Mons. Giovanni Battista Ressia (1850-1933), originario da una famiglia di contadini di Vigone (TO), fece i primi studi fino alla filosofia tra i Tommasini del Cottolengo. Entrato nel seminario diocesano di Torino nel 1868, divenne compagno di classe dell’Allamano, al quale fu legato da sincera amicizia. Ordinato sacerdote nel 1873, dopo il biennio di perfezionamento nel Convitto Ecclesiastico, fu viceparroco a Bra e poi segretario del Vescovo di Pinerolo. Nel 1880 conseguì la laurea in teologia, divenendo professore in seminario. In seguito, fu nominato parroco di Bricherasio (TO) e nel 1897 venne ordinato vescovo per la diocesi di Mondovì.

Il Ressia sostenne l’Allamano in tutte le sue iniziative, specialmente per la fondazione dei due Istituti Missionari. La commemorazione dell’Allamano fu tenuta da Mons. Ressia, il 23 marzo 1926, durante il solenne funerale di “trigesima” nel santuario della Consolata. È sempre commovente rileggere questo discorso commemorativo, anche perché fu pronunciato in quel santuario da dove pareva che l’Allamano non si fosse mai allontanato. Lo pubblichiamo integro, certi che da esso appare da quanto affetto e da quale ammirazione fosse circondato l’Allamano da vivo e da morto.

LA COMMEMORAZIONE DELL’ALLAMANO 1926

di Mons. Giovanni Battista Ressia

«È Gesù, che lontano da Betania e nascosto nelle solitudini di Gerico, annunziava agli Apostoli la morte di Lazzaro con queste tre parole: Amicus noster dormit – l’amico nostro dorme. Parole che solo furono intese bene, quand’Egli, giunto al sepolcro del morto da quattro giorni, lo richiamava a vita con la stessa facilità con cui avrebbe svegliato un dormiente. Per Lui la morte non è che un sonno, onde l’Amicus noster dormit. Parole che poi tanto consolarono le sorelle Marta e Maria e il popolo piangente con esse; parole che traversarono i secoli gettando luce divina sopra i sepolcri cristiani e consolarono quanti piangono un loro caro defunto. Il morto vive; chi dorme si sveglierà.

L’ho ricordato a me stesso quell’Amicus noster dormit, quando il 16 febbraio, vigilia del Pulvis es (Mercoledì delle Ceneri) mi giunse un telegramma ad annunciarmi la morte tua, o carissimo Canonico Giuseppe Allamano, mio compagno di Seminario e di Sacerdozio, modello a tutti di virtù e di opere sante. E Voi, devoti della Consolata, che l’aveste per tanti anni a Rettore ed angelo buono; Voi sacerdoti, amici e cooperatori, che lo avvicinaste ogni giorno partecipando ai suoi pensieri e al suo amore; Voi specialmente Figli e Figlie del cuor suo, generati da Lui alle Missioni d’Africa, da chi voi potreste aspettare un conforto se non dal Consolatore divino, da Gesù?

Venga egli perciò anche a noi, qui, in questa vera Betania dove tanti lo amano e stanno pregando attorno a questo monumento di morte, e ci ripeta la sua parola consolatrice: Amicus noster dormit. Sì, il Can. Allamano fu un vero amico di Gesù, un amico nostro, un amico che si è addormentato nel Signore. Perché non consolarci?

L’amico di Gesù

Sappiamo che l’amicizia importa una certa eguaglianza e rassomiglianza, con una reciproca comunicazione di beni. Ma quis ut Deus? Egli l’infinito e noi un atomo, un nulla piano di miserie e di peccati. Però l’amore vince tutto; e Dio superando ogni distanza si abbassa fino al nostro nulla per imprimere in noi nella creazione la sua immagine e rassomiglianza, ed apparire nella redenzione come uno di noi in similitutinem carnis peccati (Rom VIII,3): tutto per comunicarci i suoi doni, e per ricevere corrispondenza di amore. È la grazia, l’amicizia tra Dio e noi; onde la parola di Gesù: Voi sarete i miei amici se farete quanto vi comando; e quell’altra detta in piena confidenza nell’ultima Cena agli Apostoli: Jam non dicam voi servos, sed amicos meos... perché quanto seppi ed ebbi dal Padre mio tutto a voi ho confidato (Giov. XV,15). - Un santo Sacerdote, ecco un vero amico di Gesù.

Nessun dubbio che tale sia stato il Can. Allamano prima e dopo l’ordinazione sacerdotale; lo direi anzi un Beniamino di Gesù, un sacerdote suo prediletto. Aveva da pochi giorni vestito l’abito chiericale, e per sette anni divisi con Lui e con gli altri compagni di corso la vita nella scuola, nello studio, nelle ricreazioni e passeggi, nelle opere di pietà. Egli era il nostro modello per il fervore nella preghiera, per le comunioni frequenti, per l’attenzione ai professori, per l’applicazione allo studio, per la pazienza e amabilità con noi, per l’obbedienza, per lo splendore dell’angelica virtù. Non lo vidi mai turbato o irrequieto, sempre in pace, amato da tutti. - Perciò nessuno di noi fece le meraviglie al vederlo ben presto dai Superiori addetto al servizio della sacristia e dell’altare, né quando, l’ultimo anno teologico, ci fu dato a Prefetto di Cappella, cioè il primo di tutti i chierici del Seminario. Si sapeva da tutti che il più vicino al cuore di Gesù, il più amico suo era l’Allamano, cui nessuno avrebbe osato paragonarsi.

Non so tuttavia se altri godesse come me delle sue confidenze. Pareva preferirmi perché di carattere a Lui più contrario, e più bisognoso della sua carità. Ed ho potuto così scoprire anche meglio le industrie sante con le quali restituiva a Gesù le grazie ricevute; nel che sta appunto il segno dell’amicizia: la reciproca comunicazione dei beni. Mi diceva adunque un giorno: Che fortuna per noi! Possiamo farci molti meriti col fare tutto e sempre alla presenza del Signore e per amor suo; il piccolo diventa grande ... Era la dottrina di S. Paolo: Sive manducatis, sive bibitis, ect... [ ... ] e mi spiego ora perché il mio compagno fosse sempre così raccolto, silenzioso, puntuale, scrupoloso nelle cerimonie di chiesa, fervoroso in tutte le opere di quella pietà che ad omnia utilis est, promissionem habens vitae quae nunc est et futurae (1 Thim. IV,8). - Oh, avessi saputo approfittare de’ suoi consigli, non sarei tanto povero davanti a Dio! Ma voi, giovani, fatene tesoro, e beati voi se saprete restare sotto lo sguardo di Dio, operare per amor suo e vivere cos’ nella sua grazia. Egli non si lascia mai vincere in generosità con le anime che sanno darsi senza riserva.

Venne intanto il giorno della nostra ordinazione sacerdotale (6 giugno 1873). Il Diacono Allamano per mancanza di età dovette attendere a settembre, e toccò a me celebrare la prima Messa in Seminario, e distribuire la prima comunione. Sicché il primo cui diedi Gesù venuto allora nelle mie mani, fosti tu, Diacono Allamano! E ricordo la commozione reciproca quando poco dopo ti avanzasti coi chierici di camerata a baciarmi le mani. - Tre mesi dopo anch’egli era inginocchiato ai piedi dell’Arcivescovo Mons. Lorenzo Gastaldi, che gli ripeteva in nome di Gesù: Non dicam vos servos, sed amicos meos: e si alzava Sacerdote con nella mano destra l’ostia e il calice, nell’altra le chiavi del cielo, sulle labbra la parola di Gesù, e nel cuore l’amore di lui e delle anime.

Lo rividi cinquant’anni dopo, qui, a quell’altare (della Consolata), circondato dai compagni superstiti, da beneficati, da amici, da popolo devoto, pel suo giubileo sacerdotale. Aveva la fronte coronata di bianchi capelli, ma in tutto era ancora lui, raccolto, devoto, maestoso, preciso nelle cerimonie, e ripeteva a ragione: Entrerò all’altare di quel Dio che rallegra la mia giovinezza.

