May 17, 2022 Last Updated 10:53 AM, May 17, 2022

L’OPZIONE PER I POPOLI INDIGENI IMPEGNO MISSIONARIO DELLA CHIESA LATINOAMERICANA. IL CAMMINO DELLA CHIESA LATINOAMERICANA DAL VATICANO II AD APARECIDA

Categoria: Missione Oggi
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P. Gaetano Mazzoleni, IMC

 

 

Le allocuzioni del Papa Giovanni Paolo II rivolte alle popolazioni amerindie, dal 1979 al 1992, non furono accidentali ne circostanziali. La Chiesa missionaria latinoamericana fin dall’inizio dell’incontro/scontro di due mondi diversi fu sempre attenta alle problematiche, negative nella maggioranza, causate alle popolazioni amerindie.  

 

L’attenzione pastorale al “ri-sorgere” dei popoli amerindi come soggetti sociali nella chiesa latinoamericana è stata ispirata soprattutto dalla spinta pastorale missionaria provocata dal Concilio Vaticano II (1962 – 1965), con un cambio radicale di atteggiamenti nella chiesa verso questo settore della popolazione.

A partire dalla metà del 1960 si iniziò in America Latina una  complementarietà tra la pastorale della chiesa missionaria e le scienze sociali: antropologia, linguistica e sociologia, considerandole come scienze ausiliari nella prassi missionaria.

 

Le popolazioni amerindie nell’attualità si sono trovate e si trovano tutt’ora di fronte a una realtà fondamentale: "l'incontro con la propria identità culturale." Da un approccio che potrebbe apparire anche semplicista, la storia indigena dell'America Latina si potrebbe dividere in tre tappe: l’anteriore alla conquista che fu la tappa del pacifico possesso delle proprie terre e della propria cultura; quella che corre dalla conquista fino al secolo XX, che si può considerare come la tappa dello scontro, della sottomissione, dell'assimilazione di un'altra cultura e della sparizione di molti elementi della propria; infine una terza tappa, quella attuale che, a partire dagli anni 1960, si potrebbe caratterizzare come la tappa del recupero. I popoli indigeni cercano oggi di ritrovarsi e di recuperare, oltre alle terre e ai territori, la propria identità ed autonomia, le culture, i loro sistemi di vita e di governo.

 

Questi aneliti si scontrano con gravi ostacoli: da una parte l'influsso della società maggioritaria o nazionale i cui valori ed antivalori, forme di vita, criteri e modelli di azione conformano un'atmosfera che circonda ed impregna i popoli indigeni e dall’altro l'acculturazione e il cambiamento culturale favorito dalla “modernità” che li ostacola a identificarsi pienamente con i loro antenati.

 

Non si può, oggigiorno, ignorare l'esistenza di circa 45 milioni di amerindi e di 90 milioni di afroamericani i quali vogliono essere riconosciuti come popoli con diritti acquisiti in quasi tutte le costituzioni nazionali latinoamericane, confutando il comune denominatore di latinoamericani poveri o emarginati.

 

Nella Chiesa il rinnovato impegno pastorale verso i popoli indigeni dopo il Vaticano II maturò attraverso un lungo e a volte anche doloroso processo di cambiamento di mentalità e di atteggiamenti e che si concretizzò nell'identificazione teorico-pratica del continente sud e meso-americano come "multietnico e pluriculturale." Questo processo di "ri-scoperta" e di riconoscimento procedette, nella recente storia della chiesa latinoamericana, per cammini a volte convergenti e molte volte divergenti.

 

Negli incontri preparatori a Puebla (1979) la realtà dei popoli indigeni fu identificata e caratterizzata come situazioni missionarie “ad gentes” tipiche dell'America latina. “Gli amerindi sono soggetti differenti con culture e con valori propri che è obbligatorio riconoscere e con cui si deve rapportare in una atmosfera di dialogo interculturale e interreligioso”. Questo riconoscimento tardò ad essere accettato e finalmente ebbe una ammissione formale negli incontri del CELAM di Santo Domingo (1992) e Aparecida (2007).

 

IL CONTESTO STORICO: CONFERENZA DI RIO E IL CELAM

 

Il Cardinale Pacelli visitò Buenos Aires, Argentina, come inviato papale per presiedere il Congresso Eucaristico Internazionale nel 1934. Al suo arrivo al soglio pontificio Pio XII premette la Chiesa per l'invio di missionari e missionarie, la creazione di nuove diocesi e di sinodi nazionali in America Latina. In questo contesto, Pio XII convocò la realizzazione della Conferenza di Rio de Janeiro dal 25 di Luglio al 4 di Agosto 1955. Le preoccupazioni del Papa riguardavano la scarsità di vocazioni sacerdotali, le gravi deficienze nell'istruzione dei fedeli, la difesa della fede cattolica di fronte all'azione delle "sette", la "questione sociale" e l'influenza di ideologie ostili alla chiesa Cattolica. Volle richiamare l'attenzione dei vescovi latinoamericani su queste sfide urgendo un'azione pastorale più coordinata e più efficace.

Ai problemi sociali che angosciavano l'America Latina, e riferendosi all'apostolato del laico il documento conclusivo affermava che l'apostolato dei laici non doveva ridursi unicamente a collaborare col sacerdote nel campo limitato degli atti di pietà, ma, doveva essere un apostolato missionario.

In ció che si riferiva all'evangelizzazione dei popoli indigeni, emerge la proposta di creare un "Sub segretariato per la Preservazione e la Propagazione della Fede Cattolica", con una sezione specializzata per "Missioni, Indios e Gente di Colore", iniziativa che appare nei numeri 85-89 delle Conclusioni.

