In un incontro del festival della missione sono state messe a confronto due figure apparentemente contrapposte, quella di una missionaria in Mali, al servizio di una comunità in buona parte islamica e poi anche vittima di un sequestro durato quasi 5 anni, con quella di un monaco che ha scelto di servire la comunità in modo molto diverso: due esperienze missionarie “poco convenzionali”, due presenze in frontiere distinte ma forse nemmeno così distanti.

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Suor Gloria Cecilia a Bogotá dopo la sua liberazione (Foto IMC) 

Gloria Cecilia Narváez, missionaria Francescana di Maria Immacolata.

Sono stata sequestrata il 7 febbraio 2017. Ero in Mali da circa sette anni; come missionaria Francescana di Maria Immacolata lavoravo in un piccolo centro sanitario (con anche un orfanotrofio dove ospitavamo bambini molto piccoli fino ai 4 anni d'età) e nella promozione della donna. Eravamo bene accetti nella comunità che ci ospitava: il 98% della popolazione era islamica e solo il 2% erano cattolici, ma la nostra relazione con le persone che ci stavano intorno era di molto rispetto e amicizia.

Improvvisamente sono arrivati nel salone della nostra comunità quattro uomini armati di Al Qaeda. Quando vidi che questi volevano sequestrare una delle mie consorelle giovani dissi loro che se dovevano portare via qualcuno era giusto che portassero via me che ero la responsabile del gruppo. E così è cominciata la mia passione come quella di Gesù: ho cominciato un cammino durato quattro anni ed otto mesi nel deserto del Sahara dove ho vissuto l'esperienza della misericordia di Dio, dell'amore, della pazienza e della speranza.

In questi lunghi mesi ho continuato ad essere una religiosa così che ogni giorno dedicavo tempo alla preghiera e lo facevo ricordando sempre i bisogni del mondo. Ogni mattina facevo la mia comunione spirituale che mi fortificava e mi dava pazienza per sopportare tutti i maltrattamenti, le parole che ferivano. 

Loro mi hanno maltrattato fisicamente in varie occasioni ma io facevo appello alla mia spiritualità francescana e ricordavo quanto Francesco diceva ai suoi fratelli: "quando siete fra i saraceni non mettetevi a fare discussioni, se vi frustano benedicili" e ricordavo anche le parole della nostra fondatrice, la madre Caridad, che diceva: "state zitte che Dio vi difende". Ho fatto silenzio interiore ed esteriore per disarmare la guerra. 

Ho vissuto questa esperienza con molta fede, pazienza, umiltà e fiducia in Dio. Tutto questo cammino vissuto nella sofferenza, nelle catene e nella preghiera aumentava ogni giorno la mia fede e davo grazie a Dio per il miracolo quotidiano di mantenermi in vita: di notte vivevo circondata da serpenti e formiche velenose, di giorno dovevo sopportare maltrattamenti fisici e dissetarmi con la poca acqua che mi concedevano magari mescolata con benzina.

Alle volte mi domandavo perché nel mondo c'è gente che fa del male. Ho visto con tristezza come molti bambini e giovani erano parte di questo gruppo terroristico: la loro unica strada era uccidere o essere uccisi. Eppure ho trovato anche li uomini buoni che mi tiravano ogni tanto qualche pezzo di pane e mi dicevano di cercare di liberarmi.

Mi sono sentita anche abbraccata dalla chiesa per mezzo della preghiera e posso dire che la mia vita in prigionia è stata una vita di speranza, amore e misericordia del Signore. 

Adesso sono libera per dire a tutti di avere sempre una parola di pace e riconciliazione: ho fatto l'esperienza della risurrezione e posso dire con fermezza che nessuno deve essere incatenato né per la sua religione, né per le sue ideologie. La mia anima canta il magnificat perché anche nella prigionia "Dio onnipotente ha fatto in me cose grandi". 