L’amico nostro

Col salire al Sacerdozio l’amico di Gesù era diventato anche Amicus noster (amico nostro) ... delle anime per le quali consumerà la vita. Sognava come ognuno de’ suoi compagni di passare dal Convitto Ecclesiastico ad una Vicecura in qualche paesello, sotto esperta guida per iniziare la sua carriera. Ne fece breve prova edificando e attirandosi tutti i cuori; ma l’obbedienza lo richiamava presso il Seminario a continuare l’opera dell’indimenticabile Canonico Soldati, nell’ufficio delicatissimo di Direttore dei Chierici; ufficio che aveva del Censore di disciplina, ma più del Padre spirituale. Agli insegnanti il coltivare le intelligenze, al direttore di plasmare i cuori e preparare le anime al Sacerdozio. Se qui si trovasse chi allora gli era stato suddito, dica qual Angelo buono incontrò nel Teol. Allamano, qual padre amoroso a provvederlo in tutte le necessità, qual tenera madre a compatirlo e consolarlo! Trovò quasi un altro Gesù che preparava i Discepoli all’Apostolato. E il Direttore era felice nella carica assegnatagli dall’obbedienza.

Altri disegni aveva su di lui la Provvidenza Divina. Si facevano sentir vivi in quei giorni nuovi bisogni in Torino e nella vasta Archidiocesi. La città andava febbrilmente dilatandosi e migliorandosi nelle sue condizioni, mentre il Santuario della Consolata, cuore dell’antico Piemonte e sì caro ai Principi ed al popolo, deperiva quasi abbandonato, ed era per di più senza il suo Rettore. L’Archidiocesi poi lamentava da qualche anno che il giovane clero non trovasse più all’ombra del Santuario quella direzione pratica che, iniziata dal Guala con il Convitto Ecclesiastico, proseguita dal Servo di Dio il Cafasso e poi dal Bertagna, aveva per tanti anni portato a singolare altezza il clero Piemontese. Un ultimo soffio di rigorismo aveva disertato quel nido e dissipati come nel Getsemani i nuovi Apostoli. Il duplice caso pesava sul cuore di tutti, ma più del Teol. Allamano, che di Mons. Bertagna era conterraneo e che del Cafasso era per di più nipote da parte di madre e ne portava il nome di Giuseppe. Il Don Cafasso pregava certamente dal cielo; ed ecco cessare, quasi improvvisamente, ogni vento contrario. «Va, disse un giorno una voce misteriosa a Francesco d’Assisi, va e ripara la mia chiesa». Andò, ristorò prima la chiesa di S. Damiano; poi la chiesa delle anime con la istituzione di tre Ordini religiosi.

“Va alla Consolata e ripara” disse la obbedienza all’Allamano. Ed eccolo in giovane età già Rettore qui, dove una pena gli stringe il cuore, un pensiero lo assilla del continuo. “Ripara, ripara”. La decisione è presa. Non ostante gravissime difficoltà finanziarie e tecniche ... e dopo pochi anni ecco ristorato e ampliato il Santuario, ricco di ori e marmi, servito da santo e numeroso clero, frequentato dalla città al Piemonte, tornato alla sua vita di prima Basilica e trono degno della Regina e Madre, Consolatrice degli afflitti. Mancavano tuttavia i Paggi d’onore, i messi da spedire attorno, onde riparare il tempio morale delle anime comprate a prezzo di sangue divino. Ed ecco l’altro miracolo: il Convitto Ecclesiastico presto si riapre, i giovani sacerdoti di nuovo attorno alla Sede della Sapienza, e il Rettore ne sarà per anni anche Maestro di Conferenza pratica e modello di virtù. Egli avrà un personale scelto che lo aiuta; e il popolo cristiano canterà presto il suo ringraziamento alla Consolata per il regalo di giovani sacerdoti esperti e zelanti nel condurre le anime al cielo.

Dopo tali conquiste poteva il Can. Allamano l’Amicus noster dire a sé stesso: “Basta”. Ma il fuoco non dice basta mai; o si dilata o si spegne. - Quando l’Apostolo prediletto terminò la missione speciale di assistere la Madre di Gesù assunta in cielo, diventò Missionario ed Apostolo dell’Asia Minore, Evangelista del mondo. L’Allamano, custode del Santuario di Maria e della sua Corte, sente anch’egli il bisogno dell’Apostolato. Fin da chierico aveva sognato le Missioni e chiesto di recarsi a Genova nel Collegio Brignole Sale. Impedito allora dai Superiori, provvisto ora alle più gravi necessità, ecco il tormento della sua giovinezza. Ne soffre ed ammalato, ma invierà falange di giovani missionari e missionarie sotto lo stendardo della Consolata a illuminare e consolare i negri dell’Africa, loro porterà la luce e la civiltà cristiana, aprirà un campo vastissimo a quanti desiderano glorificar Dio e salvare le anime dei più infelici fra i nostri fratelli. - Già è pronta la Casa delle missioni col suo Statuto; sono aperte le porte ai generosi che primi salpano i mari e s’inoltrano fra terre bruciate dal sole e fra anime abbrutite dal vizio. Dal Cottolengo, così devoto alla Consolata e beneficato dal ven. Cafasso, ottiene le prime suore che, vere madri di carità, col sacrifizio anche della vita preparano i cuori e attirano le benedizioni di Dio. Pochi anni dopo ecco i Missionari e le Missionarie della consolata occupare nel continente nero ben quattro vastissime regioni illustrando insieme al mondo la Chiesa Cattolica e la patria italiana.

Ed ora non basta forse, o Amico? Sì, ma desiderava ancora di dare un Protettore celeste alle sue Opere. Chi dal cielo aveva ispirate queste opere e sostenute le sue forze fisiche e morali nel compierle? Per lui nessun dubbio che fosse il proprio zio materno, il Giuseppe Cafasso che tutti dicevano santo, che stabilì il Convitto su forti basi, e il Santuario della Consolata frequentò con amore. Non mancavano le prove dei miracoli o verranno. Perché dunque non collocarlo sugli altari? Lo volle con fiducia e vi riuscì. Or fa un anno Torino, Castelnuovo e il Piemonte erano in S. Pietro a Roma, per l’apoteosi di quel santo Sacerdote, gemma del Clero italiano e gloria delle nostre popolazioni. Era presente il nipote Can. Giuseppe Allamano, che al canto del Te Deum, come rapito, fissò a lungo gli sguardi nella figura gloriosa del Neo Beato; ma quando li abbassò, i suoi occhi erano pieni di lacrime, il suo volto pallido e sfinito, mentre egli mormorava forse come Gesù: Pater, opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam (Joan. XVII,4). Preparò ancora le feste solenni dello scorso luglio, lo rividi una seconda volta in ottobre alle Conferenze dell’Episcopato Piemontese, e mi salutava accennando alla nostra vecchia carcassa tenuta su per miracolo ... e più non ci siamo incontrati quaggiù. Era l’ultimo addio. L’Amico di Gesù e l’Amico nostro stava per addormentarsi nel bacio del Signore.

L’amico dorme

Oh pregate, Voi tutti, conoscenti, amici, figli suoi! Fermatela quella mano che che si avanza per chiudere i suoi occhi col sonno della morte! Che pena per Torino e per il Piemonte all’annuncio della sua grave malattia! Quante suppliche e lacrime in questo Santuario perché il Rettore venisse ancora conservato! Che giorni di angoscia, che notti lunghe!... Ma per parte dell’infermo quanta rassegnazione alla divina volontà! Quali parole di esortazione e di conforto ai piangenti! E quanti sguardi e baci al suo Crocifisso! - Alle ore quattro del 16 febbraio, mentre il mondo preparava le sue ultime pazzie carnevalesche, alla vigilia delle Sacre Ceneri, Egli, il Can. Giuseppe Allamano, dopo aver per 52 anni offerto sugli altari il divino Sacrificio della Croce, sulla croce di un misero lettuccio, in povera cella di questo Convento consumava il sacrifizio di sua vita, e anch’egli Obdormibit in Domino.

Chi nel visitare la salma in quella stanzuccia o nella camera ardente fra pochi lumi e sotto lo sguardo del Beato Cafasso; ... nell’osservare l’aureola dei bianchi capelli, i lineamenti del volto immutati, le bianche mani stringenti una corona e il Crocifisso, tutto in un’atmosfera di santità e di pace, che non ha ripetuto a sé stesso: Amicus noster dormit? – Suora, questo morto non fa paura; e sono tutti così i morti? R. Sì, quando la loro anima è già in paradiso. Mamma, perché tanti fan toccare le medaglie e corone al Canonico? R. Perch’egli è un santo (Cronaca del giorno). E il popolo di Torino non ha detto anche la sua parola, come quello di Roma alla morte di S. Cirillo, venuto dalla Slavonia a dar conto al Papa della sua Missione? Vi morì, ma il trasporto suo, più che il funerale di un morto, parve il trionfo di un Santo. E vox populi, vox Dei.

