Nov 16, 2019 Last Updated 1:33 PM, Nov 14, 2019

Amazzonie: Il territorio è vita (IT - EN - ES)

Missione tra i pigmei del Congo: P. Andres Garcia Fernandez Missione tra i pigmei del Congo: P. Andres Garcia Fernandez
Letto 289 volte
Vota questo articolo
(2 Voti)

ENGLISH   ESPAÑOL

Laicamente: ovvero breve diario giornalistico dal Convegno IMC-MC “I volti dell’ad Gentes” - Martedì 15 ottobre

A volte, la geografia è un’opinione. Perlomeno la geografia politica: la storia è lì a dimostrarlo. Non si spostano le montagne, ma si spostano i confini e le popolazioni. A questo diario minimo è stato dato il nome di “Amazzonie”, perché non esiste una sola Amazzonia. Anche se Jair Bolsonaro non sarebbe d’accordo: “L’Amazzonia è nostra”, ripete minaccioso il presidente brasiliano.

Nella seconda giornata del Convegno dei missionari e missionarie della Consolata questo termine è stato declinato al plurale e subito il motivo è stato chiaro. Cosa c’entrano i popoli del Congo e della Mongolia con l’Amazzonia? E’ una trovata per semplificare le analisi? O per rendere le spiegazioni più esotiche e dunque più attraenti per il pubblico disattento dell’era digitale? Niente di tutto questo. La risposta sta nella sostanza dei fatti: tutti i popoli indigeni hanno la loro Amazzonia. E tutti mostrano rispetto (quando non venerazione) per la natura e le sue forze. Sono i non-indigeni ad avere con l’ambiente un rapporto conflittuale. Come ha spiegato padre José Fernando Florez Arias, missionario su una triplice frontiera amazzonica (Colombia, Perù, Ecuador): “La terra è stata trasformata da madre a fattore di produzione”.

Missione tra gli Warao: P. Fernando Florez

Cosa che non è (o ancora non è) nella sterminata Mongolia. Suor Lucia Bortolomasi e padre Giorgio Marengo hanno parlato di osmosi tra natura e cultura mongola. E hanno concluso affermando: “Siamo ospiti in terre sconfinate abitate con un’armonia che spesso a noi sfugge”.

Missione in Mongolia: Sr. Lucia Bortolomasi e P. Giorgio Marengo

Anche in Africa il concetto di natura come casa trova esempi significativi. I pigmei del Congo – raccontati da padre Andres Garcia Fernandez – dicono: “Siamo pigmei quando stiamo in foresta”. E’ lo stesso concetto che Endepa – organizzazione indigenista rappresentata da padre José Auletta – dice rispetto ai popoli indigeni dell’Argentina: “El territorio es vida, se cuida y se defiende”. Qualcuno penserà a uno sbaglio: da quando l’Argentina degli emigrati italiani e spagnoli ha popoli indigeni? Non soltanto li ha, ma aumentano di anno in anno in seguito al crescere dell’autoriconoscimento e dell’orgoglio di dichiararsi indigeni: oggi - in quel paese - si contano ben 44 etnie.

Missione tra gli indigeni d’Argentina: P. Giuseppe Auletta

E qui torna in gioco il concetto di pluralità da cui eravamo partiti. Per troppo tempo, in Occidente e in genere tra le classi sociali dominanti, si è sempre parlato genericamente di “indios” (termine, tra l’altro, ereditato dalla Conquista e dunque da evitare), come se essi fossero un’unica entità: omogenea, identica, ripetuta, pur se in luoghi e situazioni diverse. Non è così: gli indigeni si distinguono in popoli, ognuno con propri e specifici connotati distintivi.

Si pensi, ad esempio, alla Colombia. I popoli indigeni dell’Amazzonia colombiana (attorno ai fiumi Caquetà e Putumayo) non sono - per lingua, costumi, storia, cosmogonia - gli stessi di quelli (i Nasa, in primis) che abitano il Cauca. Pur essendo accomunati nella lotta per la difesa della loro terra, nella totale assenza - ha sottolineato padre Angelo Casadei - dello Stato.