In questi quasi 5 anni ho fatto una specie di scuola di preghiera silenziosa nella quale chiedevo a Dio la conversione di questi persone e la libertà mia e di molte altre persone che erano sequestrate e spesso torturate nella notte; c'era molto pianto di gente che soffriva. Oggi la mia vita consacrata è una concreta esperienza della misericordia di Dio: continuo a pregare per tutti i sequestratori e per le persone che sono private della libertà. Mi sono sentita abbracciata dalla preghiera della chiesa e, dopo la liberazione, ho potuto trovare molte persone, che mi conoscevano e non mi conoscevano, e che mi hanno detto di aver pregato per me. 

Un sacerdote del mali, rettore di un seminario, che mi ha scritto dicendo che la chiesa del Mali è cresciuta, è diventata più unita e la fede è più grande perché abbiamo vissuto questa fraternità umana che ci ha unito. Le sorelle che erano con me hanno continuato il loro lavoro, i bambini sono sopravvissuti, le donne si sono organizzate meglio, sono state alfabetizzate. Anche il centro di salute è continuato e quindi devo ringraziare Dio che ha fatto tutto con la sua divina misericordia. Questi quasi cinque anni di sofferenza sono diventati una grazia e una benedizione per la chiesa del mali e anche per la mia congregazione.

Nel nostro mondo c'è bisogno che le persone vedano in noi la misericordia, la serenità e la tenerezza di Dio. Nelle nostre parole e nelle nostre azioni dobbiamo essere testimoni dell'amore e della misericordia di Dio, che ama, non maltratta, “non spezza una canna incrinata, né spegne uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3)

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Michael Davide Semeraro (Foto: diocesicremona.it)

Michael Davide Semeraro, monaco benedettino del monastero di Novalesa

Anche la mia vita viene dalla missione. Quando ero bambino corrispondevo con un Missionario della Consolata che era del mio paese e che ho scoperto, passando dalla Casa dei Missionari della Consolata di Torino, che è ancora vivo. Poi sono approdato dai Missionari Comboniani e mi entusiasmava il motto di Comboni: "o nigrizia o morte". Ai Comboniani devo moltissimo perché hanno completato la mia esperienza di fede, io che venivo da una esperienza legata molto alle devozioni. Nei tre anni nel loro seminario di Bari ho costruito amicizie solide e con molti di loro e mantengo ancora oggi corrispondenza con molti di loro in giro per il mondo. 

Ma poi le cose sono cambiate quando ho conosciuto l'esperienza di Charles de Foucauld, da poco canonizzato, e ho scoperto che la mia strada non era la missione ma la vita monastica.

Essere monaci non significa andare in chiesa a pregare come tutti pensano; il cuore della regola di San Benedetto è riconoscere la presenza di Dio nonostante il nostro assentarci dal flusso della vita come ci ricorda il salmo: "io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia. Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra" (Sal 73,22-23).

Questo assentarci non significa non dare il proprio contributo ma lasciare che la vita faccia, perché si vuole proclamare che la vita è più forte della morte e vive nonostante tutte le morti. Il monaco, la sera dopo compieta, quando comincia il grande silenzio della notte, fa questo atto di fede: "io sono già morto ma la vita vive".

Si tratta di portare questo alla propria esperienza rinunciando perfino a progettare e gestire la propria vita: San Benedetto diceva che, al momento della professione solenne, il monaco non è più padrone nemmeno del proprio corpo. Nessuno in realtà lo è ma il monaco vive questa esperienza prima che gli venga chiesto dalla vita stessa quasi per testimoniare che è possibile vivere questa povertà assoluta. 

Questa testimonianza della vita monastica non è esclusiva solo della vita monastica cristiana: è la testimonianza dei Sufi nell'Islam, dei maestri zen nel buddismo. Al mondo testimoniamo che la vita viene prima di noi e in qualche modo va oltre noi; insegnamo a stare più tranquilli e non darci nemmeno troppa importanza; ricordiamo alla propria umanità che la vita è un dono che dobbiamo restituire ogni giorno. 

