Oct 19, 2021 Last Updated 7:03 AM, Oct 19, 2021

6 Tema - L'Allamano, testimone di una consolazione vissuta e comunicata

Categoria: Missione Oggi
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L’ALLAMANO TESTIMONE DI UNA
“CONSOLAZIONE” VISSUTA E COMUNICATA

L’Allamano ha vissuto e trasmesso l’esperienza della “consolazione”, intesa come unione con Dio e salvezza, partendo dalla sua speciale comunione con Maria sotto il titolo di “Consolata”. Ne è divenuto testimone autentico e ciò che lui ha trasmesso riguardo la “consolazione” gode della garanzia della sua santità.

1. L’Allamano “consolato” e “consolatore”.
La Madonna, prima di essere “Consolatrice”, è stata “Addolorata” e, quindi, ha dovuto essere lei stessa “Consolata”. Il che significa che, dopo la sofferenza per la morte del Figlio, l’esperienza della sua risurrezione fu la consolazione decisiva per Maria, che ha come autenticato in lei e dato il via al suo ruolo nella Chiesa, diventando così consolatrice dei discepoli del suo figlio e di tutta la famiglia umana.
Analogamente, possiamo ritenere che l’Allamano sia stato un uomo veramente “consolato”, intendendo con questo dire che egli è stato capace di vivere una forte esperienza di Dio, attraverso Maria. Sentendolo parlare, ma soprattutto guardando come viveva, si nota in lui come una “pienezza interiore”, una specie di “gioia spirituale”, non tanto per le sue magnifiche realizzazioni, quanto per ciò che sentiva dentro, per quello che era. Realisticamente riconosceva che Dio aveva benedetto, oltre ogni aspettativa, le iniziative cui aveva posto mano, però riconosceva pure che lui aveva sempre detto di sì a Dio, attraverso l’ubbidienza ai suoi superiori (cf. Lett., IX/2, 653-654). L’Allamano, in questo senso, era davvero un uomo consolato!

Come si sentiva lui personalmente in sintonia con Dio, così l’Allamano infondeva negli altri serenità e coraggio. Anche di ciò si è reso conto, anzi lo ha proprio voluto. Per esempio, parlando della vita di famiglia, ecco come si è espresso: «L’esperienza mia di comunità, di cui vissi tutta la vita, voglio applicarla a questo Istituto. Voi badate ai miei comandi, esortazioni ed anche desideri che ben conoscete» (Conf. IMC, I, 15). Quante volte ha detto: «Fate come me», «Provate anche voi», ecc. Si pensi anche quanto ha insistito perché non si cambiasse mai il fine missionario dell’Istituto e perché vivessimo coerentemente il suo spirito, che era appunto una spirito di “consolazione”. In questo senso l’Allamano è divenuto un efficace “consolatore”, un “testimone “ credibile della “consolazione”.

Ci possiamo domandare: perché lo spirito del nostro Padre è per noi un punto di riferimento così sicuro, che non vorremmo cambiare con nessun altro? Solo perché lo stimiamo come un uomo saggio, preparato, prudente, generoso? O non perché ci fidiamo della sua ricchezza spirituale, come uomo di Dio? Ed è proprio questa sua ricchezza interiore che lo fa diventare anche “testimone” autentico di evangelizzazione. Se l’Allamano non fosse santo, non si sarebbe interessato con tanta passione all’evangelizzazione universale e non sarebbe divenuto neppure padre di missionari. In questo senso crediamo di poter affermare che l’Allamano fu davvero “consolato”, cioè interiormente ricco fino alla santità, e “consolatore”, vale a dire apostolo dinamico anche oltre i confini della sua Chiesa.

Questa ricca identità del nostro Padre ha una precisa tonalità mariana. Non c’è dubbio che l’esperienza mariana è stata decisiva per la sua vita personale e per la sua attività apostolica. E questa esperienza mariana non è stata generica, ma ha assunto la connotazione specifica del mistero della “consolazione-salvezza”. Chissà quale spirituale ricchezza ha maturato nei lunghi anni trascorsi ai piedi della Consolata! Non conosciamo i sentimenti né i pensieri dell’Allamano quando, da quel coretto, contemplava il quadro della Vergine, perché non ce li ha confidati, ma li possiamo legittimamente supporre, leggendo la sua vita. Siamo certi che l’Istituto è stato come concepito proprio in quel coretto, durante quelle lunghe ore di adorazione, di fronte al tabernacolo, mentre il suo sguardo poteva contemplare il volto delicato della Consolata. Noi eravamo già nel suo cuore prima ancora che egli organizzasse l’Istituto, e con noi c’erano anche tanti uomini e donne che non conosceva, ma che rispettava, perché avevano il diritto di conoscere il Padre rivelato da Gesù.


