Dec 05, 2021 Last Updated 8:38 PM, Dec 1, 2021

CREDO LA CHIESA

Categoria: Missione Oggi
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+Luis F. Ladaria 

 

         Il credo niceno-costantinopolitano dopo la professione di fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo dice: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica».

         Sono le quattro proprietà della Chiesa che troviamo nel Credo del concilio 1° di Costantinopoli, dell’anno 381, secondo concilio ecumenico. Le quattro note, che costituiscono le affermazioni conciliari sulla Chiesa, sono precedute dalle parole  «Credo la Chiesa», a differenza degli articoli precedenti sulle tre persone divine. Credo in un solo Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

         La traduzione italiana, a differenza di altre versioni in lingue moderne rispecchia la distinzione latina: «Credo in unum Deum […] Et unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam». Notiamo un piccolo dettaglio curioso, nel greco originale non si trova questa distinzione, rimane sempre pisteuo eis. Nella versione latina credo in si riserva a Dio, secondo le distinzioni che già sant’Agostino stabilì:

 

Dice [Gesù] credere in lui (in eum) (Gv 6,29) non «credere a lui (ei)». Sì, perché se credete in lui, crederete anche a lui; non però necessariamente chi crede a lui crede anche in lui. I demoni credevano a lui, ma non credevano in lui. Altrettanto si può dire riferendoci agli Apostoli: crediamo a Paolo, ma non crediamo in Paolo, crediamo a Pietro, ma non crediamo in Pietro […] Che significa dunque credere in lui? Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e incorporarsi alle sua membra. Questa è la fede che egli vuole da noi. ma che non si può trovare in noi se egli stesso non ce la dà[1] .

E anche:

 

E questo è anche credere in Dio, che è certamente più che credere a Dio […] Credere in Dio significa essere uniti a Dio mediante la fede […] [Quella generazione perversa, Sal 77,8] anche se in qualche cosa ha creduto a Dio, tutta via non ha creduto in Dio, non si è unita con la fede a Dio, onde, risanata da Dio, cooperare nel bene con Dio che operava in lei[2].  

 

         Allo stesso Agostino si è attribuita nel Medioevo una triplice distinzione: «Credere illi [Deo] et credere vere esse quae loquitur; credere illum credere quia ipse est Deus, credere in illum diligere eum»[3] . Applicando alla Chiesa questa distinzione possiamo dire: Possiamo credere alla Chiesa (Ecclesiae), credere ciò che la Chiesa ci dice. Possiamo credere la Chiesa (Ecclesiam), che essa esiste, che è stata fondata da Gesù Cristo, ecc. Ma non possiamo credere nella Chiesa,  in Ecclesiam. Non possiamo consegnarci, affidarci completamente se non a Dio. Cè una distinzione fondamentale fra Dio e i suoi doni, che certamente vengono da Lui, che  hanno una propria consistenza e che ci portano a Dio. Ma non sono Dio. La Chiesa è oggetto di fede, anche se in un modo diverso rispetto a Dio stesso, perché viene da Dio, è opera di Dio è dono di Dio. Credo la Chiesa, credo ciò che la Chiesa mi dice, ho fiducia nella Chiesa. Credo i contenuti di fede che a essa si riferiscono. Ma non si deve minimizzare il legame che unisce la Chiesa a Dio. È molto interessante la espressione che ripetutamente usa sant’Ireneo: «convertirsi alla Chiesa». Chi si allontana dall’errore può «convertirsi alla Chiesa, convertere ad Ecclesiam Dei», Ireneo, Adv, Haer. I 6,3; 13,5; Policarpo ha convertito molti eretici alla Chiesa di Dio (ib.III,3,4), anche ib. V prol. «convertire alla Chiesa di Dio coloro che hanno sbagliato».  Per tanto, credere la Chiesa non va svalutato o considerato di importanza secondaria in relazione col “credere in Deum” che certamente è più importante. È intimamente legato a esso. È la Chiesa che ci genera alla fede in Dio. Ricordiamo l’antico rito battesimale: «quod petis ab Ecclesia Dei? Fidem» È la Chiesa madre che ci propone il simbolo con la struttura trinitaria, la Chiesa che crediamo ci dice che dobbiamo credere in Dio e nel suo Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo cioè nel Dio uno e trino.

         Crediamo la Chiesa, si crede in Dio nella Chiesa, perché tutti credono lo stesso, perché tutti insieme celebriamo l’eucaristia. La liturgia è il luogo privilegiato della confessione di fede, e da questa scaturisce l’amore fraterno (la fede che si rende operosa mediante la carità; Gal 5,6, cf. Ef 4,15, veritatem facientes in caritate) ad intra e ad extra, in tutta la vita del cristiano.

