Jan 23, 2021 Last Updated 5:34 PM, Jan 19, 2021
Spiritualità

Celebrazione ecumenica

18 PM 54a4c4891173f445cf92599aaa0cd8f6 XL

Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto
(cfr Giovanni 15, 5-9)

C: Celebrante

T: Tutti

L: Lettore

Invito alla preghiera

Canto d’ingresso

Inno d’invocazione allo Spirito Santo (scelto dal repertorio locale)

Indirizzo di benvenuto

C: La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi.

T: E con il tuo spirito.

L1: Fratelli e sorelle in Cristo, quest’anno il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, scelto dalle suore della Comunità di Grandchamp in Svizzera, è: “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto” (cfr Gv 15, 5-9).

L2: Questo è l’ardente desiderio di Dio, espresso nelle parole di Gesù: che noi possiamo rivolgerci a lui e rimanere in lui. Egli ci attende senza stancarsi mai sperando che, uniti a lui nell’amore, noi porteremo un frutto che darà vita a tutti. Di fronte alla differenza dell’“altro”, rischiamo di ritirarci in noi stessi, e di vedere solo ciò che ci separa. Ma ascoltiamo ora come Cristo ci chiama a rimanere nel suo amore e così produrre molto frutto.

L1: Nei tre momenti di preghiera che seguiranno, ricordiamo la chiamata di Cristo, ci volgiamo verso il suo amore, a lui che è il centro della nostra vita, poiché il cammino di unità ha inizio nell’intima relazione con Dio. Dimorare nel suo amore rafforza il desiderio di perseguire l’unità e la riconciliazione con gli altri. Dio ci apre a coloro che sono diversi da noi. Questo è un frutto importante, un dono di guarigione per le divisioni che sono dentro di noi, tra di noi, e attorno a noi.

C: In pace preghiamo il Signore:

O Signore, Tu sei il vignaiolo che si prende cura di noi con amore. Tu ci inviti a vedere la bellezza di ogni tralcio che è unito alla vigna, la bellezza di ogni persona. Eppure, troppo spesso, le differenze negli altri ci intimoriscono; ci ritiriamo in noi stessi, abbandoniamo la fiducia in te e cresce inimicizia fra noi. Vieni e conduci nuovamente a te i nostri cuori. Donaci di vivere del tuo perdono, perché possiamo insieme lodare il tuo nome.

Litania di lode

T: Tu che ci chiami ad essere lode sulla terra e tra le genti: gloria a te!

L1: Cantiamo la tua lode nel mondo e tra le genti,

L2: Cantiamo la tua lode nella creazione e tra le creature.

T: Tu che ci chiami ad essere lode sulla terra e tra le genti: gloria a te!

L1: Cantiamo la tua lode tra le lacrime e la sofferenza,

L2: Cantiamo la tua lode tra gli intenti e i successi.

T: Tu che ci chiami ad essere lode sulla terra e tra le genti: gloria a te!

L1: Cantiamo la tua lode tra i conflitti e le incomprensioni,

L2: Cantiamo la tua lode nell’incontro e nella riconciliazione.

T: Tu che ci chiami ad essere lode sulla terra e tra le genti: gloria a te!

L1: Cantiamo la tua lode tra le separazioni e le divisioni,

L2: Cantiamo la tua lode nella vita e nella morte, nel sorgere di un nuovo cielo e di una nuova terra.

T: Tu che ci chiami ad essere lode sulla terra e tra le genti: gloria a te!

Prima veglia : Rimanere nell’amore di cristo: l’unità dell’intera persona

Salmo: 103 [102]

Lettura: Giovanni 15, 1-17

Responsorio: Ubi caritas (cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica che si trova al termine della celebrazione)

Pausa di silenzio (breve)

Preghiere d’intercessione

L :O Dio di amore, in Cristo Tu ci hai detto: “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Tu ci cerchi, ci inviti ad accogliere la tua amicizia e a dimorare in essa. Insegnaci a rispondere più profondamente a questo invito, e a crescere in una vita che sia sempre più piena.

T: La gioia del nostro cuore è in Dio (se si canta, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica).

L: O Dio di vita, Tu ci chiami ad essere lode nel mondo e ad accoglierci reciprocamente come dono della tua grazia. Fa’ che il tuo amorevole sguardo si posi su ogni persona e aprici a riceverci l’un l’altro così come siamo.

T: La gioia del nostro cuore è in Dio.

L: O Dio che ci raduni, Tu ci intessi insieme come un’unica vigna nel tuo Figlio Gesù. Fa’ che il tuo Spirito di amore dimori in noi negli incontri comunitari, e in ogni incontro ecumenico. Donaci di poterti celebrare insieme nella gioia.

T: La gioia del nostro cuore è in Dio.

L: O Dio dell’unica vigna, Tu ci chiami a dimorare nel tuo amore in tutto quello che facciamo e che diciamo. Toccati dalla tua bontà, donaci di essere un riflesso del tuo amore nelle nostre case e nei luoghi di lavoro. Fa’ che possiamo preparare la strada per superare le rivalità e le tensioni.

T: La gioia del nostro cuore è in Dio.

Gesto: Un momento di silenzio

L: Molto spesso pensiamo alla preghiera come a qualcosa che noi facciamo, come ad una nostra attività. In questo breve momento di preghiera, siamo invitati a fare silenzio interiore, e a lasciare da parte tutto il rumore e le preoccupazioni della vita, e ogni altro pensiero. In questo silenzio, subentra l’azione di Dio, noi siamo semplicemente chiamati a dimorare nel suo amore, a riposare in lui.

Pausa di silenzio (lunga)

Canto: Lumière de Dieu (Luce di Dio, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica, oppure il Canto del lucernaio “Credo in te, Signor”).

Seconda veglia : L’unità visibile tra i cristiani

Salmo: 85 [84]

Lettura: 1 Corinzi 1, 10-13

Responsorio: Uno solo è il Signore, una sola è la fede, uno solo è il battesimo (se si canta, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica)

Pausa di silenzio (breve)

Preghiere d’intercessione

L: O Santo Spirito, Tu crei e ricrei la Chiesa in ogni luogo. Vieni e sussurra ai nostri cuori la preghiera che Gesù ha rivolto al Padre alla vigilia della sua Passione: “anch'essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

T: Kyrie eleison (Signore, pietà!).

L: O Signore Gesù, Principe della pace, accendi il fuoco del tuo amore in noi affinché cessi nella Chiesa ogni sospetto, odio e incomprensione. Fa’ che crollino i muri di divisione.

T: Kyrie eleison (Signore, pietà!).

L: O Santo Spirito, Consolatore, apri il

nostro cuore al perdono e alla riconciliazione e riavviaci sul retto sentiero.