2. Il rapporto personale dell’Allamano con la Consolata.
Più che di rapporto, possiamo parlare di “intesa” vitale. È davvero straordinario e di una semplicità disarmante il coraggio che l’Allamano dimostra quando parla del suo rapporto con la Consolata. Non dubita, addirittura, di affermare che la Consolata è “sua”. Ecco che cosa dice alle suore: «Vedete, siamo destinati a voler bene al Signore. Dobbiamo fare del bene, il più possibile. Mi basterebbe star lì tranquillo, Rettore della Consolata, eppure… Oggi non ho ancora visto la Madonna: stamattina, quando sono venuto via, (la chiesa della Consolata) era ancora chiusa; stasera sarà già chiusa, ed io non ho visto che la Madonna del Duomo, perché ho celebrato la Messa cantata. Ho visto quella del Duomo, ma… non è la mia…» (Conf. MC, II, 556-557). Altrove aggiunge: «benché poi sia sempre la stessa Madonna» (Conf. IMC, II, 465). Sentimenti semplici, ma belli e soprattutto indicativi di un qualcosa che c’è dentro. A ben guardare si nota una profonda delicatezza dell’Allamano nei confronti della Consolata, che commuove. Delicatezza sì, non ferma però alla sfera del sentimento, bensì dinamica, che porta all’azione in favore dei fratelli.

Ciò che colpisce maggiormente, però, è sentire l’Allamano autodefinirsi “tesoriere” e “segretario” della Consolata. Significa che ritiene di essere giunto al massimo della sua intesa con Maria, anche dal punto di vista operativo. È convinto di operare insieme con la Consolata. Commentando le Costituzioni alle suore, egli spiega il titolo dell’Istituto con queste parole: «Prima di tutto sono io che ho diritto di dare all’Istituto questo titolo, perché sono io che ho il potere alla Consolata; sono io il segretario, il tesoriere. […]. Per voi quando si parla della Madonna si sottintende sempre la Consolata» (Conf. MC, III, 17).
Ancora parlando con le suore, durante la novena della Consolata, l’Allamano chiedeva preghiere alla Madonna per due intenzioni, la prima delle quali era che la Santa Sede approvasse il miracolo per la beatificazione del Cafasso. Ecco le sue parole, che sembrano quasi uno sfogo: «Pregate la Madonna che ci faccia questo regalo. Del resto non perderemo la pace per quello se la Madonna non crede di darcelo. In sostanza io sono qui (al Santuario) tesoriere, segretario, e dovrei avere il diritto di prendere le grazie principali ed invece… Tutti vengono a dire: Io ho ricevuto questa grazia…; io ha avuto questa… Ed io? Io registro sempre… Ma pregate che il Signore faccia la sua santa volontà: è poi tutto lì, vedete!» (Conf. MC, III, 436). Infine, confida di avere fatto questo patto con la Madonna: «Tutte le preghiere che oggi i Missionari e le Missionarie faranno per (la beatificazione di) Don Cafasso, rivolgetele a loro e fateli santi, subito… incominciando dagli ultimi entrati…, e credo che la Madonna avrà fatto così… io sono il Suo Segretario… il suo tesoriere ed ho il diritto di essere ascoltato prima degli altri» (Lett., X, 51, n.3).

Se vogliamo ancora ammirare un’altra delicatezza del nostro Padre, sentiamolo mentre usa gli aggettivi “cara”, oppure “nostra” riferiti alla Consolata. Molto spesso termina le sue lettere ai missionari o alle missionarie ricordando la Consolata appunto con queste espressioni che denotano delicatezza e profonda intesa: «Il Signore vi benedica, come io prego per tutti ai piedi della cara Consolata» (Lett., 617); «Prego la cara Consolata di compiere presto la tua guarigione» (Lett., VII, 511); «Ti benedico ai piedi della cara Consolata» (Lett., VIII, 236); «Ti benedico ai piedi della nostra Consolata» (Lett. IX/2, 681); «Coraggio e la benedizione della nostra Consolata» (Lett. IX/2, 715); «Non vi dimentico mai presso la cara Consolata» (Lett., X, 156).

Chi o che cosa infonde nell’Allamano questa certezza, se non il suo intimo rapporto di fede e amore con Maria e, attraverso di lei, con il Signore? Questa sua intesa è garanzia e modello per noi. Il Fondatore non si accontenta di dire che la Consolata è “sua”, ma afferma con altrettanta sicurezza che è anche “nostra”.

