Dec 07, 2021 Last Updated 5:02 PM, Dec 6, 2021

ESSERE CARITÀ E FARE CARITÀ: RISPOSTA AL BISOGNO E RELAZIONE FRATERNA.

Categoria: Missione Oggi
Visite: 3025 volte

PIER ANGELO SEQUERI

 

La letteratura propriamente teologica, su questo argomento è mo­desta, poiché si tratta di un tema che richiede di essere vissuto prima di essere teorizzato. È facile, per un cristiano, dire che l’essenza del cristia­nesimo è l’amore, ma questa espressione può anche essere vuota, diven­tare un alibi. Il vero amore, in quanto tale, difficilmente riesce ad essere definito ed espresso a parole.

È per questo che, come teologo, non parlo volentieri di questo te­ma, per non rendermi complice di chi asseconda la “volgarizzazione” in cui si consuma, riempiendosi la bocca, senza strumenti comunicativi adatti all’altezza dell’argomento. L’eccessiva facilità nell’uso di questo tema rende molto difficile una vera intesa tra i cristiani più impegnati che, al momento in cui, oltre che a parlarne, sono chiamati a vivere l’amore, so­no in difficoltà.

L’amore, dunque, non è fatto di parole, ma di fatti concreti. Il fra­tello affamato non chiede tanto o solo di ricevere un pezzo di pane, che gli puoi offrire o buttare, ma chiede di stabilire anche un legame umano, quello che passa attraverso il riconosci­mento di una reciprocità che ha bisogno di farsi intendere e di essere intensa. Il mio invito è di essere guardinghi con tutte queste espressioni: amore, carità, impegno, volontariato, bisogno, dedizione... utilizzati con estrema faci­lità.

Altre parole cristiane, come l’Incarnazione di Cristo, sono oggetto di attenzione privilegiata, mentre l’amore evangelico viene usato con maggior facilità, benché non occorra minor impegno per comprenderne la natura e­vangelica.

Non è infrequente il caso di persone ignare del cristianesimo che pretendono di insegnare cosa sia l’amore evangelico, capaci di asservire ai propri personali interessi, in nome del comandamento dell’amore.

LUOGHI COMUNI DI OGGI, FRUTTO DI VICENDE DI IERI

Per comprendere alcune di queste difficoltà e per sciogliere un eventuale imbarazzo ad approfondire, com­prendere e contemplare rievochiamo qualche luogo comune, che tutti abbiamo in mente qualche modo, derivati

 

dal catechismo che abbiamo studiato, dalla predicazione corrente e che hanno influenzato la nostra lingua sulla carità. Costituiscono lo sfondo dei discorsi con cui noi cerchiamo di sviluppare il tema dell’amore cristiano.

Noi oggi viviamo ancora con una certa consistenza la memoria delle opere cattoliche del secolo scorso: i grandi santi fondatori, gli ospedali, i ricoveri, gli ospizi. La storia del cristianesimo – e la storia recente non fa di­fetto su questo punto – ci è nota attraverso una serie di luoghi comuni precisamente legati al carattere vistoso, all’importanza di molte opere cattoliche, cristiane in generale, intitolate al tema della carità e intese come espres­sione pratica di quell’aspetto della carità che è la cura del bisognoso. Ci dobbiamo però ricordare che nel conte­sto a noi immediatamente precedente le opere cattoliche della carità sono entrate anche nel contesto di una prima denuncia della aridità che contrassegnava gli stati moderni e le società moderne nei confronti della cura dell’essere umano in difficoltà. Nonostante i progressi della scienza, sussistevano divari di istituzioni civili, regimi politici che rimanevano relativamente estranei, che perseguivano progetti dentro i quali mancava l’evidenza cor­posa di questo genere di attenzione. Non si può negare che, per il fatto di aver occupato questo luogo, di aver esplicitato con i fatti l’evidenza e la necessità che una società veramente civile si occupi del bisogno altrui, anche quando è un bisogno difficile, i nostri padri hanno messo anche una certa vena polemica nei confronti – di volta in volta – della scienza, della modernità, dello stato liberale... Nel momento in cui la presenza dei cattolici sulla sce­na politica, dell’intervento organizzato dentro le istituzioni, dentro la società civile, era compressa, le opere catto­liche sono state anche un momento di aggregazione significativo per l’immagine della Chiesa che in quel momento cominciava a diventare un punto interrogativo per quanto riguardava la sua possibilità di mantenersi, mostrarsi, conservarsi come una società organizzata; una Chiesa che voleva mantenere al proprio interno una certa corpo­reità di relazioni vive e vissute, che attraversassero il terreno della vita quotidiana ma che avessero anche un’evidenza sociale. E questo fa l’importanza e la debolezza di questo secondo momento, perché nell’Ottocento accadeva ciò che accade ancora oggi. Non si può negare che la parte vitale di una parrocchia sono i gruppi che si occupano del bisogno, della cura, dell’attenzione alle persone, creando una dinamica di relazione anche tra i credenti. Questa parte assume una certa vivacità e vitalità, una riconoscibile umanità che invece l’assemblea euca­ristica – per esempio – molto più difficilmente riesce a suscitare.