T: Kyrie eleison (Signore, pietà!).

L: O Signore Gesù, mite e umile di cuore, donaci povertà di spirito così che possiamo accogliere il tuo amore benevolo.

T: Kyrie eleison (Signore, pietà!).

L: O Santo Spirito, che mai abbandoni uomini, donne e bambini perseguitati per la loro fedeltà al vangelo, concedi loro forza e coraggio e sostieni chi li aiuta.

T: Kyrie eleison (Signore, pietà!).

Gesto: Scambio del segno di pace

L: Il Signore ci chiama all’unità tra di noi. Egli ci dona la sua pace e ci invita a condividerla. Scambiamoci un segno di pace.

Ciascuno si volge al proprio vicino scambiando un segno di pace, secondo l’uso nel proprio contesto.

Canto: Lumière de Dieu (Luce di Dio, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica oppure il Canto del lucernaio “Credo in te, Signor”).

Terza veglia : L’unità di tutti i popoli e con il creato

Salmo: 96 [95]

Lettura: Ap 7, 9-12

Responsorio: O Tu che sei oltre tutte le cose (cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica)

Omelia (opzionale)

Pausa di silenzio (breve)

Preghiere d’intercessione

L: O Dio della vita, Tu hai creato ogni essere umano a tua immagine e somiglianza. Ti eleviamo la nostra lode per il dono delle tante culture, espressioni di fede, tradizioni ed etnie. Donaci il coraggio di ergerci sempre contro l’ingiustizia e l’odio a motivo della razza, del ceto sociale, del genere, dell’appartenenza religiosa, e a superare la paura verso coloro che non sono come noi.

T: Dio della pace, Dio dell’amore, in te è la nostra speranza!

(se cantato, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica).

L: O Dio ricco di misericordia, in Cristo ci hai mostrato che noi siamo una cosa sola con te. Insegnaci a mettere a frutto questo dono nel mondo così che i fedeli di ogni fede, in ogni paese, siano capaci di ascoltarsi reciprocamente e di vivere in pace insieme.

T: Dio della pace, Dio dell’amore, in te è la nostra speranza!

L: O Gesù, Tu sei venuto in questo mondo a condividere pienamente la nostra umanità. Tu conosci la durezza della vita delle persone che soffrono in tanti modi. Fa’ che il tuo Santo Spirito, Spirito di compassione ci muova a condividere il nostro tempo, la nostra vita e i nostri beni con tutti coloro che sono nel bisogno.

T: Dio della pace, Dio dell’amore, in te è la nostra speranza!

L: O Santo Spirito, Tu ascolti il grido della tua creazione ferita e il pianto di quanti soffrono per il cambiamento climatico. Guidaci verso nuovi comportamenti e fa’ che impariamo a vivere in armonia come parte del creato.

T: Dio della pace, Dio dell’amore, in te è la nostra speranza!

Gesto: Avvicinarci al centro... per andare verso il mondo

Ispirato da un testo di Doroteo di Gaza

L: Siamo chiamati ad essere ministri dell’amore di Dio che guarisce e riconcilia. Quest’opera può essere fruttuosa solo se dimoriamo in Dio quali tralci della vera Vigna che è Gesù Cristo. Più ci avviciniamo a Cristo, più ci avviciniamo gli uni agli altri. Immaginate un cerchio sul pavimento, e immaginate che questo cerchio sia il mondo.

Le persone incaricate si alzano e formano un cerchio attorno al cero centrale.

L: Il centro rappresenta Dio e le strade verso il centro rappresentano i diversi modi in cui le persone vivono. Quando le persone che vivono in questo mondo, desiderando di avvicinarsi a Dio camminano verso il centro del cerchio...

Le persone avanzano di qualche passo verso il centro.

L: ...nella misura in cui si avvicinano al centro, a Dio, si avvicinano gli uni agli altri e più si avvicinano gli uni agli altri...

Le persone si muovono verso il centro insieme.

L: ...più si avvicinano a Dio.

Quando le persone con le candele raggiungono il centro, ciascuna di loro accende la propria candela e mentre sostano al centro pregano in silenzio.

Breve pausa di silenzio (circa 1 minuto)

Padre Nostro

La comunità locale si accorderà sulla versione del Padre Nostro da recitare insieme.

C: Con le parole che Gesù ci ha insegnato, preghiamo ora insieme.

T: Padre nostro, che sei nei cieli....

Canto: Lumière de Dieu (Luce di Dio, cfr la sezione Canti per la celebrazione ecumenica oppure il Canto del lucernaio “Credo in te, Signor”)

Durante il canto le persone tornano e accendono dalla propria candela le candele dell’assemblea.

L: La spiritualità e la solidarietà sono inseparabilmente congiunte. La preghiera e l’azione si appartengono vicendevolmente. Quando rimaniamo in Cristo, riceviamo il tuo Santo spirito, Spirito di coraggio e di sapienza per contrastare ogni ingiustizia e oppressione. Diciamo insieme:

T: Prega e opera affinché Dio possa regnare.
Durante tutta la giornata,
lascia che la parola di Dio dia vita nel lavoro e nel riposo.
Mantieni il silenzio interiore in tutte le cose per dimorare in Cristo.
Sii colmo dello spirito delle beatitudini: gioia, semplicità, misericordia.

Queste parole vengono recitate ogni giorno dalle suore della Comunità di Grandchamp.

Benedizione finale

C: Siate uno affinché il mondo creda! Rimanete nel suo amore, andate nel mondo e producete i frutti del suo amore.

T: Possa il Dio della speranza colmarci di ogni gioia e pace nella fede, così che possiamo abbondare nella speranza per la potenza dello Spirito Santo.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Canto finale (scelto dal repertorio locale)

 

Dal sussidio di preghiera per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2021

Italiano

http://www.christianunity.va/content/dam/unitacristiani/Settimana%20di%20preghiera%20per%20unit%C3%A0/2021/2021%20IT%20INTERNET.pdf

English

http://www.christianunity.va/content/dam/unitacristiani/Settimana%20di%20preghiera%20per%20unit%C3%A0/2021/2021%20EN%20INTERNET.pdf

Français

http://www.christianunity.va/content/dam/unitacristiani/Settimana%20di%20preghiera%20per%20unit%C3%A0/2021/2021%20FR%20INTERNET.pdf

Português

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Español

 

http://www.christianunity.va/content/dam/unitacristiani/Settimana%20di%20preghiera%20per%20unit%C3%A0/2021/2021%20ES%20INTERNET.pdf

18 DM call of disciples

Letture:
Gio 3, 1-5. 10
Sal 24
1 Cor 7, 29-31
Mc 1, 14-20

 

Papa Francesco, nell’istituire la III domenica del Tempo Ordinario, come la “Domenica della Parola”, vuole che essa sia dedicata alla Parola di Dio: celebrata, riflettuta e proclamata. Le letture di questa domenica parlano giustamente della “Parola di Dio”: che fu rivolta a Giona perché costui andasse ad annunciare la Parola agli abitanti di Ninive, nella prima lettura, nella seconda, Gesù proclama il Vangelo e chiama alcuni discepoli per continuare la sua missione.