3. Missionari “consolati” e “consolatori”
Considerato sotto questa angolatura, il nostro Padre ci è modello di come interpretare vivere la spiritualità missionaria della consolazione, non solo in favore della nostra crescita interiore, ma anche per trasmetterla agli altri nel nostro apostolato missionario. Si può dire che il Fondatore ci ha comunicato la propria esperienza, desiderando che anche noi fossimo, nel modo che era lui stesso: “consolati” e “consolatori”. Non dimentichiamo che il motto dato all’Istituto e posto in capo al primo Regolamento del 1901 era desunto da Is. 66,19: «Et annuntiabunt gloriam meam gentibus». Nella sua intenzione questa “gloria” da annunziare era quella di Dio e consisteva principalmente nella salvezza di tutti gli uomini, perché «l’uomo salvato è la gloria di Dio» (S. Ireneo). Il Fondatore esprimeva questo rapporto tra la Madonna e i suoi missionari con queste parole: «La Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati» (Conf. IMC, III, 577).

Anche per noi l’Allamano si è dimostrato coraggioso, insegnandoci ad esprimere la relazione con la Consolata con espressioni indimenticabili come queste: «Quanta gente vengono a pregare e portano via le grazie e i miracoli, e noi che siamo i suoi figli prediletti? Ne portiamo il titolo come nome e cognome. Sotto questo titolo è nostra Madre particolare» (Conf. IMC, I, 568); «Noi figli prediletti della Consolata, e non solo a parole, ma in realtà. […] Non è infatti la Ss. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre e noi i suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo sostenne in tutti questi anni spiritualmente e materialmente, sia qui in Casa Madre che in Africa, ed è sempre pronta ai nostri bisogni, per cui io posso dormire i sonni tranquilli…» (Conf. IMC, II, 308); «Per voi quando si parla della Madonna si sottintende sempre la Consolata» (Conf. MC, III, 17); «Vi farei un torto a parlarvi di fare bene la novena della Consolata, il cuore stesso ci deve insegnare. Noi siamo Consolatini, figli prediletti della Consolata» (Conf. IMC, II, 602). Queste espressioni non sono solo belle e indimenticabili, ma anche vincolanti.

Sulla scia del nostro Padre, noi dobbiamo essere missionari della consolazione. Ciò si deve vedere dalla priorità delle nostre scelte apostoliche, che devono essere di frontiera, cioè coraggiose, in favore degli ultimi. Ecco dove si fonda la generosità di accettare la fatica delle scelte scomode, come pure il dinamismo apostolico nell’aggredire le situazioni nuove e difficili per risolverle positivamente, senza rimpianti. Lo spirito di consolazione fa anche affrontare le situazioni nuove che influiscono sull’evangelizzazione, senza nostalgie di un sistema passato, come sono la globalizzazione, le migrazioni selvagge, il rapporto interreligioso, ecc. La “consolazione” non è statica, ma si rinnova ed è sempre attuale.

L’identità di apostoli della consolazione si vede all’esterno in uno speciale “spirito e stile di consolazione” nel rapporto con la comunità ecclesiale e con i non cristiani. Ecco perché il missionario della Consolata è per “essere in mezzo alla gente”, con preferenza di quella lontana, ultima appunto.


4. Conclusione
Quale sarà la conclusione di questo discorso? Per quanto ci riguarda come persone, la possiamo esprimere con le parole che il Fondatore ha detto alle suore, ma che valgono sicuramente anche per noi: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere» (Conf. MC, III, 275). La spiritualità della “consolazione” è via sicura per la nostra vita e per il nostro apostolato. Ce lo ricorda anche il Santo Padre Giovanni Paolo II nel messaggio per il centenario: «Non potrei chiudere queste mie esortazioni senza porre in luce che la vostra identità di missionari e religiosi si riveste d’una profonda connotazione mariana. L’Istituto, infatti, è sorto all’ombra del celebre santuario della Consolata, cuore spirituale della Torino cristiana. Lo stesso Allamano più volte ebbe modo di precisare che alla Madonna era riservato il titolo di “Fondatrice”. “La vera Fondatrice dell’Istituto è la Consolata”, amava egli ripetere. Con l’aiuto della Consolata, carissimi fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è in Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo» (n. 5). Come non sentire, in queste parole del Papa, la stessa indicazione del Fondatore: «Prima santi, poi missionari»?


5. Domande per la riflessione
- Come singoli e comunità ci confrontiamo con il pensiero del Fondatore prima di decidere?
- In quale misura la presenza della Consolata incide nel nostro stile di vita e di apostolato?
- Dove la gente nota che noi e le nostre comunità sono “consolate”, cioè, hanno lo spirito positivo trasmesso dall’Allamano?


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