 

         Come gli altri articoli del credo nicenocostantinopolitano, l’articolo di fede che si riferisce alla Chiesa viene spiegato e sviluppato. Si enumerano quattro proprietà della fede: una, santa, cattolica, apostolica. Dobbiamo riflettere un po’ su queste quattro proprietà[4] per meglio capire ciò che significa “credo la Chiesa”.

        

La Chiesa è una.

 

         Esiste soltanto una Chiesa di Cristo, non molte. C’è una  intima correlazione fra l’unità di Dio di cui ci parlano l’Antico e il Nuovo Testamento  con l’unico Dio di cui ci parlano l’Antico e il Nuovo Testamento (cf. fra tanti altri testi, Dt 6,4-5; Mc 10,29; 1 Cor 8,6). Nel Nuovo Testamento questa unità divina  non è diminuita né intaccata dalla rivelazione trinitaria. Anzi, è convinzione cristiana che la Trinità sia il modo più alto dell’unità, quella unità perfettissima che, diceva San Bonaventura deve avere in sé una “pluralità intrinseca”[5]. E già all’inizio del terzo secolo Tertulliano parlava dell’unita di Dio che doveva essere creduta in modo nuovo: «… ut [Deus] nove unus crederetur per Filium et Spiritum»[6]. Dio è uno nella distinzione, e questa è la novità del monoteismo cristiano. Perché c’è un Padre Gesù, il Figlio, vuol radunare nell’unità tutti i figli di Dio dispersi (cf. Jn 11,51-52). L’unità della Chiesa, l’unità fra di noi, è radicalmente fondata nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. «Che siano uno come noi» (Gv 17,11). Si deve formare un solo gregge e un solo pastore (cf. Gv 10,16). Il concilio Vaticano II. LG 4, ha citato il ben noto testo di San Cipriano. La Chiesa è un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (de orat. dominica, 23),  «De unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata». Dunque la Chiesa non è una perché noi ci mettiamo d’accordo, per una decisione umana; è Dio uno e trino che la unisce. L’unità della Chiesa è previa alla nostra decisione e al nostro volere. Non va contro questa unità la pluralità che troviamo nella Chiesa, le chiese locali e particolari, i diversi riti, la diversità nella disciplina ecclesiastica, sempre nell’unità della fede. Nel Nuovo Testamento troviamo le ben note espressioni, la Chiesa di Dio che è in Corinto, ma non la Chiesa di Corinto. La questione terminologica ha la sua importanza ancora oggi. Sarà sempre importante segnalare che l’unione di tutti e di tutte le chiese si fa sempre nella comunione in Cristo e nello Spirito Santo. E forse diviso Cristo? (1 Cor 1,13). Noi siamo uno in Cristo Gesù. Unità nella fede, nei sacramenti, nel ministero, espressioni dell’unità nello Spirito, del dono dello Spirito.  Lumen Gentium 14: «Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli  che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa instituiti e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo   Pontefice e i vescovi» Un solo Padre, un solo Signore, un solo Spirito che dà a ciascuno i doni che distribuisce con generosità (cf. 1 Cor 12,4-11).

         Unità che è comunione, seguendo il modello dell’unità trinitaria. Per questo l’unità non vuol dire uniformità, la Pentecoste unisce tutte le lingue diverse, non le annulla. Dice Agostino, combinando i misteri del battesimo del Signore e della Pentecoste: «Là [a Babele] le lingue si dividono, qui la colomba le unisce […]. Nella colomba c’è unità, nelle lingue dei popoli c’è comunione»[7]. La “colomba” crea comunione dove prima c’era soltanto divisione.

         L’unica Chiesa esiste nelle singole Chiese, in esse e da esse; già dalla fine del I secolo o inizio del II incomincia ad apparire il primato della chiesa di Roma, quella che, secondo l’espressione di Ignazio di Antiochia, «presiede nella regione dei romani, degna di Dio, degna di onore, degna di beatitudine, di lode […], che è a capo nella carità (prokazêménê tês agápês[8]. Anche Ireneo parla di questa posizione e significazione unica della Chiesa romana[9]. L’idea dell’unità attorno a Pietro si fa strada nella Chiesa molto rapidamente.

