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04 SL 2 Madri di Tiananmen

Lettera aperta del gruppo dei parenti delle vittime del massacro. “La tragedia del 4 giugno è ormai storia, ma tale disastro rimane irrisolto e le sue ferite devono essere ancora guarite”. In occasione dell’anniversario, i membri sono sottoposti a controlli, arresti domiciliari, viaggi forzati in compagnia delle forze di sicurezza. La paura del regime per “un fragile gruppo di persone vecchie e malate”. Almeno 51 di loro sono morti senza ricevere giustizia.

Le Madri di Tiananmen, il gruppo di parenti delle vittime del massacro operato dall’esercito cinese il 4 giugno 1989, hanno scritto una lettera al presidente Xi Jinping definendo la serie di uccisioni un “crimine contro l’umanità”. Il gruppo chiede a Xi anche di perseguire i responsabili e di ricompensare le vittime.

Nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, l’esercito cinese “della liberazione del popolo” ha messo fine al movimento di circa un milione fra studenti e operai che da oltre un mese occupava piazza Tiananmen e domandava più democrazia e meno corruzione ai membri del Partito comunista cinese (Pcc). Secondo le stime più attendibili, fra 200 e 2mila persone sono state uccise dai colpi di fucile o stritolati dai carri armati dell’esercito; decine di migliaia arrestati nei giorni seguenti e condannati come “controrivoluzionari” perché attentavano all’egemonia del Partito.

Il Pcc ha sempre difeso il suo operato come annientamento di una “ribellione controrivoluzionaria”. Qualche leader, come Jiang Zemin ha osato dire che il massacro è stato un “male minore”, per far giungere la Cina all’attuale livello di sviluppo economico.

“Nella turbolenta estate del 1989 – si dice – le autorità hanno inviato più di 100mila truppe armate e in tenuta da combattimento per assassinare studenti e civili indifesi in un massacro che si pensava doveva preservare la stabilità nazionale… Questo è stato un crimine contro l’umanità che ha danneggiato in modo serio la nostra reputazione come nazione… La tragedia del 4 giugno è ormai storia, ma tale disastro rimane irrisolto e le sue ferite devono essere ancora guarite”.

Da decine di anni le Madri di Tiananmen continuano a chiedere di fare piena luce su quanto avvenuto; di perseguire i responsabili; di ricompensare i mutilati o i parenti delle vittime, ma finora esse non hanno ottenuto alcuna risposta.

“In questi ultimi 29 anni – continua la lettera - dal governo che è al potere nessuno ci ha mai domandato nulla, nessuno ha chiesto scusa… È come se il massacro che ha scioccato il mondo non fosse mai esistito”.

All’origine, il gruppo era composto da centinaia di genitori e parenti; ora essi sono diventati vecchi e molti di loro – almeno 51 – sono morti senza ricevere giustizia. In occasione dell’anniversario di Tiananmen la polizia li controlla, li costringe agli arresti domiciliari o a fare delle “vacanze”, accompagnati dalle forze di sicurezza. “Sembra – dice la lettera – che questa enorme e potente dittatura del proletariato abbia paura di un fragile gruppo di persone vecchie e malate”.

Le Madri di Tiananmen si rivolgono direttamente a Xi Jinping: “Come leader di questa grande nazione, lei non può non avere a cuore il massacro di Tiananmen, che accadde 29 anni fa. Lei deve prendersi cura delle persone che ne sono state vittime”.

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21 SL 2 Vaticano Romero Paolo VI

L’ha deciso papa Francesco stamane in Concistoro. Assieme a loro saranno santi altri quattro beati: due italiani, una tedesca, una spagnola, che ha vissuto in Argentina.

Paolo VI e mons. Romero saranno canonizzati il prossimo 14 ottobre. Papa Francesco ha deciso questa data in un Concistoro tenuto stamattina.

La decisione della canonizzazione del papa del Concilio e il “martire del Salvador” era stata presa dal pontefice lo scorso marzo.

