra smisurata, disumana. Se ha ancora senso questa parola.

Continuiamo a non sapere nulla di loro, ma siamo obbligati a fare i conti con la tragedia. Fare i conti: perché sempre e solo di numeri parliamo. Fossero mancati due zeri al bollettino di morte non l’avremmo neppure “sentita”. Perché ormai è solo una questione di numeri (o dettagli drammatici come “migranti cristiani spinti in mare da musulmani”) che fa la differenza. Non per i singoli individui, non per le sensibilità private, ma per la comunità che dovremmo rappresentare, che dovrebbe rappresentarci”.

Scrive Ilvo Diamanti su “la Repubblica” ( 20 aprile 2015):”Dobbiamo avere pietà di noi. Oltre novecento persone morte in un barcone, in viaggio dalla Libia verso la Sicilia. Sparite in fondo al mare. Insieme ad altre migliaia, vittime di molti altri naufragi. Accomunate e travolte dalla stessa disperazione. Che spinge ad affrontare il mare “nemico” per sfuggire alla fame, alla miseria, alla violenza. Oggi: alla guerra. Più che di “migrazione”, si tratta di “fuga”. Anche se noi percepiamo la “misura” della tragedia solo quando i numeri sono “smisurati”. Salvo assuefarci anche ad essi. Ed è questo, come ho già scritto, che mi fa più paura. L’abitudine. La distanza da una tragedia che, invece, è a due passi da noi. La tentazione di “piegarla” e di “spiegarla” in chiave politica. Per guadagnare voti. Eppure le migrazioni sono un fenomeno ricorrente. Tanto più e soprattutto in fasi di cambiamento e di trasformazione violenta (in ogni senso), come questa.... l’unico modo per fermare i disperati che, a migliaia, si dirigono verso le nostre coste — e, a migliaia, muoiono nel viaggio. Ostaggi di mercanti di morte. L’unico modo possibile per respingerli, per tenerli lontani da noi: è chiudere gli occhi. Fingere che non esistano. Rinunciare alla compassione verso gli altri. Non avere pietà di noi stessi.”

Ancora Ferruccio Sansa su “il Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2015: “Poveri bambini, povere donne, poveri uomini. Povera gente: salpa, muore per raggiungere un’Europa. E scopre che non c’è. Com’è irraggiungibile la salvezza, non soltanto perché il mare allontana la riva e la fa sfumare in miraggio. È anche l’Europa - di aspirazioni, ideali, cultura - che sfuma all’orizzonte. Si ritira. I parametri da rispettare, i diktat della Germania, l’arroganza della troika: no, non è questo che ci allontanerà definitivamente dall’Europa. Ma questo, alla fine, davvero la porterà ad affondare come i barconi degli immigrati. Un paese, un’unione di popoli e uomini, non può reggersi soltanto su parametri economici. Non sono i punti di pil che scaldano il cuore degli uomini, li fanno agire. È la solidarietà, la sensazione di condividere un destino comune. La consapevolezza che nessuno sarà lasciato solo. Sono anni, troppi, che l’Europa, l’Europa del Nord, ha voltato la faccia dall’altra parte di fronte alla tragedia degli uomini (per una volta, per favore, non distinguiamoli tra profughi e clandestini) che a migliaia cercano di raggiungere le nostre coste. Basterebbe un decimale del pil per salvarli. Sarebbe sufficiente qualche sacrificio in più per un intervento serio. Strutturale. Invece niente. Adesso arriverà il tempo del dolore, della commozione, magari sinceri. Poi trascoloreranno in disagio, senso di colpa. Alla fine tutto tornerà come prima, non basterà il triste primato della tragedia: 700 morti. Ce ne dimenticheremo noi cittadini... Davvero la sorte dei settecento migranti - così tanti che ormai non riesci più nemmeno a immaginare un volto, degli occhi, una vita per ognuno - coinciderà con quella dell’Europa. Se qualcosa dovesse nascere, non sarebbero morti in vano. Per i tanti che spingono ancora sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma ugualmente per noi europei. Se invece, ancora una volta, nulla dovesse seguire alla commozione, l’Europa diventerebbe un miraggio davvero irraggiungibile. Si allontanerebbe definitivamente, per gli uomini dei barconi. Ma soprattutto per noi: non è questa l’Unione di cui vogliamo fare parte”

Non posso non riportare la bellissima preghiera laica di Erri de Luca:
Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati
Mare nostro che non sei nei cieli all'alba sei colore del frumento
al tramonto dell'uva di vendemmia, Che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire

Infine il grido di dolore di Papa Francesco di domenica 19 alla fine dell’Angelus “Stanno giungendo in queste ore notizie relative ad una nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. ... Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia .. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità... Vi invito a pregare in silenzio, prima, e poi tutti insieme per questi fratelli e sorelle. “

Concludo con una mia riflessione insistente e inquietante, come credente, sul brano Matteo 25, 31 – 46: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, .. davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a

quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Davide Turoldo ne fa una trasposizione poetica:

Quando il figlio dell’uomo verrà.

Chiunque tu sia, o giusto, non piangere, e quanti avete diviso il pane,

l’acqua, la sorte con tutti i poveri.. Per voi saranno le dolci parole:

“Voi, benedetti del Padre, venite...” Oh, quanti certo neppure sapevano D’essere dentro il Regno, già salvi!

Oh quanti invece pensavano di sentirsi dentro, gente che per lui avevano suonato il flauto, gente che diceva di sapere tutto di lui,

quanti si troveranno ad essere fuori!..

O Re severo che non sia così di noi!

Non sia così con noi! Questo grido deve interrogarci! Noi in quale sponda ci troviamo; a destra con i giusti o su quella dei “maledetti”? Ci sentiamo solidali con i poveri, i miseri, con le vittime dell’oppressione e dell’ineguaglianza, consapevolmente o inconsapevolmente, prodotta da noi che ci “sentiamo dentro? Siamo disposti a restituire la giustizia a chi l’abbiamo tolta? Siamo disponibili all’ascolto del loro grido, sappiamo unirci alla loro preghiera, farci partecipi della loro legittima domanda di giustizia?

Papa Francesco ci ricorda che la preghiera è un grido, un grido che dà fastidio, fastidio perché disturba la nostra quiete. I poveri sono fastidiosi , quando ci chiedono un pezzo di pane e un po’ di pasta. Ricordiamoci del Vangelo che la preghiera è un accorato ricorso al cuore di Dio verso di noi «E così Gesù ci insegna a pregare, è la preghiera dei bisognosi». I bisognosi, quelli veri, sono nel cuore di Dio. Chi li soccorre fa opera di misericordia . La vera preghiera cristiana è fondata sulla promessa , la promessa della salvezza, che Dio assicura ai giusti “ Sui poveri e sui giusti si fonda la speranza del mondo, essi sono operatori di pace e di giustizia, perché la loro preghiera è “bisognosa ed è sicura perché sincera e umile”, perché, per essi. il Signore può fare quello che loro chiedono. Questa è la Speranza dei giusti .

Fonte: http://www.meicmarche.it/

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