Dec 07, 2021 Last Updated 5:02 PM, Dec 6, 2021

Indigeni migranti a Boa Vista (Brasile). Ricomininciamo dalla periferia

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"Facciamo parte delle 171 famiglie che vivevano a Ka Ubanoko. Quando ci hanno rimosso da lì ci siamo organizzati e siamo venuti a cercare un futuro migliore nel quartiere di João de Barro. All'inizio erano 11 famiglie, ora sono 15 con almeno 30 bambini", spiega Tania Fernández, una delle coordinatrici del gruppo. Sposata con due figli, viene da Maturin nel dipartimento di Monagua in Venezuela e si trova a Boa Vista da due anni; nel mese di gennaio di quest'anno è stata allontanata dalla comunità Ka Ubanoko, sorta in una terra inutilizzate ed occupata nel febbraio 2019.

Padre Isaack Mdandile fa parte dell'Equipe Itinerante dei Missionari della Consolata che a Boa Vista segue i migranti alloggiati fuori dai centri di accoglienza, soprattutto quelli che hanno raggiunto la periferia o le zone poco abitate lontane dalla città per evitare i costi di affitti che non si possono permettere. In Roraima ci sono attualmente 16 rifugi costruiti da “Operation Reception” ma non hanno più posti. Molti migranti sono critici nei confronti di questo sistema di accoglienza: non vedono un futuro possibile per loro e preferiscono cercare alternative anche affrontando sacrifici.

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L'esperienza di Ka Ubanoko

Tania Fernández faceva parte dei quasi 600 venezuelani che a Boa Vista nel febbraio 2019 hanno dato vita alla comunità Ka Ubanoko (dormitorio comune in lingua Warao). In questi tempi sono riusciti a racimolare qualche soldo contando con gli aiuti di emergenza del governo brasiliano durante la pandemia di Covid-19 e con il frutto del loro lavoro (raccolta di materiali di reciclo, lavori a giornata e piccoli servizi) e così, con i loro risparmi, hanno messo una caparra su un terreno a 35 km dal centro di Boa Vista, una proprietà che continueranno a pagare con quote di 200 R$ al mese. Un buon affare con rispetto a un affitto che non costa meno di 600.

"Questo mio impegno come leader -dice Tania con determinazione- lo considero un lavoro comunitario, perché cerco di attirare l'attenzione delle istituzioni sui problemi dei venezuelani. Di fronte alla situazione precaria di alcune famiglie con problemi di salute, mancanza di cibo e di alloggio, qui ci affidiamo al sostegno delle organizzazioni e cerchiamo di aiutarle. Non ci arrenderemo". Da donna di fede poi aggiunge: "dobbiamo resistere con speranza, abbiamo Dio che è al primo posto e mette sulla nostra strada molte persone buone. A volte non abbiamo cibo ma poi arriva padre Isaack e ci porta qualcosa. Siamo convinti che Dio non ci abbandona mai".

Nel quartiere di João de Barro, alcune case si stanno lentamente costruendo con mattoni e cemento, legno, lamiere e teloni. Grazie al progetto Orinoco è stato possibile installare serbatoi d'acqua con vasche di lavaggio, servizi igienici e una fossa settica ecologica. L'acqua viene da un ruscello vicino e l'elettricità è stata collegata con un lungo cavo alla rete elettrica della zona. Molti problemi sono persistenti, come la mancanza di acqua potabile e gli alti prezzi del cibo e del gas, ma per adesso cerchiamo di difenderci usando legna da ardere per cucinare. Lontano dal centro della città soffriamo anche per la mancanza di trasporto pubblico, necessario per permettere ai bambini di frequentare la scuola e sono poche le opportunità di lavoro ma noi ci guadagniamo da vivere raccogliendo lattine e materiali di reciclo, pulendo i parabrezza delle auto, vendendo prodotti come facevano in passato.