Missione tra gli indigeni di Colombia: P. Ugo Pozzoli e P. Angelo Casadei

Missione tra gli Yanomami: Sr. Mary Agnes e P. Corrado Dalmonego

Un’assenza che perdura da tempo o più probabilmente da sempre. Padre Ugo Pozzoli ha ricordato la figura di Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote indigeno nasa ucciso (era il 1984) dai latifondisti. Come altri leader indigeni assassinati in questi ultimi tempi in una guerra che si pensava finita e che invece si è ripresentata sotto altre bandiere ma con la stessa assurda violenza. Eppure resistono. Diverso pare - al momento - il destino dei Warao del Venezuela, popolo che abita in prevalenza attorno al Delta dell’Orinoco. I Warao – ha raccontato padre Josiah Kokal - stanno lasciando in massa le loro terre per raggiungere il Brasile, spinti dal crescere dei problemi ambientali e dall’attuale, gravissima crisi sociale e soprattutto alimentare.

Missione tra gli Warao: P. Josiah Okal

Più tranquilla appare la situazione della Bolivia, paese a maggioranza indigena raccontato da suor Stefania Raspo. Forse il merito di questa relativa tranquillità nasce anche dal fatto che questo è il solo paese latinoamericano ad avere come presidente un indigeno, l’aymara Evo Morales?

Missione tra i Quechua: Sr. Estefania Raspo

Comunemente si pensa che i missionari e le missionarie debbano per definizione essere persone diplomatiche o almeno politicamente moderate, magari anche per convenienza, per non perdere cioè gli aiuti dei più abbienti. Spesso è così, ma altre volte è vero il contrario. Padre Gaetano Mazzoleni ha vissuto sui fiumi dell’Amazzonia colombiana per una vita. Avendo avuto a che fare sia con i guerriglieri delle Farc che con i militari, non ha certo remore davanti a un pubblico occidentale e infatti ha concluso il suo intervento con un vero e proprio grido di battaglia: “Giù le mani dall’Amazzonia!”.

Missione tra gli indigeni dell’Amazzonia: P. Gaetano Mazzoleni

Fratel Carlo Zacquini, una vita spesa in difesa dei diritti degli Yanomami, non è stato meno duro, anche rispetto a una Chiesa che, un tempo, è stata a fianco o vicina o connivente con i conquistatori bianchi. “Da anni aspettavo un papa come papa Francesco – ha confessato il missionario -. La sua Laudato si’ è una risposta alle mie aspettative”. (pamo)

Missione tra gli Yanomami: Fr. Carlo Zacquini

* Paolo Moiola è giornalista redattore della Rivista Missioni Consolata

 

The Amazons: The territory is life

In Layman's terms or a short journalistic diary from the IMC Conference "The faces of the ad Gentes" - Tuesday 15th October

Sometimes, you can argue with geography. At least with the political geography: history is there to prove it. Mountains do not move, but borders and populations move. This minimal diary has been given the name of "Amazonias", because there is not a single Amazonia. Even if Jair Bolsonaro would not agree: "The Amazon is ours," the Brazilian president repeats threateningly.

On the second day of the Consolata Missionary and Missionary Conference this term was declined in the plural and the reason was immediately clear. What do the peoples of the DR Congo and Mongolia have to do with Amazonia? Is it a trick to simplify the analysis or to make the explanations more exotic and therefore more attractive for the inattentive public of the digital age? None of this. The answer lies in the substance of the facts: all the indigenous peoples have their Amazonia. And all show respect (when not veneration) for nature and its forces. It is the non-indigenous peoples who have a conflictual relationship with the environment. As explained by Father José Fernando Flores Arias, a missionary on a triple Amazonian border (Colombia, Peru, Ecuador): "The earth has been transformed from a mother into a factor of production".

It is not like that (at least not yet) in the vast Mongolia. Sister Lucia Bortolomasi and Father Giorgio Marengo spoke of osmosis between Mongolian nature and culture. And they concluded by saying: "We are guests in boundless lands inhabited with a harmony that often escapes us".

Even in Africa the concept of nature as a home finds significant examples. As The pygmies of the DR Congo – as recounted by Father Andres Garcia Fernandez - say: "We are pygmies when we are in the forest". It is the same concept that Endepa - an indigenous organization represented by Father José Auletta - affirms with respect to the indigenous peoples of Argentina: "El territorio es vida, se cuida y se defiende". Someone will think of a mistake: since when did Italian and Spanish emigrants from Argentina have indigenous peoples? Not only does it have them, but they are increasing year after year as the self-recognition and the pride of declaring themselves indigenous grow: today in the country there are 44 recognised ethnic groups.

And here the concept of plurality from which we started comes back into play. For too long, the West and generally the dominant social classes have spoken generically of "indios" (a term, among other things, inherited from the Conquest and therefore to be avoided), as if they were a single, homogeneous, identical entity that repeated itself in different places and situations. This is not the case: the natives stand out as peoples, each with their own specific connotations.