Noi diciamo che la parrocchia nasce dalla Eucaristia – ed è vero – ma la parrocchia nasce, di fatto, al “ta­volo del giovedì”. Questa è una debolezza, perché la risoluzione del legame tra i credenti nel legame finalizzato al­la tutela, alla cura del bisogno altrui, è una soluzione non sbagliata, ma è una Chiesa a cui manca qualche cosa.

Di qui le polemiche di un tempo sulla differenza tra filantropia e amore veramente cristiano e le discussioni di oggi, se é impegno solo sociale e politico, se é costruzione della comunità... Teoricamente parlando siamo e­sattamente allo stesso punto di cento anni fa. Ed é un problema non proprio facile da risolvere nelle evolute con­dizioni sociali e civili, cioè in società che non sono più polarizzate dalla religione e quindi dove l’aggregazione so­ciale e l’aggregazione religiosa non fanno più tutt’uno.

1. Una comunità cristiana ancora per difetto

La soluzione precedente aveva richiesto tanti anni, tanti secoli. Non possiamo pretendere adesso in cento anni di aver già risolto di nuovo il problema. Ma occorre ricordare che è un problema aperto: c’é qualche cosa di innaturale in una comunità cristiana che vive della soddisfazione dei bisogni, fossero anche importanti e gravi. Questa é una comunità cristiana ancora per difetto perché é caratterizzata da una immagine della fraternità, della reciprocità e da un’immagine della provvisorietà e della precarietà dei beni di cui vive l’essere umano, che non hanno raggiunto la loro verità. C’é qualcosa che Paolo direbbe “secondo la carne”, che ancora lo Spirito non ha vivificato appieno. Non si può tollerare che la celebrazione della Parola del Signore, che la preghiera e l’incontro con il Signore generino semplicemente la soddisfazione del proprio dovere spirituale, siano funzionali ad una sor­ta di ricarica dell’impegno sociale e che la vitalità della fraternità cristiana si esprima soltanto là dove ci sono dei buchi da colmare. C’è qualche cosa di tetro in questa visione, di mortificante, che Bonhoffer aveva già segnalato: “Questi preti che, invece di essere al centro di tutto il villaggio, se ne vanno nell’ombra guardando nei posti dove si sta male, approfittandone per piazzare il loro articolo... Non è un’immagine bella dell’Evangelo. La divarica‑

 

zione e la sostituzione vicendevole degli ambiti finisce per produrre una relazione con Dio che non ha nulla a che fare con la storia dell’uomo oppure, all’opposto, una comunità cristiana che vive al di sotto delle possibilità del Vangelo anche il rapporto con il prossimo”.

La storia denuncia implacabilmente questa stortura: la storia dell’accudimento e della cura diventa storia della gestione e dell’organizzazione del bisogno altrui... Diventa un’altra cosa rispetto alla quale il legame della fraternità cristiana resta soltanto nella parola del Vangelo che si pronuncia.

Bisogna ricordarsi che noi veniamo da questa esperienza, ne teniamo vivissima l’esperienza costruttiva, ma siamo avvertiti anche di una certa ambiguità: che l’uso della cura e della attenzione dell’altro in funzione di polemi­ca con la società civile oppure in funzione di strumento che rende “veramente vera” quella preghiera, quella cele­brazione, quella liturgia che altrimenti non significano niente, denunciano come un pericolo.

Noi conserviamo la memoria di altri due luoghi comuni, che, a loro tempo, servirono anche ad aggiustare certi concetti, ma che ora dobbiamo rivedere.

