Padre Jaime Marques è morto il 6 gennaio all'età di 92 anni, dopo una ricchissima vita missionaria trascorsa in varie parti del Portogallo, dell'Italia e del Mozambico. Aveva 71 anni di professione religiosa e 66 di sacerdozio.

Era nato a Santa Catarina da Serra, Leiria, il 25 gennaio 1931 ed era il figlio più giovane di una famiglia davvero numerosa (dodici figli). Nel 1944 era entrato nel seminario dei Missionari della Consolata di Fátima.

Vita apostolica

La vita apostolica missionaria di Jaime è lunga e ricca. Per questo lo ascolteremo. Ce la facciamo raccontare da lui stesso recuperando un’intervista fatta a Fatima nel 2016.

Nel 1944 mi sono trovato con il padre Giovanni De Marchi da poco arrivato in Portogallo. Stava cercando dei giovani per il seminario che stava per fondare ma in quel momento non c'era ancora nulla di concreto. Io partecipavo alla preghiera serale nella mia chiesa parrocchiale quando conobbi il padre De Marchi. Mi venne quasi spontaneo dire: Vengo con te!

Nessuno aveva mai sentito parlare della Consolata e nemmeno io sapevo bene che cosa fosse: la mia decisione è stata un po' un'avventura, ma di quelle che si sono rivelate provvidenziali. In quel momento ero indeciso e non sapevo se volevo essere sacerdote, medico o avvocato: una qualsiasi di queste tre opzioni mi attraeva. L’incontro con questo missionario italiano mi fece dire “sí” definitivamente al progetto missionario.

Questo avvenne tra maggio e giugno del 1944 e poco dopo, a settembre, entrai nel seminario di Fatima con altri nove. Due di loro, Manuel Carreira e Francisco Marques, erano già giovani adulti e sarebbero potuti anche essere nostri genitori invece gli altri otto avevamo più o meno tutti della stessa età. Anche se siamo entrati alla Consolata senza sapere molto bene cosa fosse l’Istituto fin dal principio ci siamo trovati molto bene e il nostro gruppo si sentiva totalmente unito.

Ricordiamo che padre Jaime è stato l'ultimo missionario vivente dei primi missionari portoghesi della Consolata. Appartenevano a quel gruppo, e se ne sono andati prima di lui, fratel Albino Henrique (morto l’anno scorso) e padre Aventino Oliveira (morto nel 2021).

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Messa funebre presieduta da Mons. Joaquim Mendes, vescovo ausiliare di Lisbona, nella chiesa della comunità IMC di Fátima. Foto: Ana Paula

Servizi nell'Istituto

Padre Jaime ha ricoperto molti incarichi importanti nel nostro Istituto che ha sempre amato. Fu superiore regionale in Portogallo dal 1963 al 1971 e lui ricorda quella nomina in questo modo.

Il primo di aprile del 1963, pesce d'aprile, ricevetti una lettera dalla Direzione Generale nella quale si diceva che mi avevano nominato Superiore del Portogallo. Io in tutta risposta scrissi loro chiedendo se si trattava di uno scherzo perché, con la data del primo aprile, poteva anche essere quello… e invece era la prima volta che l'Istituto aveva un superiore non italiano. Succedevo a padre Giuseppe Gallea, che per noi era un monumento e un uomo di grande valore. Assunsi l'incarico e rimasi Superiore fino al 1971 quando, in occasione della Conferenza regionale di quell’anno e al termine del mio mandato, chiesi ai Superiori di inviarmi in missione per non rimanere in Europa.

Missione in Mozambico

La mia vocazione era la missione. Inoltre, durante gli anni della formazione, siamo stati molto “nutriti” in questo senso. Partii per il Mozambico, che in quegli anni era colonia del Portogallo, con l’intenzione di spendermi come missionario e anche con il profondo desiderio di vedere, il prima possibile, l’indipendenza di quel paese.

In un periodo particolarmente difficile padre Jaime Marques ha lavorato nella Caritas del Mozambico. Il giorno dopo la sua morte mi ha chiamato per telefono Eugénio Fonseca, ex presidente di Caritas Portogallo per farmi le sue "sentite condoglianze" e ricordarmi che il padre Jaime era stato molto sensibile alle cause sociali e che fu proprio lui, con l'appoggio dei vescovi, a fondare Cáritas in Mozambico. Lo stesso Jaime in una occasione riconosceva che per l'Istituto in Mozambico io ho fatto poco o niente: tutto il mio tempo era dedicato alla Caritas, facevo molti sacrifici, Caritas mi occupava giorno e notte.