Assieme al pontefice di origine bresciana (al secolo Giovanni Battista Montini, 1897 –1978) e all’arcivescovo di San Salvador (1917-1980), ucciso mentre celebrava la messa, saranno canonizzati altri quattro beati:

  • Francesco Spinelli (1853- 1913), sacerdote diocesano milanese, fondatore dell’istituto delle suore Adoratrici del Santissimo Sacramento e delle Sacramentine di Bergamo;
  • Vincenzo Romano (1751-1831), sacerdote diocesano di Torre del Greco (Napoli), famoso per il suo impegno di evangelizzazione verso i giovani, i poveri, i malviventi;
  • Maria Caterina Kasper (1820- 1898), vergine, tedesca, fondatrice dell’istituto delle Povere ancelle di Gesù Cristo, che ha vissuto un apostolato per i poveri, gli anziani, i bambini, gli orfani;
  • Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù (al secolo: Nazaria Ignazia March Mesa, 1889- 1943), vergine, fondatrice della congregazione delle Suore Misioneras Cruzadas de la Iglesia. Di origine spagnola, ha lavorato anche in Argentina per la promozione delle donne e a servizio dei poveri.
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18 SL venezuela sosf

LA DIREZIONE GENERALE DEI MISSIONARI DELLA CONSOLATA

“Consolate, consolate il mio popolo!” Isaia 40,1

“Un Paese alla fame e sull’orlo della guerra civile,” quello raccontato dai nostri missionari dal Venezuela, ascoltando le storie di giovani, professionisti, anziani, studenti e di famiglie povere: “la tessera per il razionamento alimentare, la mancanza di medicine, l’iperinflazione, i supermercati vuoti, il clima di insicurezza, la rabbia per le libertà civili violate”. E ancora “ Con le strade trasformate in terreno di una battaglia campale infinita, il regime di Maduro si afferra al potere con un colpo di mano per cambiare la Costituzione. Mentre l’opposizione politica grida al golpe”.

Queste sono alcune considerazioni fatte a Padre Stefano, Superiore Generale, che è in costante contatto telefonico con loro, per manifestare la vicinanza di tutto l’Istituto, la preoccupazione per l’aggravarsi della situazione degli scontri e, attraverso di loro, la nostra solidarietà al popolo venezuelano di fronte ai gravi problemi che lo affliggono.

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19 SL SofiaIl caso risale al 2014 quando inizia una revisione fiscale sulle imposte pagate dall’Esarcato cattolico di Sofia che comprende i fedeli di rito bizantino. Le autorità finanziare della capitale sostengono che due degli edifici dell’Esarcato sono semplici abitazioni. Mons. Christo Proykov, esarca cattolico e presidente dei vescovi bulgari: “È vero: la comunità cattolica è piccola, ma questo non è un motivo di discriminazione o di oppressione nei suoi confronti”. Intanto la Chiesa locale ha deciso di ricorrere alla Corte di giustizia

La legge è uguale per tutti, ma a Sofia viene interpretata diversamente. Almeno per quanto riguarda alcune proprietà ecclesiali che d’improvviso il Dipartimento finanziario del Comune ha deciso di trattare come “semplici abitazioni”.

Il caso risale al 2014 quando inizia una revisione fiscale sulle imposte pagate dall’Esarcato cattolico di Sofia che comprende i fedeli di rito bizantino. Le autorità finanziare della capitale sostengono che due degli edifici dell’Esarcato, ossia il vescovato adiacente alla cattedrale dell’Assunzione di Maria, dove oltre all’esarca risiedono altri quattro sacerdoti, e il monastero dei padri carmelitani non sono edifici ecclesiastici ma semplici abitazioni. In quanto tali, sono soggetti alla tassa Imu e alla tassa rifiuti di cui gli edifici ecclesiastici invece sono esenti.

“Abbiamo presentato le dichiarazioni per le imposte per anni e mai c’è stato un problema – spiega l’esarca cattolico e presidente dei vescovi bulgari, mons. Christo Proykov -. Poi, d’improvviso questa decisione di penalizzarci con una multa cospicua per il periodo 2009-2013”.

Il presule s’interroga sul perché non venga usato un criterio unico. “Ci sono altri due conventi delle suore eucarestine e delle suore carmelitane – dice -, ma lì i funzionari hanno stabilito che si tratta di edifici ecclesiastici. Non si capisce in base a che cosa si stabilisca che invece il vescovato e il monastero dei padri carmelitani non siano tali”.

Negoziazioni fallite. Mons. Proykov ha cercato invano di risolvere il problema informando il primo ministro, Boyko Borissov, il sindaco di Sofia, Yordanka Fandakova, il difensore civico, ecc. A favore dell’Esarcato cattolico si è pronunciata la Direzione per i culti del Consiglio dei ministri in Bulgaria. “Ci hanno diminuito la penale che dovevamo pagare ma il presupposto che non siamo in regola è rimasto”, afferma Proykov. Dal Comune avevano minacciato anche di bloccare i conti correnti dell’Esarcato.