Quanta fiducia che l’anima grande del nostro amico addormentandosi quaggiù abbia aperto gli occhi alla luce del cielo! Che le tante sue virtù e opere buone, le croci che incontrò sempre per via rassegnato fino all’ultima della morte, gli abbiamo presto aperto le porte del paradiso! - Egli però insegnava essere quasi impossibile ad un’anima camminare per il turbinio polveroso del mondo ed andarsene esente, mentre l’occhio di Dio trova macchie anche nella luce del sole. - Raccomandava fino all’ultimo di non dimenticarlo, ma di pregare per lui, mentre egli avrebbe pregato poi sempre per i suoi amici e figli. Perciò anche questo sacrificio di trigesima per il suo riposo, e le preghiere e le lacrime vostre, o ammiratori, amici e figli del Can. Allamano. E Voi, Eccellenza, raccogliete queste lacrime e preghiere, presentatele alla divina Misericordia per lui; instate, battete alle porte del cielo, importunate Gesù, perché l’anima dell’amico suo e nostro, arrivata a quelle porte ed affamata di lui, sia presto concesso il pane dell’eterna vita (Luc. XI). Che se già quest’anima fosse in cielo, vadano i nostri suffragi a quelle dei due compagni di Seminario che da pochi giorni lo seguirono; o vadano all’anima del grande Card. Cagliero, suo concittadino e gloria della Chiesa. Ma tu, o Canonico Allamano, non dimenticare poi quanti rimasero quaggiù desolati a piangere; e prega anche per chi depose, soffrendo, un sì misero fiore sulla tua tomba; e tieni lontano da lui la minaccia evangelica: Erano due che lavoravano nello stesso campo: Unus assumetur et alter relinquetur (Matth. XXIV,40)».

In questa pubblicazione portiamo alla vostra attenzione alcune testimonianze sull'influsso del cardinal Guglielmo Massaia (1809 - 1889) sull'Allamano inclusa la fondazione dell'Istituto.

INFLUSSO DEL CARD. MASSAIA SULL'ALLAMANO

Testimonianza di P. Lorenzo Sales

Il P. Lorenzo Sales, nei suoi appunti in preparazione alla deposizione in tribunale, scrive alcune interessanti espressioni al riguardo, facendo notare che la figura del Massaia influì sull'Allamano fin da quando era chierico in seminario:

«1. Un altro fatto che sta a provare come fin d'allora fosse vivo in lui lo spirito missionario… e come Iddio l'andava preparando a quello che voleva da lui.

2 . Alludo al fatto, da lui stesso attestatomi, che fin dai primi anni di seminario s'era provveduto e aveva letto con vera passione l'Opera del Card. Massaia: I miei 35 anni di Missione: opera che poi conservò, passandola poi all'Istituto [esiste nella biblioteca generale di Torino].

3 . La lettura degli scritti del Massaia lasciò nel suo spirito un'impressione profonda e incancellabile:

- di AMMIRAZIONE per il Massaia (più tardi e a più riprese egli stesso esorterà i Padri Cappuccini a non lasciar perdere la memoria ma a introdurre la causa di beatificazione).

- di RINCRESCIMENTO per il fatto che, dopo l'espulsione del Massaia, il campo d'apostolato che aveva raccolto i suoi sudori e così ricco di speranze per la Chiesa, fosse stato definitivamente abbandonato (Più tardi egli insisterà presso presso i Padri Cappuccini perché vi ritornino).

4. Che anzi, in questo fatto noi possiamo scorgere uno dei moventi prossimi della fondazione dell'Istituto: il desiderio cioè di non lasciar perire il frutto delle fatiche del Massaia.

- Lo prova il fatto che il prima campo d'apostolato richiesto dall'Allamano a P. F. è precisamente quello del Massaia; e che pur non avendo allora potuto mandare i suoi Missionari per ragioni politiche, non si diede pace, finché più tardi vi riuscì» (P. L. Sales, Appunti dattiloscritti…, non datati, Archivio generale IMC).

L'ALLAMANO E IL CARD. MASSAIA

Conferenza di P. F. Pavese a Bravetta, 21 maggio 2010

La figura del grande apostolo card. Guglielmo Massaia (1809-1889), da Piovà (AT), paese vicino a Castelnuovo, ha avuto un notevole influsso sull'ideale missionario del nostro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano. Merita dire qualcosa sul rapporto tra i due, perché ha importanza per la nascita e lo spirito missionario del nostro Istituto.

Come si sono incontrati

20240212AllamanoIl Massaia era di 42 anni più anziano dell'Allamano. Essi hanno percorso strade diverse (uno Cappuccino e l'altro sacerdote diocesano). Si sono incontrati poche volte, ma l'influsso del Massaia sull'Allamano è stato forte.

Il primo incontro è avvenuto nel giugno del 1864, quando l'Allamano frequentava l'Oratorio di Don Bosco. Quell'incontro ha inciso profondamente nell'animo del giovane Allamano, se a 52 anni di distanza, l'ha ricordato nella deposizione durante il processo di beatificazione di Don Bosco: «Ho visto il Card. Massaia, quando era Vicario Apostolico dei Galla, venire all'Oratorio, ricevutovi con grande onore, accompagnato dal Can. Ortalda, Direttore dell'Opera della Propagazione delle Fede in Torino» (Deposizione al Processo apostolico, sessione 297 del 7 dicembre 196).

Un secondo incontro avvenne a Roma il 29 dicembre 1887, quando si è recato in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII. Nel suo diario l'Allamano annotava: «Visita a Mons. Iacobini, Segretario di Propaganda, Card. Simeoni Prefetto e Mons. Massaja». Di quale tema avrà parlato con il Massaia? È facile immaginarlo.

C'è di più. Il vero incontro tra i due riguarda la qualità della loro intesa. Si sa che gli scritti del Massaia contribuirono a far crescere nell'Allamano, fin dal tempo del seminario, l’amore alle missioni. Egli stesso «assicurò di avere letto con vera passione “I miei 35 anni di Missione”, opera che conservò sempre, passandola poi alla biblioteca dell’Istituto dei missionari», dove è attualmente conservata.

L'influsso concreto del Massaia nella fondazione dell'IMC

Stando ai documenti ufficiali, si deve partire dalla lettera dell'Allamano, del 6 aprile 1891 al p. Carlo Mancini, dei Missionari di S. Vincenzo de’ Paoli, suo interlocutore a Roma. L’Allamano faceva un primo passo, informandosi, per interposta persona, per conoscere il gradimento di Propaganda Fide per un nuovo Istituto Missionario e, in particolare, se avrebbe assegnato ad esso un territorio particolare proposto dall'Istituto stesso. Ecco le parole dell'Allamano: «Occorrerebbe fin d’ora sapere in qualche modo se la S. Congregazione di Propaganda Fide gradirebbe questo tentativo, e se mi vorrà assegnare la regione che ho preso di mira come più opportuna per i soggetti di questo Istituto» (Lettere, I, 295). Poi continuava descrivendo il territorio, che era appunto quello del Kaffa, abitato dai Galla, evangelizzato dal Massaia (Cf. Lettere, I, 296).

20240212Massaia6Sappiamo che le difficoltà di entrare in Etiopia hanno consigliato di ripiegare temporaneamente nel Kenya, come trampolino per poi risalire verso il Kaffa. Più tardi, quando le circostanze sembravano favorevoli, l'Allamano si rivolse direttamente a Propaganda Fide, ritornando sulla richiesta dello stesso territorio. Ecco quanto scrisse al Card. Girolamo Gotti il 16 maggio 1912: «L'Istituto della Consolata per le Missioni Estere nell'intenzione del sottoscritto e dei suoi più insigni benefattori, si propose fin da suo nascere di ripigliar l'opera di evangelizzazione del compianto Card. Massaia nel Kaffa, fra quelle stesse popolazioni Galla ove fu più fruttuoso il suo mirabile apostolato. […]. Mosso da queste considerazioni sia sugli urgenti pericoli che, per la religione, minacciano le popolazioni a sud ovest dell’Abissinia, sia sulla quasi impossibilità in cui si trova il loro Vicario Apostolico di porvi riparo, […] il sottoscritto fa umile istanza perché di quella regione sia creata una distinta Prefettura Apostolica, e questa venga affidata all’Istituto della Consolata di Torino per le Missioni Estere» (Lettere, VI, 130, 135).