La gente che bussa al monastero viene per un motivo molto semplice: perché sente che in monastero ci sono degli uomini e delle donne che sono là per  gestire il proprio dolore e vegliare sul dolore degli altri. Noi monaci, più che curare le ferite e le debolezze dell’umanità, come penso facciano i missionari, cerchiamo di gestire la nostra debolezza perché nessuno abbia vergogna della propria fragilità. Insegnamo a non aver paura,  soprattutto non avere paura di Dio.

Per troppo tempo e in troppe situazioni la gente si è sentita o si sente bacchettata, giudicata, criticata: in realtà quando il Signore Gesù vede le folle non dice "poveretti" ma "beati"; il suo sguardo è uno sguardo di ammirazione, ammira l'amore di cui sono capaci le persone che trova, anche se è un amore immaturo e sotto certi versi ancora fragile. Davanti alle folle stanche, oppresse e sfinite, Gesù intuisce che i discepoli devono diventare  apostoli, testimoni ed artefici di questa compassione che è la rivelazione del cuore profondo di Dio.

La chiesa da maestra deve diventare più Madre. L'umanità chiede alla chiesa uno sguardo più formato alla scuola del vangelo che prima di prescrivere sia capace di ammirare, prima di chiedere di migliorare sia capace di mettere in evidenza ciò che di buono le persone vivono. Ogni persona porta in se una sofferenza e la sofferenza è sempre rispettabile, e Gesù è stato il maestro di questo e la chiesa se vuole essere discepola e corpo mistico del Signore deve ammirare di più e solo dopo correggere di più.

Nel video tutti i contenuti dell'intervista

Il Signore Gesù ha inviato i discepoli di tutti i tempi a evangelizzare e a uscire dai loro confini per andare verso gli altri e annunciare la Buona Novella che è Lui stesso. La missione è un mandato esplicito di Gesù Cristo. Per svolgere adeguatamente la missione in uscita, ci sono dei punti essenziali che ogni evangelizzatore deve tenere in considerazione e che descrivo di seguito.

AMORE PER GESÙ. L'amore per Gesù è la prima condizione per l'azione missionaria: ogni evangelizzatore deve essere innamorato di Gesù Cristo; è impossibile annunciare Gesù Cristo senza avere un profondo amore per Lui. Nessuno può dare ciò che non ha, per questo l'amore per Cristo è un elemento fondamentale per poter realizzare la missione verso chi ancora non lo conosce (missione ad gentes) o verso chi si è allontanato da Lui (nuova evangelizzazione).

IMPARARE DA GESÙ. Gesù Cristo è il prototipo e il maestro per eccellenza della missione. Consapevole di essere inviato dal Padre, si recava spesso nelle sinagoghe o nelle periferie per annunciare il messaggio di salvezza. Era molto vicino alle famiglie e alle persone come nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42), di Simone (Lc 7,36-46), di Levi (Lc 5,29-32), di Pietro (Lc 4,38-39), di Giairo (Lc 8,41-56) o di Zaccheo (Lc 19,1-10). Da Lui impariamo la migliore pedagogia missionaria: come essere caritatevoli; come consolare i tristi; come vivere la solidarietà con i poveri; come avvicinare i lontani.