Il problema nasce dal fatto che la legge in vigore dal 2009 al 2013 definisce tutti gli edifici religiosi come “luogo di preghiera” e, secondo i funzionari fiscali, questi monasteri non sono tali.

“Come confessione – racconta l’esarca -, la comunità cattolica è stata sempre in regola per quanto riguarda le imposte e i nostri doveri nei confronti dello Stato, anzi… Ci davano di esempio, ma qui è una situazione profondamente ingiusta nata dalla libera valutazione degli impiegati fiscali”.

La legge cambia. Nel frattempo, dal 1° gennaio 2014 la legge è cambiata ed è prevista una distinzione tra monasteri, chiese, cappelle, luoghi di preghiera, ecc, proprio per evitare delle incomprensioni. “Per quest’anno non abbiamo ricevuto alcuna notifica fiscale da pagare”, dice Proykov, che però rimane preoccupato: “Visto il precedente non è scontato che, dopo cinque anni, un altro funzionario del Comune non ritenga che il monastero non sia più tale e che di nuovo bisogna pagare le tasse”.

Trattamento diverso. Il problema è stato affrontato anche durante la visita del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, nel marzo 2016, nel corso dei suoi colloqui con le autorità bulgare. Ma vista la mancanza di dialogo, mons. Proykov ha deciso di ricorrere alla Corte di giustizia come ultima speranza. “Tutti gli esperti competenti che abbiamo consultato – spiega Bogdan Patascev, portavoce della Conferenza episcopale bulgara, ritengono che nel processo giudiziario la Corte si pronuncerà a favore dell’Esarcato cattolico. Uguale è anche il parere non ufficiale di alcuni esperti del Comune di Sofia”.

“Non possiamo permetterci un trattamento diverso nei confronti dei vari monasteri cattolici a Sofia perché si potrebbero creare dei precedenti da seguire nel resto del Paese”, afferma mons. Proykov: “È vero: la comunità cattolica è piccola, ma questo non è un motivo di discriminazione o di oppressione nei suoi confronti”. A suo avviso, “mentre la Bulgaria si prepara ad assumere la presidenza europea dal 1° gennaio 2018, dovrebbe dimostrare di essere veramente uno Stato di diritto non solo a parole”.

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16 SL papaRicorre oggi il quarto anniversario dell’elezione di Papa Francesco. Quattro anni vissuti con grande intensità dal Pastore venuto “quasi dalla fine del mondo” che sta attuando un’opera di profondo rinnovamento della Chiesa. Anche questo quarto anno è stato denso di momenti e documenti magisteriali. E’ stato l’anno di Amoris Laetitia e dello storico abbraccio con il Patriarca Kirill a Cuba, l’anno della Gmg di Cracovia e della visita ad Auschwitz, della Canonizzazione di Madre Teresa e del viaggio ecumenico a Lund nel 500.mo della riforma di Lutero. A legare tutti questi punti, il filo rosso della misericordia – architrave del Pontificato – che ha avuto il suo culmine nel Giubileo straordinario. Per una riflessione sui temi forti di questi primi quattro anni di Pontificato e sull’orizzonte che Papa Francesco sta aprendo nella vita della Chiesa, il cardinale Pietro Parolin ha concesso un’intervista esclusiva alla Radio Vaticana–Segreteria per la Comunicazione. Al microfono di Alessandro Gisotti, il segretario di Stato muove la sua riflessione ritornando con la memoria a quel 13 marzo del 2013 quando il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio fu eletto Papa, il primo nella storia della Chiesa con il nome di Francesco: 

R. – Quel giorno, il 13 marzo, io non ero a Roma, ero ancora a Caracas (come nunzio in Venezuela ndr). Quindi la notizia ci raggiunse a mezzogiorno, mentre qui a Roma era già sera. Ovviamente, la cosa che prima di tutto sentii fu una grande sorpresa per questo nome, per l’elezione del cardinale Bergoglio, di cui avevo sentito parlare ma che non si prevedeva in quel momento sarebbe stato il nuovo Papa, almeno la stampa non lo presentava tra i “papabili”. Quindi una grande sorpresa e una sorpresa anche per il nome, questo nome “Francesco” che non c’era nella serie dei Papi e che ha, secondo me, individuato subito un po’ quelle che sarebbero state le caratteristiche del nuovo Pontefice. Poi nel suo discorso, fatto con tanta semplicità, con tanta pace, con tanta serenità, mi ha colpito soprattutto questo affidamento reciproco, il fatto che lui si sia affidato al popolo e ha chiesto la preghiera del popolo affinché Dio lo benedicesse, il “popolo santo di Dio”, come ama dire Papa Francesco. D’altra parte, è l’affidamento anche del pastore al popolo, del popolo al pastore e del pastore al popolo e tutti insieme affidarsi a Dio. Da qui è uscita questa immagine di Chiesa che è un camminare insieme, pastore e popolo, con fiducia e affidandosi tutti alla preghiera e quindi alla grazia e alla misericordia del Signore.

