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L’Eucaristia: pane e vino

Pubblicato in Preghiere Missionarie
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In questo mese di Agosto le letture della domenica sono dominate dal capitolo 6 del vangelo di Giovanni dominato dal discorso del pane che segue il segno della moltiplicazione. Durante la celebrazione eucaristica portiamo pane e vino destinati a divenire il Corpo e il Sangue di Cristo. Nel pane e nel vino che portiamo all’altare tutta la creazione è assunta da Cristo Redentore per essere trasformata e presentata al Padre. In questa prospettiva portiamo all’altare anche tutta la sofferenza e il dolore del mondo, nella certezza che tutto è prezioso agli occhi di Dio.

ASCOLTA LA PAROLA 

«In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». (Gv. 6,32-35.48-55)

RIFLETTI SUL SIGNIFICATO DEL SEGNO

Quel che vedete sulla mensa del Signore, carissimi, è pane e vino; ma questo pane e questo vino, con la mediazione della parola, diventa il corpo e il sangue del Verbo...Ascoltate bene anche voi, o fedeli, che siete abituati a vederle...Quel che vedete sulla mensa del Signore, per quanto riguarda l’apparenza materiale, siete soliti vederlo anche sulle vostre mense. L’apparenza è la stessa, ma non è lo stesso il valore. Anche voi siete le stesse persone di prima; non avete portato qui dei volti nuovi. E tuttavia siete nuovi. Vecchi nelle sembianze del corpo, nuovi per la grazia della santità. E anche questo sono cose nuove. Infatti qui ancora c’è del pane e del vino, come vedete, ma dopo, fatta la santificazione, quel pane sarà il corpo di Cristo e quel vino sarà il sangue di Cristo. E questo lo compie il nome di Cristo, lo compie la grazia di Cristo, di modo che quel che si vede è quel che si vedeva prima, ma quel che vale non è quel che valeva prima. Se si mangiava prima, avrebbe riempito lo stomaco; mangiato dopo, nutre lo spirito. Ecco, in poche parole ascoltate quel che l’Apostolo, anzi Cristo stesso per mezzo dell’Apostolo, afferma riguardo al sacramento della mensa del Signore: Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17)... Uno solo è il pane, dice... Per quanti possano essere i pani posti oggi sugli altari di Cristo in tutto il mondo, uno solo è il pane. Ma che significa: Uno solo è il pane? Noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Questo pane è quel corpo di Cristo del quale l’Apostolo, rivolgendosi alla Chiesa afferma: Voi siete corpo di Cristo e sue membra (1 Cor 12, 27). Perciò voi stessi siete quel che ricevete, per la grazia con cui siete stati redenti; e quando dite Amen, voi sottoscrivete. Quello che qui vedete dunque è il sacramento dell’unità. Ora considerate questo mistero con più attenzione e vedete come esso si forma. Il pane come si fa? C’è la trebbiatura, la macinatura, poi l’impastatura e la cottura. Nell’impastatura si purifica, con la cottura diventa duro. Come dunque da tutti quei chicchi di grano, radunati insieme e in qualche modo uniti tra di loro nell’impastatura, si forma un unico pane, così nella concordia della carità si forma un unico corpo di Cristo. E quel che il corpo di Cristo dice attraverso i grani, il sangue lo dice con gli acini. Anche il vino infatti esce dalla pigiatura e quel che era separatamente negli acini confluisce poi in una cosa unica e diventa vino. Perciò sia nel pane che nel calice è presente il mistero dell’unità. (Sant’Agostino)

Il pane è nutrimento, onesto, che realmente nutre. Sapido e vigoroso, da non annoiarci mai. Il pane è verace. E buono è pure: prendi la parola nel suo senso caldo e profondo. Ma nella figura del pane Dio diventa vitale nutrimento per noi uomini. Sant’Ignazio di Antiochia scrive ai fedeli di Efeso: “Spezziamo un pane: che esso ci sia pegno dell’immortalità”. E un cibo che nutre tutto il nostro essere con il Dio vivente e fa si che noi siamo in Lui ed Egli in noi. Il vino è bevanda. Anzi, per parlare rettamente, non soltanto bevanda che spegne la sete; questa è l’acqua, propriamente. Il vino mira a qualcosa di più; esso “allieta il cuore dell’uomo” (Sal. 103,15), dice la Scrittura. Senso del vino non è solo di spegnere la sete, bensì d’essere la bevanda della gioia, della pienezza, dell’esuberanza. “Com’è bella la mia coppa piena di ebbrezza!”, dice il salmo (cfr. Sal. 22,5: “Il mio calice trabocca”). Comprendi cosa significa questo? Che qui “ebbrezza” ha un significato completamente diverso da “eccesso”? Bellezza scintillante è il vino, profumo e forza che tutto dilata e trasfigura. Ed è sotto la figura del vino che Cristo ci elargisce il suo Sangue divino. Cristo ci è divenuto pane e vino in un sacramento: cibo e bevanda. Noi lo possiamo mangiare e bere. Il pane è fedeltà e salda costanza. Il vino è audacia, gioia oltre ogni misura terrena, profumo e bellezza, ampiezza di desiderio ed esaudimento senza limiti, ebbrezza della vita: possedere, prodigare (Romano Guardini)

Il pane e il vino provengono entrambi dalla terra, ma sono il frutto dell’opera dell’uomo. Gesù non si offre nella celebrazione eucaristica in un cibo «naturale», in un alimento che nasce spontaneo dalla terra. Senza il contributo dell’uomo non avremmo il pane. Il suo intervento è indispensabile perché il frumento si trasformi: l’invocazione «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» ricorda anche la presenza umana a fianco di quella divina.
Il processo culturale che caratterizza il pane emerge ancor più nell’altro segno eucaristico: il vino. Esso è, infatti, una bevanda del tutto superflua: si può benissimo vivere senza. Di più: per ricavare la bevanda alcolica l’uomo ha attivato molte delle sue capacità e della sua creatività. Anche la vite che produce l’uva viene dalla terra, ma, a partire da essa, l’uomo interviene in modo ancor più decisivo. Il pane rinvia alla necessità, il vino alla gratuità e alla gioia e da sempre svolge una funzione di mediatore con il divino. Due dimensioni diverse, ma che non si contrappongono, e che anzi ci aiutano a cogliere, in parte, la ricchezza che sgorga dal mistero eucaristico. Ci nutriamo di Cristo vivendo semplicemente da uomini! (Massimo Salani)

PREGA

Come è facile, Signore, celebrare la tua Cena sotto le arcate della chiesa!
Come è facile, Signore, riconoscerci peccatori recitando distrattamente: «Signore pietà!».
Come è facile, Signore, rispondere «Rendiamo grazie a Dio!»
alla tua Parola che ci comanda di portare ciascuno i problemi degli altri;
di leggere la tua presenza nelle cose, nelle persone, nei fatti.
Come è facile, Signore, assistere in ginocchio a te che diventi pane e vino per tutti.
Come è facile, Signore, dare la mano al vicino dicendo: "La pace sia con te!".
Come è facile, Signore, mangiare l'unico pane al suono dell'organo.
Ma tu, Signore, dicendoci "Fate questo in memoria di me"
ci hai comandato di rifare tutta la tua vita, non solo il gesto che la riassume.
Signore, aiutami a celebrare la tua messa da lunedì a sabato.
Signore, che la messa diventi la vita, e la vita la messa.
(Tonino Lasconi)

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