Per la sua importanza nella valutazione delle culture indigene il numero 89 delle conclusioni afferma: "La Conferenza ricordando l'azione specialissimamente benemerita della Chiesa e delle sue Missioni nella difesa e nell'elevazione spirituale, morale e sociale della popolazione indigena dell'America Latina:

a. si permette di raccomandare caldamente ai Prelati dei territori di Missione che continuino vigorosamente in questo lavoro tanto profondamente umano e cristiano, e prega ugualmente a tutti gli Ordinari che si preoccupino, interessando a sua volta anche le autorità civili, affinché gli indigeni siano, sempre e da tutte le parti protetti e protetti nelle loro persone e beni (Lamentabili status indorum, Pio X,).

b. esprime rispettosamente il suo desiderio che molto pronto si stabilisca in America Latina una Istituzione di carattere etnologico ed indigenista che sviluppando un lavoro serio e ben organizzato, contrarresti i pericoli che provengono da analoghe istituzioni di ispirazione non cattolica;

c. esorta tutti i cattolici, e in maniera molto speciale i Professori di Scuole ed Istituti che continuino lo sforzo di eliminare ogni uso ed abitudine che possa apparire come discriminazione razziale." (Conclusioni 89).

La Conferenza chiese esplicitamente che gli indigeni fossero protetti nelle loro persone, rispettando cioè i diritti umani, nei loro beni come la terra ed i valori delle proprie culture. I vescovi auspicarono  la creazione di un'istituzione ecclesiale indigenista per rispondere meglio alla situazione indigena.

La conferenza di Rio si rimetteva a quanto Pio X aveva denunciato nell’Enciclica “Lamentabili” pubblicata il 5 agosto 1912, di cui ricorse il centenario, che si riferiva alla triste e deplorevole situazione in cui stavano vivendo centinaia di migliaia di indios amazzonici schiavizzati nell’estrazione del caucciù. Anche se l’enciclica si riferiva agli indios amazzonici, un altro settore molto più numeroso, gli amerindi andini, non godeva infatti di migliori condizioni.

 

Le prime parole dell’Enciclica “Lamentabili” si agganciavano alla bolla papale “Immensa pastorum” del 22 dicembre 1741 di Benedetto XIV (1740-1758), che già nel dicembre del 1741 aveva denunciato la triste situazione degli indios dell’America del Sud, comminando la scomunica a chi possedeva, commerciava e maltrattava gli schiavi o che obbligava gli africani alla schiavitù. Benedetto XIV si doleva del fatto che uomini, i quali si dichiaravano cristiani, si sentissero in dovere e addirittura nel giusto nel ridurre gli indios in schiavitù o di venderli come schiavi.

 

Pio X rilevò che nonostante l'abolizione della schiavitù c’era ancora molto da fare perché purtroppo persistevano “le sevizie e i delitti che si sogliono ancora commettere contro di essi”. Questa era la triste situazione presente nell'America Latina. “Che cosa può esservi, infatti, di più barbaro e più crudele dell’uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù, abbiamo appreso, essere state in questi pochi anni quasi distrutte?“ (Pio X, Lamentabili).

 

Le posizioni pastorali e missiologiche anteriori al Concilio si devono leggere e intendere nel contesto del tempo in cui e per cui furono enunciate senza entrare in particolare apprezzamenti, per cui non possono essere paragonate con quanto si affermerà a Melgar. Il rapporto con le scienze sociale era completamente diverso e impensabile.

 

Un altro fatto di grande trascendenza nella Conferenza di Rio fu la creazione del "Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi" (CELAM), organismo episcopale che orienterà la vita e la prassi della Chiesa latinoamericana fino ai nostri giorni. Il documento dice che all'unanimità "la Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano ha approvato chiedere, e chiede distintamente alla Santa Sede Apostolica, la creazione di un Consiglio Episcopale Latinoamericano" (Rio 97).

Il CELAM fu approvato da Pio XII il 2 novembre di 1955, stabilendo la sua sede a Bogotà e per il gennaio 1957 ebbe i suoi statuti che definiscono con chiarezza la sua missione e la sua funzione "come organo di contatto e collaborazione delle conferenze episcopali dell'America Latina." 

 

TRA LE CONFERENZE DI RIO E MEDELLÍN

 

La decada degli anni 1960 si caratterizzò per l’implementazione della “Dottrina della Sicurezza Nazionale” e l’inizio delle dittature in America Latina. Le Forze Armate si convertirono in truppe di occupazione dei propri paesi. Il mondo era diviso tra il blocco occidentale, capeggiato dagli Stati Uniti, e il blocco sovietico. Nel 1964 si realizzò il primo colpo militare in Brasile, che negli anni seguenti si estese rapidamente ad altri paesi.

 

Tra le Conferenze di Rio e di Medellín successero fatti importanti per la chiesa universale e latinoamericana. Il Papa Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II (25 di gennaio 1959) che iniziò i lavori l’11 di ottobre 1962 dopo quattro anni di preparazione. Le chiese locali latinoamericane coordinate dal CELAM furono coinvolte nel processo di preparazione del Concilio che cercò di rinnovare il camminare della Chiesa universale.

 

Un altro fatto significativo nel CELAM fu la creazione del “Departamento de Misiones” (DMC oggi DEMIS-CELAM) per rispondere alla richiesta della Conferenza di Rio di creare un sub segretariato per “la preservazione e propagazione delle fede cattolica” con una sezione specializzata per “Missioni e indios”. Questo organismo giocherà un ruolo chiave nelle orientazioni pastorali e missiologiche della Chiesa latinoamericana.