Questa è stata una domanda molto coraggiosa, che dimostra quanto all'Allamano stesse a cuore continuare l'opera del Massaia, che, in certo senso, sentiva come responsabilità propria. Domanda coraggiosa perché l'Allamano non aveva poi tutte le forze sufficienti per iniziare una tale impresa, se non sacrificando le opere già iniziate in Kenya. Ecco il suo commento alla comunità, durante la cerimonia della vestizione chiericale di un gruppo di allievi, il 1° ottobre 1913: «Si vede che il Signore benedice questo piccolo Seminario di missionari, che vuol bene al nostro Istituto, ed alle nostre Missioni. È aumentato il bisogno di missionari e Dio si prepara nuovi alunni. Non abbiamo ancora sufficienti confratelli nel vicariato del Kenya, […], ed ecco che il Santo Padre Pio X, che tanto ci ama, ci affidò in quest’anno una nuova missione molto più estesa della prima; come tutta l’Italia, il Kaffa» (Conf. IMC, I, 586).

Dalla storia conosciamo le difficoltà che dovette superare questa nuova missione, e che qui non riportiamo (Per la storia della Prefettura del Kaffa, e poi del Vicariato Apostolico di Gimma, cf. CRIPPA GIOVANNI, I Missionari della Consolata in Etiopia - Dalla Prefettura del Kaffa al Vicariato di Gimma (1913 – 1943), ed. Missioni Consolata, pp.751; BONA CANDIDO, La Fede e le Opere - Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, ed. Missioni Consolata, Torino 1989, pp. 70ss). Propaganda Fide, dunque, decise la creazione della nuova “Prefettura Apostolica del Kaffa”, affidandola all’Istituto dell’Allamano. Il p. Gaudenzio Barlassina, da dieci anni missionario in Kenya, fu nominato prefetto apostolico l’8 maggio 1913.

Qualche riflessione conclusiva

Dal Massaia certamente l'Allamano ha preso l'idea di evangelizzare quel particolare territorio. Leggendo però i suoi scritti, l'Allamano ha pure attinto la necessità che i missionari dovessero essere dotati di uno spirito energico, capace di adattarsi alle situazioni più ardue, sia di povertà che di lavoro e fatica.

Ecco alcune sue espressioni ai suoi giovani: «Un padre che è nel Gikuju da 2 anni è sempre stato impiegato nel caffè. Il Cardinal Massaia si rattoppava la roba e vaccinava, etc. Girolamo Emiliani per andar a far il Catechismo andava a tagliare il fieno; non bisogna aver paura di sporcarsi. Aver paura bisogna di non imparare abbastanza le arti, servire» (Conf. IMC, I, 493; cf. 306; cf. III, 465).

«Pensare che anche lavorando si giunge alla perfezione […]. Mons. Massaia diceva una volta: Queste scarpe me le son fatte io. Sicuro! Tutto è nobile, niente eccettuato... » (Conf. IMC, II, 807).

«È come in Africa, c'è sempre bisogno di pianete, ma il Signore provvede. Più aumentano le stazioni, più la provvidenza ci pensa a mandare. Tra tutti si fa tutto. Mons. Massaia quando ebbe da consacrare Mons. De Jacobis non aveva il Pastorale, e dovette usare una canna» (Conf. IMC, II, 232).

«S. Francesco Zaverio lavorava sempre, faceva di tutto, lavava persino la roba degli altri. Ed il Cardinal Massaia? Rappezzava persino le scarpe di corda di coloro che voleva evangelizzare, perché in quel momento stavano lì e lui ne approfittava per insegnare un po' di catechismo. Ed ha fatto anche altro, sapete, per catechizzare» (Conf. SMC, II, 629).

Una lettera edificante

Mons. F. Perlo, che era stato coinvolto in questo progetto dall’Allamano stesso, volle tentare una “spedizione esplorativa” con lo scopo di capire quali fossero i passi da fare e le vie migliori per entrare nel Kaffa. Organizzò una spedizione di tre missionari, con a capo p. Angelo Dal Canton che, «con un viaggio di oltre 700 km, di cui 200 senza traccia di acqua», come scrisse l'Allamano a Propaganda Fide (Cf. Lettere, VI, 666), entrasse in Etiopia dal sud, con la qualifica di “mercanti”, e si spingesse fino alla cittadina di Burgi. La spedizione, partita da Nyeri nel novembre del 1914, fallì avendo trovato difficoltà di ogni genere e, alla fine, i missionari furono imprigionati. Solo l’anno successivo vennero liberati e poterono fare ritorno in Kenya per la stessa via.

L’Allamano seguì con apprensione questo calvario dei suoi figli e chiese preghiere a quelli che erano in casa madre: «La cosa è più difficile di quanto si crede. […]. Siamo stati troppo tranquilli finora, credevamo che tutto fosse fatto. Cominciando da domani, diremo di nuovo la “Salve Regina”, finché riceveremo la notizia che sono entrati definitivamente nel Kaffa» (Conf. IMC, II, 247). In più, l’Allamano non era soddisfatto che i tre missionari della spedizione si fossero dovuti presentare come “mercanti”: «Finora i nostri laggiù si sono fatti passare come mercanti, ma ora voglio che entrino con la testa alta come missionari. I Lazzaristi ed i Cappuccini francesi sono entrati così, e perché gli italiani no?» (Conf. SMC, I, 153).

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Dal Canton venne imprigionato e, il 7 agosto 1915, scrisse all'Allamano questa lettera edificante: «Sono persuaso che le farà molto piacere avere nostre informazioni. Come vede le scrivo da Abara di Sidamo, dove sono tenuto prigioniero. Non importa però, sono prigioniero per una causa santa e in tutte le mie pene ho questo di conforto, il Crocifisso, l’unico oggetto caro che posseggo e che io tengo ben stretto al cuore. Non posso celebrare e questo è il mio dolore maggiore. La corona del Rosario e le giaculatorie sono le mie preghiere continue. Ho il mio breviario, ma anche questo lo posso solo dire a pezzi. Sono sempre sotto la veste di mercante e nessuno finora conosce il mio stato. Temono che io scappi e ho 4 soldati e 1 ufficiale che continuamente mi guardano. Che male ho fatto, qual delitto ho commesso? Io lo ignoro e neppure il capo che mi ha fatto prigioniero vuole dirmelo. Forse egli nei primi giorni ha fatto per intimorirmi e ottenere da me qualche centinaio di talleri. Ma io sono povero, e attualmente non tengo neppure un centesimo. Sono parecchi mesi che non ricevo posta né da Moyale, né da Addis Abeba. Se non fosse per la carità d’un armeno io sarei morto di fame. […].

Dei miei genitori e parenti è qualche anno che non so più niente, io prego sempre per loro e questa volta le includo una lettera. Se crede inviarla e scrivere anche lei a loro qualche parola di conforto mi farà una vera carità. Nel resto farà il Signore, perché la mia vita io l’ho donata a lui, a lui quindi devo prima servire con tutte le mie forze e talenti. Preghi sempre, o Padre, che non mi renda indegno delle grazie ricevute e che possa essere sempre degno figlio della Consolata. Con tutto l’affetto del cuore» (Lettere, VII, 148 – 154).

“Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva”. Scrive il P. Gottardo Pasqualetti sul Beato Allamano. Leggi l'articolo completo.

“CUORE DI PADRE”

Padre Gottardo Pasqualetti

I caratteri forti e attivi suscitano ammirazione. Possono anche creare difficoltà, se non vi è in essi una accentuata componente di umanità, che fa loro comprendere le inevitabili debolezze, le diversità di carattere, le stanchezze e i condizionamenti della vita. Il dinamismo può esprimersi in comportamenti duri e intransigenti nei riguardi degli altri.

Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva. Duro quando parlava dell'attaccamento ai parenti, era il primo ad interessarsi delle condizioni dei familiari dei missionari, a soccorrerli nelle loro necessità, a inviare a trovarli quando ne avevano bisogno. Il suo metodo era «rigorosamente paterno, nel senso che pur esigendo l'esatta osservanza delle regole, aveva un governo paterno... Data la sua oculatezza e la sua posizione, sapeva pesare le persone; scopriva ed avvisava anche dei difetti, ma senza mai venir meno ai principi della carità. Anche quando aveva motivo di trovare a ridire di qualche persona, terminava il suo discorso con un sorriso, dimostrando che non aveva malanimo con nessuno, in modo che la sua conversazione lasciava il cuore perfettamente tranquillo» (E. Bosia). Così, quando doveva richiamare al dovere «sembrava un po’ rigido, ma congedava sempre con tratto gentile e caritatevole, così che lasciava sempre una impressione buona» (L. Coccolo).

