Padre Luca Bovio, Missionario della Consolata in Polonia, ci racconta il suo ultimo viaggio compiuto in Ucraina dal 2 al 7 marzo 2024, a Zaporiza e Nikopol.

Grazie alle offerte raccolte, nei giorni precedenti al viaggio abbiamo acquistato e spedito dalla Polonia ai frati francescani Albertini a Zaporiza 5 bancali di carne in scatola (18.000 confezioni). Oltre a questo, lì è giunto due giorni prima del nostro arrivo anche l’ultimo carico di aiuti raccolti dalla parrocchia di Villa di Serio (Bergamo) e da tanti altri, portato da Ruggero e gli amici di Cantù (Como) a Sandomierz in Polonia, e da lì con un altro trasporto inviati a Zaporiza.

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Per arrivare a Zaporiza da Varsavia occorrono due giorni di viaggio.

Anche in Polonia come nel resto d’Europa ci sono proteste dei contadini. I camion per entrare in Ucraina alle frontiere hanno tempi di attesa medi di circa dieci giorni.

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La nostra auto, trasportando aiuti umanitari, riceve il permesso di passare e così agevolmente varchiamo la frontiera.

Zaporiza è una grande città nella zona centro orientale del Paese, costruita sul grande fiume Dniepr che divide in due la città. Qui c’è la concattedrale cattolica dedicata a Dio Padre Misericordioso e non lontano la comunità dei frati Albertini. Nei pressi della concattedrale, quattro volte alla settimana viene fatta la distribuzione del pane e di una scatoletta di carne. Sono circa 1.500 le persone che in fila ricevono l’aiuto.

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Prima gli invalidi, poi le donne e infine gli uomini.

Il forno dei frati, che visitiamo il giorno successivo, ha la capacità di produrre 900 pani, per questo motivo, per dare qualcosa a ognuno, a un certo punto occorre dividere a metà o anche in tre parti il pane. Durante la distribuzione a cui partecipiamo ci raccontano che nei negozi i beni si trovano. Quello che manca sono i soldi per comprare. La pensione media di circa 50 euro al mese è troppo bassa per pagare tutte le spese di casa così come quelle personali.

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La città, prima della guerra, contava quasi un milione di abitanti. Oggi è difficile fare stime. Molti sono partiti. Altri sono arrivati dai villaggi vicini. Il fronte dista da qui solo 30 chilometri.

Nel pomeriggio visitiamo la seconda e unica presenza romano cattolica in città. In una piccola parrocchia circondata da alti palazzi vive un padre di origine polacca dei missionari di Nostra Signora di La Salette. Ci racconta delle sue attività di assistenza a favore degli ammalati che sono nelle case. Con alcuni volontari portano medicine e cibo. I volontari hanno anche il compito di verificare l’effettiva presenza dell’ammalato.

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IL missionario ci racconta anche di un suo giovane confratello, p. Giovanni, che vive a Nikopol a circa 100 chilometri a sud in una situazione peggiore della sua. Nikopol è una città che si affaccia sul fiume. Sulla riva opposta c’è Ernegodar, la città con la più grande centrale atomica d’Europa. La riva opposta è territorio occupato. Per questo motivo Nikopol e tutta quella regione è spesso sotto attacco avendo come unico argine il fiume.

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Decidiamo di fare una breve visita. Avendo ottenuto i permessi umanitari necessari, arriviamo brevemente a Nikopol per incontrare don Giovanni che ci accoglie calorosamente, quasi incredulo che qualcuno venga a trovarlo.