         La lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Communionis notio (1993) parla della nozione di comunione nel senso verticale e orizzontale. La comunione con Dio, alla quale certamente spetta il primato, ha come necessaria conseguenza e come un’espansione la comunione fra gli uomini, in concreto la comunione fra tutti i membri della Chiesa, le membra del corpo di Cristo. Una comunione che ha nella sua concreta realtà aspetti invisibili e visibili. La comunione visibile nei sacramenti e specialmente nell’eucaristia è la radice della comunione invisibile dei beni della grazia. È la “communio sanctorum”, nel doppio senso della parola “sanctorum”: nelle cose sante (eucaristia in primis, e dunque comunione col “Santo”, Gesù) e anche dei santi, dei battezzati. Una comunione e un’unità che non conosce frontiere, poiché la Chiesa universale ha un primato ontologico, è la madre delle Chiese particolari.  La Chiesa universale non è una federazione o unione di chiese particolari, “non est fructus communionis istarum” (cf. ib n. 9). Nel battesimo siamo incorporati alla Chiesa universale. Chi si trasferisce da un paese in un altro o da una diocesi in un'altra dal punto di vista della Chiesa non è uno straniero, è un cittadino con pieni diritti e doveri. Questa unità della Chiesa è il motivo per il quale essa è come sacramento, cioè, segno e strumento dell’unità con Dio e del genere umano (cf. LG 1, cf. ib. 9: costituisce per tutta l’umanità il germe più forte di unità); è un contributo della Chiesa che si fonda appunto in questa unità con Dio, non in una struttura o in una organizzazione creata o voluta dagli uomini.

 

         La unità della Chiesa, malgrado le divisioni che si sono ripetute nella storia, non è andata perduta. Le divisioni fra i cristiani sono certamente dolorose, non volute da Dio, Gesù ha pregato per l’unità di tutti i credenti in lui, “ut unum sint” (Gv 17,11.22), Gesù chiedeva al Padre l’unità di tutti i credenti e le divisioni fra i cristiani contraddicono chiaramente la volontà divina. Ma, secondo il concilio Vaticano II (LG 8), la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Rispetto ad anteriori documenti magisteriali (Mystici corporis) si è cambiata la formulazione, non di dice più est, ma non per affermare una pluralità di Chiese di Cristo, ma per far vedere che al di fuori della Chiesa cattolica non c’è il semplice vuoto, il nulla. Ci sono nelle chiese e comunità ecclesiali «parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica».  

         La Chiesa è in un certo senso ferita nella sua unità (cf. CCC 817, le rotture che feriscono l’unità del corpo di Cristo), però questo non vuol dire che questa non esista. La Chiesa una non è l’unità di tutti i cristiani, cattolici, ortodossi, protestanti, in modo che ciascuno di questi gruppi sarebbe una parte del tutto. Non è questa la visione cattolica. L’unità della Chiesa voluta da Cristo è l’unità di un solo gregge e un solo pastore, un’unità che si manifesta anche visibilmente. È la Chiesa governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui. Non basta l’unità interna della fede, i sacramenti. In questo stesso contesto il Concilio parla dell’analogia non mediocre” fra la Chiesa e l’incarnazione (LG 8). C’è una corrispondenza fra la visibilità di Cristo e la visibilità della Chiesa. È la concezione cattolica della sacramentalità della Chiesa.

         Il movimento ecumenico tende a questo pieno ristabilimento dell’unità, al risanamento delle ferite, secondo la volontà di Cristo. Non è che la Chiesa cattolica si senta in possesso di tutto e che gli altri non abbiano nulla da dare o non possano dare nessun contributo positivo. Al contrario, tanti elementi di valore dovrebbero diventare patrimonio comune. (Esempio: la costituzione Anglicanorum coetibus, e gli ordinariati personali che a partire da essa sono stati già eretti nella Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia, pienamente integrati nella Chiesa cattolica conservano elementi del patrimonio anglicano nella liturgia, pietà, ecc, che possono arricchire tutta la Chiesa cattolica).

         Cerchiamo di apprezzare il dono di Dio che abbiamo con l’unità della Chiesa cattolica e la sua espressione visibile e in concreto nel ministero petrino. La Chiesa cattolica può parlare con una sola voce, ciò che spesso i nostri fratelli separati, nelle diverse Chiese e comunità ecclesiali con tutto il loro interesse non sempre riescono a fare. Dice il Concilio Vaticano II, Unitatis reditengratio 3: «I fratelli da noi separati […] non godono di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificato insieme per formare un solo corpo».  Ringraziamo il Signore specialmente in questi giorni in cui abbiamo un nuovo Papa successore di Pietro.

        

La Chiesa “santa”

 

         È la proprietà più “antica”, cioè che troviamo menzionata prima nel tempo. Ignazio di Antiochia, Tral. prologo: «Ignazio, alla chiesa santa che è a Trales in Asia, amata da Dio, Padre di Gesù Cristo…»[10]. Nelle differenti versioni dell’Apostolico appare sempre, a differenza degli altri attributi, non sempre presenti.

        Santo, propriamente nella Bibbia è Dio, ciò che è separato, diverso, dunque trascendente, non contaminato né inquinato. Anche Gesù in questo senso è “santo”: Tu solus sanctus.