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Padre Jamie Marques nella comunità IMC di Fatima. Foto: Albino Braz

Il dono dell'ospitalità

Dopo dieci anni a Jaime viene chiesto di tornare in Europa. Non è una richiesta facile ma alla fine cede

Va bene, sono deluso, ma ci vado. Ma non ci andrò subito, perché devo lasciare qui qualcuno che sia pronto a sostituirmi, un mozambicano. E così mi hanno permesso di restare ancora un anno e qualche mese per trovare qualcuno che mi sostituisse.

Poi sono andato a Roma e sono rimasto per ben nove anni come Superiore della Casa Generalizia. È stato un lavoro difficile, ma molto bello. Mi è piaciuto molto, perché ho comunicato con tutti i nostri missionari. È stata l’occasione di conoscere quasi tutto l'Istituto, compresi i giovani che venivano in Italia a studiare. È stata senza dubbio un'esperienza meravigliosa. Ho sempre avuto la fama –non so fino a che punto meritata– di essere accogliente e ho dato tutto quello che potevo per accogliere le persone.

In effetti Jaime accoglieva molto bene le persone. Lo posso testimoniare io stesso, padre Bernard Obiero, che sono stato accolto da lui quando sono arrivato in Portogallo per la prima volta verso la fine del 2012. Io ero un seminarista e padre Jaime era il superiore della nostra Casa Provinciale di Lisbona… Era sempre preoccupato di sapere come stavano tutti e quando viaggiavamo, chiamava sempre per sapere se era andato tutto bene e come stavamo. Lo faceva con tutti.

Molti missionari, parenti e amici di padre Jaime hanno lasciato messaggi e testimonianze su di lui: hanno detto che era un uomo molto premuroso, con una fede profonda, un grande consigliere, una presenza amichevole che ispirava rispetto e ammirazione. La sua ospitalità e il suo affetto erano grandi; le sue parole e i suoi gesti dolci. Aveva sempre un sorriso sul volto. Era un uomo sereno, con un grande cuore e una stupenda capacità di ascolto, un esempio di dedizione e servizio a "tutti, tutti, tutti".

Anche Mons. Diamantino Antunes, vescovo di Tete e Padre João Nascimento hanno raccontato che "In Mozambico, padre Jaime era molto conosciuto e apprezzato per la sua testimonianza di vita e la sua attività missionaria; la sua era una presenza decisiva nell'accoglienza dei missionari".

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Il funeralie di padre Jamie Marques nel cimitero di Fátima, in Portogallo. Foto: Ana Paula

Il tempo di dire addio

Due giorni prima che il nostro caro Jaime morisse, io e padre Pietro Plona siamo andati a trovarlo all'ospedale San André di Leiria. Era molto tranquillo, cosciente e parlava. Quando ci vide entrare, disse subito: "Finalmente! Finalmente! Finalmente", sapeva che era giunta la sua ora.

"Finalmente", perché non ha mai vissuto per se stesso. "Finalmente" perché voleva salutare i suoi fratelli. "Finalmente" come aveva detto l'anziano Simeone che prese in braccio il bambino Gesù e benedisse Dio dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola" (Lc 2,29).

Quando gli abbiamo detto "Ci vediamo domani!" –era consuetudine che qualcuno andasse a trovarlo quasi ogni giorno– ha risposto con calma "non c'è bisogno".

Ed effettivamente non c’è stato bisogno, il padre Jaime ci ha lasciati. Caro Jaime, "la tua ricompensa è grande in cielo!". Noi lo possiamo davvero considerare felice perché ha sempre camminato secondo il progetto di Dio e il servizio ai fratelli e alle sorelle.

* Padre Bernard Obiero, IMC, missionario in Portogallo. Pubblicato nel sito  www.consolata.pt

All'inizio del Triennio sul Beato Allamano, offriamo questa prima riflessione di P. Francesco Pavese, in consonanza con quanto le nostre due Direzioni Generali ci hanno proposto, scegliendo il protettore per gli anni 2024-25-26. La paternità dell'Allamano ci è particolarmente cara come lo fu per i nostri primi Missionari e Missionarie. Dal Cielo continui a guidarci e proteggerci. Buon anno nuovo a tutte e a tutti.