Perciò, chi ne rievoca la figura ne mette soprattutto in risalto la paternità: «cuore amoroso, pieno di santa premura per i suoi figli»; «vero padre, tutto cuore pei suoi figli, che solo si dice felice quando li vede al sicuro»; «padre benevolo, cui si sentiva portati ad aprire completamente l'anima in piena e devota confidenza»; «era il padre. Ufficio che nessun altro, forse, con altrettanta bontà ha esercitato» 1. Fin dai primi anni di sacerdozio, quando fu Direttore spirituale in seminario, i giovani trovarono in lui «la buona mamma dei chierici», «l’angelo consolatore», colui «che teneva nelle sue mani i cuori, che son sempre la parte più delicata e arcana degli animi giovanili», Più che Superiore si dimostrava padre e tutto riusciva ad ottenere con la persuasione, con l'affabilità e la dolcezza. Secondo il sistema piuttosto rigido dei seminari del tempo, non lasciava passare nessuna trasgressione. Ma i giovani di allora dicevano di trattenersi anche dal commettere «quelle innocenti sciocchezze proprie della gioventù per non recargli dispiacere. Tanto era il rispetto e l'amore che avevano per il loro educatore. E pure alcuni che furono dimessi dal seminario, ebbero a dire: «ci ha licenziati in modo tale che ne siamo commossi e l'abbiamo ringraziato»2.

Così sempre. «A tempo opportuno sapeva fare anche la correzione severa, ma la terminava sempre con la parola benevola, tutta sua, che consolava» (G. Nepote).

A P. Borda Bossana racconta: «Il Teologo Comba, sacerdote pio e buono, ma assai eccentrico, venne rimproverato dal Servo di Dio per non so quale motivo. Nel riferire a me, che gli ero amico, la riprensione di cui era stato oggetto, non solo dimostrò di non esserne offeso, ma mi disse accennando al Servo di Dio: credo che abbiamo in mezzo a noi un vero santo! Quale delicatezza e quanta carità nelle sue riprensioni».

Ma oltre al comportamento, il forte senso di paternità dell'Allamano ha un altro segreto: l'interessamento di cui ognuno si sentiva oggetto. Di lui si ricordano spesso le grandi imprese, le iniziative, ma si dovrebbe soprattutto dire che la sua prima preoccupazione furono le persone. Le opere sbocciarono quasi come riflesso del suo interessamento per il bene delle persone. Entrato giovanissimo al santuario della Consolata, trovò muri cadenti, disordine e disorganizzazione. Ma il problema più spinoso proveniva dall'ambiente umano. Oltre a quattro anziani religiosi che officiavano come potevano il santuario, vi abitavano forzatamente dei preti anziani che non avevano altri mezzi di sussistenza. Erano alberi vecchi e stanchi —disse l'Allamano — che non potevano più essere raddrizzati, e che bisognava accontentarsi di tenerli come erano, con tutte le loro stranezze. Inoltre, vi aveva trovato posto un pensionato per chierici e giovani preti universitari, appartenenti a diverse Congregazioni religiose. Tutte queste persone facevano vita in comune. È comprensibile che vi regnasse un «sordo malumore». Il predecessore dell'Allamano dovette dare le dimissioni. Infatti, «posto a capo di un grande santuario e di un ospizio, tra un manipolo di più anziani e più destri di lui e un'accolta di preti che l'età e i malanni rendevano al governo malagevoli, si trovava veramente male; non era contento e non accontentava» (C. De Maria).

L'Allamano si curò anzitutto di questa situazione. «Cominciò a migliorare il vitto, che era assai scadente; circondò di ogni attenzione tanto i religiosi addetti al santuario quanto i sacerdoti vecchi che erano all'ospizio» (N. Baravalle). Riguardo a questi, confidava a L. Sales di non aver messo alcuna regola, anzi di aver tolto quelle che c'erano, limitandole a due: puntualità ai pasti e riunione serale per un po' di lettura spirituale. E quando quegli anziani non si facevano vedere, andava a trovarli in camera, portava loro il cibo, riordinava la stanza, «facendo da infermiere e un po' tutto». Trovò una sistemazione decorosa per i religiosi addetti al santuario, anch'essi anziani e malaticci, facendo attribuire loro una pensione mensile vita natural durante. Pensò quindi alla riapertura del Convitto per giovani sacerdoti. Anche questo era causa di tensioni e malumori. Il provvedimento dell'Arcivescovo aveva suscitato divisioni e polemiche. I convittori avevano dovuto ritornare in seminario e andavano a scuola dall'Arcivescovo. E scalpitavano. Per sanare questa situazione e immettere una ventata di aria fresca nel servizio del santuario della Consolata, l'Allamano si assunse il compito di far rivivere il Convitto secondo lo spirito del Cafasso. Non si limitò a risuscitare l'istituzione e a renderla rispondente alle nuove esigenze della formazione sacerdotale, convinto che nulla si dovesse omettere di quanto può rendere più efficace il ministero. Si preoccupò soprattutto dei singoli individui. «Conosceva tutti i convittori, li studiava attentamente nel carattere e nelle attitudini. Li correggeva con carità e con dolcezza, tenendo sempre fermo per il dovere... Per chi era ammalato, e per chi si trovava in condizioni disagiate, egli era veramente una tenera madre ed un padre provvidente» (N. Baravalle).

«Trattava i convittori come un buon padre, interessandosi delle loro condizioni economiche, e riducendo la già tenue retta di pensione, e anche concedendone, a parecchi una totale dispensa. In casi pietosi sovveniva anche le stesse famiglie dei convittori» (F. Perlo). «Si interessava anche delle minime richieste; ascoltava tutte le difficoltà; era tutto per l'individuo con cui trattava; non dimostrava noia alcuna, non dimostrava preoccupazione di aver altro da fare, né paura di perder tempo, sembrava non avesse altro pensiero. Quando il visitatore gli aveva esposto il motivo della visita, egli rispondeva, dava il consiglio, la direzione, ma con un fare così paterno e persuasivo che si usciva dal colloquio con, la persuasione di essere stati compresi, e che la via tracciata era proprio quella da seguire, perché voluta da Dio, che aveva parlato per bocca del suo ministro» (G. Cappella).

I convittori, inseriti nel ministero sacerdotale, ritornavano ancora da lui, specialmente nei momenti di difficoltà. Ed egli continuava a seguirli, perché li aveva avuti con sé, e perché ebbe cuore di padre per i sacerdoti, che trattava con grande rispetto e carità. Aiutava materialmente quelli bisognosi, perché potessero vivere in modo dignitoso, li mandava dal suo sarto, pagava loro la retta, perché potessero partecipare agli esercizi, spirituali: «questi sono i primi poveri», diceva, ed erano da lui preferiti nella carità spirituale e materiale, perché più vicini al Signore. Aiutava gli scrupolosi, prendeva le difese di quelli ingiustamente calunniati. Sosteneva negli abbattimenti. Aveva cura dei malati, senza badare a spese. Attesta il Cappella: «Nel 1917 dovetti pormi a letto colpito da infermità, che il Dott. Ariotti diagnosticò polmonite. Disse che occorreva riscaldare la camera, e assicurare una assistenza continua. Tale relazione venne portata al Rettore dall'economo, il quale si permise di osservare che una polmonite poteva esigere un mese, ed anche più di degenza, con una spesa non indifferente per il riscaldamento e l'assistenza; aggiunse, come suggerimento: "perché non potrebbe essere mandato al Cottolengo? Là sarebbe assistito e curato". "No, no", rispose il Servo di Dio non dissimulando il suo stupore per tale proposta. "L'ammalato, da venti e più anni lavora al Santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità al Cottolengo, per risparmiare qualche migliaio di lire? No, no, si provveda quanto occorre; si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno ed una suora di notte per l'assistenza, e se anche il dottore chiedesse un consulto con qualche professore, lo si faccia venire subito; procurate che nulla manchi di quanto possa contribuire a superare questa malattia, onde questo sacerdote possa ritornare a riprendere presto il suo ufficio nel santuario". Tutti i giorni, e anche più volte al giorno, il Servo di Dio veniva a confortarmi durante la mia degenza a letto, che durò oltre un mese, finché, guarito, potei tornare alle mie consuete occupazioni».

