Originale cammino sinodale

  • Nov 30, 2022
  • Pubblicato in Notizie

Era l'altra domenica a fine ottobre, subito dopo la messa, che siamo partiti. Come inviato dall'assemblea, era un piccolo gruppo di studenti universitari subsahariani di Beni Mellal (Marocco) con le suore Chantale e Clotilde. Più di due ore di viaggio verso le alture del Medio Atlante. Un cammino sinodale originale su per i monti, in minibus. Ci hanno accompagnato nella riflessione e nello scambio le frasi più belle dell'enciclica “Laudato si”. Le parole di papa Francesco preparano, così, la nostra mente a questo incontro sorprendente, una vera esperienza spirituale... Ci aspettava, infatti, "lo spettacolo naturale più bello del Marocco": le cascate di Ozoud (che vuol dire mulino, in berbero, per la presenza di una dozzina di molini per l' olio).  Cascate spettacolari di un'altezza di 110 m, che spesso si rivestono di un bell'arcobaleno. L'acqua e i suoi vapori cadono davanti ai nostri occhi in una vallata dove il verde della vegetazione contrasta con il terreno rossastro attorno, in un'oasi di uliveti, di mandorli e di fichi. Una vera meraviglia!

Nella nostra testa risuonano, peró, le parole di papa Francesco: «La terra, la nostra casa, sembra diventare sempre più un immenso deposito di immodizia! " Ma qui, spalancando gli occhi, la sua visione delle cose ci tocca e ci parla: «Tutto l'universo materiale è espressione dell'amore di Dio, del suo eccessivo affetto verso di noi. La terra, l'acqua, le montagne, tutto è carezza di Dio!" Ancora immobili per questo stupore, qualcosa intanto ci accarezza, per davvero, la schiena e il viso… Sono le piccole scimmie che appaiono all'improvviso, a decine, e addomesticano i visitatori di questo luogo magico. Viene in mente, allora, quella bella osservazione della "Laudato si": "Per la tradizione giudaico-cristiana dire 'creazione' è più che dire natura, perché è un progetto dell'amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato! »

Così, perso in mezzo a questo immenso Atlante, il nostro piccolo gruppo è invitato oggi a contemplare,... che è sempre stupirsi di qualcosa più grande di sé. Tuttavia, l'amara osservazione del papa sulla nostra società dei consumi, dal cuore incapace di meravigliarsi o di contemplare, ci intristisce non poco... «Più il cuore di una persona è vuoto, più oggetti ha bisogno di comprare, possedere e consumare. »

Soulaymane, una giovane guida berbera, socialmente impegnato, ci prende quasi per mano per mostrarci e contemplare questi luoghi… Così, Tanaghmelt, un antico e delizioso villaggio berbero, un mulino tradizionale, una cooperativa di tappeti berberi femminili, un centro di economia sociale, ci hanno aperto le loro porte e il loro mistero. Per dirci come cultura locale, economia, attività, uomini e natura,... tutto qui è tenuto insieme in una sinergia e un rispetto invisibili. Come la trama di un tappeto. 

Infine, sulla via del ritorno, ci tornava continuamente in mente una domanda dell'enciclica del papa. “La natura è piena di parole d'amore, ma come ascoltarle in mezzo a un rumore costante, una distrazione permanente e ansiosa, o un culto dell'apparenza?" Sì, domanda vera, provocante.

* Renato Zilio è missionario scalabriniano

In cammino con...

