Il Sud Sudan è una giovane nazione nata nel 2005 dopo un accordo di pace che ha messo fine a una guerra civile forse mai del tutto terminata e che serpeggia ancora nei 64 gruppi etnici che compongono il paese, spesso in guerra fra di loro.

Dopo 16 anni di lavoro missionario sono stato nominato vescovo della diocesi di Rumbek ma solo 10 giorni dopo questa nomina sono arrivati alla missione delle persone armate che sparando mi hanno gravemente ferito alle gambe.

In quell’occasione davvero ho corso il pericolo di essere una vittima in più di uno scontro che non risparmia nessuno, quasi sempre vittime anonime e mai degne dell'onore della cronaca. Lo stesso giorno del mio ferimento, per esempio, sono state uccise due giovani donne entrambe incinte... si trattava di una nuova vendetta. 

Spero soltanto che la brutta vicenda che mi ha avuto come protagonista serva per mettere in luce una delle tante guerre dimenticate, di cui nessuno parla, ma che sono altrettanto mortifere e continuano a causare uno stillicidio ininterrotto di vittime.

Dopo un intero anno dedicato alla riabilitazione lo scorso 23 marzo sono stato ordinato vescovo nella diocesi di Rumbek e con questo mio rientro in Sud Sudan vorrei in qualche modo annunciare alle persone che sono rinchiuse nel circolo vizioso della guerra che altri cammini sono possibili e ci si può sempre rialzare.

Oggi, e in modo speciale in Sud Sudan, l'evangelizzazione prende il nome di riconciliazione perché il vangelo non è possibile se non siamo capaci di guardare all'altro non come un nemico o un avversario ma come un fratello e una sorella. 

Ho avuto bisogno di perdonare per potere liberare me stesso e liberare anche quei due giovani che, manipolati nella loro ignoranza, hanno aperto il fuoco contro di me compiendo ordini ricevuti. Non erano loro che mi stavano rubando la vita, in realtà erano anch’essi vittime e stavano privando loro stessi di una umanità più grande.

Se fossi rientrato in diocesi come vescovo pero senza aver perdonato sarebbe stato certamente un disastro, non avrei potuto portare niente di buono a quella diocesi. 

Ho avuto modo di capire che non si può essere fratelli e farci prossimi se non si portano le stesse ferite. Senza il perdono non avrei mai potuto essere padre di quella gente.

* Christian Carlassare è missionario comboniano, sopravvissuto a un attentato il 25 aprile 2021 e un anno dopo consacrato vescovo  alla guida della diocesi di Rumbek dove lavorava.

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