IMPARARE DAI GRANDI EVANGELIZZATORI DELLA CHIESA. L'arte di evangelizzare può essere appresa dagli innumerevoli evangelizzatori che la Chiesa ha avuto nel corso della sua storia. I primi sono stati gli stessi apostoli che furono compagni di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea e poi si dispersero per evangelizzare e fondare comunità cristiane in buona parte del mondo allora conosciuto. Pietro ha raggiunto Roma; Giacomo il Minore ha diretto la comunità di Gerusalemme; Andrea fu il fondatore della Chiesa di Bisanzio e Paolo, il grande missionario dei Gentili, è all’origine di molte comunità cristiane come Corinto, Tessalonica, Roma ed Efeso. Poi abbiamo grandi missionari e santi evangelizzatori come Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi, Matteo Ricci, San Francesco Saverio, San Daniele Comboni, il Cardinale Lavigerie, Santa Laura Montoya, San Giovanni Bosco, San Pietro Claver, il Beato Giuseppe Allamano, solo per citarne alcuni. In alcuni casi, dall'ispirazione di uno di questi grandi evangelizzatori, sono nate comunità consacrate al compito dell’evangelizzazione. È stato così per esempio per i Missionari della Consolata, i Comboniani, i Missionari d'Africa, i Gesuiti, i Salesiani, le Suore Laurite.... Sono tutti esempi concreti ed efficaci di missione in uscita e molte chiese locali sono il risultato del loro lavoro. 

ESSERE CONSAPEVOLI CHE LA CHIESA È MISSIONARIA. Il Concilio Vaticano II, nel decreto Ad Gentes sull'attività missionaria della Chiesa, ci ricorda che la Chiesa pellegrina è missionaria per sua natura, poiché trae la sua origine dalla missione del Figlio e dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre. Quindi la Chiesa è missionaria perché il suo Fondatore è il missionario del Padre e. per dirlo in una parola, la sua ragion d'essere è evangelizzare. Questa consapevolezza allarga gli orizzonti dei missionari e li conduce in luoghi dove Cristo non è ancora conosciuto e dove è necessario un nuovo e rinnovato annuncio.

ESSERE CONSAPEVOLI CHE OGNI BATTEZZATO È UN MISSIONARIO. Il compito missionario è insito nell'essere di tutti i battezzati, perché il mandato missionario di Gesù Cristo è rivolto a tutti e non limitato a un gruppo particolare di persone (Mt 28,19-20). Non è un compito della gerarchia della Chiesa, ma di tutti i discepoli. Ogni uomo o donna, giovane o bambino, può annunciare Gesù Cristo grazie ai carismi e ai doni che ha ricevuto da Dio.

AMORE PER LA PERIFERIA. La periferia è il termine spesso usato per indicare luoghi lontani e distanti dal centro. È il luogo in cui vivono i poveri, i discriminati, gli stigmatizzati o rifiutati da alcune persone della società. nella periferia le condizioni di vita sono spesso precarie e non si tratta di luoghi accoglienti. Gli evangelizzatori devono imparare a identificarsi con le periferie perché la periferia diventa un luogo privilegiato per l'annuncio di Gesù che dà dignità agli uomini e alle donne di ogni tempo, luogo e generazione. 

OPZIONE PREFERENZIALE PER I POVERI. "Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5)" (EG, n. 198). Non è facile stare al posto dei poveri, ma essi sono i prediletti di Gesù Cristo e sono la ragione d'essere della missione evangelizzatrice della Chiesa. Ogni evangelizzatore è chiamato a misurarsi con l'opzione preferenziale per i poveri.

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ABBANDONARE LE SICUREZZE. La missione, alla fine, ci chiede sempre di lasciare ciò che conosciamo per intraprendere un lungo viaggio come Abramo verso la terra di Canaan (cfr. Gen 12,1-6) abbandonando sicurezze ed affrontando la paura. Nella vita quasi inevitabilmente portiamo con noi gli schemi che ereditiamo dalla società in cui viviamo o siamo nati. È necessario saperli superare per andare oltre, abbandonando la naturale paura,  se vogliamo annunciare l'autore della vita e la salvezza del mondo. 