  • Nov 30, 2022
  • Pubblicato in Notizie

Sì, con la nostra terra, la gente dei nostri villaggi, come Timoulilte nei dintorni di Beni Mellal e la loro voglia di lavorare insieme. Halima, infatti, ci ha accolto questo martedì mattina nella sua cooperativa Taymate (che significa "fraternità"). Un mondo si è aperto per noi. Fraterno, laborioso, e in cammino verso la dignità di tante donne e uomini di qui. Preparano in questa cooperativa le olive, la loro selezione, la loro meticolosa preparazione con erbe fini, peperoncino o altri ingredienti. Un lavoro artigianale di amore e precisione. Poi, nel pomeriggio, qui si tengono corsi di alfabetizzazione per le donne. Suor Clotilde, poi, viene invitata a tornare per impartire lezioni sugli olii essenziali, di cui ha una lunga esperienza. Sì, qui si coltiva il senso del gusto, ma anche della parola, dell'educazione e della relazione. Tutto dice in questo villaggio ai piedi del massiccio del Medio Atlante la magia di un piccolo miracolo.  Poi, si visita la vicina cooperativa che prepara il cous cous, dove lavorano solo donne. I prodotti finiti sono in mostra all'entrata: una vera meraviglia di varietà, colori e qualità per un cous cous reale! Pranzo insieme, poi, attorno a un'enorme tajine di carne e verdure. Ma la preghiera che é sbocciata in quel momento attorno alla tavola comune, - mescolando fede cristiana e quella musulmana, - ha riempito il nostro cuore di gioia! E anche di emozione, seguendo "la Fatiha" (preghiera del Corano) sulle labbra commosse dei nostri vicini. Sì, solo dopo, la gioia... di riempire lo stomaco! "Che bello,- ci siamo dette - questo cammino sinodale con i vicini. In questa terra dell'Islam!"

Le porte sono sempre aperte. Di notte e di giorno. L’accoglienza nella parrocchia di Oujda, in Marocco, non ha orari. C’è sempre qualcuno a ricevere gli immigrati con lo spirito del samaritano: accudire chi soffre, chiunque esso sia, qualunque storia lasci alle sue spalle. «Non ci guida niente altro che la solidarietà», spiega Edwin Osaleh Duyani, missionario della Consolata e parroco di Oujda: «Non abbiamo altri fini né vogliamo offrire altro che un messaggio di amore verso chi viene da esperienze durissime». La Chiesa cattolica a Oujda è presente da decenni. Un’eredità lasciata dai colonizzatori francesi. E francese era il parroco quando, nel 2019, un gruppo di missionari della Consolata arriva nella zona. «Stavamo progettando di impegnarci a favore dei migranti», continua padre Edwin, che lavora nella parrocchia insieme a due confratelli: «Inizialmente si pensava di dar vita a una missione a Melilla, enclave spagnola in terra marocchina. Quando siamo arrivati a Oujda le condizioni ci sembravano però ottimali». La città è vicino al confine tra Marocco e Algeria. Una frontiera tribolata, spesso chiusa a causa delle tensioni politiche e diplomatiche tra Rabat e Algeri. Eppure così porosa da permettere il passaggio dei migranti verso le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. «Molti migranti vengono qui per chiedere aiuto dopo un viaggio sofferto nel deserto», osserva padre Edwin. Qui «trovano quella realtà famigliare che è necessaria per ripristinare un minimo di serenità a perso ne che hanno vissuto esperienze durissime nel loro migrare». 

Nella parrocchia, che ha locali molto grandi, i migranti hanno la possibilità di mangiare, dormire, lavarsi, cambiarsi d’abito. «Nel 2021 — continua il missionario — abbiamo accolto 2300 persone. Nei primi sei mesi di quest’anno ne abbiamo già ospitate un migliaio. Molti arrivano in condizioni terribili. Hanno ferite di tutti i tipi sul corpo, alcuni sono anche segnati nella psiche. Emigrare è un trauma che segna molti nel profondo dell’anima». Quando sono accolti nella parrocchia, i migranti vengono anche curati e assistiti nel miglior modo possibile. Li si aiuta a riprendersi dalle fatiche di un viaggio lunghissimo, iniziato nell’Africa subsahariana: Costa d’Avorio, Camerun, Guinea, Sudan, eccetera. 

L’accoglienza ha anche un valore ecumenico. I missionari della Consolata lavorano infatti fianco a fianco con i membri della locale Chiesa evangelica. «Siamo due coordinatori, io e un evangelico», sottolinea padre Edwin: «Tra noi c’è un’ottima collaborazione e un’ottima intesa. Noi offriamo anche i locali per le loro funzioni religiose perché in città non hanno un luogo dove pregare». Del gruppo di accoglienza fanno parte anche due suore cattoliche che si prendono cura delle poche donne che arrivano e delle attività di formazione. 