I missionari e le missionarie di Castelnuovo don Bosco.

“PADRE AMATISSIMO”

SIGNIFICATO DELLA PATERNITÀ DEL FONDATORE

 A cura della Postulazione Generale

La paternità dell’Allamano

Per la festa del Fondatore di quest’anno propongo alcune riflessioni sulla sua “paternità”. Sono idee semplici che fanno sempre del bene a noi, ma che quest’anno possiamo anche proporre alla gente che ci conosce e che festeggia con noi il nostro “Padre”.

Prendo l’ispirazione da un messaggio che il Camisassa ha scritto alle suore in vacanza a S. Ignazio, alla vigilia del suo onomastico, per scusarsi di non potere essere presente, essendosi dovuto fermare a Torino «stante l’assenza del Sig. Rettore (m’è scappata la parola: leggete Padre amatissimo)». Per le missionarie l’Allamano non è il “Rettore”, ma il “Padre amatissimo”. Questa è la convinzione del Camisassa, che coincide con quella dei figli e delle figlie dell’Allamano.

Non è significativo che il Camisassa chiamasse l’Allamano per lo più con il nome di “Padre”, senza l’articolo? Il Camisassa, sia pure con una certa titubanza, pensa di partecipare in qualche misura della paternità del Fondatore. Ecco come si è espresso scrivendo dalla fattoria di Nyeri, il 18 luglio 1911 ad un gruppo di giovani suore, dopo la loro vestizione: «Mie buone figliuole, permettete che io pure vi chiami con questa dolce parola, detta a sei di voi con tanta bontà e tenerezza , come mi scrivete, dal nostro venerato Padre nel bel dì della loro vestizione. Certo che non ho diritto di chiamarvi mie figlie, ma pur qualcosa come un padre putativo vostro vorrei pur esserlo […]». È certo che il Camisassa è entrato in pieno nel clima di famiglia voluto dal Fondatore, in modo non indipendente, ma a seguito di lui.

Coscienza della propria paternità spirituale

Il Fondatore, proprio perché era convinto dell’origine soprannaturale dell’Istituto, si è assunto tutta la responsabilità, non solo di fondarlo, ma anche di accompagnarlo nella crescita. In questa risposta coerente alla propria vocazione si colloca la sua coscienza di essere “padre” di due famiglie missionarie. Lo ha espresso con semplicità e convinzione in diverse occasioni. Sia sufficiente rileggere quanto, nel 1904, ha scritto al gruppo dei missionari in Kenya mettendoli al corrente delle feste centenarie del santuario, per assicurarli di averli ricordati: «Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia».1

Un padre che educa

In forza di questa paternità spirituale, il Fondatore era convinto di dover formare missionari e missionarie conforme al progetto che lo Spirito Santo gli aveva suggerito. Ecco la ragione delle sue numerose insistenze sullo “spirito”. Per circostanze contingenti, ha dovuto difendere la genuinità del suo spirito fin dai primi anni della fondazione. È classico il suo intervento del 2 marzo 1902: «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’Istituto si perfezioni e viva di vita perfetta».2 È pure classico l’altro intervento nella conferenza del 18 ottobre 1908, quando, parlando della responsabilità che i superiori hanno di formare missionari, concluse: «lo spirito lo dovete prendere da me».3 Non si contano gli interventi a questo riguardo, anche alle suore. Sono molto esplicite le parole scritte il 7 settembre 1921 a sr. Maria degli Angeli superiora in Kenya: «Io desidero, e tale essendo il mio dovere, pretendo, che viviate nello spirito che vi ho infuso».4 Più di così!

Un padre che ama teneramente

Come padre, l’Allamano ha manifestato un tenero affetto per i figli e le figlie. Viveva per loro, come ha confidato scrivendo al p. Filippo Perlo nei primi anni della 5missione in Kenya: «Tante e tante cose a tutti i miei cari missionari, pei quali soli ormai vivo su questa terra. La mia paterna benedizione mattino e sera su tutti […]».6 Ha pure pronunciato parole così intense che ci impressionano ancora oggi: «Il Signore avrebbe potuto scegliere un altro a fondare questo Istituto, uno più capace, con maggiori doti, con più salute, ma uno che vi amasse più di me…non credo».