 

A differenza della missiologia europea che nacque nei chiostri universitari, la missiologia latinoamericana fu elaborata da vescovi missionari e loro collaboratori (missionari, missionarie e laici) particolarmente vincolati al contesto dell’evangelizzazione dei popoli indigeni, appoggiandosi alla scienza antropologica e applicandola alla missione.  La teologia fu messa al servizio della pastorale con il metodo caratterizzante del “ver, juzgar, actuar”. La riflessione ebbe come punto di avvio la prassi pastorale del vivere e del condividere la vita quotidiana con gli indios, del contatto quotidiano con la loro realtà e come paradigma teologico “Gesú missionario del Padre” che si caratterizzava per i sentimenti di compassione e di misericordia verso il popolo che lo attorniava.

 

Partendo dall’opzione preferenziale per i poveri assunta nell’incontro di Medellín (1968) le popolazioni indigene amazzoniche ed andine non furono considerate solo da una prospettiva di povertà sociologica ma dal riconoscimento come soggetti storici e la loro situazione sociologica culturale contrastante con i principi elementari dei diritti umani: gruppi umani silenziati nella loro voce, spogliati della loro dignità umana, dei loro territori tradizionali e della identità culturale.

 

Il processo di riflessione missiologica sul tema amerindio, a partire dal Vaticano II, fu il risultato di uno stretto rapporto di mutua collaborazione tra teologia, missiologia, pastorale e scienze sociali come l’antropologia, la sociologia e la linguistica. Queste ultime hanno fecondato questa riflessione missiologica in uno spirito di interdisciplinarietà partendo dai termini e i contenuti di “cultura” e dal riconoscimento dei “valori culturali”.

 

Nel 1966, sotto l'influenza del decreto conciliare "ad Gentes" del Vaticano II, Mons. Valencia Cano diede vita e promosse il Dipartimento di Missioni (DEMIS) del CELAM nella linea dell'integrazione e la coordinazione di servizi pastorali con l'obiettivo di risvegliare la dimensione missionaria nelle Chiese latinoamericane.

 

Mons. Gerardo Valencia Cano proveniva da un’esperienza missionaria tra indios amazzonici colombiani. Aveva esercitato il suo ministero come Prefetto Apostolico del Vaupés (Colombia), una vasta regione amazzonica in cui si stavano effettuando sperimentazioni di colonizzazioni (Miraflores, San José de Guaviare, Calamar, El Ultimo Retiro … ecc.) sull’esempio del Brasile con cui confinava all’oriente. In questo territorio erano ancora vigenti residui di estrazione del caucciù (“caucherías”), tra cui perdurava la consuetudine di vendere l’uso e l’usufrutto di un territorio demaniale compresi gli indios ivi residenti e impiegati nello sfruttamento del caucciú. Inoltre la popolazione indigena multietnica del Vaupés, (Wanano, Desano, Kubeo, Tukano, Piratapuyo, Bará, Barazano …) era oggetto di numerosi studi antropologici in un momento in cui si polemizzava questa scienza come asservita alla causa colonialista per l’atteggiamento e la prospettiva di considerare i gruppi indigeni come un demanio esclusivo per studiarne le caratteristiche culturali e per preservarli dal contagio della civilizzazione.

 

Per l’esteso territorio dove Mons. Valencia Cano era Prefetto Apostolico transitavano vari guru dell’antropologia colombiana, Geraldo Reichel Dolmatoff, Casas Manrique, Recasens e molti studenti universitari impegnati nelle ricerche di campo per le loro tesi con i quali ebbe frequenti intercambi e colloqui soprattutto sullo stato di asservimento e di cambiamento culturale in atto tra le varie etnie del Vaupés. È importante tener presente questo contesto per poter comprendere l’attuare di Mons. Valencia Cano  alla direzione del DEMIS-Celam come pure il suo progetto “si impone un cambio di strutture”.

 

I vescovi presidenti del DEMIS concorsero di un modo distintivo allo sviluppo del pensiero missiologico latinoamericano. Mons. Samuel Ruíz, (1969-1974), priorizzò l'evangelizzazione dei popoli indigeni partendo dalla loro identità culturale. Mons. Roger Aubry, (1974-1979), basò la teologia della missione nel mistero pasquale di Cristo urgendo non solo un nuovo impegno evangelizzatore specifico e culturalmente differenziato con le popolazioni indigene ed afroamericane, le chiamate situazioni missionarie “ad gentes”, ma l'apertura alla missione "ad gentes", oltre le frontiere latinoamericane "dando dalla nostra povertà (Puebla 368)." Mons. Luís Augusto Castro Quiroga, IMC contribuì all'esplicitazione dell’impegno missionario dell'America Latina, nel contesto della Conferenza di Santo Domingo, 1992.

 

DA MEDELLÍN A PUEBLA

 

Precedentemente all’incontro dei vescovi latinoamericani di Medellín furono  organizzati dal recente creato “Departamento de Misiones” del CELAM due incontri.

 

Ambato (1967).

 

Il primo incontro funzionale e organizzativo si realizzò ad Ambato (Ecuador) dal 24 al 28 aprile 1967. La riflessione della riunione era racchiusa in tre punti: la demarcazione del concetto di “missioni” in America Latina, “l’impulso missionario in America Latina” e  “la pastorale missionaria in America Latina”.

 

Dei tre aspetti, quello che aveva una certa rilevanza per la missione tra i popoli indigeni era il terzo, che si riferiva alle caratteristiche socio culturali delle aree in cui si stava realizzando l’attività missionaria, giacché il Vangelo di Gesú Cristo si annuncia a gruppi umani concreti con una propria realtà sociale, economica e culturale.

 

Il documento di Ambato menzionando esplicitamente i popoli indigeni riconosce che l’azione missionaria di evangelizzazione di questi deve avere un speciale attenzione alla loro condizione socio economica e politica, all’identità e ai loro valori culturali. Merita di essere risaltato l’esigenza dell’adattamento dei missionari alle condizioni culturali dei territori di missione.

