Forum sociale a Baghdad: Un altro Iraq è possibile

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Alla partenza, il 24 settembre scorso, sono un centinaio. All’arrivo solo una decina si qualifica in tempi accettabili; tutti, però, orgogliosi di avere sfidato il pregiudizio e la paura di vivere in Iraq. Si è chiusa così, tra il sudore e il sorriso, la Maratona per la pace di Baghdad, organizzata nel cuore della città, nei giardini Abu Nawas, dall’Iraqi Social Forum, un gruppo storico di ong, organizzazioni locali, comitati e sindacati supportati dall’esterno da alcune realtà internazionali, tra cui l’ong italiana Un ponte per... La maratona è stata solo il punto di arrivo di una tre giorni (22-24 settembre) di laboratori all’insegna del confronto e della reazione positiva e propositiva a un momento molto difficile nella storia recente dell’Iraq. Così, in al-Rasheed Street, circa 3 mila iracheni e una decina di internazionali, nell’ultima settimana di settembre, si sono alternati come spettatori e come protagonisti, durante 200 attività.

Non è la prima volta per gli iracheni: il Forum sociale iracheno è alla sua terza edizione a Baghdad e quest’anno il tema scelto - «Pace e diritti» - aveva uno spettro molto ampio di interesse, non limitato solo al Medio Oriente o all’Iraq. Affollatissima sempre, quest’anno la manifestazione lo è stata anche di più e ha visto coinvolti attivamente, anche nella realizzazione dei laboratori, molti più giovani. I temi portanti erano quattro: la campagna Save the Tigris, vale a dire diritti di accesso all’acqua e diritti ambientali; diritti socio-economici e giustizia sociale; diritti delle donne ed eguaglianza; non violenza, costruzione della pace e movimenti di protesta in Iraq. Intorno a queste quattro macro aree tematiche sono ruotati tutti i workshop e gli interventi, comprese le performance musicali e le danze tradizionali che da sempre hanno arricchito il Forum.

«Il rischio attuale, per la società civile irachena, è essere inghiottita nella narrazione offerta dai media che parlano di Iraq solo in merito allo Stato islamico (Isis) e al terrorismo, come nel 2006 ne parlavano solo in merito ai rapimenti, ad attentati e bombe, o all’exit strategy americana», dice Ismail Dawood di Un ponte per… nonché attivista dell’Iniziativa di solidarietà della società civile irachena (Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, Icssi). «Così può anche succedere che la società civile irachena si impegni incredibilmente, rischi in prima persona e, semplicemente, non esista per tutto il resto del mondo». Eppure sono anni che il Forum sociale iracheno si impegna con campagne mirate e con azioni concrete per dimostrare che «un altro Iraq è possibile», al punto che questo è diventato lo slogan di ogni Forum. Oggi più che mai.

Bassam Alwachi, attivista di Icssi e promotore a Bassora di iniziative concrete per la coesistenza religiosa, chiarisce: «La crisi politica è aggravata dal fronte aperto con l’Isis e dal numero elevato di profughi interni. Per motivi di sicurezza anche le istituzioni rinforzano la loro componente settaria. Bisogna unire le forze per creare una società stabile che possa costruire la pace e dare un futuro ai giovani. Per questo c’è bisogno di coltivare e diffondere i valori della coesistenza, della pace, della non-violenza e supportare i movimenti di protesta non violenti che puntano alla giustizia sociale e al rispetto dei diritti umani».

A Baghdad, durante il Forum, si sono visti molti di questi gruppi: l’organizzazione Tammuz per lo sviluppo sociale; il Laonf Baghdad Group che porta avanti iniziative di monitoraggio delle istituzioni e di protesta non violenta; le Donne per la pace, attualmente focalizzate sui problemi delle donne sfollate; i sindacati degli ingegneri per il monitoraggio e il controllo delle leggi sui lavoratori; Combine the disabled in Iraq, la prima organizzazione che si occupa dei diritti dei disabili, in numero altissimo nel Paese; Ektebar Media Center che offre competenze di hackering agli attivisti sui social media; l’Organizzazione Larsa che si occupa dei diritti delle minoranze etnico-religiose; il Forum delle Donne giornaliste irachene, che si batte per l’uguaglianza di genere nel mondo dei media, e molti altri.

Questa zona libera di confronto e discussione a-partitica, laica e non governativa è sempre molto attesa ogni anno dagli iracheni e dai pochi internazionali che, per motivi di sicurezza, aderiscono, stando accanto agli iracheni nella richiesta di diritti e nella costruzione di una vita migliore. Fra questi c’è Nicola Visconti, italiano, presidente di Sport against violence che supporta fortemente ogni anno l’iniziativa della Maratona di Baghdad. «Di per sé poteva sembra un’utopia anni fa, quando iniziammo a correre a Bassora, a Erbil, poi, finalmente a Baghdad. È una sfida al terrorismo e agli orrori che negli ultimi 20 anni il popolo iracheno ha dovuto sopportare. Organizzare una maratona a Baghdad, seppure dentro le mura di una università o dentro un parco cittadino protetto, è un gesto di grande impatto sociale e psicologico».

Unica nota stonata, la bassa attenzione dei media. Anche se chi si accontenta, gode e, soprattutto spera. Come Nawres al Shaibani, una delle attiviste più impegnate sul fronte della salvaguardia del bacino del Tigri e dell’Eufrate, con Save the Tigris and the Iraqi Marshes, una campagna che ha dato grandi risultati a livello internazionale, in particolare innalzando l’attenzione dell’Unesco sulla natura irachena in pericolo. «Il rischio che i media internazionali si disinteressino dell’Iraqi Social Forum, preferendo notizie di guerra c’è, ed è elevato. Ma finché almeno i media locali parleranno del Social Forum, potremo incidere nella nostra società. Bisogna insistere: la costanza paga».

 Fonte: Terrasanta.net

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