Un padre che propone il massimo

Proprio perché voleva un mondo di bene ai suoi figli e figlie, l’Allamano non si è accontentato di proporre loro l’impegno missionario, già arduo in se stesso, ma l’ha proposto nella “santità della vita”, chiedendo loro di essere tutti di “prima qualità”. E la ragione della sua continua richiesta di santità era soprattutto di carattere apostolico: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre […]; no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà»7; «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»8 Il “prima santi e poi missionari” si inserisce in questo tipo di ragionamenti.

Un padre che corregge

E neppure si è tirato indietro quando è stato necessario richiamare, direttamente o tramite i suoi collaboratori, ad un impegno superiore, come ha fatto abitualmente. Per esempio, ecco le parole scritte alle suore appena dopo un anno dal loro arrivo in Kenya:

«Mentre come padre so compatire l’umana fragilità, non posso, né intendo che si vada avanti con questo spirito. […] Perdonatemi questo sfogo paterno, che stimai necessario per rimettere tutte in carreggiata.[…]. Vi benedico di gran cuore».9 Anche su questo aspetto il Camisassa ha saputo collaborare con il Fondatore, come risulta da una lettera a sr. Margherita de Maria: «Persuaditi che la volontà di Padre è volontà di Dio.[…]. Mi rincresce aver dovuto scriver un po’ forte, ma è proprio Padre che volle così».10

Un padre che comunica se stesso

Un aspetto molto interessate della paternità del Fondatore è il seguente: come educatore, oltre ad offrire concetti e principi, ha saputo comunicare se stesso, cioè la propria esperienza interiore. Quasi senza accorgersene, indicava come lui stesso procedeva sul cammino della santità. Questa è stata la sua grande forza di educatore. Ecco perché uno dei giovani di allora ha lasciato scritto, riferendosi alle sue conferenze domenicali: «Prima della sue parole, aspettavamo lui». Con semplicità paterna ha spiegato questo suo metodo agli allievi appena tornato dagli esercizi spirituali: «Ebbene che cosa vi ho portato? Vi ho portato dello spirito, un deposito di spirito, e sapete che cos’è? Qualche buon pensiero che a me ha fatto più impressione e lo porto a voi. […] E così, nelle prediche, meditazioni, esami, con tutto insomma, pensava facendomi buono io, pensava anche a voi. Per voi e per me. Perché non voglio essere solo un canale, ma anche conca. […] Così i buoni pensieri, prima per me, e poi anche penso a voi. I buoni pensieri che hanno fatto effetto a me, lo facciano anche a voi»11.

Un padre che tiene la famiglia riunita

Infine, la paternità del Fondatore ha fatto crescere nell’Istituto lo spirito di famiglia. Chi non ricorda le sue numerose raccomandazioni al riguardo? Lo spirito di famiglia doveva essere vissuto prima con lui, che era il padre, e poi tra di noi che siamo diventati fratelli e sorelle a motivo della stessa vocazione e della paternità dell’Allamano. La conseguenza sul piano dell’azione apostolica è stata che i suoi figli e figlie dovevano essere capaci di lavorare “insieme” e non ognuno per conto proprio. L’ideale dell’unità nell’Istituto era per l’Allamano un punto fermo, intoccabile, quasi un sogno. Rileggiamo le parole pronunciate in occasione della partenza di missionari: «Vedete la consolazione che si prova a partecipare a questa famiglia […]. E anche se si deve andare in un altro luogo… il luogo è una materialità, è niente l’essere piuttosto in un posto che in un altro…Siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all’Iringa»12. Per lui, un Istituto di missionari deve essere e operare “tutto dappertutto”!

E la ragione di questa unità va cercata nella nostra identità missionaria. L’Allamano immaginava il suo Istituto come un “corpo” apostolico, ben compatto. Lo ha chiesto tante volte ai suoi fin dai primi anni. Basta rileggere quanto ha scritto ai missionari del Kenya nella lettera circolare del 2.10.1910: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria.».13 Lo aveva già riconosciuto, cinque anni prima, rallegrandosi perché la Santa Sede aveva riconosciuto la buona organizzazione e l’unità di azione nelle nostre missioni: «L’unità d azione poi è specialmente merito vostro, perché avete saputo uniformarvi pienamente alle direzioni ricevute».14