Si può tranquillamente affermare che con Ambato si inizia la valorizzazione delle culture autoctone e l’esigenza di un’adeguata formazione dei missionari che dovranno lavorare con i popoli indigeni. Non si parla ancora di agenti evangelizzatori indigeni.

 

Melgar (1968)

 

Alcuni mesi anteriori alla celebrazione della II Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano, conosciuta come “Medellín”, il DEMIS-CELAM organizzò e realizzò un secondo incontro missionario a Melgar (Colombia), dal 20 al 27 aprile del 1968, sul tema "Antropologia ed Evangelizzazione" per rispondere alle aspettative degli operatori di pastorale, missionari e missionarie, religiosi e laici, ed offrire loro adeguati orientamenti sul tema della pastorale missionaria in America Latina.

 

L'incontro e le conclusioni che ne seguirono furono ritenuti da alcuni settori della Chiesa come controversi e furono ignorati o rifiutati. Nell'incontro parteciparono anche vari specialisti in antropologia, sociologia e linguistica, discipline relazionate con la pastorale indigena che aiutarono nell'analisi puntuale della problematica dell'attività missionaria con i popoli indigeni mettendo in evidenza elementi che sarebbero affiorati negli incontri posteriori: l'insufficiente conoscenza e riconoscimento della pluralità culturale dell'America Latina, dei gruppi umani, delle loro lingue, abitudini, istituzioni, valori e aspirazioni.

 

Nell'incontro di Melgar si denunciò la pratica "integrazionista" vigente nelle politiche di tutti i paesi latinoamericani rispetto ai differenti gruppi aborigeni, pratica intesa come la distruzione delle loro culture. Fu criticata l'eredità socioculturale occidentale che stagnava la Chiesa sia nell'espressione dei dogmi come nella disciplina e nelle istituzioni. Si sottolineò la non valorizzazione degli elementi religiosi delle culture autoctone nella catechesi, nella predicazione, nei sacramenti, nella liturgia e la mancanza della promozione delle vocazioni autoctone.

 

Dopo avere identificato e caratterizzato le aree delle situazioni missionarie “ad gentes”, il Documento di Melgar segnalò il cammino verso una rinnovazione della pastorale missionaria con un'opzione fondamentale: "rispetto e promozione delle diverse culture tra le quali la Chiesa realizza la sua missione, come pure il discernimento dei loro valori e contro-valori alla luce del messaggio salvifico" (20,3). 

Riconoscendo la presenza del Verbo nelle differenti culture, l'annuncio del Vangelo doveva assumere, non appena fosse stato possibile, le categorie mentali e le espressioni culturali esistenti.  La Parola doveva incarnarsi in queste categorie.  In questa maniera poteva purificarle ed aiutarle a costituirsi in autentiche espressioni di fede (28). Dovevano rispettarsi anche i valori morali esistenti, orientandoli verso una purificazione ed una elevazione evangelica (32). La liturgia si doveva incarnare nelle diverse culture ed ambienti e per questo assumere la simbologia, la musica, le forme di espressione proprie, rispettando in tutto i loro valori immutabili (33).

 

La Chiesa missionaria si proponeva di prestare una maggiore attenzione allo sviluppo integrale dell'uomo con un “progresso” rispettoso che tenesse presente le caratteristiche delle culture e la valorizzazione delle lingue. Si suggeriva adottare uno sviluppo economico che prevedesse una riforma agraria per evitare ogni forma di sfruttamento. Nell'ambito dell'istruzione se proponeva una formazione civica che liberasse le popolazioni emarginate da un condizionamento di minoranza di età in cui ancora si incontravano (21-26).

 

Melgar costituì un “alto” nel cammino missionario della Chiesa latinoamericana ed un profondo interrogarsi sulla prassi del passato per correggere gli involontari errori ed equivoci incoraggiando i missionari a rispondere adeguatamente alla complessità delle situazioni e alla "pluralità di culture". Di fronte alla corrente economica dello sviluppo etnocida e genocida e all'espansione di una tecnologia travolgente, le aree geografiche e culturali isolate, sconosciute o ignorate, richiedevano un’urgente chiarezza nei progetti pastorali missionari e una fermezza solidale negli atteggiamenti.

 

Merita di essere segnalato che la Seconda Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano realizzata a Medellin, pochi mesi più tardi, non fece alcun riferimento alle riflessioni dell'incontro di Melgar. La dimensione missionaria nella teologia, nell'ecclesiologia, nella cristologia e nella prassi pastorale della Chiesa latinoamericana appariva ancora molto precaria o compito di alcuni pochi: i missionari.

 

Nello spirito di Melgar il DEMIS-CELAM promosse un altro incontro coi Vescovi presidenti delle Commissioni Episcopali delle Missioni dell'America latina a Caracas, dal 14 al 19 di settembre del 1969. Il tema dell’incontro fu "La responsabilità Collegiale dell'Episcopato nell'attività missionaria della Chiesa in America latina" con l'obiettivo di prendere coscienza della problematica missionaria nel continente, assicurare un'organizzazione adeguata e tracciare alcuni linee di pastorale missionario. 

Nel documento finale si sottolinea che l'attività missionaria si realizzava nella situazione reale e concreta dell’essere umano nel suo ambiente, nella sua cultura e che si arricchiva con l'evangelizzazione, la catechesi e la liturgia. Ad ogni area culturale corrispondeva un metodo pastorale appropriato secondo le circostanze antropologiche che la conformava approfittando dei valori culturale nativi come la vita comunitaria, la struttura sociale, i leaders naturali, etc.

