Riunendo immagini, interviste, fotografie e testimonianze, il canale "En la Iglesia", con sede a Maiani, negli Stati Uniti rende un tributo postumo a Padre Josiah K'Okal, missionario keniano morto improvvisamente il 1 Gennaio a Tucupita in Venezuela. Il missionario della Consolata ha vissuto la sua missione con amore e dedizione, servendo in particolare al popolo indigena Warao, nello stato di Delta Amacuro.

In questo documentario  il Padre Juan Carlos Greco, di origine argentina e anche lui missionario attualmente impegnato nello stato del Roraima in Brasile, ricorda gli aspetti principali della vita e della missione di Baré Mekoro (Padre Negro), come veniva chiamato dal popolo Warao. Parla del significato della missione, il mandato missionario e la storia dei Missionari della Consolata. La sua morte lascia un grande vuoto tra i Warao, tra i suoi familiari, nella Chiesa, nella Famiglia Consolata e in Venezuela.

Guarda qui il documentario (in Spagnolo)

Breve biografia

Padre Josiah K'Okal, 54 anni, è nato in Kenya il 7 settembre 1969. Dopo un primo tempo di formazione in Kenya e poi in Inghilterra, è stato ordinato sacerdote il 9 agosto 1997 e nello stesso anno è stato assegnato dai suoi superiori al lavoro missionario in Venezuela. Nel 2005 è arrivato nel Vicariato Apostolico di Tucupita e ha dedicato il suo ministero al popolo Warao. La scomparsa del sacerdote è stata denunciata il primo gennaio e il suo corpo senza vita è stato ritrovato il giorno successivo a Boca de Guara, nello Stato venezuelano di Monagas. Padre K’Okal è stato sepolto il 9 gennaio nella chiesa parrocchiale di San José a Tucupita.

I Missionari della Consolata hanno raggiunto per la prima volta il Venezuela nel 1971 con padre Giovanni Vespertini che si era stabilito nella diocesi di Trujillo. Con l'aiuto di padre Francesco Babbini e di altri missionari, hanno ampliato la loro presenza nell’archidiocesi di Caracas. Nel 1982 è nata la Delegazione IMC del Venezuela. Attualmente sono 12 i missionari della Consolata che operano in questo paese: a Barlovento (Caucagua, Panaquire, El Clavo, Tapipa), nell’archidiocesi e città di Barquisimeto con un Centro di Animazione Missionaria, nel Vicariato di Tucupita tra gli indios Warao (Tucupita e Nabasanuka), e a Caracas, sede della Delegazione, con il Seminario Propedeutico e Filosofico e la Parrocchia di Carapita, alla periferia di Caracas.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Segreteria Generale per la Comunicazione. Con il canale "En la Iglesia"

Padre Jaime Marques è morto il 6 gennaio all'età di 92 anni, dopo una ricchissima vita missionaria trascorsa in varie parti del Portogallo, dell'Italia e del Mozambico. Aveva 71 anni di professione religiosa e 66 di sacerdozio.

Era nato a Santa Catarina da Serra, Leiria, il 25 gennaio 1931 ed era il figlio più giovane di una famiglia davvero numerosa (dodici figli). Nel 1944 era entrato nel seminario dei Missionari della Consolata di Fátima.

Vita apostolica

La vita apostolica missionaria di Jaime è lunga e ricca. Per questo lo ascolteremo. Ce la facciamo raccontare da lui stesso recuperando un’intervista fatta a Fatima nel 2016.

Nel 1944 mi sono trovato con il padre Giovanni De Marchi da poco arrivato in Portogallo. Stava cercando dei giovani per il seminario che stava per fondare ma in quel momento non c'era ancora nulla di concreto. Io partecipavo alla preghiera serale nella mia chiesa parrocchiale quando conobbi il padre De Marchi. Mi venne quasi spontaneo dire: Vengo con te!

Nessuno aveva mai sentito parlare della Consolata e nemmeno io sapevo bene che cosa fosse: la mia decisione è stata un po' un'avventura, ma di quelle che si sono rivelate provvidenziali. In quel momento ero indeciso e non sapevo se volevo essere sacerdote, medico o avvocato: una qualsiasi di queste tre opzioni mi attraeva. L’incontro con questo missionario italiano mi fece dire “sí” definitivamente al progetto missionario.

