Coloro che hanno conosciuto il Ven.mo Can. Giacomo Camisassa si sono soffermati ad ammirare la sua attività esteriore, senza penetrare l'intimo segreto di tutta la sua vita: la sua unione con Dio. Lo stesso Camisassa non faceva sfoggio della sua pietà in atteggiamenti esteriori; per il suo carattere pratico e positivo tutto era semplice. Datosi a Dio, abbracciata la sua Causa, il problema era risolto, tutto il resto veniva di conseguenza. La fedeltà al suo dovere era la più bella testimonianza della sua unione con Dio. E questa fedeltà al dovere, noi la vediamo costante fino alla fine, senza titubanze, senza distinzioni, lineare, dignitosa quasi direi d’una fierezza sovrana. Se alle volte lo si è potuto vedere un po' impaziente e quasi esigente nel lavoro dei suoi collaboratori, lo si deve appunto a questa sua forma mentis che non ammetteva tentennamenti e negligenze dopo d’essersi consacrati al Signore.

Arrivati a queste altezze di unione con Dio, si può discendere a lavorare con gli uomini nelle opere di Dio, certi di trovare il proprio posto, dove si può svolgere tutta l'attività di una natura ricca di doti e collaborare in una disciplina di lavoro con coloro a cui Iddio ci ha uniti, realizzando così con la carità la seconda parte della preghiera di Gesù “Ut unum sint”. Il Can. Camisassa ha trovato il suo posto di lavoro. Chi ha in cuore il vero amor di Dio, il suo posto lo trova sempre e subito, perché tutti i posti sono buoni. Il Can. Camisassa l’ha trovato e vi è stato fedele. Per quarantadue anni, che potevano anche essere cinquanta, cento, perché furono tutti gli anni della sua vita. Avrebbe potuto cercare altro posto, avrebbe potuto ottener altri che gli venivano offerti, più dignitosi, più appariscenti, anche l’episcopato, ma egli non cambiò. Aveva del lavoro che dava gloria a Dio, non c'era quindi motivo di cambiare.

Celebre la frase di inizio. Gli fu detto: «Valeva la pena studiare tanto per ridursi a pelare patate!» Rispose tranquillamente: «Niente di ciò che si fa per obbedienza è umiliante». La Provvidenza si sarebbe servita di Lui per opere ben più grandi, noi lo sappiamo, ma egli restò sempre con la stessa umiltà. Fu diligente nel suo lavoro, quasi meticoloso. Metteva in pratica la frase di S. Giuseppe Cafasso: il bene bisogna farlo bene. (...)

È questo il lato più caratteristico della personalità del nostro P. Confondatore che mette in risalto la sua virtù e la virtù del Fondatore. Sia l’uno, come l’altro, dinnanzi a Dio e a sé stessi non si giudicavano che umili strumenti di cui Dio si serve come vuole. Si può dire che entrambi non avevano coscienza della propria persona, ma solo di Dio, la cui volontà volevano servire in tutto. È questo il segreto della loro unione che, benché tanto differenti, li fuse in uno e meritò sul loro lavoro le benedizioni di Dio, secondo la promessa di Gesù: «Dove sono due, uniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro».

Ringrazio Iddio di aver dato al nostro Istituto un Fondatore a cui ha ispirato l’ideale missionario, tradotto in pratica nelle Costituzioni e regole del nostro Istituto; d’avergli dato un collaboratore fedele, che seppe unire la potenza della sua personalità all’idea iniziale senza distruggerne l'unità dell’ispirazione divina; d’averci dato un Fondatore ed un Confondatore, che seppero lavorare assieme e con tutta la libertà ed espansione delle attività personali, senza distruggere la realtà delle situazioni e l’ordine disciplinato e coerente delle proprie responsabilità, dinnanzi a Dio, all'Istituto e al mondo. Il loro esempio si riassume in una parola sola, “unione” che è sinonimo di “carità”, che è sinonimo di “Dio”. (28 Anniversario della sua morte in Da Casa Madre, 84, Ottobre 1950, pp. 93-96)

*Domenico Fiorina è stato Superiore Generale dal 1949 fino al 1969

 

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