2. “La carità non deve sostituire la giustizia”

Un luogo comune è quello che indica la precisa distinzione del luogo della carità da quello della giustizia: la giustizia è normata dalla legge, è legata al potere e vive essenzialmente di un’equa prestazione. La carità invece non è vincolata, è impossibile rinchiuderla in qualsiasi legge e vive della pura, gratuita e libera opera del cuore. È una distinzione che, a suo tempo, è servita per dare ossatura e forma al tema della carità. Questa linea si è svilup­pata fino a qualche decennio fa, fino al ‘68. La critica - che tutti conosciamo - delle elemosine, dell’impegno cri­stiano che, oltre ai suoi doveri religiosi, in più, quando può, dà qualcosa del suo superfluo. L’idea è che, invece, molte di queste attenzioni dovessero essere riconosciute sotto la forma del dovere e del diritto: dovere di dare e diritto a ricevere.

Dovere e diritto che il cristiano aveva necessità e urgenza di riconoscere come obiettivo, fondato, con­gruente con l’Evangelo (“La carità non deve sostituire la giustizia”, era il linguaggio di allora) e soprattutto tema di dialogo essenziale con la società civile (per evitare polemiche pretestuose: “Loro fanno la giustizia, noi la carità”) che andava integrando dentro il concetto della giustizia – e del diritto, la tutela dei bisogni, che un tempo erano per così dire abbandonati a loro stessi.

A distanza si comprende però bene che anche questo schema - del quale ci possiamo ancora servire con una certa utilità - risponde a una certa ambiguità. Noi infatti abbiamo capito che una giustizia che sia esclusiva­mente affare della legge finisce per non essere più giusta quando il tema su cui deve cadere la norma è un rappor­to umano. E’ il pane all’affamato che non si sbatte lì. Non basta averlo dato!

E viceversa, siamo ormai consapevoli che c’è un modo particolare di intendere la gratuità, la libertà, il “sentirsi di fare...”, che lascia il fratello nel bisogno ad aspettare per una vita che arrivi il momento che tu ti senta di aiutarlo: una eccedenza della carità che, consistendo nel fatto che è il di più, finisce per essere ‘in più’. Il di più è anche il pleonastico, il superfluo, ciò che non è necessario.

Faccio un esempio che viene dalla predicazione, che riassume la svolta che abbiamo realizzata in pochissi­mo tempo intorno a questo primo complesso di temi che riguarda la carità come impegno, attenzione al bisogno dell’altro e anche ci indica con chiarezza il problema nel quale noi ci troviamo che, anche se sono mutati vistosa­mente i fattori, è lo stesso dei nostri padri dell’Ottocento.

Prendiamo una persona di mezza età, che ha frequentato il catechismo un bel po’ di tempo fa, ma non è proprio del medioevo. Questa persona, da giovane, va in chiesa e sente il parroco che tuona così: “Non mi im­porta niente che tu mi dica che ti dai da fare per questo, che soccorri quell’altro, che sei venuto in aiuto a uno che aveva bisogno....Questa è pura filantropia. Un buon cristiano viene alla Messa, si confessa, fa la comunione, prega! Tu dici: faccio del bene, sono onesto, mi comporto bene, nella mia professione sono trasparente, cerco di dare del mio meglio. Tutto questo ancora non è niente. Ciò che è essenziale per il cristianesimo è la fedeltà al proprio dovere religioso”. Poi si diceva anche della carità, che era fondamentalmente una virtù privata: ancora oggi la maggior parte delle persone si confessa soprattutto di questo, dei malumori. La carità era socialmente

 

l’elemosina e individualmente una sorta di virtù dello stemperamento dei problemi: non prendersela, non avere ri­sentimenti, non litigare....

Questo giovanottello si fa una famiglia, ha dei bambini che vanno al catechismo, diventano già grandicelli, va in chiesa (spesso il parroco è lo stesso) e lo sente tuonare così: “Non mi importa niente che voi mi diciate: ma noi veniamo a Messa, facciamo la comunione, ci confessiamo, ecc. Il vostro prossimo che è sulla strada, che gia­ce nudo, abbandonato, ecc. (che poi quelli in queste condizioni sono pochi casi ben definiti): questa è l’essenza del cristianesimo. Se no, venire a Messa, dire le preghiere, ecc. è vuoto formalismo. E’ una Chiesa che si rin­chiude nelle sagrestie...”.

In venticinque anni lo stesso parroco ha mutato l’essenza del cristianesimo! Non i dettagli sulla Madonna di Fatima piuttosto che sulla processione del venerdì santo: l’essenza. Perché dice esattamente: “Non significa niente se non...”. Ieri non valevano niente tutte le opere buone se non vieni a Messa. Oggi ti dice: tutte le Messe che puoi ascoltare non valgono niente se abbandoni il tuo fratello.