         L’incontro col Dio santo ha sempre con sé qualcosa di sconvolgente. Nell’ Esodo troviamo le esperienze di Mosè, iniziando dal roveto ardente (cf. Es 3, 4-6), e le altre esperienze (cf. p. e. 19,16-19). Si può ricordare anche la visione di Isaia Is 6, che ha ispirato il nostro “Sanctus”. Dio è sempre il totalmente altro, anche con la sua benevolenza e compassione verso di noi, ci fa partecipare della vita, siate santi come io sono santo 1Pt 1, 16, che cita Lv 19,2; secondo Eb 12,10 Dio ci fa  partecipare alla sua santità.

         Gesù è anche il “santo” per eccellenza, cf. Lc 1,35; secondo Mc 1,24, il diavolo dice: «so chi sei, il santo di Dio».

         Da qui viene la santità della Chiesa; già nell’antico Testamento il popolo d’Israele deve essere diverso dagli altri popoli. Nel Nuovo Testamento troviamo la santità della Chiesa espressa in diversi modi: «sacerdozio regale, nazione santa”» (1 Pi 2,9). I santi sono i cristiani, p.e. 1 Cor 1,2:«i santificati da Gesù Cristo, chiamati santi»; 2 Cor 1,1, «i santi che sono in Acaia»; cf. anche 2 Cor 8,4.

         La condizione di “santi” dei cristiani viene dal battesimo, dall’effusione dello Spirito Santo. I cristiani sono tempio dello Spirito Santo (1 Cor, 3,16), dimora di Dio, per lo Spirito, Ef 2,26. La Chiesa è un’edificazione di pietre vive, i santi. Dio abita nella Chiesa suo popolo, come  abitava in mezzo al suo popolo d’Israele durante il tempo dell’antica alleanza.

         Per questo la Chiesa è essenzialmente santa, la Chiesa ha ricevuto da Cristo la promessa dell’indefettibilità, «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)[11]. La Chiesa non dispone della santità né dei mezzi di santificazione, li ha ricevuti da Dio e da Cristo mediante lo Spirito, i sacramenti, ecc. C’è una santità che possiamo chiamare oggettiva, che si deve distinguere, non separare, dalla santità personale, soggettiva dei membri della Chiesa. Ma pure questa deve essere presa in considerazione. In realtà è nei doni concessi ai cristiani che si manifesta in modo eminente questa santità che si trova nella radice, che viene dall’azione dello Spirito Santo, lo Spirito di Dio e di Cristo (cf. Rom 8,9). Lo Spirito Santo è come l’anima della Chiesa; Gesù «ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che il principio vitale, cioè l’anima, esercita nel corpo umano» (LG 8). San Paolo parla del ministero dello Spirito, la  diakonía pneúmatos (2 Cor 3,8). Mediante l’opera del suo Spirito Cristo è colui che propriamente agisce nei sacramenti, egli si fa presente mediante il sacerdote che agisce in persona Cristi. La garanzia dell’azione dei sacramenti che la teologia chiama ex opere operato, viene da questa santità oggettiva, dalla presenza di Gesù e del dono dello Spirito che egli ha fatto alla sua Chiesa in modo irreversibile. Il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, gode dell’infallibilità che Cristo ha promesso alla Chiesa (cf. DH 3074). La Chiesa è e sarà sempre la Chiesa di Gesù Cristo. Credo la Chiesa santa, in questo senso noi crediamo la Chiesa guidata dallo Spirito, ci fidiamo, crediamo a ciò che essa fa in noi e a quanto ci insegna. L’unione della Chiesa con Cristo è indissolubile perché indissolubile è l’unione di Cristo con la Chiesa: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per essere santa purificandola con il lavacro dell’acqua…» (Ef 5,25). 

         Nel dono dello Spirito tutti i cristiani sono chiamati alla santità. Abbiamo fatto riferimento al testo del Levitico, che il Nuovo Testamento cita, siate santi come io sono santo, e in bocca di Gesù troviamo: «Voi, dunque, siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48); «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Il Dio santo è dunque il punto di riferimento per tutti noi, questo Dio che secondo la testimonianza del Nuovo Testamento, Gesù ci rivela come suo Padre e nostro Padre.

         Se il Dio santo ci ha inviato Gesù, il Santo, e ci ha dato il suo Spirito Santo, tutti i cristiani, membri della Chiesa santa, sono chiamati alla santità. Il concilio Vaticano II ha sviluppato molto questo punto nel cap. V della costituzione dogmatica Lumen Gentium  (nn., 39-42). Ci ricorda che «Dio vuole la vostra santificazione» (1 Tes 4,3) e che, secondo l’Apostolo, noi dobbiamo vivere «come si conviene a santi» (Ef 5,3). Dice a sua volta il Concilio: «La santità della Chiesa si deve manifestare nei frutti di grazia che lo Spirito produce nei fedeli» (LG 39).  La santità significa vivere secondo i comandamenti di Dio e configurarci secondo Cristo in tutta la nostra vita. È la sequela alla quale siamo chiamati. I testi conciliari ci invitano a vivere secondo il modello di Cristo poiché tutti senza eccezione siamo chiamati alla santità: «Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ciascuno dei sui discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita di cui egli stesso è autore e perfezionatore» (LG 40). La vita della Chiesa dipende in tutto da Cristo: «Agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo ben scompaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo di edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).   