 

Dichiarazione delle Barbados (1971)

 

Mentre la Chiesa missionaria latinoamericana, in un atteggiamento di aggiornamento e rinnovamento, stava riflettendo sulla sua azione, dal 25 al 30 di gennaio 1971 un gruppo di antropologi latinoamericani si riunirono a Barbados per celebrare un "Simposio sulle Frizioni Interetniche nell’America del Sud" organizzato dall'Istituto di Etnologia di Berna (Svizzera) e con il patrocinio del Consiglio Mondiale delle Chiese, per discutere la situazione delle popolazioni indigene dell'America Latina, rispondendo alla petizione del Congresso Internazionale di Americanisti celebrato a Lima in 1970. Nelle conclusioni, conosciute come "Dichiarazione delle Barbados I”, si denuncia la grave situazione nella quale si trovavano le popolazioni indigene del continente. Per contribuire alla "lotta di liberazione", si denunciava la responsabilità degli Stati, delle missioni religiose e dell'antropologia ritenendoli espressioni di un sistema coloniale imperante che identificavano lo sviluppo di queste popolazioni con l'integrazione alla "civiltà occidentale."

 

Nel documento si condannava indiscriminatamente tutta l'attività evangelizzatrice della Chiesa definita come un'espressione dell'ideologia colonialista, etnocentrica, irrispettosa, intollerante, ostile verso i valori della cultura indigena, spuria e connivente con gli interessi imperialisti dominanti.  Per il bene delle popolazioni indigene si chiedeva categoricamente di mettere termine ad ogni attività missionaria della Chiesa per considerare le missioni una gran impresa di ricolonizzazione e dominazione in convivenza con gli interessi imperialisti dominanti.

 

La "Dichiarazione delle Barbados" ebbe un effetto impattante sulla Chiesa missionaria latinoamericana e segnò una pietra miliare nella sua storia e nella sua prassi missionaria.  Benché gli apprezzamenti sull'attività missionaria della Chiesa tra gli amerindi del continente fossero fondamentalmente negativi, gli effetti del documento finirono per essere benefici perché stimolarono una revisione critica interna nella chiesa missionaria latinoamericana. Il documento era anche un invito opportuno per i missionari ad un esame di coscienza fissando l'attenzione sugli effetti negativi ed alienanti di "certe forme" dell'attività missionaria con i popoli indigeni i quali potevano condurre ad una distruzione culturale.  Manifestava loro che alcuni aspetti dell'azione missionaria (come pure gli studi antropologici e gli interventi civili) erano etnocentrici, per considerare gli indigeni da una prospettiva impropria identificando il loro sviluppo con la loro integrazione nella mal chiamata "civiltà occidentale."  Segnalava che molti missionari non avevano ancora capacità per le lingue indigene e mancanti di "attrezzi" per comprendere ed interpretare le culture. 

 

In sintesi la dichiarazione delle Barbados obbligò a una revisione delle motivazioni e delle orientazioni teologiche dell'attività missionaria; stimolò le Chiese particolari e i missionari ad un serio esame di coscienza ed i loro effetti risultarono benefici. Vari missionari e missionarie furono incoraggiati a orientarsi verso gli studi antropologici e linguistici. 

 

Si deve ammettere che alla Chiesa dispiace permettere che altri le facciano l'esame di coscienza, quando generalmente essa è abituata ad esaminare gli altri con la denuncia profetica.

 

Iquitos (1971)

 

Nel marzo 1971 il Dipartimento di Missioni del CELAM (DEMIS) convocò a Iquitos (Perù) il "Primo Incontro di Pastorale di Missioni dell’Alta Amazzonia." Dovuto anche alle reazioni causate dal documento delle Barbados celebrato alcuni mesi precedenti, l'atmosfera di Iquitos fu più tesa che nell’incontro di Melgar.  Per chi lo visse l'incontro fu straziante.  Fu un primo confronto sincero fra alcuni nuovi approcci e una prassi missionaria tradizionale.  Non si poteva evitare che la circostanza fosse difficile e dolorosa.

 

Nell’incontro di Iquitos la Chiesa missionaria si mostrò perfettamente cosciente che gli autoctoni amazzonici vivevano una congiuntura definitivamente tragica di fronte ad un avanzamento conquistatore che riproduceva i modelli coloniali ma con una determinazione più implacabile.  La Chiesa non si limitò a guardare il processo da fuori, ma ammise le sue responsabilità con un atteggiamento di sana e sincera autocritica. Prolungamento della presenza di Cristo e sempre inviata ai popoli essa avvertì con particolare urgenza che il suo messaggio non poteva essere formulato in maniera definitiva, perché ogni cultura ha la sua forma di capirlo e di esprimerlo.  Questo approccio ebbe importanti implicazioni a livello dottrinale, liturgico, catechistico ed educativo in generale.

 

Successivamente si celebrarono altri incontri regionali di particolare importanza. Nel 1973 i Vescovi e i missionari brasiliani denunciarono la critica situazione delle popolazioni aborigene nel documento "E juca pirama - l'indio: colui che deve morire."  Nel 1977, a Manáus (Brasile), dal 20 al 25 di giugno fu convocato dal Dipartimento di Missioni del CELAM e per la linea 2 della CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile) il Primo Incontro Pan - amazzonico di Pastorale Indigenista al quale parteciparono diversi paesi della regione Amazzonica (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela).  In questo incontro si fece l'opzione per le minoranze etniche come soggetti di predilezione del Regno di Dio, per l'incarnazione del Vangelo nel mondo indigeno con la propria cultura, strutture e valori, per la comunità cristiana autoctona e per le forme ministeriali che gli fossero proprie (“Chiesa con volto proprio”).

 

La preparazione alla III Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano, che si sarebbe realizzata a Puebla (Messico) nel 1979, mobilitò il Dipartimento di Missioni del CELAM a promuovere, a maniera di consultazione, quattro riunioni previe in aree geografiche distinte, che permisero di tracciare un panorama pastorale missionario dell'America Latina (cfr. CELAM. III Conferencia General del Episcopado Latinoamericano. Visión  Pastoral  de  América  Latina.  Libro Auxiliar 4).