Sono due cose vere, ma non nascondiamoci dietro un dito. Qui abbiamo la sensazione che sia avvenuto un grave capovolgimento, ma che cosa abbiamo noi in mano, che cosa abbiamo da spendere per far fronte a queste due sollecitazioni? La stessa moneta, gli stessi tre o quattro concetti di prima: carità, prossimo, opere buo­ne, elemosina, tempo libero. Adesso diciamo volontariato, ma lo diciamo nello stesso senso dell’elemosina. Vo­lontariato precisamente perché nessun cristiano deve essere obbligato. La Messa è obbligata e invece la cura del prossimo ancora è volontariato. Nel dizionario di teologia morale i peccati contro la fede sono l’eresia, l’apostasia, le affermazioni che quella cosa, scritta in quel modo, sia falsa. Non ho trovato cinismo, peccato grave contro la fede, che certo merita l’allontanamento dalla comunità viva del cristianesimo. Ma non c’è. E lo chia­miamo appunto volontariato.

3 Del sottrarsi della società civile alla sfera religiosa

Riferisco di un fenomeno che ha segnato la fine di una certa parabola.

Le opere cattoliche del secolo scorso – non possiamo negarlo – contenevano anche una certa componente utopica, l’idea, cioè, che organizzandosi su questo terreno si sarebbe potuto riconquistare il terreno politicamente, o civilmente, perduto per l’avanzata del moderno, della democrazia, ecc. Oggi nessuno, o quasi nessuno, pensa più di imprimere questa mira di contrapposizione all’opera della carità. E nondimeno è avvenuto un fatto nuovo, che è stato un po’ siglato dal Concilio Vaticano II: la Chiesa ha giudicato come irreversibile quell’aspetto della secolarizzazione (del sottrarsi della società civile alla sfera religiosa) che consiste nel carattere tendenzialmente neutrale delle opere sociali, che diventano opere istituzionalmente condivise, sostenute, gestite dalla comunità civi­le attraverso gli organi dello Stato. Inevitabile perché riconosciuto come tutt’uno con il concetto di democrazia. Pluralità dell’ispirazione individuale o di gruppo e tendenziale, formale neutralità delle istituzioni che provvedono al bisogno nel momento in cui interagiscono, vengono assorbite o addirittura si identificano con la comunità civile tutta.

Insieme – e in apparenza coerentemente, mentre in realtà era curiosamente in contrasto – si è sviluppato negli anni ’60 e ’70 una certa demonizzazione della qualità teologica dell’impegno politico. Una questione che i nostri padri, nell’ 800, avevano già superato con il loro schema un po’ rozzo: la questione politica e civile appar­tiene alla natura (è tema della filosofia – dicevano gli scolastici), mentre la carità, l’amore soprannaturale, la grazia appartengono alla sfera del soprannaturale. Qui c’è stata come una ripresa di questo nesso. Mentre sembrava si andasse affermando nella coscienza della Chiesa l’idea di questo aspetto della secolarizzazione, e cioè una certa neutralità di principio dell’idea, delle convinzioni che ispirano la cura del bisogno, si trattava in realtà di una specie di rigurgito, nel senso che doveva passare anche attraverso il cristianesimo, del tema della crisi delle ideologie, denunciato per la prima volta da Paolo VI. A quel punto si cominciò a dire che non c’era neanche più bisogno di difendere questo concetto di neutralità perché di ideologie, cioè sistemi di pensiero così ostinati nel far valere e­sclusivamente la loro idea di cura, di attenzione, di uomo, di bisogno, di amore..., ormai non ce ne sono quasi più. E quelle poche che sono rimaste sono un po’ traballanti anche loro. Vedi un’idea politica del cristianesimo,

 

che in quel momento si ricomincia a criticare, vedi il marxismo, che sempre più tende a prendere distanza da que­sto nocciolo ideologico e a farsi valere come una forma di critica analitica, razionale della politica, della economia, della società civile.