Un padre perenne

La paternità del Fondatore è perenne. L’ispirazione che ha ricevuto e trasmesso non si è interrotta con la sua morte, perché lo Spirito è perenne! L’Allamano era cosciente di conservare la propria paternità anche dal cielo. Lo ha detto in diverse occasioni, in senso di incoraggiamento e di aiuto, ma anche di richiamo. Sia sufficiente risentire queste parole pronunciate in tempi e in circostanze diverse: «Quando io sarò poi lassù, vi benedirò ancora di più: sarò poi sempre dal pugiol [balcone]»15; «Siate buoni anche dopo la mia morte, perché se no chiederò al Signore di venire dal balcone del Paradiso, e vi manderò delle bastonate».16Quando noi faremo il cinquantenario io dal Paradiso vi assisterò; sarà un cinquantenario pieno di meriti»;17 «Dal cielo vi guarderò, e se non farete bene, vi manderò tante umiliazioni finché non rientrerete in voi tessi”»;18 «Dal Paradiso manderò dei fulmini se vedo che mancate di carità».19 «Per il bene che mi volete, dovete essere contenti che io vada in Paradiso a riposarmi. Farò di più là che di qua…farò, farò».20

La nostra risposta al padre

In parole semplici e schematiche può essere questa: conoscerlo sempre di più e farlo conoscere agli altri; confrontarsi con lui nella vita e proporre la sua spiritualità alle persone che ci sono vicine; sentirlo vivo e presente, pregarlo e suggerire l’efficacia della sua intercessione a quanti collaborano con noi o che serviamo nel ministero. L’Allamano non lascia indifferenti: ci coinvolge e può coinvolgere molte altre persone. L’esperienza dice che anche i laici, quando riescono avvicinare in modo adeguato l’Allamano, sanno apprezzarlo e, in certo senso, lo sentono anche loro “padre”. La paternità del Fondatore non è circoscritta dai confini dell’Istituto.

NOTE:
1 Lett., IV, 276.
2 Conf. IMC, I, 15; si noti che queste parole sono del suo manoscritto. Cf. anche 136-137
3 Conf. IMC, I, 273.
4 Processus Informativus, IV, 220; Lett., IX/1, 140.
5 Processus Informativus, IV, 494.
6 Lett., IV, 23-24.
7 Conf. IMC, I, 249-250. Ricordiamo come abbia modificato di suo pugno il testo del Direttorio del 1910: «Gli alunni […] abbiano sempre di mira […] di farsi santi e di rendersi idonei a salvare molte anime» in «[…] e così di rendersi idonei», sottolineando il legame tra santità e apostolato.
8 Conf. IMC, I, 279.
9 Lett., VI. 683.
10 Arch. IMC.
11 Conf. IMC, II, 634.
12 Conf.IMC, III, 499.
13 Lett., V, 410.
14 Lett., IV, 456.
15 Conf. MC, II, 482.
16 Processus Informativus, II, 526,
17 Conf. MC, II, 282.
18 Processus Informativus, II, 544.
19 Processus Informativus, II, 874.
20 In TUBALDO I, o.c., 675.

Al termine del loro anno di noviziato, i giovani Johan Caviche (della Colombia), Ángel Barazarte e Jhonny González (del Venezuela) hanno emesso la loro prima professione religiosa la sera del 27 dicembre, durante una messa celebrata nella comunità di São José, nella Zona Missionaria della Famiglia di Nazareth, a Manaus (Brasile).

Durante il Noviziato "il novizio approfondisce le ragioni della sua vocazione di Missionario della Consolata e intensifica il processo di maturazione attraverso una speciale esperienza di unione con Dio, fino a donarsi totalmente a Lui per la missione, con la Professione Religiosa" (Cost., 96). 

Questo è stato il proposito che ha guidato i giovani missionari della Consolata, Johan Caviche, Ángel Barazarte e Jhonny González, durante l'anno 2023 nella comunità del Noviziato situata nel quartiere di Santa Etelvina, alla periferia di Manaus, nella regione amazzonica del Brasile. Guidati dal loro Maestro, padre Martin Serna, hanno vissuto una tappa speciale del loro cammino formativo che è culminato nella Prima Professione Religiosa, in cui hanno emesso i voti di povertà, ubbidienza e castità, secondo le Costituzioni dell'Istituto Missioni Consolata.

La celebrazione è stata presieduta dal Vice Superiore Regionale dei Missionari della Consolata in Brasile, Padre Moisés Facchini, parroco di Feira de Santana, e concelebrata dai missionari che operano a Manaus, con la partecipazione delle Suore Missionarie della Consolata, dei religiosi e dei fedeli delle comunità dell'Area Missionaria Famiglia di Nazareth, tutti testimoni di questo impegno solenne e stimolante. 