         Purtroppo il peccato e i peccatori non mancano nella Chiesa. Non mancano gli esempi già nel Nuovo Testamento. Pensiamo al tradimento di Giuda, alle negazioni di Pietro, alla fuga degli apostoli nel momento della passione di Gesù. Ma anche dopo la risurrezione di Gesù e la venuta dello Spirito Santo troviamo nel Nuovo Testamento il racconto di condotte non certamente esemplari fra i cristiani. Negli Atti degli Apostoli abbiamo il caso di Anania e Safira (cf. 5,1-11). La prima lettera ai Corinzi ci offre molti esempi (cf. 1,11-12, le divisioni; 5,1-6 il caso dell’incestuoso; 6, 1-4, liti e ricorso ai tribunali pagani; 11,20-23, abusi nella celebrazione dell’eucaristia). Nella lettera agli Ebrei 6,6 leggiamo: «essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia». Niente dunque di strano che il peccato esista nella Chiesa; va riconosciuto e non va giustificato.

         Perché infatti, dobbiamo tener presente che una cosa è la giustificazione del peccatore e l’altra è la giustificazione del peccato. Gesù è stato sempre indulgente con i peccatori ma non ha mai giustificato il peccato. Da qui la necessità di una certa disciplina nella Chiesa. E vedendo le cose ancora più in profondità dobbiamo ringraziare il Signore per il dono del sacramento della penitenza. Esso permette che la santità della Chiesa si manifesti di nuovo nei cristiani che per qualsiasi ragione si sono allontanati di Dio fonte di ogni santità (Preghiera eucaristica II).

         Così può risplendere sempre di più la bellezza della Chiesa, che diceva Ambrogio, non è ferita in sé, ma in noi[12]. La Chiesa è stata comparata dai Padri alla luna, che non ha una luce propria, ma che risplende con la luce di Cristo.

         Sant’Ambrogio ha comparato la Chiesa a Rahab, la prostituta che accolse gli inviati di Israele a Gerico (cf. Gio 2), insistendo però nella volontà di salvare tutti e non nel peccato:  «Rahab nel tipo era prostituta, ma nel mistero (in ciò che significava) è la Chiesa, vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda; meretrice casta perché molti amanti la frequentano per l’attrattiva dell’affetto ma senza la sconcezza del peccato; vedova sterile, perché non è suo uso partorire quando il marito è assente; vergine feconda perché ha partorito questa moltitudine, vendendo i frutti del suo amore e senza esperienza di libidine»[13].

         C’è peccato nella Chiesa. Certo che i suoi membri sfigurano il suo volto, ma in essa risplende la santità di Cristo mediante lo Spirito santo. Certo che la Chiesa e i suoi membri non sono completamente liberi dalla mentalità peccaminosa e dalle strutture di peccato di cui parlava Giovanni Paolo II che si trovano un po’ ovunque. Dice il concilio Vaticano II: «Fin che non vi saranno nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cf. 2 Pi 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono , sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cf, Rom 8,19-22) Anche la Chiesa, diceva Ambrogio, porta il peccato di molti[14] (analogia, non univocità, rispetto a Cristo). La santità della Chiesa è ferita in noi, ma tendiamo verso la Chiesa celeste che è santa e immacolata, senza macchia, «la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 21,10).

         Ma in questo mondo essa «in proprio sinu peccatores complectens, sancta simul et semper purificanda penitentiam et renovationem continuo prosequitur» LG 8, Anche Benedetto XVI Porta Fidei, 13, ci parla dell’intreccio di santità e peccato. Per questo la Chiesa avanza per il cammino della penitenza e del rinnovamento, da non confondere con la perenne riforma che finisce per correre il rischio di cambiare il soggetto, di pensare in una Chiesa in perpetua mutazione perché non c’è in essa niente di perenne e di stabile. Evidentemente questa sarebbe una cattiva intelligenza del rinnovamento.

 

Chiesa cattolica.