Ma si vede che noi avremo bisogno ancora per un po’ di qualche sostituto e così, sempre in continuità con questa altalena, adesso c’è una certa enfasi sul concetto di Stato sociale, che sembrerebbe la quadratura del cer­chio. Finita la caduta delle ideologie, la Chiesa dice che il terreno che deve essere accettato da tutti deve essere neutrale. Per fine delle ideologie intendo la fine di quei sistemi di pensiero che pretendono di dare una spiegazione globale, definitiva al sistema della convivenza sociale. Inizia a galoppare un senso di abbandono: il singolo cittadi­no, abituato ad uno Stato che è padre e a una Chiesa che è madre, non sa più a chi rivolgersi per i suoi bisogni. Lo Stato, le leggi, il sistema, l’apparato politico si è trovato investito di una grande richiesta di tutela dei bisogni: salute mentale, benessere, scuola, educazione. Lo Stato moderno, che già era su quella strada da tempo, ha co­minciato a recalcitrare. E, tutte le volte che la cosa si fa molto accesa, cede un pezzo di terreno. “Se su questo punto tutti mi chiedono che io provveda a colmare quei bisogni che sono anche bisogni di senso, di un certo mo­do di sentirsi sostenuti, aiutati, sorretti, orientati, utilizzati, io qui non sono in grado e piuttosto questo pezzo lo ce­do. Se prima mi occupavo della educazione, adesso mi occupo solo dell’istruzione”.

È curioso a questo punto che noi, avendo un modello un po’ vecchio, pensiamo di poter aggirare questo tema – sul quale dopotutto la Chiesa ci ha indicato una strada abbastanza trasparente – enfatizzando il concetto di uno Stato che invece si organizza precisamente in funzione della soddisfazione di quei bisogni che le ideologie e le piccole società totali, i piccoli sistemi di pensiero hanno dovuto abbandonare. Non sarà mai più in grado lo Stato, a queste condizioni. Non ce la fanno più i sistemi che erano organizzati intorno alla convinzione di poter dare delle persuasioni, degli obiettivi, dei fini, una morale, e ce la deve fare uno Stato formale, organizzato sulla base di una democrazia formale per definizione?

Se mai sarà il caso di rivedere i termini del patto sociale che tengono in vita una comunità civile, non di fare leggi che assicurino più o meno la capacità dello Stato di farsi padre o madre della società civile.

IL CONCETTO DI VOLONTARIATO

Sulla base di questo spunto, illustro un paio di antinomie, di contrasti che si generano in questa situazione.

Da parte della Chiesa, della sensibilità della comunità cristiana, in questi anni, c’è una certa sovradetermi­nazione ed enfatizzazione, del concetto di volontariato come ideale dell’impegno cristiano e di appartenenza alla società. Ma, quando lo chiami volontariato e alludi precisamente a qualcosa che è oltre la professione, il ruolo sociale, l’impegno familiare..., hai accettato di omologare, di firmare in bianco lo svuotamento del contenuto so­ciale del legame familiare, del crescere i propri figli – e non solo quelli degli altri -, del legame con la propria pro­fessione, con la qualità del proprio servizio, con la rettitudine dei propri rapporti vincolati e vincolanti.

Il concetto di volontariato come l’ideale del cristianesimo porta alla convinzione che, per poter realizzare questa forma libera e nello stesso tempo molto impegnata di accudimento del prossimo bisogna come uscire e dalla Chiesa e dalla società civile. Volontariato... è l’uscita dal legame sociale istituito e organizzato che apre lo spazio della qualità? È l’uscita, o lo stare ai margini della comunità ecclesiastica quale essa veramente è, per tro­vare quel momento in cui “veramente” è possibile esprimere seriamente legami di fraternità e occuparsi seriamen­te del prossimo?

Abbiamo anche una legge sul volontariato che contiene questa antinomia. È una legge generosamente costi­tuita su uno sfondo di pensiero che è quello del volontariato cristiano, volontariato come il luogo nel quale effetti­vamente si mettono a disposizione risorse vitali per l’altro ma che, per ragioni economiche, giuridiche, politiche, legislative, non sono mai al momento del tutto disponibili. Nello stesso tempo c’è uno spirito che pervade tutta questa legge che tratta il lavoro con l’handicap alla pari della caccia e della pulitura dei prati e che mette in chiaro fin dall’inizio che queste attività non solo non devono essere, ma, per definizione, devono essere ‘leggere’. Se fossero ‘pesanti’, lo Stato non le potrebbe lasciare al volontariato. La stessa considerazione vale per la comunità ecclesiastica.

 

Di fatto poi, sul terreno reale – e questa è l’antinomia civile – noi sappiamo bene che oggi la società civile e lo Stato molto contano su questo sostegno anche se hanno avuto cura di indicarlo come pleonastico, non profes­sionale, vago, cosa del tempo libero. Invece la professionalizzazione del rapporto con la malattia mentale, con l’handicap, col bisogno, con la povertà, a motivo di quella pregiudiziale ideologica che la esige neutra per essere ‘civile’/’civica’/pubblica, finisce per essere un po’ cinica, dovendosi tenere un po’ sempre ‘a lato’: collocazione impossibile, quando si tratta di entrare in rapporto con un essere umano. Ed ecco che la società’ “civile” torna ad aver bisogno del ‘regalo’ del volontariato.