D. – Il Santo Padre, fin dai suoi primi interventi pubblici, ha messo l’accento proprio sulla necessità di essere “Chiesa in uscita”, Chiesa in cammino. Si sta affermando ai diversi livelli della Chiesa questo stile sinodale, questa visione a cui il Papa tiene molto?

R. – Evidentemente è un cammino lungo, un cammino progressivo, un cammino che, potremmo dire, ha avuto il suo inizio con il Concilio Vaticano II, di cui Papa Francesco vuole essere colui che lo continua nella sua applicazione nella vita della Chiesa. Mi pare importante questa Chiesa in cammino, questa Chiesa che si apre: una Chiesa che si apre innanzitutto al Signore, una Chiesa in uscita verso il suo Signore, verso Gesù Cristo. E proprio perché la Chiesa è in uscita verso Gesù Cristo riesce anche ad accompagnare la gente, ad incontrare la gente, ad accompagnare la gente nella sua realtà di ogni giorno. Questo mi pare molto importante e mi pare che questo cammino va fatto insieme. Ecco la sinodalità! La Chiesa in cammino va fatta insieme, ma sotto la guida dello Spirito Santo. Quindi una Chiesa che è riunita dallo Spirito dove ognuno è attento alla voce dello Spirito e dove ognuno mette in comune proprio anche i doni che lo Spirito Santo gli dà per la realizzazione di questa missione.

D. – Il Giubileo della Misericordia si è concluso ma la misericordia resta l’architrave di questo Pontificato, come ci ricorda anche il motto episcopale di Jorge Mario Bergoglio. Dove vede i frutti più fecondi di questo continuo richiamo del Santo Padre alla dimensione della misericordia, della tenerezza di Dio?

R. – Io vorrei dire che questa insistenza sulla misericordia non è tanto un gusto personale del Papa quanto è proprio il centrare l’attenzione sul Mistero fondamentale che è quello dell’amore di Dio. La storia della Salvezza non è altro che la storia della rivelazione dell’amore, della misericordia e della tenerezza di Dio nei confronti dell’umanità. E il Papa ci ha proprio richiamato a questo centro, a questa fonte. Credo che lo sforzo della Chiesa debba essere proprio quello di farsi tramite, di farsi canale di questo incontro tra la misericordia di Dio e l’uomo di oggi nella sua realtà concreta, nelle sue gioie e nei suoi dolori, nelle sue sicurezze e anche nelle sue debolezze e nei suoi dubbi. L’Anno Santo della Misericordia è stato proprio un’offerta che il Papa ha fatto alla Chiesa perché diventasse questo strumento di misericordia. Giustamente, come lui ha detto, si chiude la Porta Santa ma la porta della misericordia rimane sempre aperta! Per quanto riguarda i frutti vorrei sottolineare due cose. La prima è, da parte di molti cristiani, di molti battezzati, la riscoperta della Confessione come Sacramento della misericordia di Dio dove il Signore Gesù ci fa sperimentare la misericordia del Padre, il perdono dei peccati e tutto il suo amore nei nostri confronti. Ho sentito da tante parti che c’è stato un risveglio di questo Sacramento e tante persone si sono accostate. Speriamo che questo risveglio continui e si traduca davvero in una rinnovata frequenza al Sacramento della Riconciliazione. La seconda è l’attenzione alle situazioni di povertà, di indigenza. Il Papa ci ha mostrato, con i gesti soprattutto, questo esercizio della misericordia che tra l’altro è anche una delle richieste che ci viene fatta pressantemente in Quaresima: la conversione nasce proprio dall’esercizio delle opere della carità fraterna. E quindi questa rinnovata attenzione alle persone che si trovano in difficoltà, ai poveri, agli emarginati, a coloro che hanno bisogno di sostegno e di vicinanza. Mi pare che siano state tantissime le iniziative. Credo che anche questa sia una dimensione sulla quale si dovrà continuare ad insistere.