 

Non si tratta soltanto di un documento di specialisti, bensì di un cumulo di apporti provenienti dalla base ampiamente interpretati, che purtroppo fu ignorato.  In questo documento si manifesta la preoccupazione che se la Chiesa latinoamericana vuole raggiungere la propria maturità, deve aprirsi ad una sensibilità di dimensioni universali. Deplorevolmente molto poco di tutta questa ricchezza fu assunta nelle conclusioni del documento di Puebla.

 

Le riflessioni promosse dal DEMIS-CELAM si ripercossero nelle varie Chiese particolari con la promozione di differenti iniziative e organismi a favore delle popolazioni indigene. 

 

In Colombia, per esempio, dal 19 al 23 di Giugno di 1972 si celebrò la seconda Settimana Missionaria dedicata alla problematica della popolazione autoctona, tematica suggerita dal momento congiunturale suscitato dalla dichiarazione di Barbados.  In questa riunione si discusse il sistema educativo nazionale vigente ed il sistema degli “internati” (“residenze” dove gli alunni dei villaggi appartati vivevano in una istituzione separati dalle loro famiglie, dai loro villaggi e dalla loro cultura) dei quali la Chiesa era responsabile.  Si propose la difesa delle lingue indigene nelle scuole statali e si avanzò un progetto di educazione bilingue ed interculturale adattato alle necessità delle comunità indigene. Questa proposta originò posteriormente l'emissione del Decreto 1142 di 1978 del Ministero dell’Istruzione Nazionale per il quale si stabiliva formalmente l'etnoeducazione.

 

In Messico sorse l'organismo del CENAMI, in Brasile il CIMI, in Colombia ETHNIA e l'Istituto di Antropologia Applicata alle Missioni (IAAM). Fanno parte di questa storia i Vescovi Valencia Cano, Samuel Ruiz, Proaño, Cuniberti, Casaldaliga tra altri.

 

PUEBLA - III CONFERENZA GENERALE DELL'EPISCOPATO LATINOAMERICANO.

 

Nella III Conferenza Generale del CELAM, realizzata a Puebla, Messico, dal 27 di gennaio al 13 febbraio di 1979, furono raccolte solo in parte le richieste della Chiesa missionaria relative alle sfide della pastorale coi popoli indigeni.  Questi, riconosciuti come i più poveri tra i "poveri" (P. 34), trovano indirettamente spazio nella "opzione preferenziale per i poveri" (P. 1134-1165) anche se questa categoria fosse di tipo più socioeconomico che di tipo etnico-culturale, e direttamente relazionata ai temi della evangelizzazione, dell’identità  e la cultura.

Il documento di Puebla non presenta un'analisi storica della situazione indigena e neppure offre risposte puntuali alla complessa situazione delle popolazioni native.

 

VERSO SANTO DOMINGO E APARECIDA

 

Seguendo i passi degli anteriori incontri, la Commissione Evangelica Latinoamericana di Educazione Cristiana, CELADEC, e il “Conselho Indigenista Misionario” (CIMI), organismo annesso alla Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani (CNBB) celebrò a Manáus (Brasile), dal 18 al 23 di novembre di 1980, un Incontro Ecumenico Panamazzonico di Pastorale "Indigenista."  Oltre ai rappresentanti delle varie Chiese Cristiane, sette indigeni provenienti dai paesi dell'area amazzonica parteciparono all'incontro e dal quale sorsero alcune forti denunce relative alla sopravvivenza fisica e culturale dei popoli autoctoni minacciati dal neo-colonialismo delle grandi imprese nazionali e transnazionali che, alleate coi governi locali, stavano saccheggiando l'Amazzonia.

 

La Chiesa missionaria, riconoscendo nuovamente gli errori del passato e del presente, si impegnava a favore del diritto alla vita, alla terra e al territorio, alla cultura, all'identità etnica e all'autodeterminazione di queste popolazioni.

 

Con l'avvicinarsi della celebrazione dei 500 anni dell’inizio dell'evangelizzazione in America Latina e di fronte all'urgenza della sfida della "nuova evangelizzazione" nel settembre del 1985 il DEMIS-CELAM promosse un incontro che aveva per tema "L'evangelizzazione degli indigeni alla vigilia del Mezzo Millennio della scoperta dell'America."  Riuniti a Bogotà, i Vescovi Presidenti delle Commissioni Episcopali della Pastorale Missionaria e con la presenza di un significativo numero di rappresentanti indigeni si analizzò la situazione degli amerindi, l’azione pastorale missionaria della Chiesa fra questi popoli e si proiettarono alcune nuove linee per il futuro.

Con l’obbiettivo di passare da un pastorale indigenista ad una pastorale indigena si affermò che l'amerindio doveva essere il soggetto creativo del suo processo di evangelizzazione e della sua promozione umana integrale.  Il rispetto all'identità culturale dei popoli era un imperativo indispensabile per un'autentica evangelizzazione.  La mancanza di clero e di Chiese autoctone (dal volto “indio”) era un sintomo preoccupante nel processo di incarnazione del Vangelo che si incontrava ancora agli inizi e che non aveva avuto influenza sulla cultura indigena per trasformarsi nell'anima di un popolo.

Era urgente assumere le culture indigene per inculturare la fede. Era necessario passare da un pastorale indigenista ad un pastorale indigena condividendo le responsabilità ecclesiali con gli indigeni stessi. “L’opzione per le popolazioni amerindie” ottenne una particolare attenzione da parte delle Conferenze Episcopali. Si stabilirono Uffici di Pastorale Indigena con l’obiettivo di preparare adeguatamente gli operatori di pastorale nella conoscenza delle lingue indigene, nella riconsiderazione dei miti, delle tradizioni e dei simboli per promuovere ministeri e servizi autoctoni.  Di fronte alla continua minaccia di genocidio ed etnocidio era urgente riscattare le culture indigene, appoggiare il processo di autodeterminazione etnica, la demarcazione e la difesa dei loro territori.