Non trascurò neppure i Superiori, spesso i più soli nelle loro infermità. Attesta L. Sales: «Mi raccontava che Mons. Gastaldi, negli ultimi anni, per il male di cuore di cui soffriva, andava soggetto a crisi di malinconia, ed egli ciò sapendo, con una scusa o con un'altra si portava da lui per tenergli compagnia e confortarlo».

Uguale attenzione ebbe per il can. Soldati, Rettore del Seminario, quando fu esonerato dalla sua carica a causa di malelingue. Ne fu umiliato da morirne di crepacuore. Non trovava altra consolazione che andare «sovente alla Consolata per lenire in sante conversazioni il suo dolore e ricevere una buona parola» (E. Bosia). L'Allamano lo assistette con grande carità anche nell'infermità e ne raccolse l'ultimo respiro. Così fece per il Robilant e per altri.

Una cura particolare aveva per i sacerdoti in difficoltà vocazionali: erano da lui cercati o a lui mandati dai loro vescovi, per richiamarli al bene, ravvivando la fiammella fumigante che rischiava di spegnersi. «Durante la sua permanenza a Rivoli era continuamente visitato dai sacerdoti, i quali ricorrevano a lui per direzione, per consiglio e per conforto. Alcuni si trattenevano a lungo con lui, altri ne vidi uscire in lacrime. Egli stesso diceva che ne aveva sistemati e salvati parecchi, interessandosi ai loro casi, e rimettendoli sulla buona strada» (Sr. Emerenziana).

Così, durante gli esercizi a Sant'Ignazio, «nella sua stanza c'era sempre qualcuno, sì da dover attendere per potergli parlare. Ed è lì, nel segreto di quella camera, a tu per tu con le anime bisognose, che il Servo di Dio operò il maggior bene, noto solo a Dio» (L. Sales). Tra gli esercitandi attiravano le sue speciali e più premurose cure «i sacerdoti inviati dai propri Superiori a fare il ritiro obbligatorio. Sapeva comprenderli e confortarli; li assisteva paternamente e faceva sì che ritornassero dal ritiro del tutto migliorati nello spirito e nei propositi» (G. Cappella).

Non dimenticava coloro che avevano abbandonato il ministero, perché, diceva, «bisogna distinguere il carattere sacerdotale dalle miserie umane», e «cercava di far giungere loro una buona parola. E se venivano a lui, li riceveva con cuore di padre» (L. Sales).

La stessa fondazione dell'Istituto missionario ha le sue premesse nel desiderio di provvedere al bene delle persone. Lo si ricava dai numerosi documenti che dovette redigere in proposito. La spinta a quest'impresa egli afferma di averla avuta dalla constatazione che molte vocazioni alle missioni non si realizzavano per la mancanza di una istituzione idonea. Ve n'erano certamente. Ma i giovani non le trovavano rispondenti ai loro sentimenti, o troppo estranee alla loro origine. Oppure, come egli stesso aveva riscontrato in diversi casi, il bene spirituale delle persone veniva seriamente compromesso «per mancanza di una mano paterna che li dirigesse», o non si garantiva l'assistenza in caso di malattia, anzianità, impossibilità di continuare il lavoro missionario. Perciò, l'Allamano pensa a una schiera di missionari che operino soltanto per amore delle anime, «tutti uniti in un determinato territorio, in dipendenza di superiori propri, ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto, che mancano a persone disperse in diversi luoghi e sotto estranei superiori».

Quando potrà varare il suo progetto, una delle sue caratteristiche e insieme la maggiore preoccupazione del Fondatore sarà che risponda allo stile di una famiglia. È necessario che chi dà addio alla propria casa e alla propria patria trovi una nuova famiglia, in cui tutti si amano, si accolgono e si aiutano come fratelli. Una famiglia in cui tutto deve diventare comune, in cui, soprattutto, ci sia l'attenzione all'altro, alle sue gioie e sofferenze, come alle sue necessità e fatiche. Infatti, questa famiglia ha un padre, che «si preoccupava delle minime necessità, tanto materiali come spirituali di ognuno. Si interessava poi grandemente dei parenti dei membri dell'Istituto, specialmente delle loro mamme. E quando avvertiva qualche necessità, senza esserne pregato, sovveniva con larga generosità» (G. Barlassina). Quando la famiglia divenne più grande, seppe ugualmente seguire ognuno personalmente, per mezzo della corrispondenza epistolare.

Si interessava dei singoli missionari anche quando avevano raggiunto il luogo del loro lavoro. Si informava dei loro successi, delle necessità, delle stanchezze. Li seguiva attraverso i loro diari, si preoccupava che nulla mancasse loro di quanto era possibile provvedere. Era sempre lui a lenire la piaga quando nella famiglia del missionario succedeva qualche disgrazia.

Nelle direttive date alla giovane superiora, Sr. Margherita De Maria, è riflesso il suo spirito di padre: «abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo maternamente... Far coraggio a tutte... Raccomanda sempre grande carità, longanimità... Sostenere, animare, correggere, portarle all'altezza della loro missione». Saper pazientare, compatire, richiamare con dolcezza, curare il contatto personale, proporre ideali per essere all'altezza della propria missione: è il segreto della sua paternità.

Ognuno poteva rendersi conto del suo amore di padre nella trepidazione per i figli lontani, nel dolore per il distacco da loro, nella preoccupazione per i pericoli cui andavano incontro. Confessava di non aver mai perso il sonno per problemi di ordine materiale, pure gravi, ma per il pensiero delle persone, sì. La sua prima visita all'Istituto era per gli ammalati, che chiamava gli «incensieri della comunità». Si intratteneva con essi, li confortava, li raccomandava alle cure dell'infermiere. La partenza dei suoi missionari, cosa normale per un Istituto che ha per scopo le missioni estere, non era mai qualcosa di normale e scontato. Finché poté, li accompagnava alla stazione, li benediceva, e si allontanava silenziosamente, non nascondendo l'intima commozione. «Il cuore del padre non è acqua», diceva, perciò «si stacca una parte di me stesso», è uno «schianto», «è sangue» 4. Lo sosteneva soltanto il pensiero di seguire la volontà di Dio. Così, il periodo della guerra fu certamente il più doloroso per lui, a causa delle ristrettezze materiali, dell'arresto nel lavoro missionario, della requisizione dei locali della Casa Madre. Ma più di tutto, sentì «sanguinare il cuore» per la chiamata alle armi di studenti e missionari. Ne parla continuamente, scrive loro, invia aiuti, si dà da fare per anticiparne l'esonero. Ancora più delicata, fu l'opera di reinserimento dei reduci dalla guerra, stanchi, delusi e frustrati. In molti seminari, coloro che avevano affrontato intemerati le prove della guerra, non riuscirono a superare quelle dell'inserimento nel ritmo di vita seminaristica. Nell'Istituto, quasi tutti ce la fecero. L'Allamano ebbe pazienza, usò tolleranza per il loro comportamento a volte scanzonato a cui li aveva abituati la trincea, li incoraggiò a riprendere gli studi, diede loro incarichi di fiducia. Un testimone di quel periodo attesta: «Fu certamente l'amore del cuore paterno e materno allo stesso tempo del Padre, che rese più facile l'assorbimento alla vita di comunità di tutti quei giovani o quasi adulti, che tornavano da un ambiente così diverso da quello in cui erano cresciuti prima della guerra» (G. Bartorelli).

L'Allamano poteva dire, senza temere di essere smentito: «Il Signore poteva servirsi di un altro certamente, e che avrebbe fatto meglio di me. Avrebbe avuto più tempo di occuparsi di voi; ma un'altra persona che vi voglia più bene di me, non lo credo» Ecco perché a lui si ricorreva «come a un padre, mettendolo a parte delle pene, dubbi, timori». Ecco perché fu padre ascoltato: «ammaestrava, lavorava le anime in profondità, riscuotendo sempre ogni volta: ammirazione, confidenza e affetto maggiore» (T. Gays). Le sue conferenze erano attese con ansia, partecipate come «un incanto». Ma «la gioia di udire la sua voce, così paterna e suasiva», si trasformava nella «volontà di mettere in pratica i suoi insegnamenti» (B. Falda). Bastava anche una sola parola scritta su un'immaginetta, a ridare coraggio, a spronare a perseverare nella vocazione. È la forza della paternità.