D. –  Nel quarto anno di Pontificato, in particolare con la pubblicazione dell’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia sono emerse, in ambito cattolico, anche delle critiche, delle incomprensioni, se vogliamo, nei  confronti del Magistero di Papa Francesco. Che lettura se ne può dare?

R. – Io direi innanzitutto di guardare all’Amoris laetitia come a un grande regalo che c’è stato fatto. Il Papa, mi ricordo sempre all’inizio, prima dell’avvio del primo Sinodo sulla famiglia, diceva: “Questo Sinodo dovrà far brillare il Vangelo della famiglia”. E il Vangelo della famiglia vuol dire da una parte il piano di Dio sulla famiglia, quel piano che Dio aveva concepito fin dall’eternità sulla famiglia e nello stesso tempo anche le condizioni reali in cui questa famiglia vive: una famiglia segnata dal peccato originale come tutta la realtà umana. Quindi io credo che l’Amoris laetitia ha dato un grande impulso, sta dando un grande impulso, come sento anche da tante persone, alla pastorale familiare. Sta veramente producendo frutti di rinnovamento e di accompagnamento delle situazioni familiari che si trovano nella fragilità. Per quanto riguarda le critiche… Be’, critiche nella Chiesa ce ne sono sempre state! Non è la prima volta che succede. Credo che lo stesso Papa ci ha dato la chiave per leggerle: cioè, devono essere critiche sincere, che vogliono costruire e allora servono per progredire, servono anche per trovare la maniera insieme di conoscere sempre meglio la volontà di Dio e di applicarla.

D. – Papa Francesco sta avviando anche una profonda riforma della Curia. Spesso sottolinea poi che tutti abbiamo bisogno di una riforma, se vogliamo anche molto più importante, “la riforma del cuore”. E in Evangelii gaudium invoca “una riforma della Chiesa in uscita missionaria”. Perché questo processo di riforma è così importante per questo Pontefice che lo richiama così costantemente in tanti ambiti?

R: - Nella storia, il Concilio poi l’ha ripreso, la Chiesa semper reformanda! E’ una dimensione fondamentale della Chiesa quella di essere in un processo di riforma, di “conversione”, per usare il termine evangelico. Ed è giusto che sia così, è necessario che sia così. Il Papa ce lo ricorda con insistenza perché la Chiesa diventi sempre più se stessa, diventi sempre più autentica, tolga quelle incrostazioni che si vanno accumulando nel cammino della storia e risplenda davvero come una trasparenza del Vangelo. Direi che questo è fondamentalmente il senso della riforma ed è per questo che il Papa insiste sulla “riforma del cuore”! Ogni riforma anche strutturale di cui c’è bisogno - a livello della Curia romana ci sono già state varie decisioni, il Papa le ricordava nell’ultimo discorso alla Curia romana, che stanno portando a delle trasformazioni, a un rinnovamento - però tutto parte dal cuore, tutto parte dall’interno. E quindi, giustamente, il Papa insiste su questo. Io vorrei dire, è importante, come del resto lo dice lui, insistendo sulla “riforma del cuore”: non sono i criteri funzionali che devono guidare questa riforma ma, appunto, più profondamente, i criteri di un autentico ritorno a Dio e un’autentica manifestazione della vera natura della Chiesa.

D. – Da ultimo, eminenza, lei è il più stretto collaboratore del Santo Padre. Cosa le sta donando personalmente, innanzitutto come cristiano prima ancora che come Segretario di Stato, lo stare accanto a Papa Francesco in questi anni?

R. – Veramente ringrazio il Signore! Quello che mi impressiona di Papa Francesco è proprio questa sua lettura di fede delle cose, delle situazioni, da cui nasce, direi, una grande serenità di fondo. Lui lo ha detto anche tante volte, ma lo sperimento proprio nel contatto con lui: questa serenità di fondo per cui di fronte alle situazioni, anche alle più difficili, alle più complicate - ce ne sono tante che sono anche motivo di preoccupazione, anche di inquietudine - questa capacità di guardare con serenità le cose, di sapere che le cose sono in mano a Dio e quindi di andare avanti con forza, di andare avanti con coraggio. E direi che questo mi aiuta molto anche nell’esercizio delle mie responsabilità e del mio ruolo.

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