Questo avvenne tra maggio e giugno del 1944 e poco dopo, a settembre, entrai nel seminario di Fatima con altri nove. Due di loro, Manuel Carreira e Francisco Marques, erano già giovani adulti e sarebbero potuti anche essere nostri genitori invece gli altri otto avevamo più o meno tutti della stessa età. Anche se siamo entrati alla Consolata senza sapere molto bene cosa fosse l’Istituto fin dal principio ci siamo trovati molto bene e il nostro gruppo si sentiva totalmente unito.

Ricordiamo che padre Jaime è stato l'ultimo missionario vivente dei primi missionari portoghesi della Consolata. Appartenevano a quel gruppo, e se ne sono andati prima di lui, fratel Albino Henrique (morto l’anno scorso) e padre Aventino Oliveira (morto nel 2021).

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Messa funebre presieduta da Mons. Joaquim Mendes, vescovo ausiliare di Lisbona, nella chiesa della comunità IMC di Fátima. Foto: Ana Paula

Servizi nell'Istituto

Padre Jaime ha ricoperto molti incarichi importanti nel nostro Istituto che ha sempre amato. Fu superiore regionale in Portogallo dal 1963 al 1971 e lui ricorda quella nomina in questo modo.

Il primo di aprile del 1963, pesce d'aprile, ricevetti una lettera dalla Direzione Generale nella quale si diceva che mi avevano nominato Superiore del Portogallo. Io in tutta risposta scrissi loro chiedendo se si trattava di uno scherzo perché, con la data del primo aprile, poteva anche essere quello… e invece era la prima volta che l'Istituto aveva un superiore non italiano. Succedevo a padre Giuseppe Gallea, che per noi era un monumento e un uomo di grande valore. Assunsi l'incarico e rimasi Superiore fino al 1971 quando, in occasione della Conferenza regionale di quell’anno e al termine del mio mandato, chiesi ai Superiori di inviarmi in missione per non rimanere in Europa.

Missione in Mozambico

La mia vocazione era la missione. Inoltre, durante gli anni della formazione, siamo stati molto “nutriti” in questo senso. Partii per il Mozambico, che in quegli anni era colonia del Portogallo, con l’intenzione di spendermi come missionario e anche con il profondo desiderio di vedere, il prima possibile, l’indipendenza di quel paese.

In un periodo particolarmente difficile padre Jaime Marques ha lavorato nella Caritas del Mozambico. Il giorno dopo la sua morte mi ha chiamato per telefono Eugénio Fonseca, ex presidente di Caritas Portogallo per farmi le sue "sentite condoglianze" e ricordarmi che il padre Jaime era stato molto sensibile alle cause sociali e che fu proprio lui, con l'appoggio dei vescovi, a fondare Cáritas in Mozambico. Lo stesso Jaime in una occasione riconosceva che per l'Istituto in Mozambico io ho fatto poco o niente: tutto il mio tempo era dedicato alla Caritas, facevo molti sacrifici, Caritas mi occupava giorno e notte.

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Padre Jamie Marques nella comunità IMC di Fatima. Foto: Albino Braz

Il dono dell'ospitalità

Dopo dieci anni a Jaime viene chiesto di tornare in Europa. Non è una richiesta facile ma alla fine cede

Va bene, sono deluso, ma ci vado. Ma non ci andrò subito, perché devo lasciare qui qualcuno che sia pronto a sostituirmi, un mozambicano. E così mi hanno permesso di restare ancora un anno e qualche mese per trovare qualcuno che mi sostituisse.

Poi sono andato a Roma e sono rimasto per ben nove anni come Superiore della Casa Generalizia. È stato un lavoro difficile, ma molto bello. Mi è piaciuto molto, perché ho comunicato con tutti i nostri missionari. È stata l’occasione di conoscere quasi tutto l'Istituto, compresi i giovani che venivano in Italia a studiare. È stata senza dubbio un'esperienza meravigliosa. Ho sempre avuto la fama –non so fino a che punto meritata– di essere accogliente e ho dato tutto quello che potevo per accogliere le persone.