Da questo capiamo come siano importanti queste visite che, seppur brevi, incoraggiano. Ci raggiunge anche un militare responsabile della zona col quale, bevendo un caffè, parliamo della situazione al fronte. Il momento non è facile. C’è pessimismo. Occorre un ricambio del personale. Il governo sta lavorando a una legge che definisca meglio i criteri di arruolamento. Gli aiuti esterni sono da sempre stati fondamentali per difendersi contro un nemico che per numero e possibilità è impari. Questi aiuti su larga scala per vari motivi sono in forte diminuzione. Ad esempio, gli aiuti umanitari, ci comunica la Caritas locale, sono diminuiti del 60%. Si parla sul luogo anche di persone che simpatizzano per gli occupanti o che nel migliore dei casi desiderano l’occupazione come raggiungimento di una vita più tranquilla.

Il tempo trascorre veloce. Velocemente ritorniamo a Zaporiza e da lì il giorno successivo per Kiev e Varsavia.

* Padre Luca Bovio, IMC, è missionario in Polonia.

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Sono passati due anni da quando la guerra in Ucraina è iniziata con l'invasione russa.  In tutto il mondo, le guerre uccidano, mutilano, separano famiglie, provocano distruzione, fame, sofferenza, malattie… Le guerre causano lo sfollamento di intere comunità cambiando la vita di molte persone.

Nel secondo anniversario dall’inizio della guerra in Ucraina, il missionario della Consolata, padre Luca Bovio, da Kielpin in Polonia ha raccolto alcune storie dei rifugiati ucraini la cui vita è stata completamente cambiata. “Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, dobbiamo vivere il presente”, dicono i giovani rifugiati.

Vedi qui il video con alcune testimonianze

Carissimi amici,
all’inizio del nuovo anno abbiamo fatto il primo viaggio del 2024, il decimo da quando è scoppiata la guerra in Ucraina. Il tempo trascorre velocemente e purtroppo possiamo dire che la situazione non migliora, anzi per alcuni aspetti è decisamente peggiorata. Negli ultimi mesi il conflitto in Palestina ha spostato l’interesse dei media su quel luogo con le relative conseguenze. Si constata anche una comprensibile stanchezza nelle persone nel sostenere per un così lungo tempo una crisi di cui ancora non se ne vede l’uscita. Anche la relazione tra Ucraina e Polonia ha visto ultimamente momenti difficili quando, ad esempio, alcune categorie hanno protestato per motivi collaterali alla guerra, come hanno fatto i trasportatori polacchi che hanno bloccato per settimane le frontiere per protestare per i mancati guadagni che sono andati a vantaggio dei loro colleghi ucraini che beneficiano di sgravi derivanti dal conflitto in atto.

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Distruzioni andando verso iI villaggio di Hrakove.

Purtroppo, il conflitto continua senza sconti. Lungo gli oltre 1.000 km del fronte, stime non ufficiali raccolte sul posto, parlano di circa 200- 300 morti al giorno tra i soldati ucraini. Da parte russa il numero va almeno raddoppiato. Occorre anche ricordare che siamo in pieno inverno con tutti i disagi che questo comporta.

11-12 gennaio 2024: Warszawa –Kiev-Charkiv

Il viaggio per arrivare a Charkiv ci impegna due giorni, il tempo necessario  per coprire i 1300 km dopo esserci fermati per riposare a Kiev.

La prima cosa che facciamo appena arrivati è quella di cercare un autolavaggio per pulire la macchina piena di neve e di sale a causa delle condizioni stradali che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio. L’auto era talmente sporca che non si poteva nemmeno leggere la targa. La temperatura è di 17 gradi sottozero con un vento che rende ancora più fredda la temperatura percepita.

Troviamo Don Wojciech, il direttore della Caritas locale, chiuso nella sua camera a motivo di un brutto raffreddore che lo ha colpito e che non gli permette di uscire.

La notte trascorre abbastanza tranquilla. Solo qualche sirena e il volo di alcuni droni (usati sempre più spesso nel conflitto) sopra la città, tuttavia senza conseguenze.