È il circolo del perfetto svuotamento. Noi rischiamo di sottoscrivere lo svuotamento del contenuto umano della professione della cura, in tutte le sue forme, esaltando al contempo il carattere ‘leggero’, da tempo libero, di quelle relazioni, di quelle azioni che vanno invece a porre l’intervento ‘pesante’, che nessuna legge è in grado di garantire, almeno nella sua specifica pesantezza.

Si tratta di essere un po’ avvertiti. Non dobbiamo lasciar cadere nulla di ciò che è valido alle iniziative di volontariato in corso, ma avere il coraggio di essere avvertiti di questa idea curiosa, che, nell’ambito della carità cristiana è attenta ad affermare l’essenziale, ma poi accetta che il suo contenitore sia una figura ‘leggera’: il volon­tariato. Leggera civilmente e leggera ecclesiasticamente, perché , comunque, non è neppure peccato veniale.

Se hai qualche leggero dubbio sulla qualità (dico la qualità, non la verità) del concetto di transustanziazione per spiegare l’Eucaristia sei subito in zona di pericolo, mentre, riguardo all’opera della relazione con l’altro che lo tiene in vita, non ti può succedere niente. Non devi neppure confessarlo.

Suggerisco due tratti di forza per inquadrare il nodo di queste difficoltà. Due idee guida che ho trovato negli scritti di don Luigi Monza: una è “come gli Apostoli”, e l’altra “urge ricordare l’amore di Dio”. Due contributi po­sitivi per sciogliere quei nodi che avvengono all’interno di una pur meravigliosa vitalità dell’opera cristiana nei confronti della cura del bisogno, che certamente è frutto dello Spirito. Occorre tuttavia il coraggio di andare a fondo dei nodi, per evitare che si introducano con parole nuove e più moderne vecchie difficoltà.

COME GLI APOSTOLI

Nella morale della fede c’è l’apostasia, l’eresia, ecc., ma non c’è il cinismo. Pensate a quel tema della cari­tà evangelica che noi confondiamo disinvoltamente con il concetto dell’amore del prossimo che, invece, é il con­cetto della fraternità: quel tipo d’amicizia che si stabilisce tra Gesù e i suoi e che è il rispecchiamento del legame che unisce Gesù al Padre. Il comandamento è: “Amatevi (non amatemi) come io ho amato voi”. Questa relazione genera la sostanza di una fraternità che è in grado di farsi valere, in virtù della fede comune, rispetto ad ogni altra differenza.

La Chiesa ha timidamente tentato di rilanciare questo tema, ma il tentativo è finito in niente nel giro di una decina d’anni. Parlo degli anni Ottanta. Noi siamo oggi in sospeso intorno ad un concetto di appartenenza alla Chiesa che, o è quello della parrocchia (e alla parrocchia si appartiene come alla USL.) - che è una cosa bella del cristianesimo, perché é forse l’unico punto veramente accogliente che il cristianesimo ha, ma è anche un para­dosso: voi potete venire in chiesa e fare la Comunione, e potete anche essere scomunicati, che non succede nien­te; potete non essere credenti, potete essere atei e libertini: se venite io ve la do! -, o è l’inseguimento continuo di quel piccolo gruppo di relazioni brevi che dovrebbe in realtà realizzare la Chiesa e di fatto la sostituisce.

Perché, in genere, non esiste in nome del legame con il Signore, ma in ragione di qualche obiettivo specifi­co, di qualche azione comune. Non è che, normalmente, chi non entra nel circuito di queste relazioni nelle quali si tiene in vita la comunicazione della fede abbia la percezione che la sua appartenenza alla Chiesa è gravemente colpita. E il gruppo cerca di avvicinarsi alla forma della fraternità evangelica ma spesso se lo consuma e se lo gio­ca in una specie di vischiosità delle affinità elettive (gruppi di spiritualità che sono in realtà salotti, gruppi di rifles­sione, di incontro...).