 

      Sappiamo il significato comune del termine: kath’olon, secondo il tutto, generale, totale. Incomincia a applicarsi alla Chiesa già presto. Si cita sempre il testo di Ignazio di Antiochia, Smyrn. 8,2: «Dove si fa presente il vescovo, là c’è la comunità, come dove c’è Gesù Cristo là c’è la Chiesa cattolica, katholikê ekklesía»[15]. Sembra che si stabilisca un parallelismo fra la comunità locale, riunita attorno al Vescovo, e la Chiesa universale, che abbraccia tutti. Già Agostino fa uso del termine in distinzione con gli eretici e scismatici. Questa proprietà è entrata nella denominazione ufficiale della Chiesa: Chiesa cattolica.

         Cirillo di Gerusalemme ci insegna: «La Chiesa è detta cattolica perché abbraccia tutti i luoghi dell’universo, da un estremo all’altro della terra; perché insegna l’universo scibile delle verità necessarie, nessuna esclusa, sulle cose visibili e invisibili, celesti e terrestri; perché ha come referente religioso l’universo degli uomini, capi e sudditi, dotti e ignoranti, che deve raggiungere per condurre tutto il genere umano alla vera pietà; perche evidentemente, possedendo ogni specie di virtù, offre i rimedi psicologici per guarire dai peccati di ogni genere, dell’anima e del corpo, e i modelli di comportamento nell’ordine dell’agire e del parlare, e in quello di recepire ogni genere di carismi»[16]. Vediamo dunque alcuni aspetti dell’universalità: geografico: teologico, tutta la verità; aspetto umano, abbraccia tutti gli uomini di ogni condizione; i diversi modelli di comportamento, nessun aspetto rimane fuori; carismatico, nessun carisma rimane fuori della Chiesa perché tutti sono abbracciati da essa. Dunque non è la considerazione della quantità l’unica a determinare la cattolicità; altri aspetti sono più decisivi, il senso della pienezza e della totalità, integrità della fede, universalità geografica. E non dimentichiamo che proprio perché è cattolica la Chiesa è missionaria. Deve annunziare Gesù fino ai confini del mondo, abbracciare tutta la Terra.

         La Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. In essa si danno tutte queste caratteristiche. Purtroppo oggi “cattolico” non indica la totalità dei cristiani, anche se le diverse Chiese e comunità ecclesiali continuano spesso a chiamarsi cattoliche e si considerano tali nel senso teologico profondo, però non si chiamano la Chiesa cattolica. Nell’Inghilterra e nella Germania, anglicani e protestanti per sottolineare anche la loro “cattolicità” chiamano noi, “roman-catholics”, “römisch-katholisch”. Possiamo forse scoprire in questo modo di parlare una certa nostalgia di una cattolicità non realizzata.  Cattolico dovrebbe significare più universale che essere visto in contrasto con gli altri; in questo senso preciso in cui lo siamo noi, non lo sono. Il concilio Vaticano II insiste sulla Chiesa comunità di fede, di speranza e di carità, unione di elementi umani e divini in analogia con il mistero del Verbo incarnato. anche se fuori di essa si trovano elementi di santificazione e di verità, che appartenendo alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica (LG 8). Ci troviamo con la stessa realtà che appariva quando parlavamo della Chiesa una. Fondamentale al riguardo è anche il n. 3 di “Unitatis redintegratio”: «Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà noi crediamo che al solo Collegio apostolico con a capo Pietro il Signore ha affidato tutti i tesori della Nuova Alleanza, al fine di costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra…». E il n.17 afferma che il patrimonio teologico liturgico spirituale dell’Oriente appartiene alla cattolicità della Chiesa: «Questo sacro concilio, ringraziando DioQQQuesto sacro Concilio, ringraziando Dio che molti Orientali figli della Chiesa cattolica, i quali custodiscono questo patrimonio e desiderano viverlo con maggior purezza e pienezza, vivano già in piena comunione con i fratelli che seguono la tradizione occidentale, dichiara che tutto questo patrimonio spirituale e liturgico, disciplinare e teologico, nelle diverse sue tradizioni, appartiene alla piena cattolicità e apostolicità della Chiesa»[17]   

 

         Come dicevamo quando parlavamo dell’unità, anche la cattolicità, sebbene ferita, è realizzata, non si tratta dunque di cercare la Chiesa cattolica quando tutti saremo uniti nella terra di nessuno. Tornare all’inizio? È impossibile, perché la storia non torna indietro. C’è una certa partecipazione imperfetta dei nostri fratelli delle altre Chiese e comunità ecclesiali alla cattolicità, che speriamo diventi sempre più perfetta.