La mattina incontriamo un gruppo di bambini presso il centro Caritas dove aloggiamo, a fianco della cattedrale della città. Abbiamo con noi degli zaini scolastici pieni di pennarelli e quaderni preparati dai bambini della scuola elementare di Valmorea (Como). I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni, trovando anche delle letterine scritte dall’Italia: coraggio, vi siamo vicino, presto passerà … sono le frasi più ricorrenti che traduciamo. I bambini ucraini si mettono subito al lavoro per rispondere ai loro coetanei e registriamo anche un video per mandare saluti e ringraziamenti.

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I bambini ucraini aprono con gioia e sorpresa i loro doni trovando anche delle letterine scritte dai bambini della scuola elementare di Valmorea

Con l’aiuto di un volontario siamo accompagnati per la città e nei dintorni per vedere gli ultimi luoghi colpiti. Tra questi ci sono hotel, case e scuole colpiti due giorni prima del nostro arrivo, obbiettivi tutt’altro che militari… (foto 5,6,7 nello slideshow)

La città di Charkiv, ricordiamo che la seconda per grandezza del paese a poche decine di chilometri dal confine ad est con la Russia, si sta lentamente ripopolando. Dopo essersi svuotata con lo scoppio della guerra, progressivamente le persone stanno ritornando. In questo tempo si stanno aggiungendo molti che vengono volontariamente o forzatamente portati in città dai villaggi della regione vicini al fronte, per motivi di sicurezza o semplicemente per la mancanza di condizione minime per la sopravvivenza durante l’inverno. (Foto 8,9,10 nello slideshow)

13 gennaio 2024: Charkiv-Hrakove-Charkiv

Nel pomeriggio siamo raggiunti da sr. Camilla, una suora polacca delle Piccole Missionarie della Carità fondate da don Orione. Sr. Camilla insieme alla sua comunità è molto impegnata in diversi progetti. Ci accompagna a vederne uno di questi a Hrakove un piccolo villaggio tra Charchiw e Izum.

Il villaggio di Hrakove, prima occupato e poi liberato, si presenta mostrando tutte le sue ferite. Le case sono quasi tutte semidistrutte così come l’asilo e le costruzioni attorno. Neanche la chiesa ortodossa è stata risparmiata dagli attacchi. Dappertutto ci sono cartelli e nastri che avvertono di tenere la distanza a motivo della presenza di mine nel terreno.  (Foto 11,12,13,14,15,16 nello slideshow)

La strada completamente ghiacciata finisce di fronte alla casa dove lavorano Nina e suo marito Alesandro. Nina è una giovane donna di Charkiw che ha sposato Alessandro nativo di questo villaggio. Sono tra le 200 persone rimaste ancora qui oggi. Prima della guerra se ne contavano 800. Nina avendo lavorato in una fabbrica di cucito ha imparato bene il lavoro. Ora con il nostro aiuto ha ricevuto delle macchine da cucire dalla Polonia con delle stoffe e del materiale per lavorare. La sua idea è quella di provare a iniziare una sua produzione per poter immaginare e costruire un futuro, non solo per se stessa, ma anche per alcune donne del villaggio a cui insegna il mestiere di sarte. Per il momento la produzione è inziale e viene fatta solo su ordinazione. Lo stesso vescovo locale, Pavlo Honcharuk, ha fatto degli ordini, così anche sr. Camilla che, disponendo di alcune offerte, fa preparare abiti da distribuire poi in altri villaggi a coloro che non si possono permettere gli acquisti. (Foto 17,18,19 nello slideshow)

L’iniziativa è davvero interessante e unica in una situazione così ancora fragile e ancora aperta a ogni possibile scenario. Dopo una lunga chiacchierata fatta a fianco della stufa e bevendo un buon tè caldo, facciamo ritorno in città.

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Nina nel suo laboratorio di cucito con alcune donne del villaggio a cui insegna il cucire a macchina.

