Oct 27, 2021 Last Updated 1:17 PM, Oct 26, 2021

"PASSANDO IN MEZZO A LORO, SE NE ANDÒ”. MISSIONE OLTRE I CONFINI: LA NOSTALGIA DELL’ALTRO

Categoria: Missione Oggi
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Antonietta Potente o.p.

C’è un’inquietudine che sottende il gesto di Gesù nel testo di Lc 4, 30; un’insofferenza nei confronti del contesto storico che lo circonda. E’ infatti questo contesto che affiora, in modi diversi in tutto il capitolo 4, dalle “tentazioni” in avanti.

Contemplando questo capitolo, infatti, anche le cosiddette tentazioni, appaiono come l’ascolto che Gesù ha nei confronti delle problematiche dell’umano più inquieto. E’ come se Gesù fremesse, in una sorta di indignazione e passione.

Un atteggiamento che rimane quasi in sospeso nel versetto 30: passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Infatti il rifiuto degli altri non gli impedisce di continuare il suo cammino.

Molte volte, nella narrazione evangelica, Gesù sembra muoversi sospinto dalla nostalgia per l’umano disperso, stanco o in ricerca di liberazione.

E’ questa nostalgia che vorrei raccogliere per riscoprire il senso della missione. E lo faccio utilizzando anche un altro testo, direi un testo missionario, al femminile; un testo che nasce da quella strana e pesante memoria della prima comunità credente, che deve riprendere il cammino, senza la presenza corporea, reale, di Gesù.

“Non so dove l’hanno posto” (Gv 20,13) è il gemito drammatico della donna vicino al sepolcro: per riscoprire il senso profondo del disagio che dovremmo avere di fronte alla storia attuale.

Il tema centrale dunque, è l’assenza, che vorrei dipanare attorno a tre coordinate:

1. Le assenze nei contesti storici attuali

2. Coloro che crediamo gli assenti della storia

3. L’Assente

L’assenza dunque è come il principio di fondo, la motivazione e il metodo, per una vita cristiana in costante missione. “Non so dove l’hanno posto” è l’inquietudine che sostiene la nostra ricerca degli altri, al di là di ogni confine geografico, culturale, ideologico.

La missione abbandona ogni logica di proselitismo per diventare esperienza mistica del Mistero di Colui che nella storia ha lasciato solo delle tracce da ricercare nell’alterità; nei percorsi di trasformazione e liberazione di donne e uomini e di interi popoli, nelle loro sapienze e nelle loro fatiche.

Alcune premesse

Ho fatto fatica a entrare in questo testo, non come esegesi che chiunque può trovare nei più diversi commentari al vangelo di Luca, ma come esegesi esistenziale, della quotidianità della vita, perché la mia riflessione non serva solo a me, a noi, ma contribuisca alla sottesa passione che sostiene la vita: la ricerca che milioni di persone portano avanti quotidianamente, per vivere, appunto.

Il testo

Questo versetto, preso da Luca 4 ha un contesto: “Passando in mezzo a loro se ne andò”. E’ un contesto piuttosto complesso; un contesto che si dipana in vari luoghi.

Gesù si muove tra l’ispirazione che proviene dal di dentro e il contesto che lo circonda. Sospinto dallo spirito da un lato e attirato dall’umano più umano dall’altro. Da una parte il deserto che resta comunque il paradigma principale di ogni ricerca inquieta e non superficiale e dall’altra i luoghi istituzionali, culturali e religiosi. In questo caso, frequenta due sinagoghe: a Nazareth prima, e a Cafarnao dopo.

E’ interessante notare che i due luoghi - quello dello spirito che corrisponde al deserto e quello della
istituzione, cioè la sinagoga - sono due luoghi conflittuali. Ma se il primo riguarda il conflitto

dell’inquietudine per riuscire a mantenere la sua autenticità e non tradire la passione divina, quello della sinagoga riguarda l’inadeguatezza e, oserei dire, la falsità di chi gli sta attorno.

Per motivi di tempo, lascio perdere questo dell’inadeguatezza e della falsità di coloro che frequentano la sinagoga, che conoscono le Scritture, ecc., anche se ci riguarderebbe da vicino, ma mi soffermo sul primo: il deserto, la porta di entrata della vita pubblica di Gesù.

Luogo di uscita da sé, luogo di solitudine ma paradossalmente molto abitato.

A dialogare con la frantumazione della realtà, dell’umano, della storia, ci ritornerà (v. 13) ma con gli altri no, se ne va o se parlerà ancora con loro lo farà sempre in modo polemico.

Il deserto è il suo spazio, perché è lo spazio della fatica umana, non solo come dramma ma come sforzo per fuoriuscire e procedere in cammini di liberazione e superare tutto ciò che si mette in mezzo.