Promettendo una vita di servizio a Dio e alla Chiesa, i nuovi missionari hanno espresso la loro gratitudine per l'opportunità di dedicarsi pienamente alla loro vocazione religiosa e di continuare l'opera di evangelizzazione nella missione ad gentes come membri della Famiglia della Consolata, seguendo le orme del Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano.

"Siamo molto contenti che anche oggi ci siano giovani che vogliono diventare sacerdoti. Nessuno è obbligato a farlo. Un amore più grande ci fa lasciare le cose belle e buone per servire qualcosa di molto buono", ha sottolineato padre Moisés nella sua omelia parlando della vocazione dei tre giovani. "È molto bello formare una famiglia, ma è anche possibile amare Dio lasciando tutto per consacrarsi. Forse oggi qualche ragazzo o ragazza sentirà questa chiamata a fare ciò che loro stanno facendo ora", ha concluso il padre Moisés. 

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Il Maestro dei Novizi, padre Martín Serna, ha ricordato che "consacrarsi è camminare verso la santità", come insisteva il Fondatore: "prima santi e poi missionari". Ha incoraggiato i giovani professi a rimanere sempre fedeli al loro impegno, perseverando nel cammino scelto. "Consacrarsi significa mettersi al servizio di Dio per servire soprattutto i poveri. È su questo che abbiamo lavorato in questo anno di Noviziato", ha spiegato il Maestro, sottolineando che "la nostra missione è andare oltre le frontiere dove Gesù non è stato annunciato, nella missione ad gentes". 

Padre Oscar Liofo, Consigliere Regionale, ha ringraziato le persone delle comunità della Zona Missionaria Famiglia di Nazareth, dove i novizi svolgono il loro lavoro pastorale, per il loro contributo alla formazione dei giovani del Noviziato. Ha invitato i servitori dell'altare a risvegliarsi anche a questa vocazione. 

Ora i neo-professi passano all'ultima tappa della formazione di base con gli studi di teologia. Johan Caviche si unirà alla comunità del Seminario Internazionale di Bravetta di Roma e invece Ángel Barazarte e Jhonny González andranno alla Comunità Apostolica Formativa di Buenos Aires in Argentina.

Inaugurata il 6 gennaio 2021, la comunità del Noviziato del Continente americano di Manaus ha come protettore sant'Oscar Romero, profeta dei poveri e martire per la giustizia e la pace. Il Consiglio Continentale Americano aveva allora deciso di trasferire il noviziato da Buenos Aires a Manaus mosso dalle riflessioni del Sinodo per l'Amazzonia dell'ottobre 2019, che ha chiesto una formazione incarnata e inculturata nel contesto amazzonico che, nel continente americano, è una delle opzioni missionarie dei Missionari della Consolata. Questa realtà amazzonica deve essere valorizzata e sfruttata nel programma di formazione.

Nel continente americano il Noviziato Continentale ha già funzionato a Bucaramanga in Colombia (1981-1994) e a Martin Coronado in Argentina (1995-2019). I Missionari della Consolata hanno poi altri due noviziati in Africa: uno a Sagana, in Kenya, che quest'anno conta con dodici novizi, e un altro a Morogoro, in Tanzania, sempre con dodici novizi. 

* Jaime C. Patias, IMC, con informazioni del Pascom dell'Area Missionaria della Famiglia di Nazareth a Manaus.

Nel comunicato dei Missionari della Consolata del Venezuela si legge: "è con profondo dolore che annunciamo la morte di padre Josiah Asa K'Okal, scomparso da ieri, 1° gennaio 2024". Aveva 54 anni, 30 anni di professione religiosa e 26 di sacerdozio. Allo stesso tempo il messaggio chiede "la misericordia del Signore per lui e la consolazione per tutti noi, familiari e conoscenti".

Padre K'Okal è nato in Kenya (Africa) ed è arrivato in Venezuela nel 1997. Negli ultimi anni ha dedicato la sua vita missionaria al servizio degli indios Warao e dei più poveri del Delta Amacuro. In un messaggio pubblicato sui social network, i Missionari della Consolata del Venezuela esprimono il loro lutto e la speranza nella vita eterna con queste parole: "Caro fratello, che la tua anima riposi in pace. Grazie per tanto amore per questa terra venezuelana, grazie per essere stato un grande missionario. Che Maria Consolata ti tenga tra i suoi eletti".