Giona: uomo della Parola

Nel libro di Giona, l’autore lo presenta come un uomo afferrato dalla Parola del Signore, per ben due volte, risuona l’espressione “la Parola del Signore fu rivolta a Giona”. Troviamo nella Bibbia, e più precisamente nei libri profetici, quest’espressione: “la Parola del Signore fu rivolta a…” oppure “gli fu rivolta la Parola del Signore”. Queste frasi esprimono, nel loro significato letterale, il momento in cui la Parola del Signore diventa un avvenimento nella storia e nella vita di qualcuno; la Parola del Signore irrompe nella vita degli uomini, Dio, con la sua Parola, cerca l’uomo, affinché questi possa essere il portatore del messaggio della Sua Parola. La Parola è detta e donata da Dio per gli uomini, è Dio che gratuitamente rivela la sua Parola, inoltre non è detta e donata per essere conservata, ma per essere “proclamata”, annunciata. Infatti, il Signore dice a Giona “Alzati, va' a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”.

La prima volta Dio si rivolge a Giona affidandogli la missione di proclamare che la malizia del popolo di Ninive è salita fino al Signore: “alzati – dice il Signore - va' a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me". Ma Giona, incaricato di questa missione, disobbedisce, fuggendo lontano per non essere a disposizione del Signore: non è disponibile per la missione affidatagli.  Giona crea delle barriere alla Parola del Signore, ma Questi lo riconduce a Sé, quindi la Parola gli è rivolta “per la seconda volta” sempre con la stessa missione: annunciare. Ancora una volta Dio manifesta la sua pazienza verso gli uomini. Ecco Dio con Giona ha avuto pazienza e ha aspettato anche i suoi tempi. “Si potrebbe pensare che rifiutando la proposta di Dio, prendendosi del tempo, Giona diventi più tollerante nei confronti di Nìnive...il rifiuto... il considerare Ninive una città perduta si tramuta in dialogo con i perduti ...Ora Giona è pronto ad annunciare con pazienza, lasciando da parte ogni pregiudizio perché per primo ha sperimentato la pazienza e la volontà di recupero di Dio nei suoi confronti”.

La missione di Giona è annunciare e proclamare la Parola del Signore; proclamare tutto quanto gli è stato detto e lo fa con pazienza e amore. Si tratta di predicare la conversione del popolo di Ninive, un popolo che è ormai considerato segno di maledizione. La città di Ninive è una città malvagia e sanguinaria, per cui Giona trova difficoltà ad andarci anzi ha percorso il cammino opposto, ma Dio fa di tutto per mandare Giona dove questi non vuole andare. La seconda volta Giona si alza e va, ma soprattutto “cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava”. La sua predicazione ha effetto: “I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.”.

Gesù proclama e chiama per proclamare.

L’Evangelista Marco introduce Gesù direttamente in Galilea, dopo l’arresto di Giovanni, mentre sta proclamando il Vangelo. Questo Vangelo, questa Buona Notizia che investirà il mondo, non è di Gesù, non è il risultato della sua intuizione o del suo progetto, ma appartiene a Dio: Egli annuncia il Vangelo di Dio; così come Giona annuncia la Parola del Signore, Gesù proclama la Buona Notizia di Dio. La predicazione di Gesù è incentrata su quattro temi principali: completezza del tempo, vicinanza del regno, conversione e, in ultima analisi, le buone notizie. Gesù in prima persona è il proclamatore, l’annunciatore della Buona notizia, ma vuole anche chiamare altri per continuare la sua missione. Infatti, nella seconda parte, Marco si concentra sulla narrazione della chiamata dei primi discepoli. La chiamata ha quattro caratteristiche: è un'iniziativa di Gesù che chiama persone concrete, è categorica, è esigente ed è radicale; si tratta di aderire a uno stile di vita e, in ultima analisi, richiede una risposta immediata, totale e incondizionata.

Su richiesta di Gesù, Simone e suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni, sono chiamati dalle loro realtà e quotidianità: (erano pescatori) ad abbandonare la barca ed il padre per seguirLo. L'invito di Gesù è perseverante: "veniamo" è la risposta immediata. Infatti, Marco ripete per due volte “seguirono immediatamente". In entrambi i casi sottolinea un totale distacco dalla vita, dalle attività, dal rapporto e dal mondo precedente. Lasciando le reti (il mestiere) e il padre (la famiglia), seguirono Gesù per essere con Lui; viaggiare con Lui, al suo fianco per formare una nuova famiglia, diventare missionari per annunciare il Vangelo di Dio. 

Ogni discepolo missionario si sente, come afferma Papa Francesco, "chiamato a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo.  Questa missione è autentica solo a partire da suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non senta il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano”.

11 PM gesu

L’incontro con te, Signore Gesù,
ci porta a spendere la vita per un ideale alto;
segna l’inizio di un cammino personale, non delegabile;
fa appello al desiderio profondo
di metterci alla tua sequela concreta.

Solo tu, o Signore Gesù,
cambi il nostro cuore e la nostra vita,
trasformi la nostra storia,
determini un modo nuovo di vedere la realtà.

Per costruire il tuo Regno occorre fermarci presso di te,
stare con te, lasciarci trasformare da te,
lasciarci amare da te.

Chi ti ha incontrato non può non comunicarti,
dare il primato alla preghiera e alla contemplazione.
Tu penetri nel cuore, ne scruti le fibre più segrete.

Si viene a te dal vissuto di una comunità,
da un rapporto personale,
dall’incontro con una persona significativa.

Concedici, o Signore,
di metterci in continuo ascolto di te,
per conoscere la tua voce,
essere fissati dal tuo sguardo e seguire le tue orme.

Amen.

P. Marco Rupnik s.j. Mosaico, Casa Maria Consolatrice.

Letture:
1 Sam 3,3b-10.19; 
Sal 39;
1 Cor 6,13c-15a.17-20; 
Gv 1,35-42

 

Le letture odierne ci stimolano ad alcune riflessioni sulla disponibilità ad accettare la chiamata di Dio e di lasciarci aiutare per dare un’adeguata risposta a tale chiamata, come fece Samuele, nella prima lettura, oppure come fecero due dei discepoli di Giovanni che seguirono Gesù, nel Vangelo. Inoltre, ci sfidano presentando alcune riflessioni sulla capacità e disponibilità di fare da tramite nel dialogo tra Dio e gli uomini, essere intermediari, come fece Eli, nel primo Libro di Samuele, oppure, come Giovanni ed Andrea, nel Vangelo di Giovanni.