In effetti Jaime accoglieva molto bene le persone. Lo posso testimoniare io stesso, padre Bernard Obiero, che sono stato accolto da lui quando sono arrivato in Portogallo per la prima volta verso la fine del 2012. Io ero un seminarista e padre Jaime era il superiore della nostra Casa Provinciale di Lisbona… Era sempre preoccupato di sapere come stavano tutti e quando viaggiavamo, chiamava sempre per sapere se era andato tutto bene e come stavamo. Lo faceva con tutti.

Molti missionari, parenti e amici di padre Jaime hanno lasciato messaggi e testimonianze su di lui: hanno detto che era un uomo molto premuroso, con una fede profonda, un grande consigliere, una presenza amichevole che ispirava rispetto e ammirazione. La sua ospitalità e il suo affetto erano grandi; le sue parole e i suoi gesti dolci. Aveva sempre un sorriso sul volto. Era un uomo sereno, con un grande cuore e una stupenda capacità di ascolto, un esempio di dedizione e servizio a "tutti, tutti, tutti".

Anche Mons. Diamantino Antunes, vescovo di Tete e Padre João Nascimento hanno raccontato che "In Mozambico, padre Jaime era molto conosciuto e apprezzato per la sua testimonianza di vita e la sua attività missionaria; la sua era una presenza decisiva nell'accoglienza dei missionari".

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Il funeralie di padre Jamie Marques nel cimitero di Fátima, in Portogallo. Foto: Ana Paula

Il tempo di dire addio

Due giorni prima che il nostro caro Jaime morisse, io e padre Pietro Plona siamo andati a trovarlo all'ospedale San André di Leiria. Era molto tranquillo, cosciente e parlava. Quando ci vide entrare, disse subito: "Finalmente! Finalmente! Finalmente", sapeva che era giunta la sua ora.

"Finalmente", perché non ha mai vissuto per se stesso. "Finalmente" perché voleva salutare i suoi fratelli. "Finalmente" come aveva detto l'anziano Simeone che prese in braccio il bambino Gesù e benedisse Dio dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola" (Lc 2,29).

Quando gli abbiamo detto "Ci vediamo domani!" –era consuetudine che qualcuno andasse a trovarlo quasi ogni giorno– ha risposto con calma "non c'è bisogno".

Ed effettivamente non c’è stato bisogno, il padre Jaime ci ha lasciati. Caro Jaime, "la tua ricompensa è grande in cielo!". Noi lo possiamo davvero considerare felice perché ha sempre camminato secondo il progetto di Dio e il servizio ai fratelli e alle sorelle.

* Padre Bernard Obiero, IMC, missionario in Portogallo. Pubblicato nel sito  www.consolata.pt

Papa Francesco ha nominato la religiosa delle Missionarie della Consolata nuovo segretario del Dicastero vaticano. Nel suo curriculum il diploma di infermiera professionale e l'esperienza fatta in Mozambico nella pastorale giovanile

Suor Simona Brambilla, fino a Maggio scorso superiora generale delle Missionarie della Consolata, è il nuovo segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. La nomina di Papa Francesco è pubblicata oggi sul bollettino della Sala Stampa vaticana.

La religiosa è nata a Monza il 27 marzo 1965. Dopo aver conseguito il diploma di infermiera professionale nel 1986, nel 1988 entra nell’Istituto delle Missionarie della Consolata, dove nel 1991 effettua la prima professione. Nel 1998 consegue la Licenza in Psicologia presso l’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana. Dopo la professione perpetua, nel 1999, si reca in Mozambico, dove si occupa di pastorale giovanile presso il Centro Studi Macua Xirima di Maua.

Dal 2002 al 2006 è docente presso l’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana. Dal 2005 al 2011 è Consigliera generale dell'Istituto Suore Missionarie della Consolata. Nel 2008 consegue il Dottorato in Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel 2011 viene eletta superiora generale dell'Istituto Suore Missionarie della Consolata, ed è rieletta nel 2017, fino a maggio di quest'anno. Infine, dal 2019 è membro del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Le Missionarie della Consolata hanno completato l’elezione della loro nuova Direzione Generale. Ecco le consorelle che accompagneranno la comunità nei prossimi sei anni sotto la guida di Madre Lucia Bortolomasi, nuova Superiora Generale. (seguendo l’ordine della foto sopra da sinistra)

Sr. JOAN AGNES (Kenia): era superiora della Regione Africa;
Sr. MARIA CONCEIÇAO (Brasile): era la Vice Superiora Generale 2017-2022. Precedentemente missionaria in Guinea Bissau;
Madre LUCIA BORTOLOMASI (Italia): era Consigliera Generale 2017-2023. Precedentemente missionaria in Mongolia
Sr. LINA KESSY (Tanzania): lavorava in Brasile dove era Consigliera della Regione America.
Sr. STEFANIA RASPO (Italia): missionaria in Bolivia.