È un carisma personale. Però, l'Allamano vuole che qualcosa di esso permanga tra i suoi missionari: nel comportamento dei Superiori, nello spirito di famiglia, e anche nell'apostolato. A proposito dei catechisti, egli raccomandava ai missionari: «deve essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con studio e cura speciale alla stazione (missione) prima di inviarli al Collegio, e riavutili, amarli, facendo fare loro come vita di famiglia; istruirli con un po’ di conferenza giornaliera; entusiasmarli al loro ufficio, abituarli al resoconto serale, acciocché si tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui malati, i bambini, ecc.» 6. La spiritualità del missionario è spiritualità di presenza, di rapporti personali, di attenzione all'altro, con amore. È lo spirito dell'Allamano. Il senso di presenzialità che ebbe nei riguardi di Dio e delle cose di Dio, lo visse nei rapporti con gli altri, con la stessa attenzione e carica di amore. Per questo si poté dire di lui che «fu eminentemente padre» (E. F. Vacha).

1 Testimonianze di M. Mauro, B. Falda, G. Cappella, A. 'Cantono.

2 Testimonianze di C. De Maria, Mollar, P. Marchino, B. Stobbia, G. Bonada e altri.

3 Cf. Lettere del 6 aprile 1891 a C. Mancini e del 6 aprile 1900 al Card. A. Richelmy.

4 Cf. Conferenze, I, 500, 610.

5 Cf. ivi, I, 492.

6 Lettera circolare ai missionari del Kenya, 25 dicembre 1912. l VS, 315; Conferenze, I, 129

L'icona di "Giuseppe Allamano tra i santi", regalata dagli Amici Missioni Consolata di Torino a conclusione delle celebrazioni per il centenario della Fondazione dell'Istituto, il 7 ottobre 2001, è esposta nella cappella della comunità della Casa Madre (Torino). Scritta dall'iconografo Silvano Radaelli di Lissone (MI), Maria Grazia Mussi Radaelli ne fa una lettura che guida alla contemplazione e alla preghiera.

L'Allamano amava ricorrere ai santi, imitarli, chiederne l'intercessione. L'icona mostra una schiera di santi che lo hanno ispirato e accompagnato in una maniera particolare, e sono stati da lui proposti ai Missionari non solamente come protettori, ma come veri modelli di vita missionaria.

IL BEATO GIUSEPPE ALLAMANO TRA I SANTI

Maria Musi

Lettura dell’Icona
 Struttura dell’icona

La struttura ricorda l’icona della Pentecoste. Dall’alto scendono i raggi dello Spirito Santo che illuminano il Fondatore ed i Santi, rendendoli partecipi della Sapienza divina, si propagano poi sull’universo illuminando e trasfigurando tutta la realtà. Come avvenne per gli apostoli, lo Spirito della Pentecoste discende per rivestirli di forza; da questo momento essi incominciano ad annunciare la Parola.

20240117allamanoLa ricca vegetazione raffigura la forza rigeneratrice dello Spirito Santo che attraverso i missionari porta la vita anche in luoghi aridi, scioglie i legami della schiavitù, infonde vigore e forza, anima l’amore creativo. Gli alberi accompagnano il movimento dei santi che sembrano inneggiare, dando lode e onore al Cristo e a Sua Madre. È rappresentata infatti la Consolata.

I Santi poggiano i piedi su un prato verde, colore che sta a sottolineare la fertilità e l’azione vivificante dello Spirito Santo. Essi sembrano ergersi dal terreno, reso fertile dalla potenza dello Spirito, come colonne portanti sulle quali viene costruita la Chiesa rappresentata dai due edifici luminosi, trasparenti che si stagliano sullo sfondo.

In alto, a sinistra, il santuario della Consolata di Torino e alla destra la chiesetta di Tuthu in Kenya, prima Missione fondata dai Missionari della Consolata, primo santuario a lei dedicato in terra d’Africa, simbolo ora del carisma missionario dell’Istituto.

L’icona è immersa nell’oro, che è splendore, riflesso puro della luce, simbolo della luce divina, della trascendenza di Dio. È pervasa dalla luce che dall’alto si irraggia tutt’intorno.

 La Consolata

Per il Beato Allamano la Madonna era la Consolata, visse sempre all’ombra del suo santuario, si tenne sempre unito a Lei, come madre e modello di uniformità a Cristo. A lei attribuisce l’ispirazione e la fondazione dell’Istituto per donare consolazione e vita a quanti si accostano al suo Figlio. A coloro che entravano nell’Istituto, specialmente i più piccoli, spesso con forte nostalgia della madre, dava una immagine della Consolata dicendo: «da oggi avete una nuova mamma, la Consolata. Essa vi ha chiamati e vi riceve in questa casa. Mettetevi dunque sotto la sua protezione». E poi sempre, il riferimento alla Consolata è costante, in tutte le circostanze e con tutti, grandi e piccoli, in patria e in missione.

Attesta un missionario: «Per lui la Madonna ci è mamma, e su questa devozione non si stancava mai di parlarci onde eccitarci ad amare sempre più Maria. Ed approfittava di ogni occasione, anche fortuita, per richiamare alla nostra mente ed al nostro cuore questo costante suo incitamento… Nei suoi scritti, per quanto brevi, non tralasciava mai di ricordarci la sua Madonna. Alle volte si trattava unicamente di un pensiero, una frase, un incoraggiamento, una sola parola, come quando sul retro di una immagine scriveva: "Coraggio, la Consolata ti aiuterà...", "non temere, la Consolata ti benedice". Ci voleva "figli della Consolata". Quando lo si andava a visitare nel suo studio al santuario non mancava mai di domandarci se già fossimo passati a venerare la Madonna. Alla nostra risposta, il più delle volte affermativa, ci diceva: "Ora, prima di ritornare all'Istituto passate ancora a salutarla"… Per lui la Consolata era vita, amore, lavoro, sacrificio, era la sua donazione. E per la Consolata visse e consumò la sua vita».

Il Beato Allamano

Centrale è la sua figura dalla quale traspare energia e gioia serena, ha la mano destra benedicente, con la sinistra tiene il libro della Scrittura.

Il volto è la parte fondamentale dell’icona, è il centro dell’icona stessa, lì si pone lo sguardo del fedele nel momento della preghiera e dal volto viene la luce che “illumina” il credente. Il volto è luminoso. In lui possono riconoscersi tutti i suoi figli missionari, a qualunque popolo appartengano. Il Beato Allamano ha il dono del sorriso, che gli viene dal cuore. «Ci guidava con un perenne sorriso», attesta un o dei suoi primi missionari. Nei suoi occhi si trova il sorriso più grande; occhi che si illuminano quando conversa con Dio o la “sua” Consolata, quando incontra le persone e le guarda. Occhi che ispirano confidenza e incitano al bene.

È rivestito di un manto rosso simbolo dell’amore più forte della morte, dell’amore maturo che porta anche al martirio. Porta la stola ornata dalle croci che sottolinea il suo essere pastore. Il bianco con le croci nere richiama la gloria e la passione del Signore.

Ha il capo circonfuso dal nimbo dorato, simbolo dei “somigliantissimi”, di coloro che nella vita tendono alla santità e diventano in tutto simili a Cristo. Egli ha vissuto la sua vita nella fedeltà a Dio.

I personaggi

L’evangelizzazione prende il via dal loro “stare insieme”. Parte dalla comunione per portare alla comunione. L’Allamano ne era fortemente convinto e ha impresso al suo Istituto la caratteristica dello “spirito di famiglia”, e del lavoro missionario fatto «in unità di intenti». Nell’icona contempliamo Santi missionari, con storie e doni diversi, chiusi in un cerchio, simbolo della comunione e dell’unità di quanti credono in Cristo, sempre tesi alle “cose” del Padre che indicano con le mani e gli sguardi assorti.