Le due letture parlano della vocazione quella di Samuele e nel Vangelo quella dei due dei discepoli di Giovanni e anche quella di Pietro. In tutte queste narrazioni di Vocazioni si sottolinea che la vocazione ha un carattere mediato. Eli aiuta Samuele, il Battista indica Gesù, Andrea chiama Pietro. La nostra vocazione cristiana si media in diversi modi, chi è chiamato come Eli, chi come Giovanni oppure come Andrea. Essa ha bisogno della testimonianza di persone che fanno da tramite, soffermiamoci allora su quest’ultimo punto, per determinare il valore della testimonianza nel processo della nuova evangelizzazione.

Fare da tramite tra Dio e gli uomini: il caso di Eli, Giovanni ed Andrea

Nella prima lettura, Samuele, confondendo la voce di Dio con quella di Eli, si reca da lui ogni qual volta sente una chiamata, lo fa per ben tre volte dicendo: “mi hai chiamato, eccomi”. Eli allora capisce che il Signore chiama Samuele e gli dice: “vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”. Eli gioca un ruolo decisivo nell’esito positivo dell’esperienza dell’ascolto di Dio da parte del giovane Samuele, egli fa da mediatore aiutando Samuele a saper discernere la voce di Dio da quella sua che gli era famigliare. Erano insieme, Samuele conosceva la voce di Eli, ma non riusciva a distinguerla da quella di Dio, inoltre era assonnato, era notte, l’autore afferma che “in realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la Parola del Signore”; perché “la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”. In questa rarità della parola e non frequenza delle visioni, Eli, che aveva l’esperienza di Dio, scopre che era Dio che chiamava e dà indicazioni e orientamenti al giovane: di ritornare al silenzio e stare attento e se la voce fosse ritornata a chiamare rispondere “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”.

Nel Vangelo, invece, il primo che fa da tramite è Giovanni. Avendo visto Gesù, dice a due dei suoi discepoli: “ecco l’Agnello di Dio”, questi lo lasciano e seguono Gesù. È impressionante: Giovanni fissa gli occhi su Gesù, in maniera che, l’evangelista afferma: “i suoi discepoli, avendo udito parlare seguirono Gesù”. Sono gli occhi di Giovanni e le sue parole che sono pieni di Gesù, al semplice contatto con quello sguardo e con quelle parole due dei suoi discepoli sono spinti a seguire Cristo. Questo fissare gli occhi su Gesù, non si tratta di uno sguardo esterno, ma un vedere “dentro”, in profondità, infatti l’evangelista usa il verbo “en-blepo”, cioè vedere dentro. Lo sguardo di Giovanni Battista non è superficiale, distratto, fuggevole, ma piuttosto di contatto profondo, intenso, sguardo che parte dal cuore, dall’anima, con il suo sguardo egli penetra il mistero di Dio che è in Gesù; la sua identità in relazione alla salvezza dell’umanità. Giovanni dice: “ecco l’Agnello di Dio” cioè ecco il servo sofferente che porterà su di sé i peccati dell’umanità, colui che salverà l’umanità intera; ecco l’Agnello pasquale dato per la redenzione. Il Battista lascia il centro della scena perché vuole che i suoi discepoli seguano il vero Maestro, l’Agnello di Dio. È qui la sua gioia: la gioia di essere uno strumento per gli altri. Così i due discepoli possono incontrare il Signore e rimanere con Lui. In questo racconto, sono stati sufficienti lo sguardo e la parola. Uno sguardo inondato dalla luce di Cristo, uno sguardo innamorato che coinvolgi tutti i sentimenti che vengono tradotti nella frase “ecco l’agnello di Dio”. Dovremmo essere dei cristiani con lo sguardo e la parola di Giovanni il Battista.

Il secondo che fa da tramite, in questo Vangelo, è Andrea e lo fa con il racconto e l’accompagnamento. Entra in scena Andrea, uno dei due discepoli di Giovani che seguiranno Gesù e dall’incontro con l’Agnello di Dio essi usciranno trasformati, tanto da diventare a loro volta strumento che conduce i fratelli all’incontro con Gesù. Andrea va da Simone, suo fratello, e compie due gesti: parla del suo incontro e conduce il fratello: “Abbiamo trovato il Messia” - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù”. Le parole di Andrea al fratello sono già un chiaro indizio di fede: “Abbiamo trovato il Messia”. prima era stato presentato come “Agnello di Dio”, poi come un “rabbi”, ora, dopo che “stettero con lui”, egli è il “Messia”. Vi è una crescita di fede che deriva dal fatto di “abitare” con Cristo, ovvero di conoscerlo sempre più profondamente. L’incontro intimo con Cristo non deve assumere un carattere autoreferenziale e intimistico ma va condiviso: “Abbiamo trovato il Messia”. Il verbo greco che egli usa, qui tradotto per “trovare” non è un semplice incontrare, ma ha il senso di “cercare”: epilogo e approdo di un cammino di ricerca.

 Giovanni non si è limitato a vedere e a battezzare Gesù, colui che chiamerà “Agnello di Dio”, Andrea non si è limitato a rimanere con il Messia, ma va a raccontare la sua scoperta, anzi quasi spinge suo fratello da Gesù, desiderando che anche lui dimori con il Maestro.

Il discepolo missionario è quello che fa da tramite all’incontro con Dio e con Gesù come Eli, Giovanni il Battista ed Andrea. È colui che, come Andrea, fa, dell’incontro con Gesù, l’esperienza del “dimorare” e poi va raccontare, con lo sguardo inondato di luce ed innamorato, l’esperienza che ha cambiato la sua vita. Egli fa da tramite all’incontro, a quest’Incontro.

 

 Afferma il Santo Padre: “Quante volte abbiamo sentito che il Cristianesimo non è solo una dottrina, non è un modo di comportarsi, non è una cultura, è per primo un incontro. Una persona è cristiana perché ha incontrato Gesù Cristo, si è lasciato incontrare da Lui. Quest’incontro ci dà modo di capire bene come agisce il Signore. Noi siamo nati con un seme di inquietudine, Dio ha voluto così, il nostro cuore inquieto per favore ha sete dell'incontro con Dio, ricerca tante volte per le strade sbagliate, si perde poi torna lo cerca e d'altra parte Dio ha sete dell'incontro al punto che ho inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine”.