Dobbiamo essere consapevoli che l'annuncio di Cristo è urgente oggi in tutto il mondo. Non possiamo dimenticare questo fatto molto concreto: "Il numero di coloro che ignorano Cristo e non fanno parte della chiesa è in continuo aumento, anzi dalla fine del Concilio è quasi raddoppiato. Per questa umanità immensa, amata dal Padre che per essa ha inviato il suo Figlio, è evidente l'urgenza della missione. (Rm 3). Allo stesso modo, aumenta anche il numero di coloro che si sono allontanati: la secolarizzazione ha preso possesso della vita di molti battezzati; le famiglie cattoliche si sono allontanate dai valori cristiani; molte chiese sono state vendute per mancanza di parrocchiani. Tutte queste realtà richiedono missionari affinché Cristo sia annunciato e conosciuto come fonte di vita e di verità per il mondo. 

Abbiamo dialogato con Claudia Graciela Lancheros, missionaria della Consolata in Kazakistán da due anni, e ci ha parlato della sua esperienza in una terra dove i cattolici sono una minoranza che sarà visitata prossimamente da Papa Francesco.

Kazakistán perché?

Il carisma della comunità delle Missionarie della Consolata da sempre è l'annuncio ai non cristiani, e per questo abbiamo analizzato alcune possibili presenze di prima evangelizzazione in Asia dove la presenza cristiana è fortemente minoritaria. Abbiamo visto che una comunità in Kazakistan era in linea con il carisma e, quindi, la missione è stata aperta. 

In questo paese, dove la presenza di cristiani è propio minima, una prima sfida è quella di mantenere l'identità, fare in modo che la gente ci sappia riconoscere come cristiani. In Kazakistán la religione più diffusa è l'islam e quidi diventa importante valorizzare piccoli spazi di dialogo che si sono concessi e permettono spiegare cosa significhi essere cristiani, cos'è la Chiesa cattolica, anche cosa significa la vocazione religiosa delle donne che si dedicano totalmente al servizio di Dio senza sposarsi né avere figli.

Con la nostra piccola comunità di missionarie viviamo a 40 chilometri dalla città di Almaty, in un ambiente rurale e fraterno. Devo riconoscere che i nostri vicini hanno compiuto bellissimi gesti di accoglienza: da quando ci hanno conosciute, non manca il saluto per strada, l’invito a prendere tè e, se c’era una festa, è condiviso anche un piatto del loro cibo. Quando gli anziani passano davanti al nostro orto ci danno qualche consiglio o raccontano una storia. 

Ci hanno fatto sentire come in casa e abbiamo fatto la grata esperienza di vedere come qualsiasi famiglia, indipendentemente dalla religione, ci apriva le porte dell’accoglienza. In un’occasione mi sono trovata con un  insegnante musulmano che mi ha detto che per loro ogni ospite è segnale della presenza di Dio. Stiamo quindi vivendo in modo concreto l’esperienza della fraternità, come invita a fare Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti. 

Questi dialoghi ci fanno vedere davvero la presenza di Dio in mezzo alle genti: la gente, così paziente, semplice e disponibile, ci mostra un’autentico spirito di accoglienza, e il desiderio di una relazione autentica con noi.

Al momento, nella nostra missione, non stiamo facendo grandi cose. La nostra è una presenza umile e minuscola, in un piccolo villaggio, ma siamo qui per testimoniare la nostra fede. Le persone ci chiedono preghiere, anche quelle di altre religioni. Sanno che siamo qui per loro, per ricordarli e per unirci davanti a Dio. 

Così la missione è andare a prendere il tè con i nostri vicini, ascoltarli, condividere la vita, condividere la fede, condividere ciò che accade nella nostra vita quotidiana. È una presenza di consolazione reciproca.

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Suor Claudia visita una chiesa ortodossa con alcuni giovani

I kazaki si preparano ad accogliere Papa Francesco

In vista della visita pastorale che il Pontefice compirà dal 13 al 15 settembre, la piccola comunità cristiana kazaka è molto entusiasta. È una Chiesa che sta muovendo i primi passi: pregano sempre per il Santo Padre alla fine del rosario o quando celebrano l’eucaristia. Averlo fra di loro è un'occasione per far conoscere cos'è la Chiesa cattolica, spiegare chi è Papa Francesco e incoraggiare l’incontro. I nostri pochi cristiani conoscono i problemi di salute di Papa Francesco: la visita del vescovo di Roma la considerano un segno molto forte e un grande gesto d'amore. 