Consider, for example, Colombia. As stressed by Father Angelo Casadei, despite being united in the struggle for the defence of their land (with no help from the State), the indigenous peoples of the Colombian Amazonia around the Caquetà and Putumayo rivers are not – by language, customs, history, cosmogony – the same as those (the Nasa, in the first place) inhabiting the Cauca region.

The lack of the State's support to the indigenous causes has lasted for some time or, more probably, has always been there. Father Ugo Pozzoli recalled the figure of Alvaro Ulcué Chocué, an indigenous priest from NASA who was killed in 1984 by landowners. The same happened to other indigenous leaders, who have been killed in recent times in a war that was thought to have ended and instead recurred under other flags but with the same absurd violence. Yet they resist. The fate of the Warao of Venezuela, a people who live mainly around the Orinoco Delta, seems to be different at the moment. The Warao - Father Josiah Kokal said - are leaving their lands en masse to reach Brazil, driven by growing environmental problems and the current, very serious social and above all food crisis.

Sister Stefania Raspo pointed out that the situation appears more tranquil in Bolivia, a country with an indigenous majority. It could be that this relative tranquillity also stems from the fact that this is the only Latin American country to have a native, the Aymara Evo Morales, as president.

It is commonly thought that missionaries must by definition be diplomatic or at least politically moderate, perhaps even for convenience, in order not to lose the support of the wealthy benefactors. It is often so, but sometimes the opposite is true. Father Gaetano Mazzoleni lived on the rivers of the Colombian Amazon for a lifetime. Having dealt with both the Farc guerrillas and the military, he certainly has no hesitation in front of a Western audience and in fact he ended his speech with a real battle cry: "Hands off the Amazon!" .

Brother Carlo Zacquini, a life spent in defence of the rights of the Yanomami, was not less harsh, especially compared to a Church that in the past has stood by the side of the white conquerors, sometimes even being complicit with them. "For years I had been waiting for a Pope like Pope Francis - confessed the missionary -. His Laudato Si' is a response to my expectations ". (Pamo)

* Paolo Moiola is journalist and redactor at Missioni Consolata Magazine

 

Amazonias: El territorio es vida

Laicamente o sea breve diario periodístico des el Congreso IMC-MC “Los rostros del ‘ad Gentes’”  - Martes 15 de Octubre

A veces, la geografía es una opinión. Por lo menos la geografía política: la historia lo demuestra. No se trasladan las montañas, sí se corren las fronteras y las poblaciones.  A este breve diario hemos dado el nombre de “Amazonías”, porque no existe una sola Amazonía, aunque Jair Bolsonaro, el presidente brasileño, no esté muy de acuerdo, al decir amenazante: “La Amazonía es nuestra”.

En la segunda jornada del Congreso de los misioneros y misioneras de la Consolata esta palabra ha sido declinada al plural y aparece rápida y claramente el motivo. ¿Qué tienen que ver los pueblos del Congo y de la Mongolia con la Amazonía? ¿Será una jugada para simplificar los análisis? ¿O será para volver las explicaciones más exóticas y, por eso más atrayentes, para el público distraído de la era digital?

Nada de todo esto. La respuesta se encuentra en la sustancia de los hechos: todos los pueblos tienen su propia Amazonía y todos muestran respeto – cuando no veneración – por la naturaleza y sus fuerzas. Son  los no-indígenas que tienen una relación conflictiva con el ambiente. Así lo explica padre José Fernando Florez Arias, misionero en la triple frontera amazónica (Colombia-Perú-Ecuador): “La tierra ha sido transformada de madre en factor de producción”.

Cosa que no se da (o no todavía) en la extensa Mongolia. Sor Lucía Bartolomasi y padre Jorge Marengo hablan de ósmosis entre naturaleza y cultura mongola y concluyen afirmando: “Somos huéspedes en tierras interminables habitadas en una armonía que muchas veces a nosotros se nos escapa”.

También en África el concepto de naturaleza como casa encuentra ejemplos significativos. Los pigmeos del Congo - relatados por padre Andrés García Fernández -  dicen: “Somos pigmeos cuando estamos en la selva”.

Es el mismo concepto que ENDEPA, organización de pastoral indígena representada por el padre José Auletta, expresa respecto de los pueblos indígenas de Argentina para quienes “el territorio es vida, se cuida y se defiende”. Alguien pensará en una equivocación: ¿Desde cuándo la Argentina de los inmigrantes italianos y españoles cuenta con pueblos indígenas? No sólo los tiene, sino que aumentan año tras año, gracias al autorreconocimiento y al orgullo de declararse indígenas: en la actualidad se constatan 44 pueblos.