Il Battesimo di Gesù: Parrocchia Beata Vergine Addolorata in Morsenchio (Foto di Don Giuseppe Facchineri, chiesamorsenchio.com)

Letture:
Is 55, 1-11
Is 12
1 Gv 5, 1-9
Mc 1, 7-11

Durante il tempo natalizio abbiamo meditato con Giovanni che Gesù è la parola, il Verbo, che è sceso dalla dimora di Dio e si è fatto uno di noi. Egli è Dio stesso che parla all’uomo di tutti i tempi: Dio è fonte di vita, così la sua parola ha la potenza di realizzare quanto esprime. Isaia sottolinea l’efficacia della Parola di Dio, che è vitale come la pioggia e la neve. “Così sarà della parola, uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.”  Come ha ben sottolineato il Cardinale Ravasi: “La Parola trapassa in quella di un messaggero celeste che ritorna dal suo re dopo aver compiuto la sua missione”

Il Vangelo di Marco narra dunque l’episodio del Battesimo di colui che è la Parola, il Verbo. Colui di cui Dio dirà: “Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Tre sono gli elementi caratteristici che vorrei porre in evidenza in questo brano del Vangelo di Marco.

In primo luogo, il Vangelo di Marco, contrariamente a quelli di Matteo e Luca, si apre presentando Gesù tra la folla accorsa dal Battista: “ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. Così l’evangelista sottolinea, sin dall’inizio del suo Vangelo, la comunione di Cristo con una umanità bisognosa di salvezza. Il gesto dell’immersione è segno di totale solidarietà di Gesù con l’umanità peccatrice. Come dirà Paolo ai Filippesi, è uno svuotarsi in un cammino di “discesa”, di spogliazione, che culminerà sul Calvario. Cristo, “il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; ... perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,6- 11). Ed è impressionante che, per Marco, il cammino che Gesù percorrerà, culminando con la morte e resurrezione, inizi giustamente con l’immersione nel Giordano.

Il secondo elemento, che vale la pena sottolineare, è la rivelazione della condizione o per meglio dire la natura divina di Gesù attraverso lo squarciarsi del cielo e la discesa dello Spirito su Gesù. Il nostro Evangelista non va nei dettagli del rituale, cercando di presentare le motivazioni per cui Gesù riceverà il battesimo di penitenza, anche se l’evento è uno dei più attendibili storicamente fra quelli narrati nei vangeli, ma egli dice “e, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba”. All’inizio del Suo percorso di salvezza dell’umanità, il cielo si squarciò, come anche, alla fine del Vangelo, il velo del Tempio si squarciò. Infatti, la Pasqua di morte e resurrezione, per Luca, è il “battesimo desiderato” da Gesù (Lc 12, 50). I cieli si aprono e Dio riprende a parlare al suo popolo attraverso Colui che è la Parola fatta carne, su di Lui scende lo Spirito. È lo Spirito che lo consacra Messia, lo rende pienamente cosciente di essere Dio-Figlio, lo abilita e sostiene nella missione voluta dal Padre. Marco, con una pertinente sottolineatura, afferma che lo Spirito si ferma stabilmente su Gesù e prende possesso di lui. Con Gesù inizia una “nuova creazione”.  Lo spirito dà testimonianza, come afferma Giovanni. La discesa dello Spirito sottolinea come ogni persona scelta da Dio è “unta”, consacrata dallo Spirito; ora su Gesù, l’ultimo e definitivo inviato (vedi Eb 1,1-2) lo Spirito si posa e rimane in maniera permanente, perché Egli è il consacrato del Padre, la sua presenza nella storia. In lui possiamo vedere il volto di Dio.

Infine, il terzo elemento in rilievo, è la conferma della rivelazione divina attraverso la voce di Dio che si fa sentire attraverso il cielo squarciato: “Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”. La voce proclama non solo l‘identità di Gesù, ma anche la sua vocazione. È Dio stesso che parla confermando la sua relazione esistente tra Figlio e Padre colui che l’ha generato. Gesù viene presentato come “figlio di Dio”, infatti, Dio dice “tu sei il mio figlio”. “Figlio di Dio” è una espressione cara a Marco. Nell’introduzione al suo Vangelo, Marco si concentra decisamente sulla persona di Gesù e lo presenta come “figlio di Dio”: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. Oltre ad essere Figlio di Maria, Gesù è anche Figlio di Dio. Infatti, dopo che il velo del Tempio si squarcia, il centurione riconosce la divinità di Gesù: “Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’” (15,39).  Dio rende pubblica la sua relazione con il suo Figlio. Gesù è il Figlio di Dio, colui che è generato dall’amore stesso del Padre, l’amato, colui nel quale il Padre trova la sua gioia.

Questo Gesù che è Figlio di Dio è vera bevanda e vero cibo, come dice Dio attraverso la profezia d’Isaia: “O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte”; è la Parola e il Verbo di Dio da ascoltare: “porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”; è quella Parola che ci trasforma come fa la pioggia e la neve che fecondano la Terra. Amando e credendo in Lui, crediamo in Colui che l’ha generato. Infatti, riconosceranno che anche noi siamo figli di Dio “quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo, infatti, consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti”, come dice Giovanni nell’odierna seconda Lettura.

Il discepolo missionario è colui che rendendosi consapevole del suo battesimo e della sua figliolanza divina festeggia il suo battesimo ogni anno, nel suo cuore, come un dovere di giustizia verso il Signore che è stato buono con lui; come ha ben rilevato Papa Francesco: “nella festa del Battesimo di Gesù riscopriamo il nostro Battesimo. Come Gesù è il Figlio amato del Padre, anche noi rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo sappiamo di essere figli amati – il Padre ci ama tutti! –, oggetto del compiacimento di Dio, fratelli di tanti altri fratelli, investiti di una grande missione per testimoniare e annunziare a tutti gli uomini l’amore sconfinato del Padre. (…) Nel Battesimo è venuto lo Spirito Santo per rimanere in noi. Per questo è importante sapere qual è la data del mio Battesimo. Noi sappiamo qual è la data della nostra nascita, ma non sempre sappiamo qual è la data del nostro Battesimo”. 

La preghiera dei Re Magi

james jacques joseph tissot - viaggio dei re magi 1894

Ci consideravano un po' pazzi, Signore, e Tu lo sai bene, quando nelle notti serene e chiare ci perdevamo a guardare le stelle. Nel cielo buio sono piccole luci e lontanissime le stelle, ma sono luce nel buio e luce nel buio infinito dell'universo.

E la nostra speranza ci tremava nel cuore come il tremolare delle stelle in quelle lunghe notti di attesa sotto il loro brividio, freddo e lontano.