Ascolta l'intervista in spagnolo

Il 29 agosto, alle sei di sera, nella parrocchia del Divino Niño di Tuxtla Gutiérrez (Chiapas), Ansoni Camacho Cruz è stato ordinato dal vescovo Fabio Martínez Castilla. È il secondo missionario della Consolata messicano ad essere ordinato e quindi è stato un momento di grazia per tutta la Chiesa e soprattutto per i Missionari della Consolata, presenti in questo Paese da quattordici anni e che già cominciano a vedere i primi frutti di missionari della Consolata ad vitam.

È lunedì 29 agosto 2022 e sono le sei di sera. La chiesa parrocchiale di El Divino Niño a Tuxtla Gutiérrez, in Chiapas, Messico, trabocca di gente. Le pareti sono ornate di ghirlande, i banchi di rose bianche. Molti fedeli trovano posto davanti alla porta principale della chiesa sotto un telone; altri si allineano per tutta la lunghezza dell'edificio cercando riparo dalla pioggia sotto la grondaia del tetto. Ma qui la pioggia non è mai sgradita, è un segno di benedizione. La gente si è riunita per l'ordinazione del diacono Ansoni Camacho Cruz, Missionario della Consolata. 

È uno dei cinque figli di Omar Camacho e Dora Maria Cruz. Una famiglia molto unita e conosciuta da tutti in parrocchia. Don Omar lavora con macchinari pesanti. Per l'occasione, la mamma Dora María e le sue figlie indossano le camicette colorate e le gonne a fiori caratteristiche del Chiapas. Gli uomini indossano eleganti scarpe di pelle. I nipoti sono più disinvolti; quasi tutti con ... i loro telefoni cellulari. 

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Monsignor Fabio Martínez Castilla, arcivescovo di Tuxtla, insieme a una dozzina di sacerdoti, si prepara per la celebrazione nella sala parrocchiale accanto alla chiesa. Davanti a lui, con i genitori come primi testimoni, Ansoni fa la sua professione di fede. 

Una nuvola di chierichetti, vestiti di rosso e bianco, guida la processione verso la chiesa. L'arcivescovo viene salutato dai fedeli che applaudono. Lo accompagnano padre Peter Ssekajugo, nuovo superiore dei Missionari della Consolata in Messico, Canada e Stati Uniti, padre Paolo Fedrigoni, il suo predecessore, e i padri Luis Jimenez, Patrick Murunga Waiganjo e Clovis Audet - i missionari della Consolata che lavorano nella parrocchia del Divino Niño. Altri Missionari della Consolata, i padri Ramon Lazaro Esnaola e Patrick Irungu Mungai, sono arrivati da Guadalajara; padre Alvaro Palacios Arregui, dal New Jersey. Alla destra del vescovo ci sono alcuni sacerdoti diocesani: tra questi, don José Luis, il primo e finora unico sacerdote di questa parrocchia, responsabile dell'ufficio del clero a livello diocesano. Oggi, Ansoni sarà il secondo.

Ansoni depone sull'altare il libro dei Vangeli, sul quale ha fatto la sua professione di fede pochi minuti fa, e va a sedersi tra i suoi genitori. Con loro, e con tutti i presenti, ascolta la Parola di Dio rivolta a tutti. Il Vangelo viene proclamato da padre Mungai, che oggi ricorda i suoi otto anni di sacerdozio. Al momento opportuno Ansoni è chiamato e si avvicina all'altare. Padre Paolo lo presenta al vescovo: “Ansoni è cresciuto proprio in questa parrocchia, più precisamente nella 'Cappella di San Filippo', e tutti quelli che sono qui presenti a questa eucaristia lo conoscono bene -racconta al vescovo-; ha fatto filosofia a Guadalajara, il noviziato in Argentina e gli studi teologici a Nairobi. È stato diacono nella missione di Matiri, in Kenya”. Assicura al vescovo che tutti i rapporti su di lui sono positivi e quindi è degno dell'ordinazione sacerdotale. 