Questo nonostante tutto il bisogno, la sete che c’era negli anni ’80 e c’è tutt’oggi di una relazione fraterna, cioè di una relazione che riesca a sopravvivere al totale stravolgimento per cui ogni relazione, per essere profon‑

 

da, deve consumarsi nell’erotico e riesca insieme a sottrarsi alla burocratizzazione dei rapporti. Ci sarà una via di mezzo tra la passione di Tristano e Isotta e il rapporto che si ha con lo stesso cliente del salumiere. Il concetto di fraternità cristiana è il concetto di carità evangelica declinato sul ‘come gli apostoli’, su quella forma che Gesù as­segna al rapporto tra coloro che sono credenti. Se noi con troppa facilità adoperiamo il concetto di fraternità (che è anche della rivoluzione francese, dei ragazzi che, a quindici anni chiamano amico uno che hanno visto per la prima volta un’ora prima), noi continuiamo ad appiattirlo su questo rapporto indistinto che anticipa una relazione che non c’è (con la maggior parte degli esseri umani non abbiamo relazioni fraterne: le relazioni fraterne non sono tutte le relazioni sociali di una certa piacevolezza, o di un certo interesse, o di un certo impegno). C’è un legame specifico: al legame del sangue qui si sostituisce l’Evangelo.

Anche quando i bambini vengono educati usiamo un linguaggio che presenta i compagni come ‘amici’ in questi termini: ma le classi di catechismo si formano e si disfano esattamente come le classi della scuola. E va be­ne così.

Ma, da qualche parte, bisognerà che questo vocabolario, questa lingua, ritorni a rivestire il proprio oggetto specifico. Per il fatto che sei credente come me e con me, io e te abbiamo una relazione che ci consente una certa ‘libertà di manovra’ anche se non siamo stati a scuola insieme. E anche se non frequentiamo lo stesso gruppo.

Recupero impossibile in una dimensione che privilegia il rapporto burocratico. Ma impossibile anche inven­tandosi l’idea che il piccolo gruppo di cucciolotti che si strofinano l’un l’altro per ciò stesso diventi una comunità cristiana viva e vitale. Perché la questione è nella fede, non nelle affinità elettive. È il fuoco dello Spirito Santo, non la tempesta ormonale che crea questa fraternità. E noi continuiamo a dire del signore, della signora, del sa­cerdote con il quale siamo al tavolo della parrocchia: “L’amore cristiano è volersi bene come fratelli, perdonarsi l’un l’altro, rispondere nel bisogno, amare anche il proprio nemico...”

Io certe volte un po’ mi offendo perché dico: “Mi vuole bene come al proprio nemico”. Certo che è il Vangelo a dire che bisogna voler bene ai propri nemici, ma io ho qualcosa in più del suo nemico!

Voglio dire che c’è una figura, una forma e dei simboli di una relazione radicale che non si applica sempre, indistintamente al rapporto fraterno. Il rapporto fraterno chiede la reciprocità: io ne ho diritto. Nei confronti dell’altro credente ho dei diritti e dei doveri di fraternità. Non mi basta che mi voglia bene come al samaritano.

Dare contenuto e forza, sviluppare questa differenza è una faccenda per la quale non basta richiamare in genere l’amore del prossimo, l’amore fino alla morte, il dare la vita per l’altro. Mi accontenterei che mi desse la mano anche al di fuori della Messa, tanto per cominciare. E non soltanto perché sono della commissione liturgica o di quella che raccoglie la carta, ma perché sono un credente.

La povertà, l’asfissia di questa dimensione è certo che, da qualche parte, anche se non ci si accorge, finirà per sottrarre sostanza e vitalità all’insieme delle opere mediante le quali pur sempre si cerca di condividere con il fratello l’attesa della morte e dell’incontro con il Signore.

L’opera della carità cristiana si contraddistingue perché è la relazione mediante la quale, sapendo che non si può distruggere il bisogno e sapendo che non si può rendere eterno questo corpo mortale, si rende vivibile per sé e per il fratello l’attesa della morte e dell’incontro con il Signore che viene. E vivibile vuol dire anche felice, piena di energia, vuol dire che non ci si arrende di fronte a niente, che non si fa dipendere la vita dal fatto che si può andare alle Bahamas piuttosto che... Vuol dire che si è disposti ad inventare qualunque cosa e a non dire mai: “Non c’è niente da fare”. Però è questo ciò di cui abbiamo bisogno, che milioni di cittadini in questo Occi­dente destinato alla corruzione chiedono allo Stato sociale e non avranno mai: di essere sostenuti nell’imminenza della morte, che mille segni ogni giorno avvicinano a noi. Ecco cosa significa mettere in ogni relazione che accudi­sce, che cura, che nutre, che riveste, che diverte, che rende felici, che dà benessere... ciò che è essenziale: io so ciò che molti ignorano, che la morte è il momento del Signore che viene. Comunque sia, e per quanto terribile es­sa sia, la morte è il momento del Signore che viene. E noi viviamo meglio che possiamo, con l’aiuto del Signore, in attesa di lui.