Forse noi siamo stati la lunga e terribile attesa di tutta l'umanità. Si è riversata nell'anima nostra l'attesa del mondo, come i fiumi si allargano e fanno l'oceano.

Hai messo nel nostro destino il Mistero dell'umanità che aspetta. Non sapevamo bene che cosa e nemmeno perché, eppure eravamo lì ad aspettare.

E ormai sapevamo che il segno sarebbe venuto. Noi lo avremmo visto e l'avremmo seguito. Null'altro abbiamo pensato: chi aspetta, Signore, chi è nell'attesa, non gli importa di sapere che cosa dopo sarà. Gli importa soltanto di ciò che sta aspettando. Questa misteriosa attesa così unicamente Amore...

Tutto era pronto. Perché le nostre anime erano pronte. L'ultima sera abbiamo sellato i cammelli. Sentivamo la terra come quando, al mattino dopo, sboccia la primavera. Qualcosa d'imminente. La pienezza dei tempi.

E quella notte non ci ha sorpresi, Signore, l'apparire della tua stella misteriosa e strana e bellissima, lassù e dentro l'anima nostra.

Siamo saliti sui nostri cammelli e abbiamo preso la strada del deserto, con dolce serenità, come se fossimo in viaggio da sempre.

E' facile venirti dietro, Signore, quando è da anni che si è ad aspettarti e da millenni ci gonfia il cuore il bisogno di Te.

La strada è stata lunga ma forse anche breve, forse nemmeno si è stati in cammino giorni e notti senza fine, perché andare in cerca di Te e sapere che Tu ci sei è già come averti trovato, è già come possederti.

Perché a Gerusalemme quei sacerdoti sapienti che leggevano grossi libri e sapevano tutto di Te, fino a conoscere il luogo esatto dove eri nato e il tempo preciso, non Ti cercavano affatto? Ci sembrò perfino che nemmeno Ti aspettassero, eppure sapevano tutti di Te.

Ti confessiamo, Signore, che è stato il momento più penoso, quasi di smarrimento, e abbiamo sentito come assurda quella fatica di tutto il viaggio.

Forse, Signore, ora che ci pensiamo, hai spento a quel punto il miracolo della tua stella perchè fossero quei tuoi sacerdoti del tempio a guidarci da Te? Ci dispiace, ma loro ci dissero soltanto parole.

Una povera casetta. Una Mamma. Un Bambino. I vicini non sapevano nulla. Ma la stella brillava di luce infinita su quella povera casetta e nell'anima nostra. E luce splendeva intorno a quel Bambino, uguale alla luce del primo giorno del mondo.

Ti abbiamo deposto ai piedi, Gesù, i nostri doni. Non erano qualcosa, erano tutta la nostra ricchezza. E con noi abbiamo portato nella nostra terra il tesoro della Tua povertà. Poveri siamo ritornati, ma infinitamente ricchi di Te.

(Vangelo di Mt. 2, 1-12)

 

in La Voce dei Poveri, gennaio 1963

Re Magi Sant Apollinare Ravena mosaico sec VI

Letture:
Is 60,1-6
Sal 71
Ef 3,2-3.5-6
Mt 2,1-12

 

Nella festa della manifestazione del Signore o Epifania la prima lettura mette al centro la città di Gerusalemme che diventa un punto di speranza fondamentale, poiché luce e luogo della rivelazione della gloria del Signore, non solo del popolo d’Israele, ma di tutti i popoli della terra che andranno verso di essa e da essa riceveranno la luce. Infatti, “tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”.

Nel Vangelo, invece, è Gesù la luce e il luogo della rivelazione della gloria del Signore. Alcuni Magi, in rappresentanza dei popoli pagani, giungono da oriente, verso Gesù che è la luce e la gloria, come aveva già detto Simeone: “i miei occhi han visto la tua salvezza che hai preparato davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,29-32).

Così come Gerusalemme è chiamata ad alzarsi, rivestirsi di luce, alzare gli occhi per guardare, così anche noi - i discepoli di Gesù - siamo  invitati ad alzarci, rivestirci di luce, alzare gli occhi intorno e guardare poiché siamo noi “luce del mondo” (Mt 5,14) Gesù dirà infatti ai suoi discepoli, i credenti: "Voi siete la luce del mondo" e quindi "Risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre nei cieli" (Mt 5,16),  la nostra luce deve dunque risplendere davanti agli uomini perché vedano le nostre opere buone e glorifichino il Padre.

“Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”

Il tema della luce, nel brano odierno di Isaia, è fondamentale e attraversa tutta la narrazione. Gerusalemme è chiamata ad alzarsi per rivestirsi di luce, la vera luce che arriva dal Signore. Tale Luce risplenderà sopra Gerusalemme, brillerà sopra di essa. La città sarà radiante e potrà finalmente attrarre i popoli lontani che cammineranno   verso la luce della città. Una città radiante e attraente, mentre il mondo sarà ricoperto dalle tenebre, la città risplenderà di luce ed essa stessa diventerà luce per le nazioni e centro di attrazione di tutti i popoli, poiché Dio vi è presente.

È ben chiaro che gli abitanti di Gerusalemme sono chiamati ad alzarsi ed aprirsi alla luce, per poterla accogliere, l’autore afferma di lasciarsi “rivestire di luce”. Nella tradizione biblica l’abito è simbolo dell’identità. Sono chiamati ad essere luce ad identificarsi con la luce, solo così potranno avvolgere di luce le città che sono immerse nelle tenebre. Inoltre, Gerusalemme ed i suoi abitanti sono chiamati ad alzare lo sguardo: “alza gli occhi intorno e guarda”. Gerusalemme abituata ad essere ripiegata su se stessa e anche chiusa nella sua dimensione, è chiamata ad alzare gli occhi e guardare il popolo che vive in lei. Un popolo che vive nelle tenebre e nell’oscurità, il quale alzando gli occhi, volgendo verso l’ alto  lo sguardo potrà rendersi conto della sua missione e vocazione: essere luce che illumina l’umanità intera: un piccolo popolo che diventa faro di luce in grado  di attrarre l’umanità intera.

Nel Vangelo di Matteo, Gesù viene presentato come luce e luogo della rivelazione della gloria del Signore, è la realizzazione della profezia di Isaia: “ E tu, Betlemme, … da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». I Magi rappresentano il mondo pagano, il mondo che vive nelle tenebre e nell’oscurità e che va all’incontro della luce. Si lasciano trascinare dalla luce che è Gesù: “nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (Mt 2,1-2). I Magi hanno visto “sorgere la stella”, l’hanno collegata alla nascita di Cristo e si sono messi in cammino verso Gerusalemme, radiante di luce, una città verso cui convergono in pellegrinaggio tutti i popoli secondo il profeta Isaia.  “Gesù diventa radianti di luce per i pastori prima, per i magi e per tutti noi”. I Magi si alzano e si mettono in cammino attratti dalla luce, anche noi dobbiamo camminare rischiararti dalla luce della stella che è il Vangelo: “La tua parola è luce sul mio cammino”, come dice il salmista.