14 gennaio 2024: Charkiv

La domenica mattina salutiamo il vescovo Pavlo (Paolo) e i sacerdoti che ci hanno accolto per dirigerci verso la comunità di sr. Camilla. Lì lasciamo gli aiuti che abbiamo portato. Tra questi un generatore di corrente, materiale scolastico raccolto in Italia da Eskenosen (associazione di famiglia di Como) e abiti invernali. Presso la casa delle suore vivono delle giovani madri con i loro figli. Le incontriamo distribuendo a loro dei pacchi regalo preparati dai bambini del catechismo di Civiglio e Brunate (Como). Anche loro contraccambiano i doni ricevuti con dei tradizionali biscotti alla cannella che hanno preparato e che porteremo in Italia.

Celebriamo insieme la Messa domenicale e, dopo un veloce pasto, ritorniamo a Kiev.

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Luoghi di Charkiv colpiti da recenti bombardamenti

15 gennaio 2024: Kiev-Varsavia

Di buon mattino ci rimettiamo in viaggio verso Varsavia. Strada facendo troviamo improvvisamente in un corteo funebre. Una lunga fila di auto accompagna la salma di un soldato, avvolta dalle bandiere. Durante il lungo il tragitto notiamo che tutti mezzi che viaggiano dalla parte opposta si fermano in segno di rispetto. Gli autisti scendono dalle macchine, si tolgono il cappello e spesso si inginocchiano nella neve e nel fango per rendere onore a coloro che hanno dato la loro vita per garantire la libertà al paese. Durante il tragitto quando attraversiamo un paese, anche i bambini delle scuole e dell’asilo escono per salutare la salma. I funerali celebrati sono tanti.

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Vedute di Charkiv

In serata in mezzo a una bufera di neve che da tempo non si vedeva facciamo rientro a Varsavia.

* Luca Bovio è missionario della Consolata in Polonia. Pubblicato nel sito www.rivistamissioniconsolata.it

Lutsk

Questo viaggio si svolge nel cuore dell’estate ed inizia con una prima tappa nella città di Lutsk, la prima che si incontra entrando dalla frontiera più a nord dalla Polonia. Questa città come del resto la regione chiamata Volyn, è la zona più lontana dal fronte. Per questo motivo più di 100 mila rifugiati hanno trovato qui accoglienza. 

I problemi non mancano considerando che la zona è economicamente povera. Nella regione si trovano decine di villaggi medio piccoli e qui la gente sono prevalentemente contadini. In questa zona, fortemente influenzata dalla vicina Polonia, sono avvenuti scontri molto crudeli alla fine delle seconda guerra mondiale. La presenza dei cristiani cattolici è bassa; sono molto più numerosi gli ortodossi. Quasi ogni nostro viaggio è iniziato da qui perché e la strada più diretta per proseguire nel paese arrivando dalla Polonia. Conosciamo il Vescovo Mons Vitalii; la chiesa locale è impegnata nell’aiutare i rifugiati che hanno trovato riparo in questa regione.

Lubieszów

Il giorno successivo di buon mattino ci mettiamo in viaggio insieme a don Paolo, il vicario del Vescovo, in direzione nord verso Lubieszów  a 130 km da Lutsk. Lubieszow e una cittadina di circa 10 mila abitanti posta a soli 20 km. dal confine con la Bielorussia. Lo scopo di questa breve visita è quello di visitare un chiesa e il convento adiacente che il Vescovo vorrebbe dare al nostro Istituto, per una possibile futura presenza di lavoro missionario. La chiesa dedicata ai SS Cirillo e Metodio è stata costruita dai Cappuccini nel XVIII secolo; con la seconda guerra mondiale e l’inizio dell’occupazione russa, i frati hanno dovuto abbandonare tutto. Dopo il convento divenne la stazione della Polizia locale e la chiesa una sala di ginnastica. Quando nel 1992 cadde il muro di Berlino e la democrazia ritornò in Ucraina il complesso fu restituito alla diocesi locale. Oggi la comunità locale e formata da circa 30 fedeli che la domenica partecipano alla S. Messa presieduta da un parroco polacco che vive a 60 km da qui. L’intero edificio ha bisogno di importanti lavori di manutenzione, già iniziati con il cambio del tetto. Vedremo se in futuro il discernimento che faremo coi superiori ci porterà forse un giorno a lavorare in questo luogo. 