I tre personaggi, a sinistra, sopra il Beato Allamano sono:

  • San Pietro Claver, che reca tra le mani le catene, egli si è fatto schiavo degli schiavi. L’Allamano dice: «In lui noi ammiriamo la carità e la pazienza eroica esercitata per più di 40 anni con gli schiavi. Per riuscire santi missionari colla necessaria carità e pazienza bisogna formarsi da giovani e ben fondarsi in queste virtù». Indossa l’abito da sacerdote grigio scuro, è derivazione del nero e assume lo stesso significato: il nero è utilizzato per le vesti dei monaci che arrivano ad un alto grado di ascesi e che sono morti a questo mondo.
  • Card. Massaia, riconoscibile dal manto ornato di croci proprio dei Vescovi e dal bastone rosso riservato ai grandi maestri, a coloro che hanno autorità e insegnano nella chiesa. Fin dagli anni giovanili fu attraverso i suoi scritti che Allamano coltivò l’amore alle missioni. Gli fece visita a Frascati, probabilmente per consultarsi sull’intenzione di fondare un Istituto per inviare missionari a continuare la sua attività apostolica in Etiopia.
  • San Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria. Veste una tunica blu che richiama il cielo, la divinità. Indica la sua tensione alle cose del Padre, la sua esistenza vissuta nella fedeltà alla Parola e nella testimonianza a Cristo stesso. Ha un mantello giallo che sta ad indicare colui che è preposto all’annuncio della Parola. Ha tra le mani un rotolo segno della Parola di Dio, a cui sempre e prontamente ubbidì, e una colomba, la semplice offerta che ha portato in dono nella Presentazione di Gesù al tempio. L’Allamano suggerisce di imitare le virtù di San Giuseppe: lo spirito di raccoglimento, di fede, di amor di Dio, l’umiltà e la laboriosità.

Il gruppo a destra sopra il Beato Allamano è rappresentato da:

  • San Francesco Saverio, Patrono delle Missioni e insigne modello di missionario costantemente citato e proposto nell’insegnamento del Fondatore ai suoi missionari. «Eppure, io son d’opinione – diceva - che voi tutti potreste diventare come lui ed operare anche miracoli…. Dunque, non rimane che essere santi e zelanti come S. Francesco. Ma d’una santità speciale anche eroica». Ricorda soprattutto il suo ardente zelo, l’ansia di evangelizzare tutto il mondo. Reca tra le mani un crocefisso rosso segno della carità di Cristo che lo spingeva ad esercitare la carità, prima negli ospedali, poi nei catechismi e in tante predicazioni, e nell’annuncio del vangelo nell’estremo oriente, sostenendo patimenti d’ogni genere per la salvezza dei fratelli.
  • Suor Irene Stefani, Missionaria della Consolata, una delle prime Missionarie della Consolata. Morta giovanissima ha dimostrato un grande zelo per soccorrere, evangelizzare, alleviare le sofferenze di tutti coloro che poteva avvicinare. Eroica carità esercitò durante la Prima guerra mondiale nei campi militari in Africa per i soldati malati. «È morta, perché si è offerta vittima… L’amore di Dio e delle anime l’ha bruciata… Avremmo potuto chiamarla suor Carità…». La sua esistenza si compendia nel suo proposito: «Tutto da Gesù e per Gesù, niente da me e per me». Di qui la sua donazione totale, senza riserve, senza pensare a sé. Gli africani la considerano la “loro” suora, tanto si era fatta una di loro, «uccisa non dal male, ma dall’amore».
  • Martire missionario. In lui sono rappresentati tutti coloro che hanno dato la vita per i fratelli nella Missione. Ha in mano la palma del martirio ed indossa un abito bianco. Il bianco richiama più simbologie: nascita, morte, resurrezione e trasfigurazione. Nel missionario martire, il bianco vuole simboleggiare la sua trasfigurazione che avviene nel momento del suo martirio. Il bianco è anche il colore di quelli che sono penetrati dalla luce di Dio.

Le due persone rappresentate alla destra di Allamano sono:

  • San Giuseppe Cafasso rappresentato con gli abiti e la stola del sacerdote, ha in mano il rotolo della predicazione della Parola di Dio, egli fu predicatore infaticabile della misericordia di Dio tra i carcerati ed i condannati a morte. Il nipote Allamano ne fece conoscere la figura sacerdotale e lo stile di santità, proponendolo come modello ai sacerdoti ed ai missionari. A questi in particolare propose il modello di santità del Cafasso “straordinario nell’ordinario”, proteso soprattutto al “bene fatto bene”.
  • Santa Teresa di Lisieux, patrona delle Missioni. Si è fatta santa nelle piccole cose, con una volontà di ferro. Fare tutto per piacere al Signore, fare la volontà di Dio era il suo metodo. «Nel cuore della chiesa, io sarò l’amore» scrive. Sono proprio le fiamme dell’amore che sono state poste sul libro della Parola di Dio che tiene in mano. Santa Teresa in monastero e Suor Irene sempre in cammino con i suoi “scarponi della gloria”, ambedue innamorate di Gesù e della missione, ricordano che è missionario chi vive il mistero di Cristo inviato e ama la chiesa e le persone come Gesù le ha amate.

L’ultimo gruppo di personaggi alla sinistra del Fondatore raffigura:

  • San Paolo, rappresentato con la barba, mezzo canuto; veste una tunica blu come San Giuseppe e un manto rosso che simboleggia il martirio. Paolo, infatti, fu martirizzato sotto Nerone e morì decapitato. Paolo è per l’Allamano il grande innamorato di Gesù e del suo vangelo, di cui si è fatto annunciatore instancabile tra i pagani. Ai suoi missionari propone di fare proprio l’impegno di Paolo: «Tutto faccio per il vangelo»; «Guai a me se non evangelizzassi».
  • San Fedele da Sigmaringa, proposto dall’Allamano come particolare patrono dell’Istituto perché è il primo martire di Propaganda. Abbracciata la vita religiosa nell’Ordine dei Cappuccini, divenne sacerdote e si dedicò totalmente al servizio della predicazione. Accompagnava la parola con la testimonianza di una vita austera e di intensa preghiera. Indossa un saio marrone. Il colore bruno è segno della povertà e della rinuncia alle gioie della vita terrestre. Nella sua festa liturgica, 24 aprile 1900, da Rivoli, l’Allamano convalescente da grave malattia, superata per intervento miracoloso della Consolata, scrisse la lettera al Cardinale arcivescovo di Torino per la fondazione dell’Istituto e, prima di spedirla, la pose sull’altare su cui celebrò la messa in onore del santo. Per lui, questa è la data della “fondazione morale” dell’Istituto. Nel nome del santo vede un programma di vita per i suoi missionari: la fedeltà, sempre, fino a dare la vita.

Tutte le persone raffigurate sono smaterializzate, appartengono già al mondo del divino. I volti sono di colore “terra impastata di luce”; sono volti che non hanno nulla di materiale, sono aerei, trasfigurati poiché vivono in una dimensione celeste, sono già in comunione col Padre.

I personaggi rappresentati portano iscritto il loro nome sulle vesti

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Amazzonia: Convegno sul cammino sinodale della Chiesa

La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) e la Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) invitano ad un convegno sul cammino sinodale della Chiesa...

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

20-05-2024 Notizie

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

Il buon cammino di fede tracciato dal Beato Giuseppe Allamano continua a suscitare interesse e devozione, tant'è che il trascorrere...

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

17-05-2024 Notizie

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

Il primo anno di attività del Polo Cultures and Mission. Accessibilità della cultura, cittadinanza responsabile e impatto sociale sono le...

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

17-05-2024 Notizie

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

Il nuovo Consiglio è stato scelto per il biennio 2024-2025 a seguito dell’improvvisa scomparsa, giovedì 18 aprile, dell'ex superiore della...

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

16-05-2024 Domenica Missionaria

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15 Nella solennità di Pentecoste, la liturgia della Parola ci invita a contemplare...

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

16-05-2024 Notizie

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

“Dio che mi ha chiamato mi darà le grazie necessarie per svolgere la sua missione” Il missionario della Consolata, Mons. Peter...

Consolata Brasile: una famiglia al servizio della missione

15-05-2024 I Nostri Missionari Dicono

Consolata Brasile: una famiglia al servizio della missione

La prima Conferenza dei missionari della Consolata in Brasile –Regione unificata nel 2019– si è svolta a San Paolo dal...

Conferenza Sudafrica-Eswatini: Un invito all'impegno nel Signore

15-05-2024 I Nostri Missionari Dicono

Conferenza Sudafrica-Eswatini: Un invito all'impegno nel Signore

L'incontro, tenutosi a Newcastle in Sudafrica è iniziato il 13 e durerà fino al 17 maggio 2024 con la partecipazione...

Testimoniare la fede in dialogo con altri fedi, è possibile?

14-05-2024 Missione Oggi

Testimoniare la fede in dialogo con altri fedi, è possibile?

In occasione del mese missionario straordinario di 2019 Battezzati e inviati, padre Matteo Pettinari racconta la sua esperienza nell’ambito del...

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