Dopo una lettura della mia bozza, una carissima amica mi fa notare che “sappiamo che la luce si propaga anche nel vuoto…, e che è un’onda elettromagnetica che interagisce con la materia. Gesù che è luce raggiunge anche il vuoto, porta movimento e per sua natura interagisce. Infatti, chi ne è toccato non è più quello di prima…. Ecco perché i Magi prendono una nuova strada”

 

Il discepolo missionario, si lascia trascinare e muovere dalla luce come i Re Magi, come ha ben sottolineato Papa Francesco: una luce che li muove alla ricerca della grande Luce di Cristo. È la santa furbizia, quella degli stessi Magi, che ci guida nel cammino della fede, che non ci fa cadere nelle insidie delle tenebre e che ci insegna come difenderci dall’oscurità che cerca di avvolgere la nostra vita. In questo tempo è tanto importante questo: custodire la fede. Bisogna andare oltre, oltre il buio, oltre il fascino delle Sirene, oltre la mondanità, oltre tante modernità che oggi ci sono, andare verso Betlemme, là dove, nella semplicità di una casa di periferia, tra una mamma e un papà pieni d’amore e di fede, risplende il Sole sorto dall’alto, il Re dell’universo.”

Lettura Bibbia

Letture:
Sir 24,1-4.12-16; 
Sal 147; 
Ef 1,3-6.15-18; 
Gv 1,1-18

 

Le tre letture ci fanno comprendere il nostro essere privilegiati dal fatto che Dio ci ha concesso la sua stessa Sapienza, come nella prima lettura e la sua stessa Parola, come sottolinea l’evangelista Giovanni nel suo Prologo. Poiché sia la Sapienza, sia la Parola sono legate a Dio e sono preesistenti al mondo, anzi erano con il Signore nella creazione del mondo. Nel Siracide la Sapienza fa l’elogio a se stessa indicando chiaramente “prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l'eternità non verrò meno” e Giovanni, parlando del Verbo, della Parola, dirà “Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. A noi è affidata la missione di accogliere il Verbo per diventare “figli di Dio”, poiché “a quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Chiamati ad essere illuminati dalla Sapienza - Parola (Verbo)

L’autore del Siracide è come ci dicesse che se volessimo avere in noi la sapienza di Dio, dovremmo da Lui lasciarci ammaestrare. La sua sapienza va innanzitutto ascoltata per essere esaltata, ammirata e lodata. Essa deve “fissare la tenda” e prendere eredità in noi. La sapienza è la bellezza, la forza, il profumo della presenza di Dio nel mondo. I nostri sensi (vista, tatto, olfatto, gusto, udito e ogni altra dimensione della nostra sensibilità e intelligenza, mente e cuore ) possono svegliarsi alla sua bellezza e alla sua bontà. Per questo il Siracide paragona la Parola di Dio al maestoso cedro, al cipresso, alla palma, alle piante di rose, all'ulivo, al platano, al terebinto dai rami «piacevoli e belli» (v. 16). La sapienza illumina l’uomo, pertanto questi è chiamato a porsi in ascolto della sapienza con un atteggiamento che Ben Sira definirà efficacemente “timore di Dio”. Dobbiamo dunque vivere con la sapienza e imparare la sapienza poiché “la Sapienza di Dio ispira la felicità”. Lo stesso dirà Giovanni nel suo Prologo, parlando del Verbo e della Parola.

Leggendo il Prologo dell’evangelista Giovanni ci si rende conto che l’autore, nel comporlo, aveva davanti ai suoi occhi l'immagine della Sapienza a cui fa riferimento la prima lettura. Per Giovanni, Gesù è la Sapienza incarnata, “la Parola (Verbo) fatta carne”, quella che esisteva prima dei secoli, fin dal principio e che era presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. È lo strumento attraverso il quale, per mezzo del quale, tutto esiste. È quella Parola che esce dalla bocca di Dio e attraverso di essa l’uomo entra in comunione con Dio per vivere armoniosamente sia con Dio che con i fratelli e con l’universo. La Parola è vita e luce degli uomini.

L’evangelista afferma che nella Parola era la vita per significare che l’uomo ha la sua origine nella vita della Parola e che questa Parola è un dono di Dio per mezzo di Cristo e in Cristo partecipiamo alla comunione e all’essere di Dio. L’uomo è creato in vista di un grande progetto di Dio che contiene vita poiché “quello che viene da Dio produce vita”. Chi ha vita e chi è nella vita è in comunione con Dio, chi non ha vita – attenzione, ci avvisa l’evangelista! – non è in comunione con Dio.

Giovanni non dice soltanto che la Parola era la vita: ma anche che questa vita era la luce degli uomini: l’uomo che ha la vita, riceve da Dio il suo essere luce. Per la tradizione biblica, la luce è immagine e simbolo di Dio. Questa luce è esterna agli uomini e penetra al loro interno. Se io sono lontano da Dio, non ricevo la sua luce, invece se sono vicino, lo accolgo, quella sua luce mi pervade e mi avvolge, mi scalda e mi illumina, mi fa comprendere me stesso.

Siamo chiamati ad essere illuminati dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla, ma questa luce riesce ad avere il sopravvento e a vincere. Dobbiamo dunque accoglierLa.

Accogliendo la Sapienza e la Parola

Nel mezzo del Prologo c’è il verbo accogliere. Parlando del Verbo/Parola l’uomo è libero di accoglierlo o non accoglierlo. Infatti, il Verbo che è vita e luce “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Accogliere è verbo che genera vita, perché l'uomo diventa ciò che accoglie in sé. L’uomo deve accogliere la Sapienza, la Parola che è vita e luce. Per diventare vita, luce, in una parola figli di Dio, dobbiamo accogliere Gesù nella nostra vita, seguendo i suoi insegnamenti. Dobbiamo accogliere e cioè “credere in lui”.