Dopo questa breve visita ci dirigiamo verso Kiev che raggiungiamo dopo circa 6 ore di viaggio. Ci alloggiamo in Nunziatura per riprendere il viaggio il giorno successivo in direzione di Cherson. La sera faccio una passeggiata nella centro della città per sgranchire la gambe dopo le lunghe ore di viaggio e per gustare le bellissime chiese e palazzi illuminati. 

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Cherson

La distanza che separa  Kiev da Cherson è di quasi 600 km passando per la strada più diretta e sicura. Il GPS la mostra chiusa ma in realtà è percorribile. Il viaggio ci regala dei paesaggi suggestivi. La giornata calda e soleggiata fa brillare intensamente le sconfinate distese di coltivazioni di girasoli che spesso incontriamo. 

Sono abbastanza numerosi i grandi camion che viaggiano in direzione sud carichi di cereali e frumento per poi essere imbarcati nelle gigantesche navi cargo nel grande porto di Odessa e da li partire per tutto il mondo. Purtroppo i magazzini portuali sono diventati ultimamente obiettivi sensibili e spesso sono stati colpiti causando la perdita di tonnellate di prodotti. Anche il mancato accordo sul grano contribuisce a far lievitare i prezzi a livello mondiale di queste materie prime così importanti per sfamare tantissime povere popolazioni nel mondo.

Torniamo a Cherson per la seconda volta dopo essere stati qui a marzo. La situazione non è cambiata. La città prima occupata e poi liberata è continuamente sotto tiro, giorno e notte. Il fiume è la linea naturale del confine. Abbiamo con noi aiuti sanitari. In particolare abbiamo raccolto pastiglie utili per disinfettare l’acqua. Il 6 giugno  a circa 100 km da qui in direzione nord fu fatta saltare la diga sul fiume a Kakhovka. L’esplosione della diga liberò lungo il tracciato del fiume una piena che travolse e allagò villaggi e città dove ancora oggi non c’è acqua potabile.

A Cherson  il parroco don Massimo ci indica la pareti delle case con il segno lasciato dall’acqua della piena. Molte case sono state invase dall’acqua, quelle più fragili sono state distrutte, alcune persone, rimaste senza niente, sono ospiti in parrocchia.

Cherson è una città disabitata. Prima del conflitto contava con circa 300 mila abitanti. Oggi si stima che siano tra i 20 e i 25 mila. La mattina, nelle zone più lontane dal fiume, troviamo aperto qualche negozio e il mercato, invece nei pressi del fiume non si vede quasi nessuno durante tutto il giorno. I mezzi pubblici, dove è possibile, svolgono ancora il loro servizio e nei pressi delle fermate degli autobus ci sono dei rifugi dove la gente può trovare riparo quando la città è bombardata.

Nel primo pomeriggio le strade dell’intera città si svuotano, i mezzi si fermano e dalle nove di sera fino alle cinque del mattino c’è il coprifuoco. Per motivi di sicurezza è proibito accendere luci nei piani più alti dei palazzi anche se poi sono poche le persone che abitano in posti elevati perché ritenuti troppo pericolosi.

La mattina visitiamo l’ospedale pediatrico della città accompagnati dalla dottoressa responsabile. Ci racconta che prima della guerra qui nascevano annualmente circa 1500 bambini e invece oggi si registrano poco più di una ventina di parti al mese. La sala parto è una semplice stanza con l’occorrente e, a fianco, ce un’altra stanza che è la sala operatoria; quando ci affacciamo vediamo che un intervento è in corso. 

Tutte le attività dell’ospedale sono state trasferite al piano terra. Il quarto piano tempo fa è stato colpito da un razzo, ci è concesso visitarlo brevemente; dal balcone più alto si può vedere tutta la città.