 

Apostolica

         Quarta nota del simbolo niceno-costantinopolitano si trova presente anche nell’apostolico nelle diverse versioni. Gli apostoli, inviati, si usa il verbo apostellein: Mc 3,14: «…perché stessero con lui e per inviarli a predicare». Sono i dodici istituiti da Cristo per predicare e fare discepoli tutte le nazioni, principio del nuovo Israele, del nuovo popolo di Dio, a somiglianza delle dodici tribù d’Israele. Gli apostoli e i profeti fondamenta della Chiesa, Ef, 2,20 e Ap 21,14, le porte della città su dodici basamenti sui quali sono i nomi degli apostoli. È chiaro dunque il ruolo degli apostoli nella fondazione della Chiesa. Sono gi inviati del Signore come egli è stato inviato dal Padre, chi ascolta loro ascolta Gesù, non si può ascoltare Gesù senza ascoltare loro. Bisogna mantenere la loro dottrina senza mutazione, il depositum, parathêkê delle lettere pastorali. L’apostolicità della Chiesa, ci collega agli origini, la stessa Chiesa lungo i secoli, la sostanziale continuità con tutti i cambiamenti che i tempi e le circostanze storiche hanno occasionato. Anche qui si vede l’intreccio delle proprietà della Chiesa, con l’unità e la cattolicità in concreto. La Chiesa ha un perenne fondamento incrollabile. Il ministero degli apostoli continua nella Chiesa, è l’analogatum princeps del termine apostolico, che si usa in tanti sensi, leciti e giusti, ma sempre derivati e che non possono intaccare l’originalità e l’importanza unica della missione di Gesù ai dodici. Secondo il Catechismo si chiama apostolato tutta l’attività del corpo mistico per dilatare il Regno di Cristo in tutti i luoghi della terra (cf. CCC 863). Tutto viene dalla missione data da Cristo agli Apostoli.

         Diceva sant’Ireneo di Lione, Adv. Haer V, praef.: « Et veritate ostensa, et manifestato praeconio ecclesiae, quod prophetae quidem praeconaverunt […] perfecit autem Christus, apostoli vero tradiderunt, a quibus ecclesia accipiens per universum mundum sola bene custodiens tradidit filiis suis» . Apostolicità della dottrina, collegata con la successione apostolica nell’episcopato. Effettivamente, si pone per forza la questione della retta trasmissione della dottrina che Cristo ha comandato agli apostoli di predicare; la questione della tradizione, che ha un’origine apostolica. L’identità della fede degli apostoli, è certamente il punto fondamentale, ma questa trasmissione è garantita, secondo la Chiesa cattolica, dalla successione apostolica dell’episcopato. Così Dei Verbum 8, «con la successione hanno trovato un carisma sicuro di verità» (citazione di Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV 26,2, «con la successione nell’episcopato hanno ricevuto, per beneplacito del Padre, il charisma veritatis certum»). 

         Si deve conservare la fede, il depositum di cui parlano le pastorali (1 Tim 6,20). Già nel Nuovo Testamento, si pone il problema della successione apostolica. Cf. p. es. At 20,28; 1 Tim 3,1; 4,14; 5,23; Tit 1, 3. Ireneo ne ha parlato lungamente, soprattutto nel libro III del Adv. Haer., dove troviamo delle liste di vescovi, specialmente di Roma. Non è solo un aspetto esterno, formale, tutto questo è garantito dallo Spirito. Si combinano i diversi aspetti visibili e invisibili, esterni e interni. Già in Ippolito di Roma, trasmissione del ministero per l’imposizione delle mani e della preghiera. La dimensione pneumatologica è ben visibile nella preghiera dell’ordinazione del vescovo, si parla dello Spiritus principalis, pneuma hegemonikon. All’interno della struttura sacramentale della Chiesa, tutti gli elementi sono necessari, visibili e invisibili, interni ed esterni. Questa concezione della sacramentalità non è condivisa da tutti quei cristiani che si richiamano alla apostolicità. Non si vede sempre il bisogno di questa successione sacramentale, per noi essenziale. Il posto della successione apostolica va visto nella struttura sacramentale della Chiesa. Qui si gioca la validità dell’ordinazione e dunque dell’eucaristia, fonte e culmine di tutta la attività della Chiesa. La successione apostolica è un elemento fondamentale della Chiesa anche in questo senso preciso della continuità storica dagli apostoli fino a nostri giorni. Il carisma certo della verità di cui ci parlava Ireneo è legato alla successione.

         Non dimentichiamo la dimensione escatologica della apostolicità della Chiesa[18]. Gli apostoli secondo Ap 21,13-14 sono anche il fondamento della Chiesa celeste. In realtà le quattro proprietà della Chiesa di cui abbiamo parlato sono caratterizzate da questa tensione escatologica, solamente alla fine dei tempi la Chiesa raggiungerà la sua pienezza. Ma secondo il concilio Vaticano II, Lumen Gentium 51:«Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia (cf. Eb 3), mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità santissima, rispondiamo all’intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta». Anche Lumen Gentium 6: «Mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cf. 2 Cor 5,6), è come un esule e cerca e pensa le cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio fino a che col suo Sposo comparirà rivestita di gloria (cf. Col 3,1-4)». Siamo dunque già, anche se peregrinanti, in comunione con la nuova Gerusalemme del cielo.