Le cosiddette tentazioni riportano un dialogo introspettivo, dove risuona il problema dell’umano più umano: il cibo, il potere, la morte.

Sono gridi che sorgono da contesti reali, situazioni che agli occhi di chi è abituato a stare comodo, sembrano insostenibili eppure sono gridi, quindi rispecchiano ancora la forza e il fiato che è rimasto per elevare questo urlo che ha il potere di spalancare la storia. Storie di persone che vivono e sopravvivono nonostante tutto. Grido di dolore, di chi oramai fatica a vivere e a far vivere; saccheggio delle risorse naturali del nostro pianeta, guerre fatte per trasformare i beni di tutti in risorse private (guerre per difendere l’acqua, il gas; guerre per il petrolio, guerre per i rifiuti, ecc.). Uomini e donne che vivono con la paura di perdere il posto di lavoro o la paura di non trovarlo; di lavorare e non essere pagati o, anche, di non poter pagare. Milioni e milioni di rifugiati, perché i loro popoli e la loro Terra, sono diventati inospitali, perché vale più l’industria bellica dei loro corpi lasciati in balia del proprio destino. Paradossale grido di chi riesce a mantenere il silenzio durante le torture, di chi è picchiato sotto la costante repressione fisica e psicologica.

In questa introspezione qualcuno o qualcosa si mette in mezzo (etimologia di diavolo: dia = attraverso, ballo = mettere) si frappone: ma che strano, chi si mette in mezzo tra la sua passione per la storia, per l’umano e la fatica, le domande, gli sforzi dell’umanità, subito dopo avrà un nome: saranno coloro che nel luogo religioso si scandalizzano e lo vogliono cacciare fuori e tante volte nei vangeli viene raccontata questa difficoltà del rapporto, ogni volta che qualcuno non vorrà, per esempio, che lui insegni in giorno di sabato.

Ma la sua passione per l’umano, invece, è chiara: libera, si prende cura della febbre della suocera di Pietro. Ha la consapevolezza di ciò che deve fare nella storia (per questo la solenne lettura del testo di Isaia).

La prima comunità

Ma se questa è la consapevolezza di Gesù di Nazareth, quella della prima comunità che narra del suo Signore Maestro ha un'altra consapevolezza e la sua apertura verso, il suo spostare il baricentro ha – a mio avviso - un’altra motivazione. Vorrei comunque far notare che sia per Gesù, che per la prima comunità il linguaggio è comunque un linguaggio mistico-politico: l’introspezione contemplativa della storia e la passione per la realtà reale.

Da parte mia uscirei un po’ dalle facili identificazioni tra noi e Gesù, queste intimiste imitazioni di Cristo, che non appartengono all’ermeneutica della prima comunità.

La nostra posizione nella storia attuale è molto più simile a quella confusione, sconcerto, dei primi giorni che i discepoli e le discepole vivono, dopo la morte di Gesù.

Questo evento ha suscitato solo una grande nostalgia oltre ad una grande confusione, senso di smarrimento, un senso di vuoto profondo. Probabilmente questo stato d’animo, per loro, equivale al deserto, spazio di precarietà assoluta.

Allora, permettetemi di scegliere un testo totalmente femminile, per descrivervi come penso il senso della missione tra i popoli e – prego notare il tra – e non verso i popoli. Il “tra” è di scambio; e lo scambio è sapienziale, è il desiderio che l’altro o l’altra ti dicano qualcosa che tu non conosci del Mistero e anche per prendersi cura della storia, insieme.

Il testo che propongo è un versetto reso dal contesto abbastanza drammatico: le prime ore dell’alba, dopo il sabato, quando la donna riesce ad andare al sepolcro.

La domanda è: “Non so dove l’hanno posto” (Gv 20,13), gemito drammatico della donna vicino al sepolcro. E questo versetto lo riscatto proprio per riscoprire il senso profondo del disagio che dovremmo avere di fronte alla storia attuale. Dove sta?

Attorno a noi c’è troppa assenza, qualcosa manca; è impossibile che questa sia la storia che sognava Dio e che Gesù ha raccontato più volte.

L’80% della popolazione mondiale anziana non ha sufficiente protezione sociale, vive in povertà e disabilità; quasi la metà di tutti i lavoratori della terra sono occupati in maniera precaria o irregolare, cioè sfruttati; mentre il 12% , cioè circa 842 milioni di persone, soffre di fame cronica e quasi la metà, 1,5 miliardi di persone in 91 Paesi in via di sviluppo, vivono in povertà in un mondo dove 3,5 miliardi di persone mettono insieme le stesse ricchezze delle 85 più ricche, ecc. ecc.