Scendiamo nelle cantine dove si trovano i locali più sicuri. Qui ci sono delle brandine con i sacchi a pelo. Durante gli allarmi questo è il luogo di riparo. A fianco di esso si sta lavorando per organizzare una sala operatoria. 

All’esterno dell’ospedale vediamo un grande generatore di corrente ancora imballato che è arrivato con una serie di aiuti umanitari. La dottoressa ci dice che sarebbe molto utile ma purtroppo non ci sono i cavi per collegarlo e renderlo operativo. Promettiamo cercare di procurarceli.

La parrocchia del sacro cuore, dove siamo ospiti, è uno dei pochi centri di distribuzione di aiuti agli abitanti. Il giorno precedente al nostro arrivo è stata organizzata una distribuzione e a circa mille persone è stato consegnato del cibo. 

Questa distribuzione è rischiosa. Ogni assembramento di persone costituisce un potenziale obiettivo. E’ sufficiente che questa informazione arrivi dalla parte opposta del fiume e si potrebbero avere conseguenze gravi. Per questo motivo il giorno e l’ora della distribuzione sono spesso cambiati e mai fatti con una certa regolarità anche se gli aiuti oggi stanno arrivando con bastante regolarità; senza di essi sarebbe difficile sfamare i cittadini di questo luogo. 

Oltre alla parrocchia in città è stata aperta una mensa organizzata dai padri domenicani che, pur non vivendo qui, assicurano il cibo e ciò che occorre per la distribuzione. Ogni giorno vengono preparati 1000 pasti. Si possono consumare sul posto oppure una rete di volontari li consegna nelle case. Anche la parrocchia greco cattolica della città guidata dai pp. Basiliani è impegnata nella distribuzione degli aiuti. 

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Fedorivka

Nel pomeriggio di questa intensa giornata ci rechiamo in un villaggio fuori città, di nome Fedorivka a situato a poche decine di chilometri a nord di Cherson. Fedorivka è uno dei tanti villaggi colpiti dall’inondazione avvenuta a causa della distruzione della diga. Per arrivare qui occorre passare diversi check point dei militari. Ne vediamo alcuni su una macchina che hanno appena abbattuto un drone: i resti sono ancora visibili e fumanti in un campo non lontano da lì.

Nel villaggio siamo accolti dal responsabile con la moglie. Portiamo un generatore di corrente perché qui gli abitanti non hanno più di due ore di corrente al giorno, troppo poca per tenere carichi i telefonini tutto il giorno; il generatore sarà messo a disposizione nella chiesetta del villaggio. 

Ci accompagnano in una breve visita e ci raccontano che l’acqua dell’inondazione è rimasta stagnante per più di due settimane; il terreno pianeggiante non favoriva il deflusso. Molte case e fienili sono stati trascinati via insieme ad animali. Sacchi di cereali custoditi nei magazzini sono marciti. Chi è rimasto prova ora salvare ciò che è possibile salvare. 

In questi villaggi per motivi igienici esiste ancora il divieto di bere l’acqua dai pozzi. Per questo si cercano alternative come autopompe (una purtroppo si è guastata), acqua in bottiglia e pastiglie disinfettanti. In tutti i campi e attorno al villaggio persiste il cattivo odore del marciume. 

Portiamo del cibo a una coppia di anziani. Ci raccontano che durante il tempo dell’occupazione nella loro casa tenevano nascosti 6 soldati ucraini in fuga ma poi arrivarono le forze speciali russe che li stavano cercando. La signora li nascose in un locale e diede loro il rosario dicendo: “che crediate o no, usatelo!”. Lei stessa informò i russi che non aveva mai visto i militari ucraini e allora questi se ne andarono. Quando si furono allontanati i soldati ucraini, a piedi, scapparono fino a Mikolajow. 

Tornati in città trascorriamo la serata in parrocchia dopo aver fatto una breve passeggiata nei dintorni. Come spiegavo più sopra il quartiere appare deserto e per tutta la notte siamo stati svegliati dal suono delle sirene e dai colpi di artiglieria.