Aquí entra en juego una vez más el concepto de pluralidad del que partimos. Por demasiado tiempo, en Occidente y en general entre las clases sociales dominantes, se habló siempre genéricamente de “indios” (término por otro lado heredado por la Conquista y, por ende, para dejar de usar), como si ellos fueran una única realidad: homogénea, idéntica, repetida, aunque en lugares diversos. No es así: los indígenas se caracterizan como pueblos, cada uno con sus propios aspectos distintivos.

Por ejemplo los pueblos indígenas de la Amazonía colombiana (a lo largo de los ríos Caquetá y Putumayo) no son - por idioma, costumbres, historia, cosmovisión - lo mismo que los Nasa que habitan en el Cauca, por cuanto unidos en la lucha por la tierra y con la total ausencia del Estado, como subraya en padre Ángelo Casadei.

Una ausencia – la del Estado – que se da desde hace un tiempo o desde siempre. El padre Hugo Pozzoli recuerda la figura de Álvaro Ulcué Chocué, sacerdote indígena nasa asesinado en 1984 por los latifundistas, así como otro líderes indígenas matados en estos últimos años en una guerra que se consideraba terminada y que en cambio vuelve a resurgir bajo otras banderas, pero con la misma absurda violencia. Y sin embargo resisten.

Distinto parecería, por el momento, el destino de los Warao de Venezuela, pueblo que habita prevalentemente en el Delta del Orinoco. Los Warao, según dice el padre Josiah K’Okal, están dejando en masa sus tierras para migrar a Brasil, empujados por el crecimiento de los problemas ambientales y, por otro lado, por la gravísima crisis social y sobre todo alimentaria.

Más tranquila parece la situación en Bolivia, país mayoritariamente indígena, presentada por sor Stefania Raspo. Posiblemente el mérito de esta relativa tranquilidad deriva también del hecho que este es el único país latinoamericano que tiene como presidente un  indígena, el aymara Evo Morales.

Habitualmente se piensa que los misioneros y las misioneras por definición deben ser personas diplomáticas o por lo menos políticamente moderadas, quizás también por conveniencia, para no perder las ayudas de los ricos. Muchas veces es así, pero otras veces sucede todo lo contrario. Padre Cayetano Mazzoleni, quien ha vivido en los ríos de la Amazonía colombiana toda una vida, teniendo que tratar tanto con los guerrilleros de las FARC como con los militares, no tiene pelos en la lengua delante de un público occidental, como para concluir su presentación con un verdadero grito de batalla: “¡Abajo las manos con la Amazonía!”

El Hermano Carlos Zacquini, con toda una vida entregada en defensa de los derechos de los Yanomami, no ha sido menos duro, también en referencia a la Iglesia que, por un tiempo, ha estado del lado o cercana o cómplice con los conquistadores blancos. “Desde hace muchos años esperaba un papa como papa Francisco, confiesa el misionero. Su Laudato si’ es una respuesta a mis expectativas” (pamo).

* Paolo Moiola es periodista e redactor de la Rivista Missioni Consolata

Ultima modifica il Giovedì, 17 Ottobre 2019 15:14
Devi effettuare il login per inviare commenti

Recenti

Missione tra gli Waorani

Missione tra gli Waorani

14 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

I diritti (spesso negati) dei bambini a 30 anni dalla Convenzione Onu

I diritti (spesso negati) dei …

14 Nov 2019 Finestra sul Mondo

Giornata Mondiale dei poveri: ecco le iniziative

Giornata Mondiale dei poveri: …

14 Nov 2019 Finestra sul Mondo

Missionaries in Taiwan: like dwarfs on the shoulders of giants

Missionaries in Taiwan: like d…

11 Nov 2019 Missione Oggi

Preghiamo per il Medio Oriente

Preghiamo per il Medio Oriente

11 Nov 2019 Preghiere Missionarie

Papa: il carcere non sia solo repressione, ma opportunità di riscatto

Papa: il carcere non sia solo …

11 Nov 2019 Finestra sul Mondo

30 anni dal crollo del Muro di Berlino. Geninazzi (Avvenire): “Fu una festa di popolo, cominciò una stagione di libertà”

30 anni dal crollo del Muro di…

11 Nov 2019 Finestra sul Mondo

XXXIII Domenica - T.O. - Anno C

XXXIII Domenica - T.O. - Anno …

11 Nov 2019 Domenica Missionaria

Perché possano vivere felici...

Perché possano vivere felici…

10 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

Nel cuore dell’Amazzonia

Nel cuore dell’Amazzonia

10 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono