Oct 18, 2018 Last Updated 10:01 PM, Oct 17, 2018

La Chiesa ortodossa dell’Etiopia chiude dopo 27 anni il suo scisma

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Un accordo, siglato nel clima di pace segnato dal riavvicinamento con l’Eritrea, risana una spaccatura lunga decenni. Prevista una coabitazione tra due patriarchi.

Contagia anche l’antica Chiesa ortodossa dell’Etiopia la spinta alla pace impressa nel Paese dal premier Abiy Ahmed. Proprio mentre si moltiplicano i passi nella direzione di un accordo con l’Eritrea - con l’intenzione di porre fine allo storico conflitto tra le due nazioni - giunge la notizia di un altro accordo molto importante per la comunità etiope: quello che dopo 27 anni segna ufficialmente la fine dello scisma tra la Chiesa ortodossa etiope «ufficiale», guidata dal 2013 dal patriarca Mathias, e le comunità della diaspora rimaste fedeli all’ex patriarca Merkorios, deposto nel 1991 dopo la caduta del regime di Menghistu e vissuto durante tutti questi anni in esilio nel New Jersey. 

La notizia dell’accordo è giunta da Washington dove, non a caso, il premier etiope Ahmed si trova in visita in questi giorni. L’intesa ecclesiale si inserisce infatti nel quadro più ampio del processo di riconciliazione nazionale che il politico quarantunenne - al governo ad Addis Abeba dalla primavera scorsa - sta portando avanti nel Paese.  

Con i suoi 38 milioni di fedeli (intorno al 45% della popolazione) la Chiesa ortodossa etiope è una delle presenze cristiane più antiche e numericamente significative dell’Africa. Come la Chiesa copta dell’Egitto - a cui è stata per secoli legata - appartiene al gruppo delle Chiese ortodosse d’Oriente che nel 451 non riconobbero le conclusioni del Concilio di Calcedonia sulla questione teologica della natura di Cristo. Lo scisma che verrà sanato ora, però, è molto più recente e attiene alla recente storia politica dell’Etiopia. Si consumò infatti all’ombra del Derg, la giunta militare di stampo marxista che nel 1974 aveva posto fine all’impero di Hailé Selassié. 

Dopo aver fatto imprigionare e poi uccidere l’allora patriarca Tewophilos, Menghistu aveva imposto infatti un rigido controllo sulla Chiesa ortodossa etiope. E proprio per questo motivo al tramonto del regime, nel 1991, i l patriarca in carica Merkorios - eletto tre anni prima - era stato costretto alle dimissioni dal nuovo governo, espressione del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (il partito di cui oggi il premier Ahmed è il leader). Appena giunto in esilio negli Stati Uniti Merkorios si era però rifiutato di riconoscere il nuovo patriarca eletto Paulos, sostenendo che l’abdicazione gli era stata estorta. Così nelle comunità della diaspora si era venuto a creare un Sinodo parallelo, sostenuto politicamente dagli oppositori del nuovo governo di Addis Abeba. E quando nel 2007 questo secondo Sinodo aveva proceduto alla nomina di nuovi vescovi le due gerarchie erano arrivate alla scomunica reciproca. 

Ora invece l’accordo - sottoscritto ufficialmente nella cattedrale di San Michele a Washington e festeggiato dai canti della comunità ge’ez - prevede una riconciliazione piena con la restituzione della dignità di patriarca a Merkorios , ma all’interno di un unico Sinodo che sarà guidato per tutto ciò che attiene l’amministrazione della Chiesa da Mathias, il patriarca che in Etiopia è subentrato a Paulos dopo la sua morte. Il testo prevede che Merkorios possa fare ritorno ad Addis Abeba, dove per lui sarà predisposta una residenza all’interno del patriarcato. L’accordo specifica «che servirà la Chiesa nella preghiera e nella benedizione»; una descrizione dei doveri dell’ormai ottantenne presule etiope che ricorda molto il profilo scelto per sé dal Papa emerito Benedetto XVI. Anche se va aggiunto che nel caso etiope in tutte le liturgie verranno comunque citati nella preghiera i nomi di entrambi i patriarchi. Quanto ai vescovi creati dal Sinodo della diaspora saranno integrati nella gerarchia della Chiesa etiope , mentre le scomuniche verranno annullate.  

 

L’accordo cita infine espressamente il contributo dato del premier Abiy Ahmed nei negoziati tra le due comunità: «Il Santo Sinodo - si legge nel testo - esprime il suo profondo apprezzamento e il suo grazie a lui e prega che tutti gli anni in cui sarà responsabile della guida del Paese siano un tempo di pace, amore, unità, progresso e prosperità». 


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