*Missionario della Consolata in Polonia

Padre Luca, come è stai vivendo la guerra in Ucraina così vicina al luogoin cui ti trovi?

Vivo da 15 anni in Polonia, nel Paese confinante con l'Ucraina. Quando è scoppiata la guerra, ricordiamo tutti molto bene le migliaia, milioni di persone che dall'Ucraina sono improvvisamente entrate in Polonia, mamme e bambini. Ci siamo impegnati molto nell'accoglienza di queste persone nella prima fase

"Questa è stata la prima fase di accoglienza, poi la nostra attenzione si è spostata maggiormente sull'Ucraina,  dove purtroppo ancora il conflitto continua e quindi abbiamo iniziato a compiere viaggi in macchina. Solo nell'ultimo anno ci sono stato cinque volte. L'ultima volta un mese fa, a metà marzo, insieme a un altro sacerdote polacco, don Leszek Kryza, che è un profondo conoscitore dell'Ucraina. Lui ora lavora in Polonia, ma ha molti contatti in Ucraina. Insieme abbiamo iniziato a portare questi aiuti rispondendo alle necessità che sono davvero grandi in questo momento".

Cosa vuole che la gente in Italia sappia dell’Ucraina e degli ucraini che vivono questa guerra?

Ogni viaggio che ho fatto è stata un'occasione per incontrare le persone in tanti paesi, in tante città. Abbiamo visitato e portato aiuto, lo stiamo ancora portando in queste settimane in tutto il Paese: dalla zona più lontana dal fronte come, per esempio, la grande città Leopoli o altre città dove ci sono tantissimi profughi provenienti dalla zona est, ma siamo arrivati anche nelle zone del fronte: l'ultimo viaggio lo abbiamo fatto a Kherson, prima ancora a Kharkiv. Compiendo questi viaggi, incontriamo tantissime persone: sono persone stanche, stanche della guerra. Non dimentichiamo che dura da più di un anno, ma in alcune regioni del Paese da ben nove anni ininterrottamente. Non c'è giorno che da qualche parte in Ucraina non ci siano bombe, esplosioni. Questa da un senso costante di paura. 

Allo stesso tempo c'è la speranza che questa guerra possa concludersi prima o poi e speriamo il prima possibile. Ed è anche la nostra speranza. È chiaro che al momento realisticamente non è facile vedere una fine perché la situazione è molto complessa, però non dimentichiamo che l'obiettivo da raggiungere è la pace.

Secondo Lei, quale è il compito della Chiesa in questi momenti così drammatici?

Io ammiro grandemente le persone che ho incontrato – religiosi, sacerdoti, suore, vescovi – che per scelta sono rimasti tutti praticamente li dove già vivevano prima dello scoppio della guerra. Li ammiro perché non è facile. Hanno avuto e stanno dimostrando un grande coraggio e questa vicinanza alle persone è un qualcosa di impagabile, preziosa tanto quanto sono preziosi gli aiuti umanitari, forse ancora di più. Perché se le persone soffrono per mancanza di beni materiali, non dimentichiamo che la sofferenza più grande è la mancanza di umanità che queste persone vedono in pochi giorni, in pochi attimi, scomparire nella loro vita. La presenza della Chiesa, dei religiosi, delle persone che sono lì col popolo di Dio, è un segno anzitutto di presenza: “Ci sono, sono vicino a te nella sofferenza. Non scappo. Ti aiuto per quanto ti posso aiutare. Soffro con te, spero con te e condivido con te quello che ricevo”. Credo che sono un po’ gli atteggiamenti che in questo momento stanno distinguendo queste persone. Invito davvero tutti a continuare a pregare per loro perché sempre abbiano forza, abbiano coraggio e possano sempre indicare l'obiettivo che tutti speriamo, l'obiettivo della pace, che possa arrivare al più presto anche attraverso loro.

