Aug 25, 2019 Last Updated 9:46 AM, Aug 23, 2019

Messa del Papa per i migranti: gli “ultimi” devono essere aiutati

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A sei anni della visita a Lampedusa la celebrazione nella basilica di San Pietro con 250 tra immigrati rifugiati e soccorritori. Preghiere dei fedeli: la Chiesa sia un porto sicuro e accogliente

A sei anni dalla sua visita a Lampedusa, l’otto luglio del 2103, il Papa ha celebrato una messa nella basilica di San Pietro con 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono impegnati per salvare la loro vita, rivolgendo il suo pensiero agli «ultimi», nell’omelia, «ingannati e abbandonati a morire nel deserto», «torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione», ultimi «che sfidano le onde di un mare impietoso» o vengono «lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea», allargando il discorso oltre i migranti, che «oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata», e sottolineando, in un’omelia ricca di riferimenti biblici, che, nel quadro della «missione di salvezza e liberazione» alla quale Dio chiama i credenti a collaborare, «i più deboli e vulnerabili devono essere aiutati».

Dopo avere illustrato il messaggio di «salvezza e liberazione» contenuto nelle letture odierne – il profeta Giacobbe che sogna una scale che poggia sulla terra e raggiunge il cielo sulla quale «salgono e scendono gli angeli di Dio», e la guarigione che Gesù dona a due donne nel Vangelo di Matteo – Jorge Mario Bergoglio ha sottolineato che «Gesù rivela ai suoi discepoli la necessità di un’opzione preferenziale per gli ultimi, i quali devono essere messi al primo posto nell’esercizio della carità. Sono tante le povertà di oggi: come ha scritto San Giovanni Paolo II – ha detto ancora il Papa – i “”poveri”, nelle molteplici dimensioni della povertà, sono gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli, quanti vengono considerati e trattati come “ultimi” nella società”».

«In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa», ha detto Papa Francesco, «il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano – ha detto il Papa – le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo – ha proseguito il Pontefice argentino – le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone – ha rimarcato il Papa – non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”», ha detto ancora il Papa citando il titolo che ha scelto per la Giornata mondiale del rifugiato e del migrante che si svolgerà il prossimo 29 settembre, «nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata».

Il Papa ha concluso la sua omelia tornando sull’immagine della scala di Giacobbe: «In Gesù Cristo il collegamento tra la terra e il Cielo è assicurato e accessibile a tutti. Ma salire i gradini di questa scala richiede impegno, fatica e grazia. I più deboli e vulnerabili – ha detto Francesco – devono essere aiutati. Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo. Si tratta, fratelli e sorelle, di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare. So che molti di voi – ha notato il Papa – che sono arrivati solo qualche mese fa, stanno già aiutando i fratelli e le sorelle che sono giunti in tempi più recenti. Voglio ringraziarvi per questo bellissimo segno di umanità, gratitudine e solidarietà».

Il Papa, che all’Angelus di domenica era tornato a fare appello per i corridoi umanitari, ha iniziato la messa pregando Dio, padre di tutti gli uomini, affinché guardi «con amore i profughi, gli esuli, le vittime di segregazione, i bambini abbandonati e indifesi, perché sia dato a tutti il calore di una patria e di una casa, e a noi cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi». Al momento delle preghiere dei fedeli, l’assemblea ha pregato perché la Chiesa «sia per tutti e ovunque un porto sicuro e accogliente» (in francese), perché Papa Francesco «sia sempre pastore e profeta a favore delle vittime dello scarto» (italiano), perché vengano benedetti coloro che scappano nel Mediteraneo e cresca in tutti «il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana» (portoghese) e perché le persone recuperate in questi ultimi anni «possano essere benvenuti da tutti noi con amore come regalo ricevuto» da Dio (inglese).

Alla messa a San Pietro, organizzata dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Papa ha desiderato «che il momento sia il più possibile raccolto, nel ricordo di quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che, ogni giorno, si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati», aveva resto noto il portavoce vaticano Alessandro Gisotti. Erano presenti tra gli altri don Mattia Ferrari, il sacerdote che ha preso parte alle attività di soccorso della nave della ong Mediterranea, e il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra che, aveva scritto su Facebook alla vigilia, ha portato al Papa «le voci, gli abbracci e le ansie di tutti i lampedusani, dei migranti e di quanti guardano a noi ancora come ad una piccola luce, anche in mezzo al buio. Chiedo al Signore – aggiungeva il parroco – che, oggi e sempre, Lampedusa possa essere come una lampada posta sul lampadario che, facendo luce a tutta la stanza, illumina e orienta; spero che la paura e la solitudine non ci faccia diventare come la lampada posta sotto il secchio che non serve a nessuno».

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