 

 

Ecclesia mater

 

         Finiamo questo breve percorso con una breve considerazione sulla maternità della Chiesa alla quale crediamo e alla quale ci affidiamo. Ma cito prima un antico testo che ci mostra la preesistenza della Chiesa nel disegno salvifico di Dio, in unione alla predestinazione di Gesù: «Se faremo la volontà del Padre saremo della Chiesa prima, spirituale, creata prima del sole e della luna […] Gli apostoli ci insegnano che la Chiesa non è di adesso, ma del principio. Era spirituale come il nostro Gesù, ma si manifestò negli ultimi giorni per salvarci. Anche la Chiesa, anche se spirituale, si manifestò nella carne di Cristo…»[19]. L’idea della maternità della Chiesa viene dalla lettera ai Galati, dove Paolo ci spiega che la Gerusalemme di lassù, libera, è la nostra madre a differenza della Gerusalemme della terra, che è figlia della schiava (cf, Gal 4,25-26). Mater Ecclesia, e una denominazione antica molto amata dai cristiani: «Una sola est mater virgo, mihi autem placet eam vocare Ecclesiam»[20].  Sant’Agostino: «Il simbolo del santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore» (Sermo 215,1).

         Anche il CCC 167 raccoglie l’idea: «…è anche la Chiesa, nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e ci insegna a dire: “Io credo”; “Noi crediamo”». La Chiesa ci genera nella fede. E non dimentichiamo la maternità verginale di Maria, nella quale troviamo il tipo e il modello della Chiesa. Maria è la nuova Eva, che nella sua obbedienza apre la strada al nuovo Adamo che porta al mondo la salvezza, a differenza di Eva, con la quale iniziò la nostra condanna[21].  Maria è modello della Chiesa in quanto vergine che genera, prega, ascolta, offre, come ci ricordava Paolo VI nella sua esortazione apostolica Marialis cultus 17-20.

         Romano Guardini in un testo che amava molto citare Papa Benedetto, diceva chela Chiesa rinasce nel cuore dei fedeli. Si parlò, e a ragione, del XX secolo come del secolo della Chiesa. Purtroppo in questo momento in molti luoghi e ambienti sembra dominare una crescente sfiducia. Ma non dobbiamo scoraggiarci.La Chiesa è nelle mani del Signore. Credendo in lui crediamo anchela Chiesa.  Facciamo chela Chiesarinasca sempre di nuovo nel nostro cuore. Soltanto così saremo più uniti a Cristo.   



[1] In Joh. ev. trac. 29,6 (Opera 24, 656-657)

[2] En in Ps. 77,8 (Opera 26, 1012-1013),

[3] de Symbolo I (PL 40,190-191);  Pietro Lombardo, Liber III Sent. 23,2.

[4] Cf. la lunga trattazione di W. Kasper, Chiesa cattolica. Essenza-Realtà-Missione, Brescia 2012, 246-317.

[5] Cf. Quaes. de Trinitate 2,2-3.

[6] Adv. Praxean 31,2

[7] In Joh. ev. trac. VI,10 (cit. da W. Kasper, o.c., 252).

[8] Ad Romanos prol.

[9] Cf. Adv. Haer. III, 3,2.

[10] Tral. Prol.

[11] Cf. W. Kasper, o.c., 268ss.

[12] Cf. de Virginitate, 38. Prendo questo dato da I. Biffi, La casta dona di tutti, in L’Osservatore Romano 18 giugno 2010, p.4.

[13] Cf. In ev. s. Lucam III 86. Cf. I. Biffi, l.c.

[14] In ev. s. Lucam VI 21, Cf. W. Kasper, o.c, 279.

[15] Cf. CCC 830.

[16] Cath. Mist. 18,23, cit da W. Kasper, o.c. 284.

[17] Orientalium ecclesiarum, 1: «La Chiesa cattolica ha in grande stima le istituzioni, i riti liturgici, le tradizioni ecclesiastiche e la disciplina della vita ecclesiastica delle Chiese orientali. Si tratta infatti di Chiese illustri e venerande per antichità, in cui risplende la tradizione apostolica tramandata dai Padri, che costituisce parte del patrimonio divinamente rivelato e indiviso nella Chiesa universale».

[18] Cf. CCC  865.

[19] 2 Clementis XIV, 1-3.

[20] Clemente Alessandrino, Paedagogus I 6,42; cf. CCC 228.

[21] Cf. Giustino, Dial. Tryph. 100; Ireneo di Lione, Adv. Haer. III 22,4; V 19,1; Demostr. 32; Tertulliano, de carne Christi 17.


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