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In Ucraina le persone dicono che questa guerra le ha cambiate. Che effetto ha avuto su di lei il fatto di avere un contatto così ravvicinato con questa terra?

Credo che abbia cambiato anche me, nel senso che io mai, mai avrei immaginato di trovarmi in una situazione come questa, pur non vivendo in Ucraina, ma essendo a stretto contatto, tornandoci spesso e comunque vivendo quelle relazioni che si sono messe in moto a causa della guerra. La guerra è brutta, la guerra è tremenda, la guerra ti distrugge, porta morte, però vorrei anche essere portavoce non soltanto di questa tragedia, ma anche provare a far vedere che c'è un lato positivo: c'è una grande umanità che si sta muovendo nel corso della guerra, persone che comunque vogliono fare qualcosa, vogliono aiutare, vogliono essere vicino a queste persone. Ne ho conosciute tante. E questo per dire che di fronte a una tragedia come quella che si sta consumando in Ucraina in questo momento, la risposta del bene è forte, anche se è una risposta più silenziosa e molto meno appariscente del male. E io sono un po’ testimone anche di questo.

Il mio coinvolgimento è dovuto anche al fatto che tante persone mi hanno contattato in maniera del tutto spontanea dicendo: “Padre Luca, noi abbiamo questi beni, aiutaci a farli arrivare in sicurezza. Tanti aiuti li trovo in Italia, e anche, chiaramente, in Polonia: la mia Congregazione manda gli aiuti dalla Spagna, dal Canada, dal Sudafrica; da tutto il mondo sono venuti gli aiuti in diversi modi: chi si è fermato un mese, che si è fermato due, chi ha spedito dei container, chi una somma di denaro. Questo è un segno di come di fronte a una realtà così grande e tragica c'è, comunque, una risposta positiva che guai se venisse a mancare. Questa è una risposta positiva che occorre costruire, credere, sottolineare, ricordare perché a noi la guerra fa paura, fa impressione, giustamente, però il bene deve essere più forte, deve vincere questa guerra e crediamo fortemente in questo.

Quale, secondo Lei, dovrebbe essere la risposta dei cristiani che non vivono direttamente nei paesi colpiti, alla tragedia di guerra non solo in Ucraina, ma anche in tanti altri Paesi del mondo? 

Io credo che il compito di ognuno di noi è porsi la domanda: “Cosa posso fare io?” Io non avrò mai la possibilità di cambiare i destini della guerra perché non ho questa responsabilità, però nel mio piccolo posso fare qualcosa. Ed è una domanda che se tutti quanti ci facciamo e alla quale cerchiamo di rispondere, troveremo davvero la forza e capiremo cosa concretamente possiamo fare. E qui dai bambini, agli adulti, agli anziani – tutti possiamo fare qualcosa di concreto.

Vi racconto questo piccolo episodio. Durante l’ultimo viaggio siamo stati a Kherson che è una città a sud dell’Ucraina. La regione di Kherson è divisa dal fiume Dnipro che in questo momento è proprio il confine della linea frontale. Ero accompagnato dal parroco locale. La zona è insicura, pericolosa e come sacerdoti non soltanto abbiamo portato gli aiuti in quel contesto, ma abbiamo pregato in quel momento lì, proprio sulla riva del fiume. Spontaneamente ha voluto benedire proprio quello che stava succedendo lì, dicendo: “Signore, aiutaci, perché siamo veramente deboli di fronte a questo”. Questo è un piccolo esempio, ma senza andare in queste situazioni così esposte, credo che ognuno di noi davvero può fare e dovrebbe fare qualcosa positivamente. San Paolo dice: “Vinci il male con il bene”. E quando il male è grande, non ti devi spaventare, non riuscirai a vincerlo completamente, però per lo meno quella piccola goccia di bene che puoi fare portala e tuvedrai che tante piccole gocce potranno veramente dare un grande effetto, contribuiranno ad un grande sollievo per tante persone.

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Fonte: VATICAN NEWS

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