Nell'omelia, il vescovo esorta Ansoni a essere un sacerdote felice, con il profumo di Cristo, sempre disponibile e vicino a tutte le sue pecorelle. È contento che lui sia entrato a formare parte di un istituto missionario, perché la Chiesa deve essere una comunità in uscita, aggiunge. Esprime la sua gioia per il fatto che la presenza dei missionari nella sua diocesi hanno portato alla nascita di un sacerdote missionario proveniente dal suo gregge. 

Nel momento stesso dell'ordinazione, le Litanie dei Santi vengono cantate splendidamente dal coro: è il coro della Cappella di San Filippo, orgoglioso di essere stato scelto per cantare nell’ordinazione sacerdotale di uno della loro comunità! Dopo l’ordinazione Ansoni è vestito da padre Luis Jiménez -il suo parroco- con la casula che hanno donato i suoi genitori. Quando il vescovo lo ha abbracciato, tutti sono scoppiati in un forte applauso. 

All'inizio della liturgia eucaristica, coppie vestite con abiti tradizionali portano all'altare doni di ogni tipo: cesti di frutta, mango, uva, pesche, fichi, banane; sacchetti di fagioli, mais e noci; pane, biscotti, latte e anche... una bottiglia di vino.

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Dopo la Comunione, p. Peter, a nome dei Missionari della Consolata, ringrazia Mons. Fabio, un vero vescovo missionario che per dieci anni ha lavorato come sacerdote in Angola, per aver ordinato un nuovo sacerdote per il nostro istituto missionario. Lo stesso ringraziamento va anche a tutti i presenti: sacerdoti, religiosi, religiose e popolo cristiano per essersi uniti a questo straordinario momento di felicità. “È un dono reciproco -dice- noi vi abbiamo dato una rinnovata consapevolezza della missione universale della Chiesa, e voi ci avete dato un nuovo sacerdote”. La gente applaude con entusiasmo quando padre Peter confessa di essere molto contento della sua elezione a Superiore Provinciale che gli ha dato la possibilità di rivisitare il Chiapas. Dopo l'Ave Maria, suonata in modo incantevole da un giovane violinista del coro, Ansoni esprime parole di ringraziamento per tutti e i i sentimenti che riempiono il suo cuore. Il popolo lo acclama. La sua destinazione è il Kenya che raggiungerà nel mese di novembre. chiede a tutti di accompagnarlo con la preghiera.

Dopo l’eucaristia, all’interno della chiesa, una lunga fila di persone si mette in fila davanti a padre Ansoni per ricevere da lui la prima benedizione sacerdotale. Il calore è intenso. Due chierichetti sono accanto a lui: uno per prendere i vari doni che riceve; l'altro con un panno che Ansoni usa per asciugarsi il sudore dal viso. Queste benedizioni durano due ore e mezza, senza interruzioni! All’esterno un gruppo musicale suona musiche del Chiapas e i ballerini e le ballerine si muovono quasi freneticamente al ritmo della musica; alcuni studenti della scuola di cucina, volontari per l'occasione, servono splendide pietanze preparate da loro.

Il nostro più sincero augurio è che la benedizione che Ansoni ha ricevuto oggi duri con la stessa intensità per tutta la sua vita sacerdotale.

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Il principio del cammino

Sr. Francesca Allasia, Originaria di Torino, dopo la laurea in Filosofia e un'esperienza in Kenya, è entrata tra le Missionarie della Consolata e lo scorso 18 agosto, precisamente nel santuario della Consolata e dalle mani di Giorgio Marengo, da poco cardinale di Ulan Bator, ha ricevuto il suo primo mandato missionario che la porterà prossimamente in Mongolia.