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I missionari accolgono tutti e con tutti parlano e si confrontano. «Molti di questi ragazzi e di queste ragazze — continua — partono attratti dal miraggio benessere. Pensano che arrivati in Europa la loro vita possa conoscere una svolta e lì possano trovare tutto ciò di cui hanno bisogno. Non sanno che per i migranti la vita in Europa è tutt’altro che semplice. Le privazioni e le difficoltà continuano, accentuate anche da un ambiente e da un clima ai quali non sono abituati». I padri del la Consolata spiegano loro come stanno le cose, parlano delle difficoltà che possono incontrare nel loro viaggio e una volta arrivati a destinazione. Qualcuno, nonostante le parole dei missionari, decide di continuare il viaggio. Altri capiscono quanto è complicato raggiungere l’Europa, quanto velleitaria sia l’impresa e decidono di rientrare in patria. «Noi non abbiamo i mezzi né la struttura né le capacità di organizzare i viaggi di rientro — osserva padre Edwin — e per questo motivo, quando un ragazzo o una ragazza si convince a rientrare a casa, noi lo mettiamo in contatto con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che organizza il rimpatrio. È un percorso lungo che può richiedere settimane o, addirittura, mesi. Nel frattempo, offriamo loro corsi di formazione». In questo modo, i migranti possono imparare i rudimenti di meccanica, falegnameria, elettrotecnica. Insegnamenti che potranno essere utili quando rientreranno a casa. 

«Il nostro non è un centro di accoglienza», conclude padre Edwin: «La nostra è una parrocchia cattolica che accoglie chi bussa al nostro portone. Il nostro unico intento è aiutare chi ha bisogno. Il nostro, lo ripeto, è lo spirito del buon samaritano. Vogliamo essere vicino agli ultimi e a chi soffre, niente di più.

* Enrico Casale collabora con varie testate missionarie. Questo articolo è apparso nell’Osservatore Romano il 14 settembre 2022.

Domenica scorsa è Rodrigo ad essere festeggiato, la sua storia triste si conclude riconoscendo che il Signore non lascia mai soli i suoi figli. Rodrigo è un giovane Camerunese di 35 anni sposato con due figli, fa  l’elettricista. Vuole far studiare i suoi figli ma con il ricavato del suo lavoro non riesce, allora pensa di andare all’estero in Spagna o in Francia per guadagnare di più. Fa la domanda per avere il passaporto ma dopo mesi e  anni il passaporto non arriva, ed ecco la decisione di mettersi in viaggio e attraversare il deserto della Nigeria,del Niger e dell’Algeria per arrivare in Marocco e di qui espatriare. Due mesi terribili trascorsi tra Nigeria e Niger. Mi racconta come la gente in questi paesi è poverissima e quando arrivano i migranti, che sono molti a passare i loro confini, li derubano di tutto. Anche lui è stato derubato dei pochi soldi rimasti e del cellulare.Arrivato in Algeria, per poter continuare il viaggio deve lavorare mi dice che qui ci sono delle piazzette dove vanno i migranti e chi ha bisogno di lavoratori va e li prende, (Proprio come nella parabola del Vangelo). Per otto mesi lavora e mette assieme il denaro per ripartire verso il Marocco. E’ inverno e con altri 18 compagni attraversono il confine passando per la montagna: neve, freddo senza mangiare 5 giorni veramente terribili e mentre li ricorda  gli occhi si chiudono per non far vedere le lacrime. 

Ed ecco la tragedia. I diciotto arrivano a 20 Km. da Oujda salgono su due macchine Taxi, nella sua erano in dieci, l’autista, forse ubriaco, va  fortissimo e in una curva la macchia sbanda e si capovolge, lo portano all’ospedale lo operano spina dorsale schiacciata, il chirurgo gli da pochi giorni di vita. Il nostro medico lo vede e lo porta da noi e con pazienza e amore e cure(vi tralascio il racconto del calvario dei primi due mesi immobilizzato a letto) Dopo due anni è pronto, anche se in carrozzella ( gliel’ho comprata nuova), per rientrare a casa ad abbracciare la moglie e i suoi due figli. 

Ringraziamo assieme il Signore che non abbandona mai nessuno, nello zaino, il giorno dell'incidente, aveva un pezzo di pane e una bibbia. Ringraziamo anche chi, con amore fraterno, si è preso cura di lui per ben due anni.

* Francesco Giuliani è missionario in Marocco

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