Ospiti e pellegrini in Mongolia

Pubblicato in Missione Oggi

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Ulaanbaatar la capitale

Mi chiamo Lucia Bortolomasi, Missionaria della Consolata, e ho vissuto in Mongolia per 15 anni, dove sono arrivata insieme al primo gruppo di missionari: 2 missionari e 3 missionarie, dopo che i nostri Istituti avevano deciso di aprirsi all’Asia e di farlo in spirito di comunione, per vivere il carisma “ad gentes” ricevuto dal Beato Giuseppe Allamano nostro Fondatore.

I primi anni sono stati quelli dell’inserimento in una realtà tanto nuova. 

Studio della lingua e degli aspetti culturali e religiosi della Mongolia, discernimento per renderci disponibili a iniziare una piccola presenza laddove non ce n’erano mai state.

Dopo alcuni anni ci trasferiamo ad Arvaiheer, a 430 Km dalla Capitale. 

In una guida turistica sulla Mongolia una volta ho letto: “Arrivati ad Arvaiheer, si consiglia di proseguire, perché non c’è niente di interessante da vedere”. 

Dio in modo misterioso ci ha condotto proprio lì, in quel luogo apparentemente insignificante, ad annunciare il suo amore. 

Un nuovo inserimento, ancora più esigente, incertezze, paure…con pochi punti fermi, che ci sostenevano e ci guidavano: la preghiera e la fraternità, vissute in grande semplicità e assenza di mezzi. 

La missione in Mongolia ha richiesto a noi di morire, di fare verità in modo profondo, in noi stessi, scardinando le nostre sicurezze, piano piano sono cadute le maschere, abbiamo sperimentato la nostra povertà, la nostra debolezza per far posto alla misericordia di Dio e alla sua Grazia. 

La Mongolia è stata una delle grazie più grandi della mia vita perché ha messo a nudo la mia persona e mi ha fatto scoprire l'essenziale della vita.

In questo cammino missionario ho scoperto quanto è importante far cadere anzitutto le nostre difese, le nostre strategie e i nostri modelli importati da altrove e sperimentare di essere OSPITI E PELLEGRINI.

In Mongolia sono tanti gli aspetti che ce lo ricordano continuamente: la polizia e l’ufficio immigrazione ci controllano costantemente, non siamo sposati né abbiamo figli dunque siamo da commiserare, parliamo la loro lingua con accento straniero, abbiamo il naso lungo e la pelle di un altro colore.

È solo la bontà di questa gente che ci permette di vivere nel loro Paese, ecco perché siamo ospiti.

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Una immagine del monumento dell'amicizia russo mongola

E col tempo la gente ha capito che siamo anche pellegrini, non turisti o imprenditori inviate da Qualcuno che vuole rivelarsi. 

Ci si accorge che la missione è di Dio, è Lui ad aprire strade, a guidarci ad accompagnarci, si vive la missione perché Dio lo vuole non perché noi siamo potenti e capaci, questo ci aiuta a crescere nell’umiltà, non abbiamo niente di cui vantarci.  

Sperimentiamo ogni giorno di essere donne fragili, deboli, ma anche che è tanto bello condividere le nostre vite con la gente a cui Dio ci ha inviato.

Chamingerel, una ragazza della Mongolia in una sua testimonianza scriveva: “All’inizio mi meravigliavo e mi chiedevo: perché questi missionari sono in Mongolia con 40° sotto zero in inverno? Perché vivono con noi? Dopo ho capito che questo è per la causa della Buona Notizia. Non sono arrivati pacchi di libri, ma persone reali, portatori di Gesù”.

Vorrei concludere con ciò che di più bello ho imparato in Mongolia: credere in Dio. Sì, penso che sia questo il dono più grande che ho ricevuto dalla missione.

Le persone che si sono avvicinate alla fede mi hanno insegnato ad avere quella fede semplice, ma profonda, una fede che ti porta ad un incontro vero con Dio, che ti attrae talmente tanto che non ne puoi più farne a meno. 

Come Regezdmaa, una donna che con la bufera di neve era disposta a camminare più di un’ora per venire nella nostra ger-cappella (tenda circolare mongola) a condividere la Parola di Dio. Stupita di questa sua caparbietà, mi ero permessa di dirle che avrebbe potuto restare a casa, evitando tutto quel freddo; mi sentii rispondere: 

“Come rinunciare a una cosa così bella come posso rinunciare ad ascoltare e condividere la Parola che Dio ha riservato a noi?” 

La Mongolia mi ha insegnato che il Vangelo è realmente una “notizia bella” che cambia la nostra vita se lo lasciamo entrare, che vale la pena donare la vita perché altri possano vibrare di quell’amore che tocca il profondo del nostro cuore. Per questo, come ha sottolineato il Papa: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20) 

Testimonianza alla Veglia Missionaria della diocesi di Roma,  21 ottobre 2021

* Lucia Bortolomasi attualmente forma parte del Consiglio Generale delle Missionarie della Consolata

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