Missionario dall'amplio sorriso

Tutti lo conoscevano come il missionario dall'amplio sorriso, della vicinanza e del dialogo. Nella comunicazione della Direzione Generale dei Missionari della Consolata si ricorda che padre Josiah è nato il 7 settembre 1969 a Siaya, Nyanza (Kenya). Entrato nella Comunità dei Missionari della Consolata ha emesso la prima professione religiosa nel 1993 e dopo gli studi di teologia a Londra è stato ordinato sacerdote il 9 agosto 1997.

Nello stesso anno è stato destinato al Venezuela, paese che non ha mai lasciato, e in tutti questi anni si è impegnato in diversi servizi: Animazione Missionaria e Vocazionale (AMV), pastorale afro e parrocchiale a Barlovento; Pastorale e AMV a Barquisimeto, Pastorale Indigena a Nabasanuka e Tucupita; è stato anche amministratore, consigliere, vice-superiore e superiore della Delegazione dei Missionari della Consolata in Venezuela. 

Dal 2006 ha dedicato tempo allo studio della lingua e della cultura del popolo Warao, accompagnando anche la loro "migrazione" nelle regioni del Venezuela e del Brasile dove sono stati spinti dalla crisi che il Paese sta attraversando. Conseguenza della sua dedizione e il suo servizio nel 2022 ha ottenuto un Master in Antropologia presso la FLACSO in Ecuador, con una tesi sui Warao in Brasile titolata: "Tra vulnerabilizzazione e resistenza strategica: il caso dei Warao sfollati a Boa Vista".

La traiettoria missionaria

Come conseguenza della sua morte inaspettata, sulla quale le autorità del Venezuela stanno ancora investigando, è stato possibile conoscere l’affetto di coloro che l’hanno conosciuto grazie ai messaggi che sono arrivati da molte parti del Venezuela e del mondo.

Le Pontificie Opere Missionarie del Venezuela ricordano che padre K'Okal "è diventato apostolo e fratello del popolo Warao, con il quale ha vissuto gran parte della sua vita sacerdotale. È stato sempre attento alle loro necessità e compagno delle loro lotte. Ci rimane il ricordo più bello di un missionario gioioso che sapeva accogliere tutti per offrire conforto e vicinanza".

Il Consiglio Indigenista del Brasile (CIMI) parla di lui come "una delle persone con la più lunga traiettoria di lavoro con il popolo Warao: ha contribuito a conoscere la realtà di questo popolo e il contesto della loro mobilità; ha proposto soluzione lavorative per loro in Brasile".

Anche la Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM) ha emesso una nota di cordoglio nella quale riconosce che il suo intenso processo di incarnazione e di impegno verso queste comunità lo ha portato a collaborare su scala più ampia nell'équipe di coordinamento internazionale del Nucleo dei Popoli Amazzonici della REPAM. “La sua scomparsa e la morte improvvisa all'inizio di questo nuovo anno ci spaventa e ci rattrista, perché abbiamo perso un custode e un difensore impegnato dei nostri popoli e delle nostre realtà amazzoniche. La REPAM piange la scomparsa del caro padre Josiah ed è solidale con la sua famiglia, con la famiglia dei missionari della Consolata e con le comunità con cui viveva".

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Buon Viaggio “Baré Mekoro” K’Okal

Uno dei suoi compagni di missione in Venezuela, padre Juan Carlos Greco, che ora accompagna il popolo Warao in Brasile, ha scritto un messaggio emozionante e significativo, che esprime il sentimento che provano molti di noi che abbiamo vissuto con il "Baré Mekoro" (Padre Negro). In questo messaggio leggiamo: “Non possiamo dire che sia un buon giorno! Ma un giorno triste! Un giorno in cui la cosa migliore da fare è piangere e stare in silenzio. Un giorno da ricordare con gratitudine! Un giorno per riportare alla mente i buoni ricordi e i consigli che il "Baré Mekoro" ci ha dato! Un momento per imitarne gli esempi e per mettere a tacere alcune parole che potrebbero incitare sentimenti contrari a tutto ciò che K'Okal ci ha insegnato nelle famose Scuole o Laboratori del Perdono e della Riconciliazione!

Oggi preghiamo per lui e per la sua famiglia! La cosa migliore è lasciare che l'eco di tanti semi gettati da "Baré Mekoro" diano il tono della musica della Consolazione! Facciamo silenzio e ascoltiamo il cuore! K'Okal, buon viaggio!