Sr. Francesca, puoi dirci brevemente chi sei, cosa fai?

Ho 34 anni e sono Missionaria della Consolata dal 2020. Mi piacciono i tulipani, le montagne e la primavera, che mi parla della forza, del garbo e della novità del Dio della Vita. Amo camminare e leggere e mi affascina l’incontro e l'intreccio tra le culture. Gioisco delle relazioni, ma allo stesso tempo cerco di custodire spazi di silenzio per ricaricare le batterie. Attualmente mi trovo a Nepi, in provincia di Viterbo, mentre mi preparo alla partenza per la prima destinazione missionaria: la Mongolia! In comunità faccio un po' di tutto, cercando di avere mani, occhi e cuore attenti a dove c’è bisogno. Qui ospitiamo due famiglie dell’Afghanistan e sono coinvolta in questo percorso con loro, in modo speciale con i bambini, che sono sette, con i quali abbiamo costituito “la banda dei piccoli di casa”!

Cosa più ti ha attratto della vita e del carisma delle Missionarie della Consolata?

Quando sono venuta a contatto con le Missionarie mi hanno subito colpito l’accoglienza, la semplicità e lo spirito di famiglia che si respirava nelle loro comunità. Lo stile affabile e sciolto con cui si relazionano con le persone e i racconti delle loro esperienze tra i popoli più diversi mi hanno immediatamente affascinato. La loro testimonianza era viva, ricca di volti e di eventi concreti, intessuta sempre di profonda spiritualità e di preghiera pratica, e per questo rivolta anche verso l’altro, in modo attento e costante. Spesso sentivo affermare che dobbiamo vivere il quotidiano con un’intensità d’amore straordinaria, nelle relazioni, nei piccoli gesti, nella cura dell’ambiente; essere sante senza strepiti, facendo bene il bene e senza rumore; insomma, ho incontrato un carisma umile e profondo che mi ha conquistato e che non smetto mai di scoprire!

Ti trovi in un momento particolare della tua vita di consacrata, la vigilia della tua partenza per la Mongolia: come immagini sarà l'incontro con quel popolo, quella cultura? Quali opportunità e quali possibili difficoltà?

Tutte le volte che inizio a immaginare la mia presenza in terra mongola, il cuore accelera e il respiro si ferma per l’emozione. Penso che i primi tempi tutte le energie saranno impegnate nello studio della lingua: ascoltare, osservare, conoscere, lasciarmi guidare dalle sorelle della comunità che sono lì da più tempo e cercare di entrare con cuore, anima, forze nell’incontro con questa terra e con queste persone. Ho l’opportunità di ricevere la novità che per me costituisce una cultura nomade; incontrare una spiritualità nuova sciamanica, buddhista; conoscere valori e tradizioni per poi camminare con la piccola comunità cristiana del posto ed essere segno della presenza di Dio tra chi incontrerò. Saranno necessarie tanta delicatezza, umiltà, pazienza, silenzio, preghiera e fiducia in un cammino di relazione trasformante con il popolo mongolo e con le mie sorelle. 

Come ti stai preparando a questa nuova tappa? 

Ho da poco concluso un anno di studi interreligiosi alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, studi che mi hanno appassionata. Ho ascoltato testimonianze di missionarie che non hanno fatto altro che alimentare il desiderio di essere già lì. Leggo alcuni articoli o studi sulla missione e porto in preghiera questo nuovo inizio, chiedendo al Signore di insegnarmi ad uscire e ad entrare.

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Suor Francesca dopo aver ricevuto la croce dell'invio missionario da Mons. Giorgio Marengo nel santuario della Consolata lo scorso 18 agosto

Articolo pubblicato su Andare alle genti, rivista delle Missionarie della Consolata

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