Non c’è nessuna ragione per cui si debba rimanere a distanza, in condizione inferiore alla propria fede. At­tenderemo insieme.

 

E se siamo richiesti di metterci un braccio perché l’altro ne ha uno più corto, ce lo metteremo, in modo che il nostro resti per un po’ meno libero nel suo movimento. Ma ciò che è essenziale è che noi viviamo, ci facciamo compagnia, ci amiamo, facciamo dei figli in attesa della morte che molti ignorano essere il luogo del Signore che viene, nel quale noi verremo accolti indipendentemente dal fatto che siamo samaritani o pii israeliti, che non cam­miniamo, ecc. Siamo chiamati a rendere persuasi di questo.

E questo gesto, questo legame, ha una sua natura secolare, è in vista della evangelizzazione. Non è imme­diatamente l’opera di conquista e di edificazione della Chiesa: è la testimonianza dell’amore di Dio. Lo sappiamo bene dall’Evangelo che qui non c’è ricatto, non c’è necessità di scambio: “Ti guarisco e tu diventi discepolo”. C’è chi è guarito ed è tornato a casa. E a quello che fa la domanda dice: “Vai e fa lo stesso”. Non: “Vieni e seguimi”.

Sono due cose che si collegano, ma hanno anche uno snodo. Perché il carattere radicale della carità cri­stiana (che le grandi figure, come quella di don Luigi Monza, nella loro enorme semplicità, in realtà, magari con un linguaggio che non gli corrispondeva, hanno sempre saputo conservare, incantando la gente) è che la qualità dell’amore cristiano é tale che in quel momento non gli interessa neanche più della sua Chiesa, pur di non dare nemmeno l’impressione, pur di non farli sfiorare neppure dal pensiero che noi siamo in funzione di altro.

Ma nello stesso tempo io, piccolo miserabile credente sacerdote e teologo, se non trovo almeno un altro con il quale la relazione non ha bisogno di questo ricatto ed é anche edificata sul libero scambio della fede, presto non avrò più le forze neppure per attendere gratuitamente e disinteressatamente l'arrivo del Signore con il mio fra­tello che magari non ne sa niente.

Ecco le due cose che non vanno confuse e chiedono di essere riannodate. Al di là dei discorsi un po’ fu­mosi sulla comunità e sulla Chiesa che é una comunità, ci sono dei problemi che attendono di essere dipanati. Ma noi abbiamo bisogno di un’esperienza elementare e di base in cui queste due cose mostrino la loro relativa diffe­renza e il loro rapporto: l’amore del prossimo a questo punto é un concetto troppo generico e indifferenziato, al­meno nella nostra lingua. Esso deve contenere insieme l’educazione, l’esperienza di queste due forme fondamen­tali della vita, che non possono mancare a nessun cristiano: la forma della fraternità fondata sulla fede e la forma di quella prossimità con l’altro essere umano che é fondata semplicemente sul fatto che per ogni essere umano, credente o non credente, la morte é l’arrivo del Signore. E io so che la cosa giusta é farmi trovare con questo quando il Signore arriva.

 

 


Recenti

Finestre sul mondo

06 Dic 2021 Finestra sul Mondo

Avvento. Andate incontro allo …

06 Dic 2021 Preghiere Missionarie

Cominciamo dalla periferia di Caracas. Visita canonica in Venezuela

Cominciamo dalla periferia di …

06 Dic 2021 I Nostri Missionari Dicono

Sud Africa. Breve scorcio su 50 anni di presenza

Sud Africa. Breve scorcio su 5…

06 Dic 2021 I Nostri Missionari Dicono

Questa partenza? uno dei gol p…

06 Dic 2021 Missione Oggi

Finestre sul MONDO

30 Nov 2021 Finestra sul Mondo

II domenica di Avvento. Anno C…

30 Nov 2021 Domenica Missionaria

Avvento. Un dono da accogliere

29 Nov 2021 Preghiere Missionarie

Essere giovani nell’Amazzonia

Essere giovani nell’Amazzoni…

29 Nov 2021 I Nostri Missionari Dicono

ARGENTINA. Missione quattro per quattro

ARGENTINA. Missione quattro pe…

29 Nov 2021 I Nostri Missionari Dicono