Le notizie dal Venezuela non sono buone

Parlando con le donne della situazione del Venezuela e delle prospettive per il futuro, lor finiscono per confessare che da molto tempo ormai ci sono solo cattive notizie provenienti dal loro paese di origine. Risamar Rondón, un'altra ex residente di Ka Ubanoko dove faceva parte del comitato di pulizia, racconta di parenti malati, mancanza di cibo e carburante, interruzioni prolungate dell'energia elettrica. "Qui in Brasile vogliamo che i nostri figli studino e si laureino per avere un futuro migliore", dice, mostrando che vivono per i loro figli. Mostra la sua casa ancora in costruzione. "Sono tre stanze, un bagno e una cucina. Mancano molte cose, ma soprattutto il tetto".

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Preservale la memoria di Ka Ubanoko

Tutti portano bei ricordi della comunità che è servita come supporto per i loro primi passi da migranti in Brasile. Tania Fernández si rammarica che le 171 famiglie non si siano trasferite insieme in una nuova terra per continuare l'esperienza. "Vivere con gli indigeni è stato molto positivo. Abbiamo imparato molto sui loro costumi e sul loro modo di vedere la vita. La cultura indigena è molto buona. Sono simpatici e di buon cuore, amano condividere. Non sono attaccati alle cose materiali", sottolinea. "Per ricordare la nostra storia, vorrei chiamare questo posto “Ka Ubanoko Village”. Questo per non dimenticare il nostro passato e quello che abbiamo vissuto quando siamo arrivati a Boa Vista", rivela.

Tutto era iniziato nei mesi di febbraio e marzo 2019 quando più di 600 venezuelani, tra cui 350 indigeni delle etnie Warao ed Eñepa, e 250 non indigeni hanno occupato un grande pezzo di terra abbandonato dall'ex Circolo dei Lavoratori nel quartiere di Pintolândia. Più tardi arrivarono anche alcuni indiani Pemon e Kariña. Tutti vivevano fuori dai rifugi, molti nelle strade e nelle piazze del quartiere, dove alcuni bambini sono persino nati. I Missionari della Consolata, per mezzo dell'Equipe Itinerante dove hanno già lavorato 15 missionari, hanno accompagnato il gruppo fin dall'inizio e, insieme alla Diocesi di Roraima, alle istituzioni e alle ONG, hanno sempre sostenuto la comunità.

L'esperienza è stata un'alternativa alla politica dei centri di assistenza e ha dimostrato che i migranti hanno capacità di autogestione e desiderio di autonomia nell'organizzazione della loro vita, nonostante le difficoltà. Dopo un anno e mezzo, in piena pandemia, l'operazione "Welcome in Boa Vista" ha comunicato l'ordine di sgombero e la chiusura di quel luogo perché i legittimi proprietari avevano intenzione di riabilitare il luogo per convertilo in un centro ricreativo e formativo destinato a giovani ed adolescenti. Con alcuni accordi la comunità è riuscita a rimanere fino al mese di gennaio 2021 ma poi sono stati costretti ad andarsene. 

Alcune famiglie sono tornate nei centri di accoglienza, altre sono migrate altrove, ma la maggior parte è rimasta a Boa Vista. Con affitti così costosi non rimaneva altra possibilità se non cercare altri terreni per ricominciare, sempre ispirati dall'esperienza di autodeterminazione di Ka Ubanoko.

Oltre al gruppo di famiglie di João de Barro, abbiamo trovato altri gruppi a Pérola, Hélio Campos, Alvorada e Pintolândia. I Warao e alcuni Eñepa, invece, con l'aiuto di organizzazioni hanno comprato un pezzo di terra a 40 km da Boa Vista nella località di Cantá. Hanno affrontato il sistema dei rifugi: "Non vogliamo essere tutori o costretti a vivere in condizioni di subordinazione. Lì stanno costruendo le loro case e organizzando una nuova comunità lontano dalla città.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, é consigliere generale per il continente americano.

 

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