* Padre Julio Caldeira, IMC, è missionario in Brasile.

In ogni angolo del mondo, il nuovo anno viene sempre celebrato con grande entusiasmo e accolto con gioia ed eccitazione. In questa celebrazione, ogni popolo si esprime secondo i parametri delle proprie usanze e culture.
La gioia della fine dell'anno aiuta certamente a iniziare bene il nuovo anno, e Giuseppe Allamano ci dà anche consigli utili su come festeggiare.

Un momento per ringraziare il Signore

San Paolo dice: "Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi." (1 Tes 5,16-18). Ringraziare il Signore per il buon inizio dei 365 giorni che compongono l'anno significa anche riconoscere che tutto dipende da Lui e che Dio continua ad essere il Protagonista della storia del mondo. Dice Giuseppe Allamano: "Speriamo che arriveremo a ringraziare il Signore alla fine di questo nuovo anno, come l’abbiamo ringraziato ieri sera per l’anno passato" (Così vi voglio 64).

Un momento per ripartire con energia

Il nuovo anno è un nuovo inizio e una nuova alba, ma deve essere iniziato con energia ed entusiasmo. A questo proposito, Giuseppe Allamano chiarisce: "Cominciamo l’anno con energia e così tutti i giorni, tutti i momenti, senza mai scoraggiarci (...) Ecco lo spirito con cui dobbiamo cominciare il nuovo anno" (Così vi voglio 64). Iniziare il nuovo anno con energia ci permette pianificare bene il cammino pastorale di ogni missione, valutare e discernere il nostro lavoro missionario e fare in modo che il missionario si impegni pienamente nella missione evangelizzatrice che è chiamato a svolgere con fedeltà.

Un tempo per pensare al presente

Il nuovo anno è un'occasione per pensare al tempo presente. Anche se non smettiamo di pensare al passato, la celebrazione del nuovo anno ci aiuta a fare una chiara proiezione di come navigare con successo nel nuovo anno. "Non pensiamo più al passato; il presente è nelle nostre mani. Tutti e tutte pieni di buona volontà” (Così vi voglio 64). Pensare al presente implica essere molto attenti alla voce di Dio che ci parla in ogni parte della nostra storia; interpretare i segni dei tempi.

Un tempo per riflettere sul nostro comportamento

Il nuovo anno è un momento opportuno per riflettere sul nostro comportamento. Dice Giuseppe Allamano: "In questo nuovo anno bisogna proprio che ci comportiamo come se fosse l’ultimo della nostra vita. Se fossimo convinti di questo, ci metteremmo di buona volontà!" (Così vi voglio 64). Si tratta allora di porsi queste domande: come mi sono comportato l'anno scorso? Come mi comporterò in questo nuovo anno? In quale ambito della mia vita devo migliorare? Com'è il mio rapporto con Dio e con il prossimo? Cosa dovrò migliorare? La riflessione su queste domande, personali o comunitarie, ci permette di andare avanti nei nostri impegni presenti e futuri.

Un tempo per un esame preventivo

Il beato Giuseppe Allamano ci invita a iniziare il nuovo anno con un esame preventivo: "Date uno sguardo all’anno che vi sta dinnanzi e fate un po’ d’esame preventivo. Come lo facciamo ogni mattina per la giornata, così oggi dobbiamo farlo per tutto l’anno" (Così vi voglio 64). L'esame preventivo ci aiuta a pensare e ordinare le attività che intendiamo svolgere nel nuovo anno e ci aiuta a identificarci con la volontà di Dio.

Un tempo di benedizione

Il nuovo anno porta con se molte benedizioni di Dio. Per questo Giuseppe Allamano afferma: "Che il nuovo anno sia un anno di tante benedizioni, per i nostri Istituti, per le missioni, per i missionari e le missionarie! Procuriamo di passare questo nuovo anno nel modo migliore possibile; se vi saranno debolezze, cercare di ripararle subito; che non ci sia neppure un giorno inutile" (Così vi voglio 64).

Come Missionari della Consolata, chiediamo alla Madonna e al Beato Giuseppe Allamano di accompagnarci con la loro divina intercessione nell'anno 2024.

* Lorenzo Ssimbwa è missionario della Consolata e lavora con la popolazione afro della diocesi di Buenaventura in Colombia.

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