 

La preparazione alla IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano, grazie anche ai numerosi interventi del Papa Giovanni Paolo II, favorì molti incontri sulla tematica delle popolazioni indigene.

 

La riunione celebrata in Fusagasugá, Colombia, dal 23 al 28 di Agosto di 1988 ebbe come obiettivo l'analisi delle grandi sfide che presentava la situazione indigena amazzonica. La realtà fu illuminata con riferimento ai documenti di pastorale indigena, specialmente "Bogotà 85”, soprattutto negli aspetti  dell'evangelizzazione e dell'inculturazione, con l’obbiettivo di prendere accordi ed iniziative comuni nell’attività pastorale.

Durante l'incontro rappresentanti di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela condivisero le esperienze delle varie chiese locali.

Furono accordate le seguenti linee di azione: introdurre nella pastorale il progetto integrale della vita dei popoli indigeni coscienti che ogni sforzo a beneficio dell'uomo si riferisce alla costruzione del Regno. Promozione di iniziative a beneficio del riconoscimento, il recupero e la legalizzazione delle terre degli indigeni, difesa del suo habitat dall'utilizzazione indiscriminata, difesa del diritto all'autodeterminazione partendo dal proprio progetto di vita e dalla propria cultura, recupero della memoria storica e dell'identità etnica. Solidarietà della Chiesa (Chiese locali), Conferenze Episcopali, CELAM, con la situazione delle popolazioni amerindie. Riconoscimento che, nonostante molti secoli di lavoro missionario dovuto a ragioni di ordine storico-politico, culturale ed ecclesiologico, non era ancora sorta una Chiesa con "volto indigeno". La ricorrenza dei 500 anni di presenza missionaria in America Latina era motivo di gratitudine e allo stesso tempo per chiedere perdono a questi popoli degli errori del passato  e, insieme ai popoli amerindi, ricercare nuove forme di servizio, per la costruzione di una nuova identità cristiana indigena.

 

Nello spirito degli incontri preparatori alla IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e convocato per il CELAM, dal 20 al 24 di Agosto di 1990 ebbe luogo in Ypacaraí (Paraguay) un incontro di Vescovi, operatori di pastorale e rappresentanti dei gruppi indigeni del Cono Meridionale, Nord dell'Argentina, Sud del Brasile e Paraguay. 

Nelle conclusioni di questo incontro si sottolinea l'urgenza di una "nuova evangelizzazione inculturata", un'evangelizzazione de-colonizzata e un'inculturazione liberatrice del Vangelo;  un'inculturazione che significasse apertura al pluralismo delle culture ad assumesse le loro ricchezze come cammino obbligato della nuova evangelizzazione.  Questa urgenza doveva tradursi nell’impegno di fare sorgere Chiese autoctone e promuovere le vocazioni indigene per i vari ministeri.

 

La risonanza di tutte le riflessioni sulla sfida dei popoli indigeni entrarono di diritto nel documento di Consulta e nello “strumentum laboris” per la IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano a celebrarsi in Santo Domingo nel 1992.

 

 

SANTO DOMINGO, ottobre 1992. IV CONFERENZA GENERALE DELL’EPISCOPATO LATINOAMERICANO.

 

Il 1992 si caratterizzò per eventi di particolare significato e ripercussione a livello sociale, culturale ed ecclesiale in America Latina. Per alcuni significò la celebrazione dei 500 anni dell'incontro di due mondi, per altri il rifiuto di 500 anni della scoperta dell'America, per molti la commemorazione di 500 anni di etnocidio e genocidio e 500 anni di resistenza dei popoli amerindi.

 

Il premio Nobel per la pace fu concesso ad una donna indigena Rigoberta Menchú.  La Chiesa celebrò in Santo Domingo la IV Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano.  Nello stesso anno l'ONU stabilì che il 1993 fosse l'anno internazionale dell'Amerindio con il motto "Popolazioni indigene: una nuova alleanza."

 

La IV Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano si appropriò finalmente delle riflessioni promosse  e realizzate fino allora dal DEMIS (Dipartimento de Misiones) del CELAM e delle raccomandazioni del Papa Giovanni Paolo II che si segnalavano in tredici messaggi alle popolazioni amerindie.

 

Nel discorso inaugurale il Papa incoraggia e stimola i Vescovi partecipanti a prestare una speciale attenzione alle culture indigene “assimilando e rilevando tutto ciò che in esse si incontra di profondamente umano e umanizzante. La loro visione della vita che riconosce la sacralità dell’essere umano, il profondo rispetto per la natura, l’umiltà, la semplicità la solidarietà per essere valori evangelici” (Giovanni Paolo II. Discorso di introduzione).

 

Gli elementi che offre il Documento di Santo Domingo sul tema dei popoli indigeni, sotto queste spinte, si possono raggruppare in due categorie basiche: la costatazione della realtà indigena e gli impegni assunti dalla Chiesa come risposta a questa realtà.

 

La preoccupazione per i popoli indigeni, anche se non trattato direttamente in un capitolo specifico nel documento, risulta essere un tema trasversale. In esso sono presentati i principali riconoscimenti al rispetto: i popoli amerindi sono popoli con identità propria, posseggono ricchezze umane e spirituali, hanno inculturato la fede, sono la base dell’identità latinoamericana, sono portatori di valori (i semi del Verbo), sono un esempio da seguire.

Infine si propone il protagonismo degli indigeni nella promozione umana e nell’inculturazione del Vangelo. Come strumento di questa inculturazione si auspica il dialogo interculturale e interreligioso per poter giungere a la costituzione di Chiese autoctone.