I nostri migliori AUGURI!

Abbiamo dialogato con Claudia Graciela Lancheros, missionaria della Consolata in Kazakistán da due anni, e ci ha parlato della sua esperienza in una terra dove i cattolici sono una minoranza che sarà visitata prossimamente da Papa Francesco.

Kazakistán perché?

Il carisma della comunità delle Missionarie della Consolata da sempre è l'annuncio ai non cristiani, e per questo abbiamo analizzato alcune possibili presenze di prima evangelizzazione in Asia dove la presenza cristiana è fortemente minoritaria. Abbiamo visto che una comunità in Kazakistan era in linea con il carisma e, quindi, la missione è stata aperta. 

In questo paese, dove la presenza di cristiani è propio minima, una prima sfida è quella di mantenere l'identità, fare in modo che la gente ci sappia riconoscere come cristiani. In Kazakistán la religione più diffusa è l'islam e quidi diventa importante valorizzare piccoli spazi di dialogo che si sono concessi e permettono spiegare cosa significhi essere cristiani, cos'è la Chiesa cattolica, anche cosa significa la vocazione religiosa delle donne che si dedicano totalmente al servizio di Dio senza sposarsi né avere figli.

Con la nostra piccola comunità di missionarie viviamo a 40 chilometri dalla città di Almaty, in un ambiente rurale e fraterno. Devo riconoscere che i nostri vicini hanno compiuto bellissimi gesti di accoglienza: da quando ci hanno conosciute, non manca il saluto per strada, l’invito a prendere tè e, se c’era una festa, è condiviso anche un piatto del loro cibo. Quando gli anziani passano davanti al nostro orto ci danno qualche consiglio o raccontano una storia. 

Ci hanno fatto sentire come in casa e abbiamo fatto la grata esperienza di vedere come qualsiasi famiglia, indipendentemente dalla religione, ci apriva le porte dell’accoglienza. In un’occasione mi sono trovata con un  insegnante musulmano che mi ha detto che per loro ogni ospite è segnale della presenza di Dio. Stiamo quindi vivendo in modo concreto l’esperienza della fraternità, come invita a fare Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti. 

Questi dialoghi ci fanno vedere davvero la presenza di Dio in mezzo alle genti: la gente, così paziente, semplice e disponibile, ci mostra un’autentico spirito di accoglienza, e il desiderio di una relazione autentica con noi.

Al momento, nella nostra missione, non stiamo facendo grandi cose. La nostra è una presenza umile e minuscola, in un piccolo villaggio, ma siamo qui per testimoniare la nostra fede. Le persone ci chiedono preghiere, anche quelle di altre religioni. Sanno che siamo qui per loro, per ricordarli e per unirci davanti a Dio. 

Così la missione è andare a prendere il tè con i nostri vicini, ascoltarli, condividere la vita, condividere la fede, condividere ciò che accade nella nostra vita quotidiana. È una presenza di consolazione reciproca.

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Suor Claudia visita una chiesa ortodossa con alcuni giovani

I kazaki si preparano ad accogliere Papa Francesco

In vista della visita pastorale che il Pontefice compirà dal 13 al 15 settembre, la piccola comunità cristiana kazaka è molto entusiasta. È una Chiesa che sta muovendo i primi passi: pregano sempre per il Santo Padre alla fine del rosario o quando celebrano l’eucaristia. Averlo fra di loro è un'occasione per far conoscere cos'è la Chiesa cattolica, spiegare chi è Papa Francesco e incoraggiare l’incontro. I nostri pochi cristiani conoscono i problemi di salute di Papa Francesco: la visita del vescovo di Roma la considerano un segno molto forte e un grande gesto d'amore. 

Ascolta l'intervista in spagnolo

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