Allora, il nostro movimento verso la realtà, il nostro spostarci, comunque, anche se restassimo nella terra dove siamo nati e nate, è comunque uno spiazzamento in ricerca di strategie di vita e la domanda è dove l’avete posto... E’ la domanda della ricerca che si unisce alla domanda di altri e altre: esigenze, reclami, denunce, gridi reali. Dietro a questa questione ci sono storie di persone, di risorse naturali, di cose.

La cosiddetta missione è uno spostamento del baricentro esistenziale verso l’alterità; è inutile ostentare l’eroismo di chi pensa di dare qualcosa agli altri. Il movimento di uscita è il desiderio di trovare compagni e compagne di viaggio e meglio se questi o queste assomigliano a Lui, cioè portano la stessa passione per la vita. Riporto un testo ripreso dalla filosofia di Emmanuel Lévinas: L’altro volto. Non un ritratto da appendere in qualche salotto mentale a far da contorno alla propria bontà, indaffarata magari a mostrare agli altri come essere buoni [ ...] far ruotare ancora il mondo su se stessi [...] Nel suo volgersi, l’altro spezza la visione, taglia lo sguardo – decentra, fa impazzire. [...] Non solo volontà, protagonismi. Ma distorsioni e disfacimenti, irruzioni, sorprese, spiazzamenti. Abissi, rischi, infiniti. Conferme. Trascendenze. (Cfr. Emmanuel Lévinas, Franco Riva, L’epifania del volto, Servitium editrice – Macondo Libri, 2010).

Ribadisco: è l’assenza e dunque l’Assente che ci lega alla storia e noi oggi non possiamo più permettere che il mondo entri in un vortice di mendicità dove si deve chiedere tutto, dove tutto dipende da qualcuno che ce lo vuole dare o togliere, secondo logiche sconosciute.

Se noi troveremo dunque dei nuovi approcci a queste problematiche, significherà soprattutto che
siamo disposti a trovare nuovi soggetti di relazione politica, economica e mistica. Significherà che
ricostruiremo delle relazioni differenti nei nostri mondi di vita quotidiana. Significherà che la

Chiesa non scapperà più di fronte a tentativi di trasformazione nati dai popoli stessi o da un mondo totalmente laico (penso al processo di Cambio iniziato nel 2005 in Bolivia, in Ecuador, in Uruguay e una Chiesa tropo diffidente, paurosa, che non vuole appoggiare niente che non sia di sua iniziativa).

Dobbiamo ridarci una dignità e la misticapolitica, questa visione profonda e “altra”, ce lo permetterà.

L’Assente

Concludo o meglio apro alla riflessione e alla discussione, ricordando che ogni ricerca nella storia, parte dall’Assente, con la A maiuscola.

Personalmente considero questo viaggio di uscita verso, uscita da sé, una e vera propria nostalgia per una storia veramente pacificata.

Personalmente non trovo altre motivazioni, o meglio tutte le altre mi sembrano obsolete e troppo superbe.

Vi confesso che molte volte mi stanco di ripetere le frasi fatte della teologia e della ecclesiologia e missionologia e preferisco prendermi la responsabilità di condividere con la storia, la realtà reale, solo l’infinita nostalgia della mia vita, perché penso che in fin dei conti, Gesù, questo Poeta senza principio, non ha fatto altro che dirci l’infinita nostalgia divina.

Chiudo, e lo faccio con il versetto di un Salmo Sufi: “Ciò che chiamano paradiso, i palazzi, le urì, dalli a chi li cerca. Ho bisogno di Te, di Te solo ... e tutto ciò che mi hai riservato nell’altro mondo donalo ai tuoi amici; perché Tu mi basti”. (Salmi Sufi, canti della spiritualità musulmana, Icone Edizioni, Roma 2006)

Anche questi versetti sostengono in qualche modo ciò che ho disegnato fino ad ora: il percorso missionario è un percorso esistenziale di fede e di impegno politico; costruzione di una realtà reale differente.

E’ per questo che riprendo l’eco del salmo Sufi, premessa importante per ridare alla nostra esperienza un senso di gratuità.

La missione abbandona ogni logica di proselitismo per diventare esperienza mistica del Mistero di Colui che nella storia ha lasciato solo delle tracce da ricercare nell’alterità; nei percorsi di trasformazione e liberazione di donne e uomini e di interi popoli, nelle loro sapienze, nelle loro fatiche e nelle loro gioie.

Allora ha ragione il mistico islamico: Tutto ciò che si considera “paradiso”, donalo ai tuoi amici; perché Tu mi basti.

 

 

 


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