Il discepolo missionario, come ha fatto rilevare giustamente Papa Francesco è colui che accoglie la Parola e si lascia trasformare da essa poiché è vita e luce. Per Papa Bergoglio “siamo chiamati a spalancare la porta del nostro cuore alla Parola di Dio, a Gesù, per diventare così suoi figli…. È l’invito della santa Madre Chiesa ad accogliere questa Parola di salvezza, questo mistero di luce. Se lo accogliamo, se accogliamo Gesù, cresceremo nella conoscenza e nell’amore del Signore, impareremo ad essere misericordiosi come Lui. Specialmente in questo Anno Santo della Misericordia, facciamo sì che il Vangelo diventi sempre più carne anche nella nostra vita. Accostarsi al Vangelo, meditarlo, incarnarlo nella vita quotidiana è il modo migliore per conoscere Gesù e portarlo agli altri. Questa è la vocazione e la gioia di ogni battezzato: indicare e donare agli altri Gesù; ma per fare questo dobbiamo conoscerlo e averlo dentro di noi, come Signore della nostra vita. E Lui ci difende dal male, dal diavolo, che sempre è accovacciato davanti alla nostra porta, davanti al nostro cuore, e vuole entrare”.

Letture:
Nm 6,22-27;
Sal 66
Gal 4,4-7;
Lc 2,16-21

 

La traduzione dei testi biblici di questa giornata, ci mette davanti ad un verbo: custodire.  Nella cosiddetta benedizione sacerdotale di Aronne, la più antica benedizione trasmessa dalla Bibbia, si prega affinché “Dio ci custodisca”, mentre nella narrazione evangelica si dice che Maria custodiva tutte le cose nel suo cuore.

Un Dio che custodisce

Nella prima delle benedizioni ci sono due invocazioni: “Il Signore ti benedica e ti custodisca”. Si tratta, in primo luogo, di ricevere la vita stessa da Dio e Dio comunica la sua vita, come fece con Adamo, con il suo spirito, attraverso il suo soffio, il suo vento, Dio comunica e dà la vita. La benedizione oltre a darci la felicità ci comunica la vita stessa di Dio, una vita che non va perduta e distrutta, ma va custodita. Ecco allora la seconda invocazione: Dio che ti ha comunicato la vita possa custodirla. Qui però viene sottolineato l’aspetto passivo: quello dell’uomo che si lascia comunicare la vita e che si lasci custodire, curare da quello che è l’Autore. Siamo una custodia di Dio, un oggetto prezioso che viene custodito, protetto, come se nell’ essere umano vi fosse un’assenza di reazione. Invece oltre a pensare alla benedizione come qualcosa che cade su di noi, pensiamo anche al nostro lasciarci andare e abbandonare nelle mani di Dio affinché Questi possa comunicare la sua vita e ci possa custodire senza la nostra resistenza. Questo è l’atteggiamento di Maria che si è rende subito disponibile e diviene una Eva, quella che ha saputo custodire il giardino di Dio: Maria custodisce perché si è lasciata creare plasmare come nuova creatura, ma anche si è lasciata custodire da Dio.

Maria custodisce meditando i disegni di Dio

Il brano del Vangelo della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Regina della Pace, ci offre due semplicissime ma ricchissime righe sulla figura di Maria “quella che sa custodire nel suo cuore”. Per ben due volte, Luca afferma che Maria custodisce nel suo cuore. In un primo momento, davanti a quanto era stato detto ai pastori e che essi divulgarono, Luca afferma che “Maria custodiva tutte le cose, mentre meditava nel suo cuore”. “Maria custodiva tutte queste parole, meditandole in cuor suo”. Io preferisco questa traduzione.  Molti anni dopo Gesù dodicenne dopo lo smarrimento, è ritrovato nel tempio tra i dottori, il terzo giorno Maria e Giuseppe ritornano a Nazareth, Gesù scende con loro e Luca afferma: “sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51).

In ambedue i versetti, Luca usa il verbo greco per definire il verbo “custodire” che assume una sfumatura più profonda quando Luca premette una preposizione diversa, in 2,19 Luca usa la preposizione syn che dà il senso di raccogliere insieme, mettere insieme, in 2,51, usa la preposizione dia, che dà il senso dell’intensità e della durata. Maria custodiva intensamente e profondamente ed in modo costante

Si può dire che Maria tesoreggiasse, trattenendo insieme nel suo cuore non solo avvenimenti, ma anche notizie, faceva memoria di ogni singola cosa che vedeva e sentiva; nel suo cuore tutto era come una reliquia. Lo stesso verbo rimanda anche a quello usato da Dio, “shamar” in ebraico, quando diede il comando ad Adamo ed Eva nel consegnare loro il giardino: “dovete custodire, curare questo giardino, dovete fare tesoro di esso”. Maria non solo ascolta, ma mette assieme tutto, confronta, ne prende cura e ne fa tesoro senza buttare gettare nulla, Lei fa memoria o conserva. Luca sottolinea che lei non butta getta nulla di ciò che viene da Dio, di ciò che ella ha visto e udito. Maria non butta getta nulla: sia di ciò che viene sia dall’Angelo, sia da sua cugina Elisabetta, sia dai pastori, sia da quello che Gesù diceva: tutto custodiva e si domandava quale era il senso di tutto quello ciò che accadeva.

Maria ha un cuore che è la custodia di tutto ciò che le accade. Il suo cuore però non è una semplice bottiglia che trattiene un liquido, non è un semplice contenitore. Anche Papa Francesco si domanda: “Che cosa vuol dire custodire la Parola di Dio?”. Per il Santo Padre “Custodire la Parola di Dio vuol dire che il nostro cuore si apre, si è aperto a quella Parola come la Terra si apre per ricevere i semi. La Parola di Dio è un seme e viene seminata. E Gesù ci ha detto che cosa succede con il seme: “alcuni cadono lungo il cammino e vengono gli uccelli e li mangiano; questa Parola non è custodita, questi cuori non sanno riceverla”. Infatti, “custodire la Parola di Dio significa sempre meditare cosa dica a noi questa Parola con quello che succede accade nella vita” cioè confrontare gli avvenimenti della nostra vita, ciò che vediamo, udiamo e viviamo, con ciò che Dio vuole. È necessario confrontare con la Parola di Dio la nostra stessa vita.

Attraverso questo atteggiamento Maria era capace di vedere, nel volto del bambino deposto nella mangiatoia, la manifestazione della bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini. Solo custodendo tutte queste cose, nel senso di confrontare con la volontà del Signore e la parola di Dio si può elaborare una sintesi profonda di ciò che stava accadendo a Maria perché Lei era stata capace di entrare nella profondità degli avvenimenti, era stata capace di interpretare i fatti, la vita stessa senza buttare gettare nulla: ne fa un tesoro.

Discepolo missionario è colui che sull’esempio di Maria è capace di essere una custodia, come afferma Papa Francesco: “Custodire la Parola di Dio si fa con questo lavoro: il lavoro di cercare cosa significhi questo in questo momento, cosa mi vuole dire il Signore in questo momento, questa situazione in confronto con la Parola di Dio come si capisce. E’ leggere la vita con la Parola di Dio e questo significa custodire”.

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