Questa partenza? uno dei gol più belli della mia vita!

Pubblicato in Missione Oggi

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Ci racconta la sua storia e i suoi progetti futuri don Carlo Rotondo, sacerdote cagliaritano, per seconda volta partente per l’Africa come sacerdote “fidei donum”. Una vita, la sua, vissuta sempre all’attacco, come da bambino aveva imparato a fare da Gigi Riva, il grande attaccante del Cagliari che nel 1970 aveva donato alla città il primo e per adesso unico scudetto. “Perché fin da bambino ho sempre voluto fare non tanto il calciatore ma diventare come Gigi Riva”.

Ricordo che un giorno mi ero presentato dal parroco e gli avevo chiesto come dovevo fare per diventare come lui.
- Devi andare in un posto che si chiama seminario e là devi studiare molto.
- Bene, ci andrò e studierò.
- Poi devi andare a messa tutti i giorni.
- Ma lo sto già facendo! Sono o non sono un chierichetto? Ma, mi scusi, si gioca a pallone nel seminario?
- ... tutti i giorni.
Non ho avuto bisogno di altre informazioni. Io volevo essere come Gigi Riva quindi il seminario, dove si giocava a pallone tutti i giorni, era il mio paradiso. fa un po’ ridere, ma Dio mi ha accalappiato così e nel 1975 sono entrato in seminario, con il desiderio di essere come Gigi Riva.

Poi il Signore ha fatto si che potessi diventare sacerdote ma ancora oggi amo dire che "faccio il prete come Gigi Riva", all'attacco, sempre disposto a far cose apparentemente difficili ma che bisogna fare se sono la volontà di Dio. Divenni sacerdote il 19 maggio 1990 e dopo 31 anni, sono ancora felicemente ed entusiasticamente prete.

Il mio ministero sacerdotale l'ho vissuto in diversi incarichi... ho fatto parte dell’equipe formativa del seminario diventando anche, ancora molto giovane, vice rettore. E dal seminario sono partito per la mia prima esperienza africana: 10 anni in Kenya fino al 2004.

Al rientro sono stato nominato parroco ma negli stessi anni ho vissuto anche un grave problema di salute: una patologia alle articolazioni che mi ha reso in parte inabile. Per ben nove anni ho dovuto camminare con le stampelle e spesso ho girato anche in carrozzella. La fortuna è stata che all'età di 49 anni ho trovato un medico presso un ospedale nel Veneto che si è detto disposto a farmi una protesi totale del ginocchio: questa operazione mi ha rimesso in piedi e mi ha concesso tempi supplementari nella deambulazione.

Nonostante tante limitazioni di salute in quel periodo ho vissuto esperienze memorabili: per anni sono stato cappellano di una residenza per malati terminali o a lunga degenza; sono stato segretario particolare del nuovo vescovo Mons. Arrigo Miglio proveniente dalla diocesi di Ivrea e anche del suo successore Mons. Giuseppe Batturi; sono stato assistente regionale dell'Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati), ho animato la pastorale giovanile della parrocchia e nel 2017 ancora una volta parte del gruppo di educatori del pontificio seminario regionale sardo. Per quattro anni ho avuto la responsabilità della formazione del clero della Sardegna.

Oggi torno in Africa, come da tempo stavo sognando, ma in un modo nuovo, notevolmente diverso da quello che mi ha fatto partire qualche anno fa. Papa Francesco nella sua lettera programmatica ha detto che sognava con una chiesa tutta missionaria e allora la mia partenza non è un capriccio di un sacerdote che vuole tornare in terra di missione ma la conseguenza di un cammino di tutta la chiesa di Cagliari. In Tanzania ci stiamo aprendo non solo a una geografia nuova ma anche a una modalità nuova di metterci al servizio: non si tratta di aprire nuove missioni ma di mettersi al servizio della chiesa locale africana che mi accoglierà.

Ho il profondo desiderio, condiviso con il vescovo, di fare della missione un ingrediente normale della vita anche diocesana e quindi spero poter creare un ponte regolare con la terra di missione anche grazie alle facilità che oggi i mezzi di comunicazione ci offrono. Partendo per l'Africa il mio servizio di formatore non termina ma si trasforma. A Dio piacendo i missionari dovrebbero collaborare con la pastorale giovanile della diocesi e anche con la pastorale vocazionale; la missione dovrebbe essere un tempo e un modo ordinario di preparazione al sacerdozio ministeriale diocesano.

Mons. Giuseppe Batturi pensa a una esperienza in missione ad gentes per i futuri sacerdoti della sua diocesi e non solo futuri missionari. Si tratta di fare in modo che la missionarietà non sia solo un privilegio di chi parte ma anche la caratteristica di ogni protagonista della chiesa: dei catechisti, dei preti, delle suore, dei giovani... tutti loro devono essere missionari e sapere di missione. Da quando don Carlo sarà in Tanzania è la chiesa di Cagliari quella che è in Tanzania, e la chiesa significa anche pastorale giovanile, vocazionale, dinamiche della diocesi. Sono a tutti gli effetti un sacerdote diocesano di Cagliari ma al lavoro in Tanzania.

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A proposito dell’esperienza dei sacerdoti fidei donum ci sono delle novità enormi nella chiesa italiana: in passato molti fidei donum sono partiti e non sono mai più tornati -persone spesso molto meritevoli, non voglio fare un giudizio- ma in quel caso è mancato il donum del rientro. Oggi nell'accordo tra i due vescovi è stato scritto che l'esperienza ha una durata di tre anni rinnovabile al massimo due volte, quindi sono nove anni in tutto. Il "dunum" è per la chiesa che manda, per la chiesa che riceve e per la chiesa che raccoglie.

Oggi la cooperazione fra chiese sorelle è molto più dettagliata e precisa e tra l'altro questo vale ancor di più per i preti che stanno facendo una esperienza fidei donum in Italia, quelli che provengono dalle chiese dove, per anni, noi abbiamo mandato missionari. Anche loro sono fidei donum in mezzo a noi e una vera esperienza di questo tipo prevede una partenza e un rientro con tutto ciò che di facile e difficile ci può essere in questo partire e in questo rientrare.

Fra la gente della mia parrocchia e che mi conoscono molti mi guardano con una certa ammirazione perché capiscono che è una scelta forte e difficile, e sono contento che questo sia stato percepito. Partire in missione non è mai una cosa facile e meno lo è farlo nel tempo del Covid.

È cambiata molto la percezione: fino a qualche anno fa c’era molto di esotico, romantico, quasi piacevole nella figura del missionario partente. Oggi invece c’è un senso più testimoniale ed eroico. Oggettivamente non c'è niente di conveniente in questo partire ma forse proprio per questo, e lo dico da credente, sacerdote e missionario, la scelta è molto più bella.

Io ho sempre voluto fare il prete allo stile di Gigi Riva è questa partenza è uno dei gol più belli della mia vita.

Ultima modifica il Lunedì, 06 Dicembre 2021 11:00

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