 

APARECIDA, Brasile 2007. V CONFERENZA GENERALE DELL’EPISCOPATO LATINOAMERICANO.

 

Il tema della popolazione indigena viene ripreso nuovamente nella V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano svoltasi ad Aparecida, Brasile, nel 2007, rimanendo sempre come una sfida missionaria per la chiesa latinoamericana. Nel capitolo secondo del documento conclusivo si incontra nuovamente l’insistenza dell’affermazione della presenza dei popoli indigeni nella Chiesa riproponendo molti elementi presenti nel Documento di Santo Domingo (DA. 88 – 95).

Gli indigeni costituiscono la popolazione più antica del continente. Sono la prima radice dell'identità latinoamericana e caraibica (88). Sono, soprattutto, «altri» differenti, che esigono rispetto. La società tende a disprezzarli, non riconoscendo la loro differenza. La loro condizione è segnata dall'esclusione e dalla povertà. La Chiesa accompagna gli indigeni nelle loro lotte per i propri legittimi diritti (89).

Oggi i popoli indigeni sono minacciati nella loro esistenza fisica, culturale e spirituale; nel loro modo di vivere; nelle loro identità; nella loro diversità; nei loro territori e nei loro progetti.

Alcune comunità indigene si trovano a vivere fuori dalle loro terre, perché esse sono state invase e lasciate al degrado, o perché non hanno più terre sufficienti per esprimere la loro cultura. Soffrono gravi attacchi alla loro identità e sopravvivenza, poiché la globalizzazione economica e culturale mette in pericolo la loro stessa esistenza come popoli differenti. La loro progressiva mutazione culturale provoca la rapida scomparsa di varie lingue e culture. La migrazione, provocata dalla povertà, sta influendo profondamente sul cambiamento di costumi, di relazioni e perfino di religione (90).

 

Gli indigeni stanno emergendo, oggi, nella società e nella Chiesa. Questo è il kairos per approfondire l'incontro della Chiesa con queste porzioni di umanità, che reclamano il pieno riconoscimento dei loro diritti individuali e collettivi, di essere presi in considerazione nel mondo cattolico con la loro visione del mondo, i loro valori e le loro identità particolari, per vivere una nuova Pentecoste ecclesiale (91).

 

CONCLUSIONE.

In Santo Domingo, 1992, i pastori hanno riconosciuto che le «popolazioni indigene (...) coltivano valori umani di grande significato»; valori che «la Chiesa difende (...) di fronte alla forza travolgente delle strutture di peccato che si manifestano nella civiltà moderna»; sono «proprietarie di innumerevoli ricchezze culturali, che sono alla base della nostra identità attuale»; e, dalla prospettiva della fede, «questi valori e convinzioni sono il frutto dei "semi del Verbo" che erano già presenti e illuminavano i cuori dei loro antenati» (DA. 92).

 

Tra questi si possono segnalare: «l'apertura all'azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l'importanza dell'elemento cultuale, il credere in una vita ultraterrena». Attualmente, il popolo ha arricchito questi valori con l'evangelizzazione e li ha sviluppati in molteplici forme di autentica religiosità popolare (DA. 93).

 

Il servizio pastorale alla vita piena dei popoli indigeni esige che si annunci Gesù Cristo e la buona novella del regno di Dio, che si denuncino le situazioni di peccato, le strutture di morte, la violenza e le ingiustizie interne ed esterne, che si alimenti il dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico. Gesù Cristo è la pienezza della rivelazione per tutti i popoli; egli è il centro fondamentale di riferimento per discernere i valori e le limitazioni di tutte le culture, comprese quelle indigene. Per questo, il tesoro più grande che la Chiesa può offrir loro è l'incontro con Gesù Cristo risorto, nostro salvatore. Gli indigeni che hanno già ricevuto il Vangelo sono chiamati, come discepoli e missionari di Gesù Cristo, a vivere con immensa gioia la loro realtà cristiana, a rendere ragione della fede in mezzo alle loro comunità e a collaborare attivamente affinché nessuno dei popoli indigeni dell'America Latina rinneghi la sua fede cristiana, ma al contrario senta che in Gesù Cristo trova il senso pieno della propria esistenza (DA. 95).

 

Tutto ciò non è che il punto di arrivo e la proiezione verso il futuro di un lungo cammino iniziato dopo il concilio Vaticano II, e di cui il beato Giovanni Paolo II è stato il portavoce, il sostenitore e l’animatore.

 

Simultaneamente e con anteriorità la stessa chiesa latinoamericana, spinta dal dipartimento di “Misiones” del Celam aveva preparato il terreno in questo campo facendo da sponda le parole del Papa. “Da Roma viene ció che a Roma va” si dice popolarmente. E’ una rinnovata opzione pastorale missionaria nel contesto della nuova evangelizzazione e della missione “ad gentes”o “intra gentes” in America Latina. L'evoluzione nella terminologia, negli atteggiamenti e negli impegni assunti “ufficialmente” con i popoli e le culture indigene risultano evidenti attraverso un'attenta lettura e analisi dei documenti ufficiali delle cinque Conferenze dell'Episcopato Latinoamericano: Rio di Janeiro, Medellín, Puebla, Santo Domingo e Aparecida.

 

L’impegno pastorale della Chiesa latinoamericana con le popolazioni amerindie esplicitamente presentate e assunte nei Documenti di Santo Domingo e di Aparecida devono essere lette e interpretate alla luce di un cammino quasi parallelo nella Chiesa partendo dall’incontro di Melgar. Da Santo Domingo (1992) e da Aparecida (2007) è solo questione di buona volontà e di serio impegno missionario. Il contrario è un serio problema di indifferenza verso il tema e mancanza di impegno missionario.


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